Adele Marini

La rubrica "Novità editoriali" di Misteri d'Italia è tenuta da Adele Marini, giornalista professionista, specializzata in cronaca nera e giudiziaria, autrice di diversi libri tra cui il noir 'non fiction' Milano, solo andata (Frilli editori, 2005), pubblicato anche in Germania, con cui ha vinto nel 2006 il Premio Azzeccagarbugli per il romanzo poliziesco. Nel 2007, sempre con Frilli, ha pubblicato Naviglio blues, anch'esso tradotto in tedesco. Attualmente è in libreria con l'eBook Arriva la Scientifica (editrice Milanonera), secondo volume della collana Scrivi noir: i fondamentali della scrittura d'indagine dedicata alle procedure investigative e giudiziarie.

Incipit. Milano oggi.
Quando guardi negli occhi una tigre la tua vita cambia per sempre. A me è successo a otto anni e adesso che vado per i settanta – è incredibile che non mi abbia spento una pallottola qualche secolo fa – posso affermarlo con certezza: non si vince mai davvero. Ci si può andare vicino, certo, si può arrivare in cima per qualche soffio, si può addirittura pensare di essere invincibili, intoccabili. Ma non dura. La tigre era in gabbia e si chiamava Rachele. L'hanno ripresa un'ora dopo. Si era accovacciata accanto alla sua cella di ferro. Aveva perso la speranza, era rassegnata.
L'avvocato mi sussurra qualcosa ma non ascolto. Ne ho visti mille di processi. Sempre da imputato eccellente. Bandito lo sono sempre stato: sono nato ladro e fin da piccolo rubavo i soldatini. Stavolta mi hanno incastrato per bene. Io che sono stato il pericolo pubblico numero uno, l'uomo più ricercato d'Italia. Mi hanno fregato. E mi sento proprio come quella tigre che liberai dalle gabbie del circo, quasi sessant'anni fa: senza più voglia di graffiare né azzannare alla gola.
C'è un istinto, però, che non riesco a sopire: quando sento l'odore del sangue non posso trattenermi, devo ballare.

Quando uscì Gomorra di Roberto Saviano in molti rimasero costernati dall’apprendere quello che avveniva a Napoli e dintorni. La guerra di camorra nota come ‘faida di Scampìa’,  scoppiata fra i Di Lauro di Secondigliano e gli “scissionisti” di Raffaele Amato detti anche “Spagnoli”, dal novembre 2004 al 2007 inoltrato, ha lasciato sul  terreno più di un centinaio di morti, fra cui parecchi innocenti ammazzati per errore.
Napoli come il Far West? Strano però che pochi ricordino che a Milano, fra la fine degli anni Sessanta e la fine degli anni Ottanta, è capitato di peggio e non solo per colpa del terrorismo che all’epoca insanguinava la città, ma anche della criminalità locale, la ‘ligera’ che in quegli anni aveva fatto carriera passando dal mattone usato per spaccare le vetrine alla P38, alla colt e al kalashnikov. Proprio così: la città che a partire dalla metà degli anni ’80 si è imposta al mondo modaiolo e godereccio come “Milano da bere”, solo fino a poco prima, era una giungla piena di insidie. Pericoloso uscire a spasso la sera. Pericoloso gestire una farmacia notturna. Mortalmente pericoloso fermarsi ai distributori in città dopo il calar del buio, anche se erano situati in una zona semicentrale. Chi cenava al ristorante, chi frequentava i night club o anche soltanto si recava alla posta nei giorni di pagamento delle pensioni correva seriamente il rischio di incontrare malviventi armati di pistole e kalashnikov. In banca poi era consigliabile andarci solo con il giubbotto antiproiettile.
In quegli anni, quando i boss calabresi facevano affari in esclusiva con i narcotrafficanti turchi e sudamericani, sulla città ‘nevicava’ tutto l’anno. Cocaina a chili, ma anche eroina e robaccia di ogni genere da iniettare, sniffare, ingerire. Per sballare il sabato sera, ma anche per moltiplicare le energie e sentirsi forti, invincibili, padroni della città o anche soltanto del proprio quartiere.
Tutto questo e molto di più è realmente accaduto nel decennio  Settanta-Ottanta,
In questa magnifica epopea malavitosa, scritta in forma di romanzo ma con pochissima concessione alla fiction, che non ha nulla da invidiare a Gomorra, l’autore prosegue  il viaggio nella ‘Chicago di Lombardia’ iniziato nel 2011 con Milano criminale (Marsilio), raccontando le gesta dei tre banditi decisi a spogliare la metropoli non solo delle sue ricchezze ma anche e soprattutto delle sue certezze.
Rapine armi in pugno alle banche, alle poste, nei locali pubblici; assalti ai portavalori,  bische e bordelli di lusso dappertutto, sequestri di persona, racket e intimidazioni all’ordine del giorno. E ad accelerare tutto quanto una specie di frenesia, una corsa all’arricchimento a qualunque prezzo stimolata dalla droga che circolava in tutti gli ambienti.
Per le cronache di quegli anni i califfi di Milano erano soprattutto tre: Renato Vallanzasca ‘il bel Réné, Francis Turatello ‘Faccia d’Angelo’, Angelo Epaminonda, il ‘Tebano’. Ma alle loro spalle c’erano gruppi di fuoco armati fino alle orecchie e decisi a tutto. Naturalmente, come in ogni ‘nonfiction novel’, i nomi dei personaggi, banditi e poliziotti, sia protagonisti sia comprimari, nel libro sono stati cambiati. L’autore li ha nascosti sotto nomi fittizi le cui iniziali sono però le stesse di quelle anagrafiche e ciascuno può divertirsi a svelarli sovrapponendo le loro gesta alle cronache di quegli anni.

Assolutamente da non perdere. Anzitutto per i fatti narrati che nell’insieme sono un pezzo di storia, poi per lo stile narrativo, fresco, asciutto, efficace. Per  l’assoluta aderenza alla realtà e, infine, per la magnifica rievocazione di quell’Úspit du temps che certamente chi vissuto nella metropoli in quegli anni pieno di spaventi e di sangue non faticherà a ritrovare.

Paolo Roversi

SOLO IL TEMPO DI MORIRE

prefazin

Marsilio, 461 pagine, 16,15 euro anziché 19,00 su internetbookshop. Disponibile anche in eBook a 9,99 euro

Incipit:
Dalla prefazione di Massimo Copetti:
Alcuni lettori potrebbero rimanere sorpresi dal fatto che a curare la presente pubblicazione sia il sito www.archirioguerrapolitica.org, una pagina internet dedicata allo studio della storia italiana, in particolare della Strategia della tensione e degli Anni di piombo. Il pubblico abituale del sito, che conosce bene il contributo apportato da Vincenzo Vinciguerra nella ricostruzione del nostro dopoguerra, non avrà invece alcuna difficoltà a comprendere la logica e le motivazioni di quest'opera.
Il lavoro di Vinciguerra da sempre si distingue per due aspetti: da un lato la puntualità e la precisione nel riferire nomi, date ed eventi, dall'altro la capacità di collocare gli avvenimenti nel loro contesto politico nazionale ed internazionale, fornendo un quadro interpretativo molto più coerente di quello proposto da troppi storici nostrani, tuttora propensi a leggere quei fatti come un "corto circuito" interno alla società italiana, una sorta di irrazionale ed inspiegabile momento di follia generazionale, sebbene sia ormai innegabile che le vicende italiane siano state pesantemente influenzate da diversi fattori esterni.
Avamposto orientale dell'alleanza atlantica, durante la Guerra Fredda, l'Italia si trovava a ridosso della cortina di ferro. Le prime guerre arabo-israeliane segnarono la nascita di un nuovo confine che, correndo longitudinalmente lungo il Mar Mediterraneo, divideva l'Europa meridionale dal Medio Oriente e dal nord Africa, dove l'influenza sovietica si faceva sempre più forte. Lambita da entrambe queste frontiere - una terreste, l'altra marittima - l'Italia si trovò in prima linea nello scontro globale tra comunismo ed anticomunismo: è da qui che dobbiamo partire se vogliamo provare ad interpretare la nostra storia recente.

Dalla presentazione di Stefania Limiti:
La cronologia del Medioriente è importante anche perché ci permette di riflettere sull’altro aspetto più generale della questione e cioè: le scelte politiche del nostre paese sono state avvelenate dalla costante richiesta che ci veniva fatta di schierarci con Israele e contro la Palestina. I governi italiani, almeno fino a tutti gli anni '90, con grandi sfumature e diverse attitudini, non si sono mai schierati. Questo è stato per noi una sorta di "peccato originale".

Un lavoro incredibile. Una pazienza certosina. Una puntualità metodica. Un opera unica e che ora merita di spingersi oltre la soglia attuale, ossia il 2009, per giungere fino ai giorni nostri. Un libro che andrebbe quanto meno annualizzato.
Per chi non conosce l’autore di questa ricerca va subito detto che Vincenzo Vinciguerra è un ergastolano che per sua scelta ha rifiutato il “pentimento giudiziario” o la “collaborazione” o la delazione per uscire prima di galera. Ha invece deciso di scontare la pena inflittagli per il resto della sua vita. Vincenzo ha scelto, cioè, volontariamente, di aggiungere alla dizione “fine pena” non una data ma la parola MAI. Condannato per la strage di Peteano (tre carabinieri uccisi il 31 maggio 1972 nel goriziano), già ordinovista, Vinciguerra può essere considerato tra i più attenti studiosi degli anni di piombo. In carcere ha maturato la convinzione che dietro le stragi degli anni Settanta e i sommovimenti politici di destra (ma anche di sinistra) ci siano state le mani lorde di sangue del Potere. E per questo ha deciso di scontare un “ergastolo per la verità”, come recita il titolo del suo primo libro. Ha deciso, cioè, di isolarsi dal mondo per studiare e capire sempre di più.
Ora ci regala questa opera monumentale: una cronologia completa del conflitto mediorientale che abbraccia un arco di oltre 150 anni.
Così lo stesso autore scrive nella nota di apertura del libro: “…pochi hanno la percezione di quanto il problema medio-orientale abbia pesato come un macigno sugli avvenimenti verificatisi in Italia dal 1955 in avanti, condizionando la politica interna, estera e militare del nostro Paese, obbligato per la sua integrazione nell'Alleanza Atlantica e per la sua condizione di sudditanza nei confronti degli Stati uniti a proteggere gli interessi dello Stato di Israele con il garantire la sicurezza nel Mediterraneo. Far conoscere, fin dall'inizio, la storia dello Stato di Israele facilita la comprensione degli eventi italiani e, in particolare, di quelli relativi alla guerra politica che ha insanguinato il nostro Paese”.
Oggi sappiamo quanto la questione del medioriente sia da noi, in Italia, quasi completamente rimossa. Acriticamente i più recenti governi italiani si sono appiattiti sulla posizione, sempre più aggressiva ed intransigente, di Israele. Anche i media italiani indugiano molto sul passato (la Shoah) e poco o nulla sui presente e il futuro (i diritti del popolo palestinese). Perché tutto è legato alla sicurezza di Israele, unico Paese dell’area ad avere il diritto divino di possedere il nucleare. Unico Paese ad avere la possibilità di calpestare i trattati e le convenzioni internazionali, comprese quelli sui diritti umani.

Conoscere quindi, momento per momento, l’evoluzione della politica di aggressione di Israele è il modo migliore per comprendere la tragedia di un altro popolo, quello della Palestina che per la comunità internazionale mostra di sopportare a mala pena, purché non avanzi diritti e se ne stia muto e buono (SP).

Vincenzo Vinciguerra

STORIA CRONOLOGICA DEL CONFLITTO MEDIORIENTALE. Dalla nascita del sionismo al 2009

Prefazione di Massimo Copetti. Presentazione di Stefania Limiti

Incipit.
Dalla prefazione di Marco Travaglio:
È l’8 aprile 1997 quando il gip capitolino Mario Almerighi emette un’ordinanza di custodia cautelare, su richiesta del pubblico ministero Giovanni Salvi, a carico dei presunti mandanti del delitto Calvi: il boss mafioso Giuseppe Calò, palermitano, classe 1931, già condannato a numerosi ergastoli (compreso quello per la strage del Rapido 904) e il faccendiere plurinquisito e pluriarrestato Flavio Carboni, nato a Sassari nel 1932, uomo dalle mille relazioni politiche, finanziarie e malavitose. I due – secondo l’accusa – avrebbero architettato «in concorso tra loro e con altri» l’assassinio del banchiere, «avvalendosi dell’organizzazione mafiosa denominata Cosa nostra, al fine di conseguire l’impunità e conservare il profitto del delitto di concorso in bancarotta fraudolenta»: Calò «dando disposizioni ad altri associati per delinquere, i quali agivano materialmente, strangolando il Calvi e simulandone il suicidio»; Carboni «consegnando il Calvi nelle stesse mani degli esecutori materiali, dopo averlo ridotto in suo potere». Il movente: Calvi si sarebbe impossessato, come aveva fatto prima di lui Michele Sindona, di una parte del tesoro di Cosa nostra, promettendo di investirlo e farlo fruttare, ma alla fine, travolto dai debiti, non sarebbe più stato in grado di restituirlo

Questo libro. Albino Luciani e i soldi dello Ior.
Eppure costoro sanno che io so... Potere, segreti e soldi, tantissimi soldi, molti dei quali di dubbia provenienza. Un mosaico che coinvolge trasversalmente i centri di comando italiani e internazionali e la criminalità organizzata. Questa storia non può fermarsi al 18 giugno 1982, giorno in cui il corpo di Roberto Calvi venne ritrovato appeso sotto il ponte dei Frati neri, sul Tamigi. Questa drammatica vicenda non può essere etichettata come la storia di un “semplice” omicidio o, come qualcuno avrebbe voluto, di un “semplice” suicidio. Esiste un prima e un dopo, e il filo che tiene insieme episodi e protagonisti è sempre lo stesso. Un filo che intreccia mondi apparentemente
distanti ma uniti dal denaro.

Il caso Calvi può essere a buon diritto considerato il padre di tutti i misteri torbidi, quello che ha dato una connotazione gotico-noir non solo alla politica ma anche allo strapotere della Chiesa negli anni ‘80 e non a caso la ricostruzione fatta in queste pagine dal giudice Mario Almerighi parte proprio dallo Ior, la banca del Vaticano, nonché dallo sfortunato pontificato lampo di Albino Luciani: Giovanni Paolo I, il papa che si era messo in testa di ripulire le sacre stanze e soprattutto i venerabili forzieri, rimasto così poco sul trono di San Pietro (33 giorni soltanto!) che quasi più nessuno ricorda il nome da pontefice.
La mattina del 18 giugno, su una riva del Tamigi, un impiegato delle poste di Londra sta correndo al lavoro quando, all’altezza del Blackfriars Bridge, il Ponte dei Frati Neri, ed è lecito dubitare che in questa vicenda di oscuri segreti, messaggi in codice e simboli misteriosi la location sia stata scelta a caso, scorge qualcosa che penzola da una travatura. Si ferma e dà l’allarme.
Un impiccato.
Sono quasi le otto. La capitale è in preda alla frenesia dell’ora di punta. Pochi fanno caso al viavai delle auto della City Police, competente per le indagini sul cadavere. E anche questo non è un caso perché se il corpo fosse stato avvistato sull’altra sponda del Tamigi le indagini sarebbero toccate a Scotland Yard. Una differenza non da poco dal momento che la City Police è alle dirette dipendenze del duca di Kent imparentato con la regina e capo delle logge massoniche d’Inghilterra.
Sarà stata questa assegnazione a far chiudere il caso in fretta e furia con un assurdo verdetto di suicidio benché tutti gli elementi e gli indizi portassero nella direzione dell’omicidio efferato?
Il cadavere appeso al traliccio fu subito identificato per quello del banchiere Roberto Calvi, padre padrone del banco Ambrosiano e responsabile della montagna di debiti che lo avevano portato alla bancarotta, nonostante il passaporto rinvenuto nelle tasche del morto fosse intestato a Gianroberto Calvini. Ma come era finito un uomo di statura modesta e di mezza età, leggermente sovrappeso, non certo allenato per scalare le travature scivolose del ponte sul Tamigi,  un’impresa che avrebbe messo in difficoltà un acrobata da circo? E, soprattutto, com’è stato possibile dare in pasto alla magistratura italiana e all’opinione pubblica quel verdetto emesso in spregio a alla logica e al buon senso?
C’è veramente di tutto nella vicenda Calvi, quella che per la prima volta ha mostrato la faccia buia e feroce del potere finanziario del Vaticano guidato da  Marcinkus. Riciclaggio dei soldi insanguinati dei Corleonesi, mafia, affari in spregio di tutte le leggi finanziarie, tangenti, via vai di faccendieri, ricatti, amicizie pericolose, finanziamenti inconfessabili non solo al sindacato Solidarnósc ma anche ai peggiori e più sanguinari regimi sudamericani, e qui  basta pensare agli squadroni della morte che spopolarono interi villaggi del Nicaragua per capire con quanto cinismo all’interno delle sacre stanze si contrastava il comunismo favorendo sulla pelle di popolazioni inermi gli interessi degli Usa. E non potevano mancare la longa manus della P2, a cui lo stesso Calvi era affiliato, nonché la contiguità con mafiosi di spicco e banditi della Magliana.
E’ stato proprio indagando su un una multinazionale del crimine di cui facevano parte narcos e falsari che nel 1988 Mario Almerighi, giudice istruttore del Tribunale di Roma, è inciampato nel nome di Giulio Lena, capo della banda di italiani implicati.
Un caso di quelli che a volte imprimono la svolta decisiva a indagini senza speranza. Ordinando la perquisizione della villa del malavitoso il giudice Almerighi si è ritrovato fra le mani le copie di due lettere. Una, dell’avvocato di Lena, era  indirizzata a Giulio Andreotti. L’altra, scritta dallo stesso Lena, aveva come destinatario il cardinale Agostino Casaroli, all’epoca segretario di Stato del Vaticano. Entrambe le lettere portavano dritte al caso Calvi. Soprattutto quella al cardinale Casaroli nella quale Giulio Lena, uomo della banda della Magliana, chiedeva al prelato la restituzione di un miliardo e quattrocentocinquanta milioni di lire, da lui prestati al Vaticano, nella persona del potente monsignor Hnilica, amico personale di papa Wojtyla, per ricomprare, tramite il faccendiere Flavio Carboni, la borsa che Roberto Calvi,  aveva portato con sé a Londra, contenente, oltre a documenti compromettenti, le chiavi di due cassette di sicurezza presso banche di Zurigo.
Ovvio che se quei documenti stavano tanto a cuore a Sua santità da arrivare a chiedere un prestito alla malavita romana era perché contenevano i segreti di cui il banchiere disperato intendeva servirsi ricattare l’Italia democristiana e la Chiesa stessa.  

Naturalmente sulla morte di Roberto Calvi è stata riaperta un’indagine che però non è andata lontano. Nel 2005 l’esito è stato quello che tutti si aspettavano: allora come oggi il verdetto è stato di suicidio  

Mario Almerighi

LA BORSA DI CALVI. Ior, P2, mafia: le lettere e i segreti mai svelati del banchiere dio Dio

Prefazione di Marco Travaglio

Chiarelettere, 340 pagine, 14,36 euro anziché 16,90 su internetbookshop. Disponibile anche in eBook a 4,99 euro

Incipit. Premessa
Sulla vicenda dei lager italiani credo si possa parlare, sia a livello di opinione pubblica italiana, sia al livello – più profondo – della coscienza nazionale, di una vera e propria rimozione. La storiografia, soprattutto negli ultimi anni, ha prodotto studi generali o specifici sui vari luoghi di internamento dell’Italia fascista, ma l’argomento rimane ancora poco conosciuto al di fuori dell’ambiente degli storici. Nel corso delle numerose conferenze tenute in questi anni in tutta Italia per la presentazione del libro sul campo di concentramento di Gonars, ho incontrato molto interesse ma, nello stesso tempo, una sorta di più o meno espressa incredulità, imbastita sul filo di una domanda: com’è possibile che di tutto questo, in oltre sessant’anni di Repubblica nata dalla Resistenza non si sia mai parlato.

Un orrendo Golgota
 “Inutile che ti scriva come ci troviamo qui a Gonars, lo puoi comprendere da solo; perché, scrivendoti, non lo crederesti, specialmente ora che ci siamo trasferiti un po’ più vicino. Purtroppo la situazione è peggiorata; non sappiamo come ci potremo sistemare e sostenere più oltre. Qui c’è una forte mortalità di bambini e di vecchi, e presto avverrà che anche i giovani dovranno perire, poiché siamo nelle baracche, senza stufa, con un freddo intenso. Vorrei descriverti meglio, ma preferisco tacere. Non riceviamo nemmeno la posta…”
Così scriveva Antonietta Stimac, una donna internata nel campo di concentramento di Gonars, paese a sud di Udine, in una lettera che non sarebbe mai stata letta dal destinatario, poiché è una delle tante in partenza da quel campo e finite ai tagli dell’Ufficio censura della Prefettura di Udine. Quello che noi possiamo leggere oggi sono le frasi ‘stralciate’, quelle che venivano coperte con l’inchiostro nero, perché contenenti informazioni che non dovevano essere divulgate. Ci sono pervenute grazie alla burocrazia censoria, che prevedeva che, prima di essere coperte, le frasi venissero battute in più copie da inviare ai vari uffici, alla Prefettura, al Ministero dell’Interno, al Sim, il Servizio informazioni militari.

Italiani brava gente. Questa E’ la più grossa menzogna che si potesse pronunciare dopo la liberazione. O, nel migliore dei casi, la più grossa stupidaggine dovuta a mancanza di informazione. La verità vera è che se non è mai stato attuato lo sterminio di massa degli ebrei da parte del regime fascista forse lo si deve soltanto all’incapacità di organizzare deportazioni su vasta scala ed eliminazioni sistematiche, non a quel senso di umanità che ancora oggi i revisionisti vorrebbero attribuire al regime.
Si è scritto tanto, si è commemorato all’infinito e ancora oggi si scrive e si piange sugli italiani finiti nelle foibe, sugli italiani costretti a lasciare le loro case agli iugoslavi alla fine del conflitto, ma le notizie relative alle atrocità commesse dai fascisti nelle terre al di là dell’Adriatico sono state trattate con la stessa indifferenza riservata ai dossier lasciati a marcire  per anni negli armadi della vergogna.
Poche miglia marine separano l’Italia dalle coste slovene, croate e montenegrine. Bellissime coste,  movimentate da golfi e insenature di incredibile bellezza, punteggiate da una miriade di isole che sono  gioielli naturali, verdeggianti di pini e immersi nel blu di un mare che l’aggressione dell’uomo non è ancora riuscita a guastare. Oggi, come prima dello scoppio del conflitto nei Balcani, queste isole sono ancora mete di turisti provenienti da tutta l’Europa ma soprattutto dalla vicinissima Italia. Ebbene, proprio lì, in quella terra immersa nel verde e nel blu sono custoditi segreti che danno alla rassicurante definizione “Italiani brava gente” una connotazione di macabro sarcasmo.
Segreti che portano dentro un pozzo nero della nostra storia, quello degli eccidi commessi dagli italiani ai danni delle popolazioni inermi, croate e slovene, negli anni fra il 1941 e il 1943.
Su quelle isole, come in molte località dell’interno, furono commesse, infatti, atrocità per mano degli italiani perché  fu proprio il regime fascista a ideare un sistema di lager fra Italia, Dalmazia e Slovenia nei quali furono internati avversari politici e soprattutto le popolazioni dalmate e slovene di città e villaggi che vi furono deportate a migliaia.
Inutile dire che le condizioni riservate ai prigionieri in quei campi non ebbero nulla da invidiare a quelle di Auschwitz e infatti vi morirono molte migliaia di civili a causa di stenti, fame,  privazioni. Vecchi, donne e, bambini slavi, ebrei, zingari e intellettuali. Né più né meno che nei lager al di là delle Alpi. I nomi di questi orrori , nei quali fu praticata una vera e propria pulizia etnica, sono sconosciuti ai più: Gonars, Arbe, Rab, fuori dai confini italiani. E poi Visco, Cairo Montenotte, Renicci, Colfiorito sul suolo italiano, per non parlare dei più conosciuti Risiera di San Sabba e Fossoli.  
Chi oggi è solidale con le famiglie italiane cacciate oltrefrontiera dai titini dopo il 1945, dovrebbe tenere conto del fatto che anni prima i civili slavi furono erano stati costretti a lasciare la propria terra, le proprie case ai ‘volenterosi carnefici italiani’ che poi si dettero da fare per cancellare la loro identità, la lingua, le tradizioni. Un lavoro sporco, compiuto da militari guidati da generali che in seguito sono stati accolti nelle nostre istituzioni. I più noti: Mario Roatta, Mario Robotti e Gastone Gambara. E poi i governatori della Dalmazia Giuseppe Bastianini e Francesco Giunta, il commissario della provincia di Lubiana, Emilio Grazioli  e il governatore del Montenegro Alessandro Pirzio Biroli.
Per capire di quale spirito fossero animati questi personaggi  basta citare il commento del generale Robotti sulla repressione nei territori occupati: "Qui si ammazza troppo poco".
Questi personaggi figurano nella lista dei criminali di guerra richiesti dalla Jugoslavia e mai consegnati dall'Italia.

La storica Alessandra Kersevan in questo libro di non facile lettura e di dolorosa assimilazione apre uno degli armadi più vergognosi del nostro passato, portando alla luce colpe del regime fascista e del nostro esercito fino a ora addossate all’alleanza con il nazismo.

Alessandra Kersevan

LAGER ITALIANI. Pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941-1943

Nutrimenti, 287 pagine, 15,30 euro anziché 18,00 su internetbookshop. Disponibile anche in eBook a 4,99 euro.

Incipit. Dalla prefazione:
Lunedì 6 settembre 1943 arriva a Westerbork, come succede ormai da mesi, un treno che dovrà ripartire il giorno dopo verso l’Est portando con sé ogni volta un migliaio di ebrei olandesi.
Non si sa mai in precedenza chi deve partire. Anche quel lunedì viene resa nota la lista all’ultimo momento, scatenando come ogni volta l’attivismo frenetico di chi non si rassegna e fa di tutto per farsi sostituire e la disperazione e la rassegnazione più nera di chi inizia i preparativi angosciosi per la partenza verso l’ignoto (nessuno sa con precisione cosa l’attende). Improvvisamente arriva la disposizione che su quel treno deve partire anche Etty con suo padre, sua madre e suo fratello Mischa.
Martedì 7 settembre, con “un allegro ciaaaoo” dal vagone n. 12, Etty parte.
Su quel treno ci sono 170 bambini, 602 adulti, 215 anziani.
Per strada, poco dopo la partenza, Etty scrive una cartolina postale ad un’amica, Christine van Nooten, e la butta fuori dal treno.

Il dodicesimo quaderno. Dal “Kalendarium”.
9 settembre 1943.
Con un trasporto del RSHA dall’Olanda sono giunti 987 ebrei provenienti dal campo di Westerbork. Nel trasporto si trovano 170 bambini, 264 uomini e 338 donne fino ai 50 anni d’età e 215 persone più anziane. Dopo la selezione, 187 uomini, che ricevono i numeri da 149101 a 149187, e 105 donne, che ricevono i numeri dal 61216 a 61320, sono internati nel campo come detenuti. Le altre 695 persone sono uccise nelle camere a gas.
10 settembre 1943, venerdì.
Eccoti, mi sono detta, scesa dal treno con le gambe malferme e i piedi gonfi. Un’occhiata attorno e sopra la testa, tra spintoni e lamenti e abbaiare arrabbiato di cani e ordini secchi e urlati, dentro un fumo rivoltante che ammorba l’aria e rende opaco il cielo già grigio di suo. “È questa – mi sono detta con angoscia ma, come mi succede sempre più spesso, anche con serenità – dopo tanti cambiamenti, l’ultima stazione.” E poi “bisogna essere forti, ora, veramente bisogna essere forti”.

Nel 1941 l’Olanda contava circa centoquarantamila ebrei, di cui diecimila erano tedeschi fuggiti dalla Germania. Parecchie famiglie erano decisamente ricche ma la stragrande maggioranza era costituita da operai, piccoli commercianti, manovali. All’arrivo delle divisioni tedesche, il 10 maggio 1940, contrariamente a quanto era accaduto in Danimarca e in Belgio, i cui sovrani erano rimasti al proprio posto riuscendo a entrare a patti con gli invasori e salvando in questo modo moltissime vite, la regina Guglielmina d’Orange-Nassau fuggì a Londra con i membri del governo, lasciando campo libero ai nazisti guidati da Arthur Seyss-Inquart.
Le persecuzioni cominciarono quasi in sordina nell’ottobre 1940 con il divieto della macellazione rituale. Seguirono a ruota l’espulsione degli ebrei dagli uffici pubblici, la confisca delle radio e il divieto di accesso ai luoghi pubblici. Nel gennaio 1941 ci fu la schedatura delle famiglie ebree e nell’aprile 1942 ci fu l’imposizione di cucire la stella gialla sugli abiti.
Cominciarono i primi rastrellamenti e gli ebrei catturati nelle strade furono inviati a Mauthausen dove vennero massacrati brutalmente. Le deportazioni vere e proprie cominciarono il 14 luglio 1942. I primi treni piombati portarono ad Auschwitz circa duemila ebrei, un terzo dei quali furono subito eliminati.
Nella primavera 1943, i tedeschi intensificarono i rastrellamenti casa per casa fino all’autunno.
Il 9 settembre 1943 dall’Olanda giunsero al campo di Auschwitz-Birkenau novecentottantasette ebrei olandesi provenienti dal campo di transito Westerbork. Tra questi c’era Etty Hillesum, alla cui vicenda si ispira questo diario da cui, l’autore, ha tratto anche un testo teatrale.
Dopo la solita selezione, effettuata all’arrivo di ogni treno, vennero internati centottantasette uomini e centocinque donne. Le altre seicentonovantacinque persone, fra le quali cerano i genitori di Etty, finirono subito nelle camere a gas.
Etty era giovane, poteva lavorare e fu inviata a Birkenau la sezione femminile di Auschwitz: un inferno nel quale la speranza di vita dei detenuti non superava i tre mesi. Anche Etty morirà di stenti e di fatica  ottantatre giorni dopo l’arrivo: il 30 novembre 1943.
Il 29 settembre, giorno del capodanno ebraico, furono arrestati gli ultimi diecimila ebrei olandesi, fra cui tutti i membri del Consiglio ebraico. Fu l’ultimo grande rastrellamento perché in seguito ci furono solo arresti sporadici di famiglie o individui scovati nelle case degli olandesi e nei nascondigli.
Di Etty resta il diario in undici quaderni interrotto dalla cattura. Certamente, se avesse potuto, avrebbe scritto molto di più.
Il ‘Dodicesimo quaderno’ quaderno che dà il titolo a questo libro è quello non scritto. L’autore Giuseppe Bovo, dopo aver letto tutti gli scritti e le lettere di Etty ed essersi accuratamente documentato sulla vita nel campo ne ha ricostruito la vita, i pensieri, la sofferenza fisica e mentale dando vita a una straordinaria (auto)biografia.
Scrive nella postfazione Nadia Neri, la più importante studiosa italiana della figura di Etty Hillesum.
«Oggi più che mai la libertà di pensiero, lo spirito laico della Hillesum fanno paura. Spesso ci aggrappiamo a lei, giovani e vecchi, anche perché vi è un tragico vuoto di figure ideali che possano sostenerci nel nostro cammino storico e interiore, ma a volte, purtroppo, ci si limita a una sua idealizzazione, frutto di intense proiezioni, difendendosi così dal suo messaggio.»
Quest’anno, il settantesimo anniversario della liberazione è stato consacrato alla memoria. Dunque ci pareva doveroso ricordare in questa pagina tutte le vittime delle deportazioni naziste con un libro che è uno straordinario documento di quella mostruosità chiamata Olocausto.

Giuseppe Bovo

IL DODICESIMO QUADERNO. Gli 83 giorni di Etty Hillesum ad Auschwitz

La Meridiana, 72 pagine, 10,20 euro anziché 12,00.

Militante della sinistra extraparlamentare (area duri e puri). In seguito attivista ecologista, fondatore e presidente di Legambiente (1980-1987). Ancora dopo deputato di PCI e PDS (1987-1994). Poi ancora presidente di Acea, l’Azienda Comunale Energia e Ambiente del Comune di Roma e subito dopo (1996 – 2002) presidente di Enel e membro del consiglio di amministrazione di Wind. Fino al 2008 presidente della società Roma Metropolitane. Dal 2004 al 2012 managing director di Rothschild Italia. In seguito ancora presidente di Telit communications ed ancora presidente di Assoelettrica. E dal marzo di quest’anno presidente di Sorgenia.
Questa, in estrema sintesi, la biografia di uno che ha le idee chiare, un rigore morale stupefacente e soprattutto una coerenza strabiliante. Un vero arrampicatore. Stiamo parlando di Chicco Testa (e, per pudore, non aggiungo altro). Di lui hanno detto: “Enrico Berlinguer si iscrisse giovanissimo alla direzione nazionale del Pci, diceva Giancarlo Pajetta, Chicco Testa si è iscritto giovanissimo alla classe dirigente italiana” (Giorgio Meletti). E ancora: «Da presidente di Lega Ambiente a presidente dell’Enel, il più grande salto del canguro della politica italiana” (Aldo Grasso). E poi “Tra i promotori del ‘no’ italiano all’energia nucleare sancito con i tre referendum del 1987, ci ha ripensato e nel 2008 ha pubblicato il libro Tornare al nucleare?”. (Giorgio Dell’Arti).
Ma perché stiamo parlando di Chicco Testa (e, per pudore, non aggiungo altro)? Perché lo sciagurato, assieme a tale Patrizia Feletig, ha scritto ancora. Non un libro (ne basta uno) ma una sorta di mini pamphlet il cui il titolo da solo è sufficiente a dare la nausea: “Contro (la) natura. Perché la natura non è buona, né giusta, né bella”. Un testo provocatorio sugli eccessi dell’ambientalismo da cui Chicco proviene? No, solo un’infilata di banalità e sciocchezze buone al massimo per i salotti radical chic che Chicco frequenta e per gli ombrelloni di Capalbio. Qualche esempio di concetti fondanti? Eccoli: “I fiumi hanno sempre esondato”; “La vita in campagna era grama, molto grama”. “L’aspettativa di vita è maggiore in una città industrializzata dell’occidente che in una campagna africana o nella steppa russa”. Sublime pensiero. A dimostrazione che la natura è cattiva la riflessione di Chicco è prodigiosa: “Un tifone o un terremoto non sono forse fenomeni naturali?”. E poi giù una serie di slogan: “Le  centrali nucleari  non sono pericolose, forniscono energia  a basso costo e se ci sono incidenti non sono paragonabili a quanta gente ogni giorno muore per altre cause”. “Gli OGM sono buoni e servono a sfamare il mondo”. “Lo sviluppo scientifico e tecnologico ci fa vivere bene e più a lungo e senza il telefonino in caso di incidente non potremo più salvarci”.
Durante una delle presentazioni del suo condensato di pensiero alto, Chicco Testa (e, per pudore, non aggiungo altro) è arrivato a sostenere che non ce la possiamo prendere con chi costruisce case sui greti dei fiumi in secca, “perché allora non prendersela con i Dogi che hanno costruito Venezia sull’acqua?”. Senza commento.

Chicco Testa, Patrizia Feletig

CONTRO (LA) NATURA. Perché la natura non è buona, né giusta, né bella.

Marsilio, 127 pagine, 8,50 euro anziché 10 su internetbookshop.

Incipit. Questo libro
Questo libro è strettamente legato all’ultimo che ho scritto, Se questi sono gli uomini(Chiarelettere 2012). Già allora, durante le presentazioni in varie parti d’Italia, avevo annunciato ai lettori che era mia intenzione andare avanti nel racconto. E soprattutto più in profondità, per cercare di capire meglio cosa c’è attorno alla questione della violenza sulle donne. Ora, nessuno mette più in
dubbio il carattere endemico del fenomeno: basta leggere le statistiche e, purtroppo, anche le pagine dei giornali che quasi ogni giorno riportano casi di donne uccise dai propri compagni o dagli ex.

Prima parte. Gnoccatravels. Avventure nel mondo.  Il TripAdvisor del sesso.
Qualunque parola legata al turismo sessuale si digiti su qualunque motore di ricerca, che sia il nome di un paese, una pratica sessuale, un hotel, un prezziario, nel giro di tre passaggi si finisce sempre sullo stesso sito, Gnoccatravels.com, una specie di TripAdvisor per chi cerca sesso a pagamento.
Continente per continente, nazione per nazione, città per città, ognuno dei milioni di membri della community invia al sito recensioni dettagliate di escort e prostitute di strada: prestazioni, abilità, punti deboli, prezzo ed eventuali margini di contrattazione.
Nato quasi undici anni fa come un semplice blog in cui due ragazzi raccontavano i loro viaggi a sfondo sessuale, Gnoccatravels oggi conta una media di un milione di contatti al mese e centinaia di migliaia di recensioni e gruppi di discussione. I due ragazzi poco più che adolescenti, che per gioco hanno fondato il sito, oggi sono proprietari di un autentico impero. Lo confessano loro stessi a Federico Ruffo, che è riuscito a incontrarli di persona: «Gnoccatravels ci è esploso tra le mani così in fretta che, onestamente, non abbiamo ancora avuto modo di “monetizzare”, stiamo ancora cercando di capire cosa fare» dice il più giovane di loro.

Un libro duro da leggere, soprattutto per chi ha figli adolescenti e conserva un senso della vita e una morale che magari non coincidono in tutto con i precetti cattolici ma che comunque sono improntati al rispetto di sé e dell’altro e, più in generale, a quel tanto di civiltà che impone il riguardo verso i deboli e gli indifesi. Proprio in questo Utilizzatori finali è un libro che graffia e lascia il segno: perché nelle trecento e passa pagine c’è la negazione di tutto quello che ci dovrebbe distinguere dai primitivi, guidati brutalmente dalle pulsioni fisiche. C’è la negazione della vecchia e perfino della recentissima morale iperpermissiva. E purtroppo sotto traccia c’è la spiegazione della frequenza allarmante con cui dalle nostre parti si registrano casi di femminicidio, argomento del libro precedente scritto da Riccardo Iacona: Se questi sono gli uomini, non a caso ricordato nell’introduzione. Infatti, là si parlava della violenza cieca e brutale sulle donne: mogli, compagne, amanti, partner mentre qui si parla di prostituzione minorile. Di ragazzine che si concedono a uomini maturi per avere vantaggi e soldi da spendere no limits; dei tanti uomini che queste ragazzine le pagano e non si fermano davanti ai loro visi adolescenti, ai loro corpi immaturi, fingendo di crederle maggiorenni e infine di coloro che i corpi acerbi li sfruttano, guadagnandoci sopra cifre da capogiro.
Naturalmente nel campionario non potevano mancare gli uomini che non avendo il coraggio o l’opportunità di ‘utilizzare’ ragazzine italiane per pratiche sessuali irriferibili, vanno a cercare ‘merce’ all’estero, nei paesi della fame endemica: Brasile, Messico, Thailandia, dove una bambina si può avere per pochi spiccioli, senza rischi e senza problemi. Basta rivolgersi all’agenzia giusta o andare sui siti internet più mirati, come il ‘Gnoccatravel’, dove è facile orientarsi nella scelta grazie ai feedback degli utenti. Commenti espliciti, volgari, violenti dai quali traspare in modo lampante che un’adolescente di dodici, tredici anni è considerata non una persona, ma una ‘cosa’ affittabile a  ore per il piacere, lo svago, il relax. Esattamente come lo sarebbero un film, un videogioco, una casa di vacanza, un’automobile.
Gran parte del libro, o, meglio ancora, il pretesto per l’inchiesta, è la vicenda delle ‘babysquillo’ dei Parioli, le due minorenni romane, chiamate in queste pagine con i nomi di fantasia Aurora e Azzurra, scoperte a prostituirsi in un appartamento messo a disposizione dal loro sfruttatore, l’uomo che procurava gli incontri e si prendeva la metà degli incassi. Una caso giudiziario che ha fatto tremare mezza Roma e ha portato davanti al giudice molti distinti ‘gentiluomini’ fra cui parecchi personaggi ‘eccellenti’.
Il caso di Aurora e Azzurra, come di tante altre ragazzine come loro perché il fenomeno della prostituzione minorile in Italia sta dilagando, è emblematico: si vendevano non per fame come le coetanee  thailandesi o brasiliane, ma per ricariche telefoniche, ingressi in discoteca, borse e scarpe firmate, vestiti, cocaina. Cioè, accettavano (e accettano) la ‘cosificazione’ di se stesse per vantaggi meschini, frivolezze, riducendosi a oggetti da consumare e poi buttare via senza pensieri, come il contenitore della pizza, cedendo in questo modo ai partner-consumatori  il pieno controllo del loro corpo, cosa che corrisponde al potere assoluto, sia pure momentaneo, di chi paga un oggetto anche fragile, fragilissimo e per il tempo che gli è concesso ritiene di avere il diritto di goderne come meglio desidera.
Al potere assoluto ci si abitua presto e quando lo si ha avuto una volta o si pensa di poterlo avere pagando, non ci si ferma facilmente al primo ‘no’. E allora come non pensare che fra questo ridursi a oggetto, a merce, a ‘vuoto a perdere’ da parte di tante donne giovanissime e la violenza cieca dei maschi abituati a considerare l’abuso un diritto, non ci sia una stretta correlazione?
La ‘cosificazione’ della donna di tutte le età dai dodici anni in su -spiega con fatti, episodi, testimonianze l’autore- dà a un certo tipo di maschio la certezza che la donna affittata per soddisfare le proprie fantasie sessuali, anche le più malate, non è un essere umano con un volto, un nome, un passato, ma un ‘articolo di lusso’. Un sextoy da usare, da consumare in fretta e da dimenticare fino alla prossima occasione. Ovvio che ne scaturisce una sensazione di onnipotenza perversa capace di stravolgere i punti di riferimento, di alterare la percezione di bene e di male, di cancellare ogni remora rendendo legittimi i comportamenti più aberranti. Fino alla violenza estrema.
Un libro importante, da leggere fino all’ultima riga.

Riccardo Iacona

UTILIZZATORI FINALI. Sesso, potere, sentimenti. Il lato nascosto degli italiani.

Chiarelettere, 193 pagine, 11,56 euro anziché 13,60 su internetbookshop. Disponibile anche in eBook a 9,99 euro.

Incipit. L’Inferno.
L’inferno esiste e io ci sono stato.
Mi hanno sequestrato, imprigionato e torturato. Prigioniero per trecentosettantatre giorni.
Hanno tentato di farmi sparire nel nulla. Con me dovevano sparire anche i risultati del mio lavoro. Un’indagine lunga e difficile con un nome che forse non dice molto ma significa moltissimo: supernotes.
Il mio inferno è cominciato in Italia ma si è consumato in Cambogia. Sono finito nel campo di Prey Sar. Un  lager autentico, dove ero l’unico occidentale. Ero solo. Della mia vicenda non si parlava e, finora, non se ne è mai saputo niente. Silenzio. In Italia è stata tenuta nascosta. Istituzioni e magistratura sono restate sorde alle suppliche della mia famiglia, del mio avvocato, dei pochi che sapevano. Malgrado le evidenze. Malgrado le leggi dello stato.
Il 4 aprile 2009 è stato il mio ultimo giorno di prigionia. Sono fuggito. Come vi sia riuscito lo racconto in questo libro scritto insieme a Luigi Carletti con il quale per mesi ho condiviso un paziente, sofferto viaggio a ritroso.
Ma non raccontiamo solo l’inferno.
Ricostruiamo la mia inchiesta sulle supernotes e ciò che ha preceduto questo periodo. Raccontiamo una vita. Perché per trent’anni sono stato un agente sotto copertura dell’intelligence italiana ‘prestato’ ora ai ROS ora alla CIA, ora ad altri servizi di Paesi alleati. Nome in codice Kasper. Ma sono stato anche Hornet, Stingray, Comandante Carlos  altri ancora.

Supernotes: parola pericolosa come la corrente ad alta tensione: chi indaga muore.
Le Supernotes sono ‘dollari falsi ma veri’, stampati fuori dagli USA con lo stesso armamentario tipografico e la stessa carta utilizzati dalla zecca dello zio Sam. Montagne di dollari, prodotti negli “Stati canaglia” e chissà in quanti altri Paesi compiacenti. Banconote da cento assolutamente identiche ‘same-same but different’ a quelle autentiche delle quali duplicano i numeri di serie, impossibili da rintracciare dagli scanner più sofisticati utilizzati dalle banche. Ogni tanto delle supernotes si parla. Molti le ritengono una leggenda anche se è capitato che apparissero in indagini aventi per oggetto traffici internazionali di armi e di droga. Ma l’argomento non è mai finito in prima pagina sui giornali. Qualche ‘taglio basso’, poche righe di spalla e poi di nuovo il silenzio. Il grande pubblico non deve sapere. Delle supernotes non si deve parlare. Eppure si tratta di bilioni, trilioni di dollari che anni fa hanno provocato una grossa crisi finanziaria sui mercati asiatici, ma appena un cronista ne accenna subito tutto viene messo a tacere perché la loro produzione e la loro circolazione, soprattutto in Asia ma, si teme, anche in Medio Oriente (dovunque tranne che negli USA), sembra goda di strane protezioni molto, molto in alto.
L’agente Kasper, ex carabiniere diventato un super 007 dell’intelligence italiana, in questo libro scritto insieme con il giornalista di Repubblica Luigi Carletti, racconta il suo incontro ravvicinato con le supernotes in Cambogia, a Phnom Penh: un privilegio pagato con un anno nell’inferno del lager di Prey Sar, in Cambogia, da dove è riuscito a evadere con l’aiuto di un diplomatico francese. O, forse, non era un diplomatico ma una ‘barbafinta’ come Kasper: nel mondo delle spie tutto può essere il contrario di tutto.
L’operazione che aveva condotto Kasper sulle tracce delle supernotes, quella che è stata anche la causa del suo sequestro, era stata voluta dalla CIA, che gli aveva affidato l’incarico tramite un proprio operativo. Un’operazione autorizzata, dunque. E tuttavia, né le procure italiane né gli americani hanno mosso un dito per liberarlo. A nulla sono serviti i tentativi di portare il caso dell’agente Kasper all’attenzione del ministro degli Esteri e nessuna procura ha intestato fascicoli sul sequestro dell’italiano in Cambogia e sulla sua l’ingiusta detenzione. Non solo, ma ai tentativi del suo avvocato di ottenere risposte, è sempre stato opposto il silenzio. Stesso atteggiamento da parte delle autorità americane. “Don’t touch it” vietato toccare. Perché?  “Dead men tell no tales”: i morti non parlano: così ha risposto un membro del Congresso a chi si stava interessando alla sorte di Kasper.
Internato a Prey Sar con quale motivazione? A carico di Kasper non risultano e non sono mai risultati provvedimenti delle autorità cambogiane né delle autorità americane. Sul suo caso nessuna richiesta risulta essere mai pervenuta alla Procura della Repubblica. Sul suo sequestro non risulta essere stata aperta nessuna indagine da parte delle autorità italiane competenti. Il suo destino, se il diplomatico/agente francese non si fosse interessato, sarebbe stato quello di morire nel lager per mano di un guardiano intemperante o di un altro internato. Kasper, protagonista di azioni spettacolari messe a segno contro i trafficanti di droga colombiani, due delle quali: Operazione Sinai e Operazione Pilota, sono rimbalzate su tutti i media, avrebbe dovuto sparire portando con sé i suoi segreti. I segreti delle supernotes.
Questo libro, che si legge come una spy story, racconta vicende vere con tanto di nomi e cognomi dei protagonisti. Anche i nomi in codice degli agenti di intelligence sono quelli utilizzati nel corso delle operazioni. E questa precisazione apre un sipario su una realtà allarmante: chi ha interesse a produrre montagne di dollari (ma forse, chissà, magari anche di euro) dei quali non esiste traccia perché sono doppioni di quelli veri? Chi e cosa viene finanziato con questa montagna di denaro? La risposta potrebbe essere sotto gli occhi di tutti. Forse ci arriva ogni giorno attraverso o telegiornali.
Una storia che fa impallidire quelle di Ian Fleming a dimostrazione che la realtà è sempre un passo avanti. A renderla avvincente, addirittura irresistibile, contribuisce in larga misura lo stile di Carletti degno dei migliori narratori americani.

Agente Kasper, Luigi Carletti

SUPERNOTES

Mondadori, 392 pagine,  9,35 euro anziché 11,00 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 6,99 euro

Incipit. Dalla prefazione di Luigi Ciotti;
Ci si sente piccoli piccoli dopo aver letto le parole che Daniela Marcone scrive nella postfazione per accompagnare i bei disegni che illustrano la vita del padre e la vicenda tragica che lo portò alla morte. Daniela sottolinea che per sopportare una tale ingiustizia e impegnarsi perché fosse riconosciuta e, per quanto possibile, riparata, si è costretta a guardarla dall’esterno, come farebbe un cronista, come se la persona a cui non smetteva di pensare e su cui non cessava di accumulare carte e documenti non fosse suo padre. “Nessun figlio dovrebbe essere costretto a questo” scrive.
Sono parole a cui è difficile aggiungere qualcosa. Per farlo mi appello all’affetto e alla stima che provo per Daniela, donna che ha avuto la forza d’animo e la generosità di trasformare il grande dolore che ha colpito lei e il caro fratello Paolo in servizio alla comunità.
Francesco Marcone era un funzionario dello Stato, direttore dell’Ufficio del Registro di Foggia. Funzionario è però una parola che può ingannare, suggerire l’idea di un’esistenza grigia, imbalsamata, scandita dalle stesse procedure e protocolli di cui si fa garante.

Francesco Marcone direttore dell’Ufficio del registro di Foggia fu ammazzato sulle scale di casa sua, mentre rincasava, la sera del 31 marzo 1995. Era un pubblico funzionario puntigliosamente ligio al proprio dovere e soprattutto incorruttibile. Un uomo che, secondo certi ambienti, doveva essere tolto fisicamente di mezzo perché era d’intralcio a lucrosi affari nel settore immobiliare che, proprio in quegli anni, nella città garganica e in tutta la Capitanata era in grande espansione.
La tragica fine di Marcone, che ricalca quella del liquidatore del Banco Ambrosiano, Giorgio Ambrosoli, non ha mai avuto l’onore delle prime pagine sui quotidiani nazionali tanto è vero che per vent’anni il suo sacrificio è rimasto sconosciuto ai più. I media non se ne sono occupati. Solo Michele Santoro, all’epoca autore e conduttore di Tempo reale, gli ha dedicato una puntata a cui hanno partecipato i figli della vittima, Daniela e Paolo.
Naturalmente mandanti ed esecutori del delitto sono ancora sconosciuti. Di testimoni, neanche l’ombra. In compenso la figura morale e professionale di Francesco Marcone ha rischiato di essere sepolta sotto la solita valanga di fango mentre più volte la Procura di Foggia ha tentato di archiviare stante l’impossibilità di procedere con le indagini per la  mancanza di collaborazione  da parte di
“soggetti inseriti nel circuito sano della società civile, chiaramente venuti meno a quel dovere civico di collaborazione, che riguarda ogni cittadino”,

come ha scritto il Gip Luca Navazio, nell’ultima ordinanza di archiviazione.
Francesco Marcone colpevole di onestà è una graphic novel a colori realizzata dal fumettista Remo Fuiano in collaborazione con Libera Puglia.

Remo Fuiano

FRANCESCO MARCONE COLPEVOLE DI ONESTA’

Prefazione di Luigi Ciotti, postfazione di Daniela Marcone

La Meridiana, 52 pagine, 12,00 euro. Disponibile su
http://lameridiana.bigcartel.com/cart

Incipit. Prologo.
Dal XV secolo in poi, tutta l’Europa fra gli uomini che avevano pratica di lettere, era d’uso tenere un proprio diario. Così ci sono giunte testimonianze da gente comune, ma anche da personaggi storici spesso famosi, maschi e femmine. E noi ne abbiamo approfittato per arricchire le nostre ricerche di periodi in cui pochi erano i giornali, e i testi stampati circolavano facilmente solo fra le classi agiate.
Prima parte.
L’autore più importante di queste memorie riapparse è nientemeno che Cristiano VII, re di Danimarca e Norvegia. Il testo che abbiamo avuto la fortuna di ritrovare inizia così.
“Stamane mi sono svegliato proprio in salute. Neanche uno spizzico di male al capo, mi sono ritrovato con un cranio senza peso, libero, e inoltre muovendo la schiena, non ho dovuto né sopportare gli scricchiolii, né respirar con gemiti. Insomma, sono proprio in luna festante, come non mi succedeva da tempo. Ho sbattuto via coperte e lenzuola, ho lanciato le gambe con forza fuori dal letto e mi sono ritrovato subito all’impiedi in perfetto equilibrio, senza manco un accenno di tremore.

Dario Fo, premio Nobel per la letteratura nel 1997, autore di centinaia di commedie molte delle quali scritte con Franca Rame, non smette di provocare e soprattutto di graffiare le stolide certezze del potere fine a se stesso, autoreferenziale, presuntuoso e rapace. La sua ultima fatica letteraria è un romanzo storico solo all’apparenza, perché in realtà, benché sia costruito sulla base di ricerche rigorose, è un feroce ossimoro. Infatti ripercorre il passaggio su questa terra di un monarca tanto folle quanto illuminato, seminando il dubbio che per ben governare le due condizioni siano inscindibili.
Il giovane re Cristiano VII, probabilmente affetto da schizofrenia paranoide o da un disturbo bipolare che gli regalava sprazzi di assoluta lucidità, era considerato fin dall’infanzia irrimediabilmente matto. Per questo nessuno fu felice quando, appena diciassettenne, il 14 gennaio 1766, dovette succedere al padre Federico V. Meno di tutti lo fu la sua matrigna, la regina vedova Giuliana Maria di Brunswick- Lüneburg, sposata al re in seconde nozze, che avrebbe voluto la corona per il proprio figlio Federico.
Sposato con la cugina quindicenne Carolina Matilde di Gran Bretagna, Cristiano sembrò migliorare anche se alla compagnia della moglie preferiva di gran lunga quella del proprio medico, il tedesco Johann Friedrich Struensee, uomo colto e appassionato alle nuove idee che infiammavano l’Europa: quelle degli illuministi: Voltaire, Diderot, d’Alambert. Un disamore che se per la povera Carolina equivalse a una condanna all’infelicità, per il regno si rivelò una fortuna. Infatti il dottor Struensee, divenuto amico intimo del re tanto da essere incluso nel Consiglio di Stato, riuscì a trasmettere il proprio pensiero al sovrano e alla povera Carolina Matilde, della quale divenne l’amante.
Fra il medico-consigliere, il re e la regina in breve finì per instaurarsi un folle triangolo politico-amoroso con risvolti di un progressismo assolutamente impensabile per il Paese, ma nefasto per i tre sventurati.
Sotto la guida di Struensee, che oltretutto era un clinico eccezionale perché le sue cure rallentarono in Cristiano il progredire della malattia, il ‘re pazzo’ introdusse riforme politiche, economiche e sociali fin troppo avanzate. Tanto per cominciare chiamò a corte scienziati, filosofi, letterati di grande valore, poi  riformò il sistema giudiziario e abolì la tortura; con semplici decreti abolì anche quei privilegi di casta che a pochi chilometri di distanza, in Francia, venivano affogati nel sangue; introdusse la libertà di stampa, di pensiero e di commercio; liberò i servi della gleba stabilendo per tutti  il giusto salario; favorì  l’istruzione e introdusse il sistema della tassazione commisurata al reddito. Una rivoluzione pacifica, che fece della Danimarca settecentesca un’utopia ma che, ovviamente, non poteva durare e non durò.
Approfittando dell’aggravarsi delle condizioni di Cristiano, la matrigna Giuliana Maria lo spinse a condannare a una morte orribile il dottor Struensee sottoponendogli le prove inoppugnabili dell’adulterio di Carolina Matilde che, dal canto suo, fu esiliata a Celle (Hannover) dove morì a 23 anni. A questo punto la reggenza passò al fratellastro Federico, che ripristinò privilegi, ingiustizie sociali e torture.
Ma si possono uccidere le persone, non le idee. Quando la corona toccò al figlio di Cristiano VII anch’egli di nome Federico, ecco che buona parte del disegno illuminista di Struensee fu ripreso. Molte delle riforme vennero ripristinate in modo assolutamente pacifico, senza spargimenti di sangue né esecuzioni sulla pubblica piazza, ma con la sola forza del confronto politico.
Costruito sulle pagine dei diari segreti dei protagonisti, questo libro, che presto diventerà una pièce teatrale, risulta talmente suggestivo da trasportare i lettori in un’epoca tanto lontana nel tempo eppure incredibilmente vicina.

Dario Fo

C’È UN RE PAZZO IN DANIMARCA

Chiarelettere, 145 pagine 145 (con illustrazioni a colori), 11,92 euro anziché 13,90 su internetboopkshop. Disponibile in Ebook a 4,99 euro.