Adele Marini

La rubrica "Novità editoriali" di Misteri d'Italia è tenuta da Adele Marini, giornalista professionista, specializzata in cronaca nera e giudiziaria, autrice di diversi libri tra cui il noir 'non fiction' Milano, solo andata (Frilli editori, 2005), pubblicato anche in Germania, con cui ha vinto nel 2006 il Premio Azzeccagarbugli per il romanzo poliziesco. Nel 2007, sempre con Frilli, ha pubblicato Naviglio blues, anch'esso tradotto in tedesco. Attualmente è in libreria con l'eBook Arriva la Scientifica (editrice Milanonera), secondo volume della collana Scrivi noir: i fondamentali della scrittura d'indagine dedicata alle procedure investigative e giudiziarie.

Incipit: “Non sono contro la polizia, ne ho solo paura”. In fondo la questione è già tutta qui, nascosta in questa battuta del maestro del thriller, Alfred Hitchcock. Possiamo fidarci della polizia e nello specifico di quella italiana?
La polizia ha sempre funzionato come termometro di una democrazia. Più è presente nella società, meno quella società è libera e democratica. Nessuno Stato può fare a meno della polizia, ad essa è affidato l’ordine pubblico, la difesa della proprietà privata, l’incolumità delle persone. Il sacrificio di una piccola porzione di libertà individuale vale la pena se in cambio tutti si sentono più sicuri.
Sembra semplice, ma nell’Italia di questo inizio Duemila le responsabilità e i ruoli sono saltati e noi cittadini liberi ne abbiamo fatto le spese. Troppi abusi, violenze gratuite, torture addirittura. In alcuni casi, come a Genova 2001, abbiamo assistito ad una pianificazione della violenza che ha coinvolto direttamente le più alte cariche istituzionali e politiche. Inutile nascondersi dietro le responsabilità personali. Le mele marce non piovono dal cielo.
E’ successo che i gruppi che hanno controllato e controllano i vertici del Dipartimento della pubblica sicurezza hanno potuto permettersi, o consentire ai loro fedelissimi, comportamenti al di sopra delle regole delle istituzioni.
(…) Perché è potuto accadere tutto questo? Come mai il potere politico, parte della magistratura e della stampa non sono riusciti o non hanno voluto bloccare e punire fino in fondo comportamenti, responsabilità e scelte strategiche che rappresentano una minaccia per la democrazia? Quello che proveremo a fare in queste pagine è svelare il “mal di polizia”.

Lo avete già capito. Questo è un libro scomodo. Scomodo davvero. Un libro che avrà poche recensioni, pochi o nessun passaggio televisivo, e che per farsi conoscere dovrà, per forza di cose, affidarsi al web e soprattutto al passaparola. E noi per primi il passaparola vogliamo cominciare a farlo perché questo è un libro importantissimo e coraggioso, perché, in perfetto stile giornalismo investigativo, va a mettere il dito in una piaga che ormai è malata e purulenta: Ormai non si tratta più di comportamenti isolati, di “poliziotti che sbagliano”, di “incidenti sul lavoro”, ormai la polizia è diventata un problema per questo Paese. Un problema serio.
E’ vero, non si deve mai generalizzare. I “fedeli servitori dello Stato”, probabilmente, sono ancora in maggioranza. Ma quando è il “sistema polizia” a non funzionare allora bisogna cominciare a riflettere. Quando sono le cordate che si muovono in maniera troppo coordinata, mettendo nei posti chiave e di controllo sempre i soliti nomi. Quando un capo della polizia come Gianni De Gennaro, pur essendo incappato anni prima nell’allegra gestione di un “pentito” come Totuccio Contorno, resiste, immobile e intoccabile, per sette anni attraverso due governi diversi (Berlusconi e Prodi), scivolando via dalle maglie della magistratura anche per i fattacci di Genova 2001 (non era forse lui il massimo responsabile dell’ordine pubblico?) e poi diventa capo di gabinetto del ministero dell’Interno (governo Prodi), Commissario straordinario (governo Berlusconi), direttore dei servizi segreti civili (altro governo Berlusconi), sottosegretario (governo Monti), presidente di Finmeccanica (governo Letta), allora c’è qualcosa che non va.
De Gennaro è davvero così bravo o forse è solo troppo potente?
Negli anni Cinquanta/Sessanta, non un poliziotto. ma un carabiniere, il generale Giovanni De Lorenzo, fece una folgorante carriera all’ombra del potere politico democristiano. E poi sappiamo come è finita.
Ma la cosa ancora più preoccupante è che a sostituire De Gennaro, mentre lui saliva le scale del potere, erano sempre suoi uomini fidatissimi: Manganelli prima, Pansa poi. Sono ammissibili cordate in un corpo dello Stato?
E le cordate, prima o poi, non si trasformano forse in partiti, come è accaduto, appunto, per il Partito della Polizia, un partito che premia e copre i colpevoli e affossa chi osa mettersi di traverso?
Ma in questo libro non si parla solo di cordate, ma anche di fatti e soprattutto di misfatti. Si comincia da un modo, per così dire, disinvolto che la polizia adottò negli anni di piombo per combattere il terrorismo. E tra quei metodi c’era anche, per ammissione degli stessi poliziotti coinvolti, anche la tortura, come nella Spagna franchista o nell’Argentina dei generali.
Oltre al capitolo di Genova 2001 (“botte e menzogne”), ci sono poi i pestaggi gratuiti di manifestanti (Napoli 2000), la smaccata impreparazione a sostenere l’ordine pubblico, il delirio dei pestaggi davanti agli stadi, il caso Aldrovandi, Cucchi, Uva e simili, le renditions illegali come nel caso Shabalayeva, e poi le ruberie, gli appalti segreti, mai così organizzati come in questi ultimi anni.
La polizia è da riformare? Voi che ne dite? Leggete questo libro e ne riparliamo. (SP)

Marco Preve

IL PARTITO DELLA POLIZIA. Il sistema trasversale che nasconde la verità degli abusi e minaccia la democrazia

Chiarelettere, 259 pagine, 11,82 euro anziché 13,90 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 9,99 euro.

Incipit: Premessa alla nuova edizione: Quell’estate del 1991.
Nel giugno del 1991, terminata la prima stesura di questo libro, ero giunta alla conclusione che il presidente del Banco ambrosiano, Roberto Calvi, era stato ucciso nell’ambito della lotta tra i clan mafiosi perdenti evincenti di Cosa nostra siciliana. Non solo. L’omicidio di Calvi rappresentava a mio avviso la cartina al tornasole dei rapporti tra finanza, politica e il sottostante mondo
criminale.
Una tesi molto ardita, a quei tempi, alla quale ero arrivata ricomponendo le tessere di un puzzle assai complicato disseminate fra atti, documenti ufficiali, giudiziari e non, e fonti aperte.

Trent’anni dopo. Vito Roberto Palazzolo, «The Godson».
Il 19 dicembre 2013 si conclude un ciclo. Rientra in Italia Vito Roberto Palazzolo, il finanziere della mafia, secondo le accuse che lui ha sempre respinto.
Finanziere senz’altro e uomo d’affari. Sessantasei anni, nato a Terrasini, in Sicilia, cittadino svizzero, cresciuto in Germania, versato nella finanza e nel commercio dei diamanti, e intermediario in Africa di commesse di armi, si è spostato in Sudafrica a meta degli anni Ottanta sotto la falsa identità di Robert von Palace Kolbatschenko. Nel marzo del 2009 la Corte di Cassazione ha confermato definitivamente una sentenza a nove anni di carcere inflittagli nel 2006 per associazione mafiosa. E accusato di essere il tesoriere della mafia di Bernardo Provenzano, il boss arrestato a Corleone nell’aprile del 2006, e del suo predecessore Salvatore Riina, entrambi condannati all’ergastolo. Palazzolo ha sempre proclamato la sua innocenza, si considera un perseguitato della stampa, dei politici e degli opportunisti. Il suo nome era inserito nella lista dei trenta super ricercati del ministero dell’Interno. La sua era la scheda numero 15.

Dalla prefazione di Nando dalla Chiesa. L’Italia dei cassetti:
Questa immagine consolidata è una volta di più quella che meglio si presta a descrivere lo sfondo o la sostanza ultima di un racconto, di un verbale d’interrogatorio o d’un libro.
Questa volta i cassetti sono particolarmente capienti, e custodiscono materiale altrettanto scottante. Sono, quelli rovistati con pazienza e acribia da Maria Antonietta Calabro, i cassetti del caso Calvi, della vicenda dell’Ambrosiano e di un suicidio-omicidio dalla chiarissima matrice politico-mafiosa.

Questo libro è un’inchiesta giornalistica che ripercorre trent’anni di storia nera del nostro Pese.
Prima la morte del banchiere Roberto Calvi, il cui corpo fu rinvenuto il 18 giugno 1982 impiccato a una trave del ponte londinese dei Black Friars, location che già di per sé avrebbe dovuto ispirare la direzione da dare alle indagini ma che fu ignorata per decenni durante i quali imperò l’oblio. Poi il crac del banco Ambrosiano, legato alla morte di Calvi. Poi gli scandali nei quali è stato coinvolto lo IOR che, per decenni, non è stato propriamente quell’Istituto per le Opere di religione che avrebbe voluto far credere. E infine, su tutto, l’ombra lugubre degli interessi mafiosi intrecciati strettamente con quelli della politica e di quel malaffare in senso lato che è perdita di senso morale e della giustizia.
Uscito per la prima volta nel 1991, questo saggio della giornalista Maria Antonietta Calabrò contribuì all’epoca a far riaprire le indagini sulla morte di Calvi. Oggi quest’edizione riveduta e integrata va letta con attenzione alla luce delle nuove inchieste sugli intrecci madia-politica, perché riannoda fili del passato fino a delineare sullo sfondo dei singoli eventi la fitta ragnatela che ha imprigionato il nostro paese.
La morte di Calvi e il crac dell’Ambrosiano segnano «I due i punti fermi raggiunti dal 1991 a oggi. Il primo è che Calvi è stato ucciso, non si è suicidato. Il secondo è che lo IOR, la banca vaticana che attraverso società estere aveva, di fatto, il controllo del Banco Ambrosiano, riciclava soldi della mafia. […]»,  ha spiegato la stessa autrice in una lunga intervista rilasciata a Mariagloria Fontana di MicroMega. «Dobbiamo ricordare che lo scenario è quello di una lotta sanguinosa a Palermo agli inizi degli anni Ottanta con centinaia di morti: una drammatica guerra tra famiglie mafiose».
Ma se sullo IOR oggi sta dando di ramazza papa Bergoglio che, a questo proposito, ha indetto proprio nel febbraio scorso il cosiddetto ‘G8 della Chiesa’, nella società civile la presa di coscienza che si debba finalmente fare chiarezza sui fatti che hanno insanguinato l’Italia e creato il presupposto per l’attuale deriva morale, è ancora lontana.
«Per quanto concerne i colpevoli dell’omicidio di Calvi, l’esito dell’ultimo processo è stato nullo: tutti gli imputati […] sono stati assolti nel novembre 2011 in Cassazione dall’accusa di concorso in omicidio volontario», spiega Maria Antonietta Calabrò. «E l’omicidio Calvi è solo il primo dei tanti episodi nerissimi che hanno costellato gli ultimi quarant’anni».

Il cammino è ancora lungo.

Maria Antonietta Calabrò

LE MANI DELLA MAFIA. Finanza e politica tra Ior, Banco Ambrosiano, Cosa nostra. La stroia continua…

Chiarelettere, 409 pagine, 11,90 euro anziché 14,00 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 9,99 euro.

Incipit: Da Visone a La Grand’Combe.
Il lungo cammino di Giovanni Pesce parte il 22 febbraio 1918 da Visone d’Acqui, in provincia di Alessandria, un piccolo borgo che si snoda lungo la linea ferroviaria Asti-Acqui Terme-Genova e sulla statale del Turchino.
Giovanni vive i primi anni di vita in una casa nel centro  del paese, vicino alla chiesa dedicata agli apostoli Pietro e Paolo e all’abitazione del parroco, sulla riva destra della Bormida, verso tramontana, tra vecchie costruzioni tirate su in collina, i ruderi del castello Malaspina del XIV secolo, una torre merlata da cui si gode un bel panorama su tutta la valle, le cave utilizzate per la pietra da taglio, il torrente Visone, che lambisce il centro abitato verso nord, e il rio Caramagna, poco più di un rigagnolo d’acqua.
A quel tempo la Bormida, che scorre accanto a Visone, è già inquinata dalle lavorazioni nella fabbrica di esplosivi Sipe di Cengio, poi rilevata dall’Acna.

 

Raccontata oggi, in un’epoca di individualismo esasperato, mentre il senso di appartenenza alla nazione degli italiani non è mai stato così basso, questa storia sembra una fiction: la trama assolutamente improbabile di uno degli sceneggiati di Raiuno, interpretati da attori e attrici che sembrano appena usciti dalla casa del Grande Fratello. Invece la vicenda politica e personale di Giovanni Pesce, nomi partigiani Ivaldi e Visone e di Onorina Brambilla, detta Nori, nome partigiano Sandra, è storia recente, reale, ancora viva nella memoria dei tanti che li hanno conosciuti. E la storia di un uomo e una donna che, giovani negli anni del fascismo, hanno rischiato la vita ogni giorno per anni. Giovanni infatti ha conosciuto il confino a Ventotene che non era certo una vacanza, mentre a Nori sono toccate le torture e la deportazione del lager di Bolzano. Tutto, per regalare alle generazioni future un paese libero dalla dittatura fascista e in pace.
Qualcuno, in questa Italia che da anni ha sdoganato il fascismo e tentato persino di riscrivere la storia, che si è permessa di assimilare il sacrificio dei liberatori antifascisti alle gesta esagitate dei “i ragazzi di Salò”, si è mai domandato che ne è stato del sacrificio dei partigiani come Giovanni e Nori? A cosa sia valso rischiare la vita per far ripartire il Paese da una pagina nuova?
Giovanni Pesce, comandante partigiano responsabile dei Gap di Torino e di Milano, è stato un protagonista della Resistenza e della Liberazione. Giovanissimo ha aderito al Partito comunista e combattuto nelle Brigate internazionali contro Franco. Tornato in Italia, viene catturato e mandato al confino a Ventotene, una specie di Cayenna del Mediterraneo. Lì però avviene il suo incontro con i grandi dell’antifascismo e per lui, giovane proletario emigrato dalla Francia e con poca istruzione, è una specie di folgorazione.  Liberato  dopo l’8 settembre del  ‘43, dopo l’arresto di Mussolini e l’armistizio, inizia la clandestinità costellata di azioni militari diventate leggendarie.
Proprio in quel periodo, a Milano, città stremata e affamata, nella quale esistono luoghi di dolore e di tortura come Villa Triste, i due ragazzi si  incontrano. E’ subito amore e giurano di non lasciarsi più. A separarli sarà l’arresto di Nori, caduta in una trappola tesale un seguito a una delazione.
Nori viene torturata e poi avviata al campo di concentramento di Bolzano dal quale viene liberata il 7 maggio 1945.
Oggi ‘Visone’ e ‘Sandra’ riposano nel Famedio, il tempio dei cittadini illustri della città di Milano.
Una storia da non perdere. Godibile come un romanzo, intensa, ricca di dettagli che non si trovano sui libri di storia soprattutto dopo le recenti ‘revisioni’, che  ripercorre, con la prosa elegante e fluida da “teatro narrativo sociale” di Daniele Biacchessi, anni terribili dei quali si rischia di perdere la memoria.

 

Daniele Biacchessi (in collaborazione con Tiziana Pesce)

GIOVANNI E NORI. Una storia di amore e di Resistenza

Laterza, 175 pagine, 13,60 euro, anziché 16,00 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 9,99 euro.

Incipit: Introduzione.
«L’Italia è un Paese senza memoria e senza verità e io per questo cerco di non dimenticare».
Difficile non sottoscrivere quest’affermazione che Leonardo Sciascia fece in un’intervista subito dopo la morte di Aldo Moro. Fin troppo facile, invece, più di trent’anni dopo, riconoscere che l’Italia resta ancora oggi un Paese senza memoria.

La prigione che nessuno voleva trovare. Il luogo degli ultimi giorni.
«Quando suonai il campanello al piano rialzato di via Montalcini numero 8, interno 1, venne ad aprirmi la porta una signora. Ero accompagnato dal maresciallo dei carabinieri Cosimo Lagetto, mio collaboratore da molti anni. Eravamo alla ricerca del “carcere del popolo” delle Brigate rosse in cui Moro, per cinquantacinque giorni, era stato tenuto rinchiuso».
Era il giugno 1980
         Imposimato: Buongiorno signora, probabilmente Moro è stato tenuto 
         prigioniero in questa casa.
         Signora: Mi sembra strano. Deve esserci un equivoco. Non so nulla di
         questa storia.
         I: Può dirmi chi le ha venduto la casa?
         S: L’abbiamo comprata neppure due anni fa da una signora, mi sembra
         si  chiamasse Cambi.
         I: E’ certa che non si chiamasse Braghetti? Avrebbe dovuto avere una     
         trentina d’anni

Trentasei anni fa come oggi, Aldo Moro era prigioniero della colonna romana delle Brigate rosse. Trentasei anni fa come oggi, la lancetta dell'allarme democratico si era già assestata sul rosso stabile. Trentasei anni fa, come oggi, c'era una gran confusione a tutti i livelli dello Stato e delle istituzioni. Solo una cosa era ben chiara: non si sarebbe fatto alcun tentativo per salvare la vita del presidente della Dc, rapito dalle Br il 16 marzo 1978, mentre si apprestava a recarsi in parlamento a votare la fiducia al IV governo Andreotti, il cosiddetto “governo di solidarietà nazionale”, costituito dopo un’accesa riunione notturna nel corso della quale era stato deciso l'ingresso del Pci nella maggioranza programmatica e parlamentare.
Perché, dopo la strage in via Fani si fece di tutto per non scoprire l'appartamento di via Montalcini appartenente alla brigatista Anna Laura Braghetti in cui, salvo future scoperte capaci di reggere ai riscontri oggettivi, sembra che Moro sia stato tenuto prigioniero per la maggior parte del tempo? Perché non ci fu alcun tentativo, né palese né occulto, di trattare con i rapitori, a differenza di quanto sarebbe avvenuto invece tre anni dopo, quando per liberare, sempre dalle Br, l'assessore democristiano Ciro Cirillo, lo Stato non esitò a chiedere la mediazione dei camorristi di Raffaele Cutolo?
E, ancora, chi sparò a Moro? Da quanti uomini era composto il commando che agì in via Fani? Chi guidava la motocicletta che vari testimoni sostennero di aver visto quel mattino?
A proposito della motocicletta: proprio in questi giorni si è aperto il dibattito sui  ‘due della Honda blu’ grazie al racconto a un giornalista dell’ANSA di un ispettore di polizia in pensione: Enrico Rossi, il quale ha a lungo indagato sull’identità dei due motociclisti che si sarebbero trovati in via Fani quel mattino. Secondo le sue affermazioni, sarebbero stati uomini dei servizi segreti agli ordini del colonnello Guglielmi il quale, guarda caso, quel mattino alle 9,30, si trovava anche lui in via Fani.
Ma i misteri non finiscono qui. Cosa avvenne veramente la notte della seduta spiritica a cui partecipò anche Romano Prodi e nel corso della quale venne fatto il nome Gradoli? Che ruolo ebbero la Cia e  i servizi segreti dell’Est nella vicenda? Chi e cosa copriva a scuola di lingue parigina, Hyperion?
Questo libro, scritto a quattro mani dal magistrato Ferdinando Imposimato che fu giudice istruttore per la strage di Via Mario Fani e il sequestro di Aldo Moro, e dal giornalista investigativo Sandro Provvisionato, direttore della testata Misteri d’Italia che ospita questa rubrica, nel 2008, anno della pubblicazione, era tornato sul caso più misterioso della nostra storia recente scoprendo inediti scenari e ripercorrendo quei maledetti giorni della prigionia fino all’assassinio del presidente democristiano. Il risultato di questa fatica all’epoca aveva aperto scenari nuovi e inquietanti. Per esempio: almeno in otto occasioni Moro poteva essere salvato, ma nelle stanze del potere qualcuno tramò perché non si cercasse l'ostaggio e perché alla fine venisse giustiziato. 
Giustiziato fisicamente, da chi?
Ordini di cattura bloccati; collegamenti (provati) con la Raf, la formazione combattente tedesca di estrema sinistra;  l'irremovibile fermezza del trio di ferro: Giulio Andreotti, presidente del Consiglio, Francesco Cossiga, ministro dell'Interno, Nicola Lettieri, sottosegretario all’Interno, nel respingere ogni tentativo di trattare con i sequestratori; i verbali del Comitato di crisi nascosti per lungo tempo...  
Eppure oggi come ieri è ancora buio. Dalla rilettura di quelle pagine, ancora attualissime, che sono storia  emerge  il labirinto di un'inchiesta iniziata nove giorni dopo il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro nel bagagliaio della Renault rossa, in via Caetani, luogo non casuale, visto che l'auto col suo macabro contenuto era stata parcheggiata in un punto esattamente equidistante dalla sede della Dc, in via Del Gesù, e quella del Pci, in via Botteghe oscure.
Un messaggio in perfetto stile mafioso?
Scenario su cui però, dopo un leggerissimo fermento, si era posata altra polvere.
La sensazione che nasce oggi, rileggendo Doveva Morire e ripercorrendo quei passi, è densa di inquietudine e di sospetti. Ma bisogna vincere la ripugnanza ad affrontare uno dei fatti più vergognosi della storia occidentale se si vuole capire il come e il perché dei tragici eventi successivi su cui anche oggi, a distanza di trentasei anni, sembra manchi ancora la volontà di fare luce.
Nel libro ripubblicato in eBook gli autori non tirano conclusioni e non azzardano ipotesi che, peraltro, si azzardano da sole. Semplicemente lasciano che, una volta tanto, a parlare siano i documenti (molti dei pubblicati nell’appendice),  i verbali dell'epoca, le testimonianze dei protagonisti che, più e meglio di qualsiasi ricostruzione, raccontano chi c'era, chi sapeva chi ostacolava e chi tramava, lasciando intravedere dietro le quinte l'ombra di forze oscure e di quel club per gentiluomini che anni dopo avrà un nome: P2.
E non soltanto.

Ferdinando Imposimato, Sandro Provvisionato

DOVEVA MORIRE. Chi ha ucciso Aldo Moro. Il giudice dell'inchiesta racconta

Chiarelettere, 344 pagine, 13,26 euro anziché 15,60 su internetbookshop. Disponibile in ebook a 9,99 euro

Incipit: Mi ha colpito un video postato su You tube, di un programma della televisione bosniaca, “60 minuta”. Si apre sul primo piano di un uomo che parla in serbo al telefono, uno di quegli ingombranti Motorola che si usavano nell’ultimo decennio del ventesimo secolo. Con la mano libera (la destra) si arruffa i capelli e poi gesticola, per precisare quel che sta dicendo, anche se il suo interlocutore non lo può vedere e la sua enfasi va perduta. E’ robusto, con un faccione largo e il collo taurino. E’ sulla cinquantina e ha i capelli grigi, le sopracciglia folte e scure. L’immagine è sfocata, imprecisa, difetto acuito dalla forte luce solare che filtra da una vetrata, davanti alla quale si staglia la sagoma dell’uomo, in piedi e di profilo. Poi l’obiettivo riprende due donne che lo osservano in secondo piano. Si assomigliano, forse perché hanno gli stessi capelli castani tagliati a caschetto, un’acconciatura seriosa, un po’ fuori moda, ma una delle due, la più alta, quella a sinistra con indosso un maglione rosso, è giovane, mentre la donna che è con lei no, appartiene alla stessa generazione dell’uomo, che non si vede più…

Un romanzo, o meglio, a suo modo, un romanzo storico, che mescola realtà e finzione, che nel libro si alternano, per cui il lettore precipita in una doppia dimensione. A fasi alterne si trova a leggere un romanzo di iniziazione e un trattatello di storia di quella che era la Jugoslavia prima che diventasse ex.
Il risultato sulle prime è estraniante. Seguiamo le vicende giovanili e amorose di Ana, una ragazza bella, estroversa, allegra e brillante, in vacanza a Mosca con i suoi amici e al contempo l’onda dell’orrore crescente della follia dei nazionalismi slavi ci opprime. Un bacio e una raffica di mitra. Un gioco amoroso e una pugnalata alle spalle.
Poi romanzo e storia si fondono. Scopriamo che la giovane Ana è la figlia (ecco il titolo del libro) di Ratko Mladic, colui che passerà alla storia come il “boia di Szebrenica”. Un padre che lei ama immensamente, che inconsapevolmente ammira e di cui è fiera. La scoperta della verità per Ana avviene a piccoli passi, fino al precipizio.
Il libro è bello e appassionato, scritto con maestria, ma nel suo progredire lascia una sensazione di indefinitezza che sconvolge. Davvero in Jugoslavia è andata così? Davvero il male sta tutto dalla parte dei serbi e i croati, i musulmani bosniaci (e anni dopo gli albanesi del Kosovo) sono stati innocenti agnellini esposti alla barbarie di quelli di Belgrado e Pale?
Ecco cos’era quel senso di indeterminatezza. Il libro è troppo manicheo. Se Clara Usòn sa ben scrivere la parte romanzesca, nella parte storica si rivela puerile e infantile, forse per documentarsi ha letto solo documenti di propaganda croata o bosniaca. Forse conosce poco la Serbia. Certamente non conosce affatto la storia vera della dissoluzione della Jugoslavia. Non sa che in un conflitto etnico, tutto fondato sul radicalismo nazionalista di tutti i contendenti, dividere i buoni dai cattivi è impresa impossibile e deviante. Sicuramente ignora le cause di quella sporca guerra iniziata con la secessione, senza spargimento di sangue o quasi, della Slovenia è proseguita con un confronto infinito di orrori commessi da tutti gli attori in campo. Che i massacri di serbi in Krajna fanno il paio con quelli di bosniaci a Sarajevo. Che l’Occidente, così pavido e assente a Szebrenica, armava contro i serbi i croati e i musulmani prima, i croati contro i musulmani dopo e i kosovari contro i serbi dopo ancora.
Il manicheismo non aiuta la storia, anzi la complica.
Detto questo sul fatto che Mladic sia stato un macellaio non c’è dubbio.

Ma allora perché la Ozòn non si è limitata a scrivere un romanzo e basta? (SP)

 

Clara Usòn

LA FIGLIA

Sellerio, 488 pagine, 13,60 euro anziché 16,00 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 10,99 euro.

Incipit: dall’Introduzione di Markus Raskin.
Le attività politiche di Noam Chomsky e i suoi studi sulla natura del linguaggio possono essere descritti come un nastro uniforme denominato universalità. La sua universalità non è però una mistificazione che mira a occultare le molteplici verità e a sminuire l’indagine, né parte dalla convinzione che la vita pubblica debba essere uguale dovunque. Su un lato di questo nastro chomskiano vi è l’innatismo, che dà all’umanità il dono del linguaggio e dunque della comunicazione. Lungo la fascia dell’universalità comparirà a un certo punto una capacità che presiede alla razionalità e all’azione morale, le quali possono catalizzare le più nobili finalità sociali dell’umanità. Si può persino ipotizzare che la natura umana contenga una capacità empatica invariante e che, di conseguenza, l’umanità sia qualcosa di più di un cumulo di monadi indivisibili ma vuote e non connesse tra loro se non in virtù di collisioni accidentali; e ancora, che nel genere umano sia impressa una spinta inesorabile a creare qualcosa di nuovo e migliore a partire dalla materia grezza.

Capitolo primo.Sapere e potere.Gli intellettuali e il Welfare-Warfare State.
«La guerra è la salute dello Stato», scriveva Randolph Bourne in un celebre saggio proprio mentre l’America interveniva nella Prima guerra mondiale.
             Essa mette automaticamente in moto nella società quelle forze
             irresistibili che spingono verso l’uniformità e all’entusiastica
             cooperazione con il Governo per costringere all’obbedienza i gruppi di
             minoranza e gli individui a cui manca l’istinto del gregge. […] Altri
             valori, quali la creazione artistica, la conoscenza, la ragione, la
             bellezza, la promozione della vita, sono immediatamente e quasi
             unanimemente sacrificati, e le classi importanti, autoproclamatesi
             dilettanti agenti dello Stato, non soltanto sono pronte a sacrificare
             questi valori, ma costringono allo stesso sacrificio tutti gli altri.
Al servizio delle «classi importanti» c’era l’intellighenzia,«educata all’acquiescenza pragmatica, sempre pronta alla direzione esecutiva degli eventi, penosamente impreparata all’interpretazione intellettuale o alla determinazione idealistica dei fini».

Ottantasei anni, molti dei quali spesi a combattere il neoliberismo e il neocolonialismo, regimi che hanno allargato a dismisura il fossato che divide i ricchi e i poveri del pianeta, oggi Noam Chomsky è uno dei pensatori più considerati e apprezzati, ma anche uno dei meno ascoltati al mondo. I suoi saggi politici, scritti fa il 1970 e il 2013, raccolti in questa straordinaria antologia, sono più attuali che mai. In molti casi si scoprono addirittura profetici.
I ‘padroni del’umanità’, contro cui Chomsky punta il dito, sono gli Stati Uniti, colpevoli di essersi aggrappati a menzogne per giustificare nel corso dei secoli lo sfruttamento di interi popoli, l’accensione di focolai insurrezionalisti finiti in bagni di sangue se non in veri e propri genocidi, le guerre mosse per proprio profitto con la scusa di liberare popolazioni oppresse.
Dal Vietnam al Nicaragua, dal Centro America all’ex Iugoslavia, soprattutto alla ‘rossa’ Serbia, fino all’Iraq e all’Afghanistan: dovunque ci fossero (ci siano e ci saranno)  interessi americani da tutelare o da incrementare, là si sono trovati (si trovano e si troveranno) tiranni da abbattere e pezzi di democrazia da esportare con le bombe.
Grandi sostenitori dell’economia liberista, secondo Chomsky gli Americani più che la democrazia hanno esportato nel mondo tante menzogne, a cominciare da quella che vorrebbe la loro economia fondata sul libero mercato mentre in realtà è sostenuta dall’intervento dello Stato, fino alla visione messianica di se stessi e del proprio ruolo sul pianeta. E’ da questi punti che, secondo il grande ‘ribelle’, sarebbero passate azioni di gravità planetaria: il dominio incontrastato delle lobby e delle multinazionali che decidono i governi e dettano leggi oltre i limiti della decenza (vedasi la lobby potentissima delle armi); la manipolazione delle masse “stupide” per costruire un «consenso senza consenso» e piegarle alla volontà di pochi «illuminati»; l’indifferenza e l’occultamento delle prove quando, per il profitto di pochi, si verificano catastrofi ambientali.
Tutto questo con la benedizione indulgente degli intellettuali e dei media asserviti al potere. 
«[Gli iperliberisti americani] Si credono i padroni dell’umanità e purtroppo lo stanno diventando», scrive Chomsky. «la politica democratica ha cessato di resistere loro, spianando la strada alla dittatura incondizionata dei poteri forti, economici e finanziari, che ormai dettano le condizioni della nostra vita pubblica».
E alla luce della crisi che sta devastando le economie deboli dell’Europa, nonché dei fatti e misfatti che vedono gli USA fra i protagonisti dei conflitti che insanguinano il pianeta , come dargli torto?
Nei suoi scritti ce n’è per tutti, anche per il nostro Paese.
«La democrazia in Italia è scomparsa quando è andato al governo Mario Monti, designato dai burocrati seduti a Bruxelles, non dagli elettori», sentenzia. Mentre «Le democrazie europee sono al collasso totale, indipendentemente dal colore politico dei governi che si succedono al potere».
Una visione quasi apocalittica che prefigura un’agonia delle democrazie così come le abbiamo conosciute, per l’instaurazione di un nuovo ordine mondiale nel silenzio acquiescente dei media.
Sarà vero? Speriamo che per una volta il grande pensatore si sbagli.

Noam Chomsky

I PADRONI DELL’UMANITA’. Saggi politici (1970 - 2013)

Ponte alle Grazie, 264 pagine, 12,38 anziché 16,50 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 9,99 euro.

Incipit:  1. Dopo il fatidico 1989 e la conclusione della vicenda politica e umana del Pci, in tanti, semplici iscritti e dirigenti, hanno avvertito l’esigenza di riflettere sul loro impegno in quel partito. Alcuni l’hanno fatto attraverso libri,
saggi, memorie, articoli. Anch’io, pubblicando nel 2003, 50 anni nel Pci(Rubbettino), ho dato il mio apporto. In generale si è tentato di comunicare le ragioni della militanza, come era stata vissuta. In un certo senso, ciascuno ha raccontato il proprio Pci.
L’argomento ha dato origine a innumerevoli studi. Ne sono venute elaborazioni interessanti, acute, rigorose, ma è circolata pure tanta paccottiglia giornalistica e bigiotteria libraria, venduta anche nelle migliori gioiellerie editoriali.
Leggendo e rileggendo cose vecchie e nuove, ho deciso di scrivere queste pagine per esaminare soprattutto l’opera di Palmiro Togliatti dopo il suo rientro in Italia (marzo 1944), sollevando una questione che è stata al centro del dibattito storiografico e dello scontro politico negli anni della Prima repubblica e per molti versi anche della Seconda: il Pci rifondato a Salerno era una forza politica antisistema, del sistema o nel sistema?

Emanuele Macaluso ha assistito alle fasi più delicate della storia repubblicana. Ne ha vissuto in prima persona le transizioni, dal referendum del ’46 fino a questa fase che non si capisce bene se sia la seconda, la terza o la quarta repubblica. E’ stato testimone e protagonista dei cambi di pelle del maggior partito comunista europeo, il Pci, fino all’attuale  ‘Cosa’ chiamata Pd, che non è chiaro chi rappresenti e dove voglia andare.
Grande vecchio dei comunisti siciliani, ex sindacalista, per il suo novantesimo compleanno celebrato nei giorni scorsi, si/ci ha regalato un’analisi lucida, dettagliata e spietata del partito in cui ha militato per tutta la vita. Le sue riflessioni, raccolte in questa antologia, in realtà sono una ricostruzione storica che  parte dal ritorno in Italia di Palmiro Togliatti, nel ’45, e arriva fino all’ascesa di Matteo Renzi e alla profonda crisi che attraversa la sinistra (che sinistra, in senso politico, non è più).
Macaluso è stato segretario regionale della CGIL e deputato regionale del PCI. Oggi è la memoria storica del partito di Togliatti, Gramsci e Berlinguer e, in quanto tale, gli va riconosciuto il diritto a una critica tagliente all’attuale dirigenza.
«La sinistra, come diceva Bobbio, dovrebbe avere un progetto che tende all'uguaglianza degli uomini. A me pare che questo progetto non ci sia più», sostiene convinto da  anni. A suo dire, infatti, il viaggio in Italia del comunismo si è fermato dopo la svolta della Bolognina nell'89. Da allora, tutti i dirigenti che si sono succeduti hanno estirpato una a una le radici storiche del partito fino a sradicare del tutto la pianta. Più nessuno ha voluto riallacciare i fili della storia e, per questo, ogni nuova ‘Cosa’ nata dalle ceneri della precedente è stata senza futuro. Mai però come oggi, sotto la guida di un giovane che di sinistra non è mai stato, andato all’assalto di un partito del tutto svuotato, l’Idea si era ritrovata senza ideali né orizzonte.
Di fatto, secondo Macaluso,  oggi il Pd è un partito nuovo, dedito solo alla gestione del potere. Un partito che col Pci non c’entra più nulla, essendo il risultato della fusione di due anime diverse: i Ds e la Margherita, guidato da un leader che  «non ha mai detto una parola sui problemi che attengono all'assetto di una società in profonda crisi come la nostra. E il motivo è che lui [il leader] e questo Pd sono del tutto interni al sistema che governano e di cui fanno parte».

Questo libro, non è soltanto un esercizio nostalgico come lo è sempre la memoria nel nostro Paese, dove si riesamina il passato con le lenti deformanti dei potenti del momento e, troppo spesso, lo si utilizza contro il presente e viceversa. Nei ricordi critici di Macaluso c’è quello che siamo stati e, a voler guardare fra le righe, quello che forse avremmo potuto essere e che, di questo passo, non saremo mai: cioè un Paese davvero moderno, del quale i vincitori di turno non cercano di riscrivere ogni volta la storia, mentre la democrazia non è espressa dall’atto populista delle primarie, ma è  partecipazione reale di tutti i cittadini alla vita politica. E’ convivenza civile di maggioranza e opposizione. E’ viaggio comune verso il bene di tutti.

Emanuele Macaluso

COMUNISTI E RIFORMISTI. Togliatti e la via italiana al socialismo

Feltrinelli, pagine 138, 11,90 anziché 14,00 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 9,99 euro.

Incipit: Questo libro.Premi Nobel per la Pace.
Il vecchio, caro Alfred Nobel – inventore della dinamite, guarda caso – aveva messo ben in chiaro le sue intenzioni. Istituendo il premio per la Pace, aveva scritto nel suo testamento che il riconoscimento doveva essere destinato alla persona che più si sia prodigata o abbia realizzato il miglior lavoro ai fini della fraternità tra le nazioni, per l’abolizione o la riduzione di eserciti permanenti e per la formazione e l’incremento di congressi per la pace.
Tutti hanno sentito parlare di Al Gore, della sua battaglia per far comprendere l’impatto dell’effetto serra sull’ambiente e quasi tutti si ricordano che, nel 2007, aveva spartito il suo premio Nobel per la Pace con gli esperti di clima nominati dai governi del mondo come membri dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), una commissione varata dalle Nazioni unite allo scopo di studiare le conseguenze del riscaldamento globale. L’equilibrio del sistema.

Prima parte. Tutti sulla stessa barca. L’equilibrio del sistema. La vendetta dei pinguini.
Con il successo del magnifico documentario La marcia dei pinguini, si e diffuso l’allarme che gli eroici uccelli immortalati da quella pellicola siano a rischio di estinzione a causa dello scioglimento dei ghiacci, conseguenza del riscaldamento globale. Per chi ha visto il documentario, è stato naturale provare un moto di solidarietà, compassione e persino rabbia per l’ingiusta sorte che minaccia i pinguini imperatore. Ed e stato altrettanto naturale, all’uscita dal cinema, alzare sconsolatamente le spalle e 1) rassegnarsi al fatto che «tanto non possiamo farci niente»; 2) indignarsi con gli ingiusti e crudeli esseri umani; 3) mettere in moto il Suv e tornare a casa. Infine, a mezza voce, dopo aver tentato di mentire a se stessi, concludere che in fondo ce ne importa
pochissimo perché gli unici pinguini che abbiamo visto in vita nostra sono quelli allo zoo. Questa indifferenza non deve portare a condannare nessuno. Essa e il frutto della naturale propensione umana ad agire al fine di soddisfare i propri
interessi, e questo è il meccanismo che sta alla base della sopravvivenza.

La commozione per i pinguini imperatore se non si cambia rotta in fretta dovrà  spostarsi su altri fronti molto presto. Dopo i pinguini rischieranno l’estinzione tutti i grossi erbivori, poi i carnivori. Poi gli uccelli. I pesci si stanno riducendo già da un po’, come i sauri e gli insetti. Infine, quando anche l’ultimo albero sarà stato divorato dalla siccità o distrutto dalle inondazioni, toccherà all’uomo. Uno scenario apocalittico? Sì, ma niente affatto fantascientifico e neanche troppo lontano nel tempo.
Che l’ambiente sia degradato e l’ecosistema non regga più lo dicono da tempo gli scienziati di tutto il mondo. Ma forse non sono chiari gli effetti collaterali della catastrofe che si profila. Quando il cibo non basterà più e l’acqua diventerà più preziosa del petrolio (in diverse parti del mondo già lo è), scoppieranno guerre e davanti alla fame e alla sete di miliardi di individui la civiltà occidentale così come la conosciamo scomparirà. Verranno fissate nuove regole e chiunque avrà il potere lo userà curandosi poco del bene collettivo, della giustizia, della morale, ma molto del proprio interesse. 
Questo libro mette in relazione tutti gli esseri viventi che, strano a dirsi, eh? sono interdipendenti. E quando una specie si estingue inizia una reazione a catena inarrestabile. Dunque, nelle informazioni che offre è contenuto un grido di allarme.
Nessuno sviluppo è possibile senza la salvaguardia dell’ambiente e questo è un concetto che tutti devono fare proprio. Perché ciascuno, nel proprio piccolo, con comportamenti virtuosi può fare qualcosa per scongiurare il disastro. Certo, le multinazionali, le lobby, i governi, soprattutto quelli dei Paesi emergenti, hanno le loro responsabilità, ma se fra pochi decenni il pianeta non ce la farà a reggere il peso della ‘bomba demografica’  avviata toccare presto i nove miliardi di individui, la colpa non sarà soltanto dei fabbricanti di armi o dei maxi produttori di beni di consumo, ma del modello di sviluppo che punta all’accaparramento di beni replicato su scala planetaria. 
Grammenos Mastrojeni è un diplomatico italiano. Dai primi anni Novanta ha intrapreso la riflessione e una serie di ricerche sull’allora incompreso legame fra tutela dell’ambiente, coesione umana, pace e sicurezza: ha pubblicato il primo articolo sull’interconnessione fra ambiente e stabilità sociale nel 1994, anticipando il primo allarme ufficiale emerso nel 1997 con il rapporto Geo-1 curato dal Programma delle Nazioni unite per l’ambiente.
Oggi  collabora con il Climate Reality Project, iniziativa rivolta a diffondere la consapevolezza dei rischi legati al cambiamento climatico, lanciata dal premio Nobel Al Gore.

 

Grammenos Mastrojeni

L’ARCA DI NOE’. Per salvarci tutti insieme

Chiarelettere, 342 pagine, 13,52 anziché 15,90 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 11,99 euro.

Incipit:  Introduzione.
Questo libro racconta come la politica ha condizionato il la­voro e la vita degli artisti dall’inizio del Novecento a oggi. Con l’attenzione sempre rivolta all’arte contemporanea, in queste pagine mi sono trovato a far interagire arte, storia, po­litica, sociologia e fatti di cronaca recenti. Non mi sono pro­posto di rispolverare vecchie «teorie del complotto» o por­tarne alla luce di nuove, ma di mettere insieme documenti e fatti in buona parte già noti per capire come e quanto ciò che è accaduto in ambito politico e artistico nel Novecento si manifesta nel lavoro degli artisti di oggi e influenza il no­stro presente. Per quanto abbia sviluppato la mia analisi seguendo un filo logico, dal momento in cui mi sono ritro­vato a mettere in relazione fatti avvenuti in momenti diversi della storia dell’ultimo secolo, ho preferito evitare una rigida successione temporale. Spero comunque di essere riuscito nell’intento di mettere a fuoco come e quanto la politica sia riuscita a condizionare la storia dell’arte.
Capitolo primo. Napoleone e l’arte dei dittatori moderni. Per comprendere le dinamiche che negli anni Cinquanta hanno portato New York a diventare la capitale indiscussa dell’arte, strappando lo scettro a Parigi, occorre inquadrare la situazione storica e geopolitica così come si è delineata dalla seconda metà del Settecento alla metà del Ventesimo secolo.
Nel Seicento, con l’assolutismo di Luigi XIV, e nel Sette­cento, con l’Illuminismo e la Rivoluzione, la Francia si affer­mava come una grande potenza dominante in Europa, sia sul piano politico e militare, sia su quello culturale. Ma a impri­mere la svolta che avrebbe incoronato Parigi capitale mon­diale dell’arte moderna fu Napoleone. Consapevole del fatto che le conquiste militari portano espansione e potere ma non consenso, Napoleone aveva intuito che la Francia avrebbe ottenuto l’egemonia politica sul mondo solo se avesse acqui­sito anche quella culturale. Assunse così un ruolo attivo nella gestione dei teatri parigini, entrando nel merito delle scelte dei programmi e degli attori; promosse l’architettura e la rea­lizzazione di grandi monumenti; esercitò una forte influenza sugli artisti francesi dell’epoca; favorì gli spettacoli musicali.

Demetrio Paparoni, critico d’arte, saggista e curatore di mostre internazionali, in questo saggio appassionante analizza i condizionamenti subiti dagli artisti da parte dei leader politici che si sono avvicendati al potere nell’ultimo secolo.
Chi ritiene che l’arte sia la più alta espressione della libertà, soprattutto di quella di pensiero, sbaglia. Gli artisti, come e più dei comuni cittadini, non sono mai liberi. Moto spesso, addirittura, creano per così dire ‘sotto dettatura’. E non è stato infrequente che durante i regimi totalitari più repressivi abbiano subito pesanti condizionamenti e ritorsioni.
Ecco un esempio che esprime perfettamente l’idea che sta alla base di questo saggio poderoso: e cioè il rapporto che non manca mai di intercorrere fra arte e potere e i suoi effetti sull’opera degli artisti. «I sistemi totalitari hanno imposto agli artisti le loro scelte, li hanno costretti ad adeguarsi a un canovaccio, hanno usato la censura come strumento coercitivo», ha spiegato lo stesso Paparoni in un’intervista rilasciata alla testata online Libreriamo; «i sistemi democratici invece fanno raramente uso della censura, e quando se ne servono lo fanno in modo tale da farla sembrare una tutela dei valori umani. Per capire come una democrazia possa servirsi dell'arte, strumentalizzandola per i propri fini propagandistici, basti pensare all'Espressionismo astratto americano, che la CIA ha promosso in Europa a suon di dollari (anche se ufficialmente era il MoMA a offrire mostre ai musei europei, con trasporto e cataloghi pagati). Pollock che saltellava sulla tela facendo sgocciolare il colore ascoltando Jazz esprime un'idea di libertà che era negata ai pittori realisti sovietici, costretti a dipingere uno per uno i peli dei baffi di Stalin. Come si può capire, anche un groviglio di segni totalmente astratti può promuovere un messaggio marcatamente politico».
Dopo l’esempio di Pollock guidato e sostenuto dalla CIA, eccone altri due molto calzanti: Leni Riefenstah, amica personale di Adolf Hitler e cineasta del Reich è stata realmente una grande artista? E Picasso era davvero libero di esprimersi oppure la sua arte in qualche modo è stata ispirata e poi strumentalizzata dal partito comunista?
L’Italia, oggi, è ancora costellata di graffiti del Ventennio. Monumenti, edifici, piazze, perfino giardini e arredi urbani, tutte opere magniloquenti che, come i capolavori figurativi dei maestri che furono attivi sotto Mussolini, per dirla con le parole di Margherita Sarfatti, critica d’arte e amica personale del duce, sono: «Parole maestre del Fascismo che esprimono lo stile di questa nostra arte improntata allo stesso afflato di austera audacia e di equilibrata prodezza. Sono volontà di potenza, volontà di vita, volontà di grandezza».
Cioè, sono lo spirito velleitario e propagandistico del fascismo.
Per il fatto di esaminare opere d’arte alla luce dei potenti che si sono avvicendati sul pianeta nel corso di un secolo, compreso Mao Tze Dong, e di raccogliere testimonianze dalla voce degli artisti, questo libro offre, grazie a uno stile fluido e piacevolissimo, un documento inedito sugli influssi della politica sull’arte che, oltre a interessare i lettori meno ferrati in materia, sfata molte leggende.

Demetrio Paparoni

IL BELLO, IL BUONO, IL CATTIVO. Come la politica ha condizionato l'arte negli ultimi cento anni

prefazin

Ponte alle Grazie, 417 pagine, 19,50 anziché 26,00 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 14,99

Incipit: Introduzione. Raccogliendo il riso fuori dalla chiesa (di Fabrizio Canciani).
Io vorrei, se permettete, accompagnarvi in uno strano viaggio. La radio ha appena annunciato un temporale in arrivo, un furioso temporale e non sarebbe il caso di mettersi alla guida della vecchia Chevrolet del ’66 con simili previsioni. E, oltretutto, con la ruota di scorta in cattive condizioni. Ma è un’uscita notturna che dobbiamo fare, con il rischio di rimanere in panne. Un’uscita notturna che ricorderemo per molto, molto tempo.
E’ un viaggio tra i vivi e i morti, tra le leggende del rock, del pop del cinema, del calcio di questo pianeta proibito. Tra personaggi che si aggirano tra di noi come fantasmi inquieti, perché hanno ancora tante storie da raccontare.

L’amore non basta (di Daniela Basilico).
La stava aspettando seduto in macchina, diligentemente parcheggiato di fronte agli arrivi del Los Angeles International Airport. Per l’occasione aveva noleggiato un’argentea Cadillac Eldorado Convertible e quando la vide arrivare non ebbe nessuna difficoltà a riconoscerla. Scese dall’auto e le andò incontro. Nessun abbraccio, nessun gesto affettuoso, nessuna frase di circostanza. Si premurò solo di prendersi carico dei bagagli e di aprirle la portiera.

A questo punto, dopo tanto cupore, è d’obbligo scacciare l’inquietudine con un libro che emette scintille. Un libro che parla anch’esso di misteri, ma lo fa con la penna soave e immaginifica di due autori di spessore, il cui stile letterario è spesso poesia.
Giornalista, e art director nonché elegante signora noir, Daniela Basilico.
Musicista e cantautore, artista del teatro-canzone e scrittore, Fabrizio Canciani.
In Scintille di neon si alternano nel narrare, sul filo delle personali emozioni,  frammenti di vita dei protagonisti del rock, del pop del cinema e dello sport a loro più cari. Dalla loro ricerca, condita con quel pizzico di fantasia che dà sapore alla narrazione, è nata una sfilata di personaggi leggendari al punto che i fan di molti di loro, scomparsi da tempo, rifiutano di credere che non ci siano più preferendo immaginarli in qualche angolo remoto del pianeta.
John Lennon, Liz Taylor, il ‘calciatore beat’ Gigi Meroni, Jimi Hendrix, Audrey Hepburn, Pier Paolo Pasolini, Kurt Cobain, Marilyn Monroe, Gilles Villeneuve, Bob Marley, Grace Kelly, Jim Morrison, Anna Magnani, George Best, Freddy Mercury. E infine, il mito più mitico di tutti: Ernesto “Che” Guevara.

Tutti insieme, non sull’isola-che-non-c’è, ma in questo delizioso ‘amarcord’ dello showbiz, impreziosito dai disegni e dal ‘fumetto d’arte’ di Tiziano Riverso.

 

Daniela Basilico e Fabrizio Canciani. Disegni di Tiziano Riverso

SCINTILLE DI NEON. Icone pop dipinte senza rancore

Giacomo Morandi editore, 104 pagine, 15,00 euro.

Incipit: Le bufale in farmacia. Bracciali, coni e fasce.
Quando da piccolo finivo i compiti, mio padre non mi concedeva subito di guardare i cartoni animati: prima dovevo (ma in fondo mi piaceva) leggere un capitolo dell’enciclopedia; forse i più giovani lo considerano uno strumento superato, ma per noi non più trentenni era l’internet dei nostri tempi. In quei volumi si parlava di tutto: scienza, natura, storia, geografia... Neanche a farlo apposta, dopo il libro sugli animali il mio preferito era quello sulla scienza. Prima di arrivare a leggere di medicina e corpo umano, bisognava necessariamente passare dal paragrafo dedicato alla figura del farmacista.
Ricordo la foto di un uomo in camice che consegnava una scatoletta a una bambina; poi l’immagine di uno strano individuo, vestito in modo bizzarro, circondato da vasi pieni di erbe e intento a pesare delle polveri su una bilancia: era il vecchio farmacista, quello di quando non esistevano industrie e macchinari, lo «speziale». Doveva scegliere, pesare, mescolare con abilità per confezionare i rimedi (pochi, in effetti) contro tutte le malattie (tantissime) dell’epoca.
Quell’immagine mi ipnotizzava puntualmente. Immaginavo quanto preciso e preparato dovesse essere quell’uomo, che sapeva quali ingredienti scegliere e come combinarli; un’immensa sapienza tramandata di padre in figlio: allora le cause dei mali erano spesso sconosciute, quindi più che studiare bisognava affidarsi agli insegnamenti trasmessi dai propri maestri.

Un tempo c’erano gli ‘speziali’. Se ne stavano dentro botteghe piene di scaffali su cui erano posati bellissimi vasi panciuti contrassegnati da scritte in latino. Odoravano di liquirizia e anice e ostentavano sopra il banco bilance con un campionario infinito di pesi piccolissimi perché oltre a vendere specialità medicinali di origine vegetale o minerale, quei farmacisti d’antan preparavano miscele e composti, decotti, tinture madri, emulsioni e unguenti. In quelle botteghe non si trovava niente che non fosse un rimedio, efficace o meno.  Tutt’al più i bambini potevano chiedere un bastoncino di liquirizia o qualche caramella al miele.
Nostalgia di quei tempi? Mai più!  Da un secolo, più o meno, la medicina ha fatto passi da gigante. Però, se da un lato l’efficacia delle cure e la loro disponibilità hanno debellato patologie che solo un secolo fa spopolavano intere regioni, dall’altro ha fatto nascere nelle persone la falsa convinzione che le farmacie siano supermercati del benessere e della bellezza, dispensatrici di rimedi miracolistici che in realtà niente hanno a che vedere con la farmacologia frutto della ricerca.
«La nostra natura ci porta a desiderare miracoli, così qualcuno ce li vende», scrive l’autore, intendendo che quando si cercano soluzioni facili e immediate per qualsiasi problema di salute,  reale o immaginario, di solito si è disposti a credere che esistano prodotti che fanno miracoli. E chi li fabbrica, quei prodotti, alla fine si trova sempre.
E’ così che le farmacie, da luoghi misteriosi, quasi sacri, si sono trasformate in supermercati nei quali si trovano assurdità come le fascette elastiche antinausea e antifumo, le cremine e le pasticche sciogli grasso per la pancia, le cartilagini di squalo contro i dolori articolari, le pastiglie per la virilità fuori tempo massimo, la maggior parte degli integratori e un’infinità di prodotti che nella migliore delle ipotesi sono acqua fresca ma che a volte sono anche dannosi. Qualche esempio? I coni sciogli cerume da infilare nelle orecchie e incendiare; certi preparati “naturali” che preverrebbero e curerebbero qualsiasi cosa, dalla stitichezza al cancro. Le fascette per smettere di fumare.
Quello della salute è un business enorme che punta sul bisogno di rassicurazione delle persone, prontamente intercettato da furbi fabbricanti di sogni per i quali l’imperativo non è dispensare salute, ma massimizzare i profitti col minimo dei rischi.
Un libro davvero utile, scritto da un medico deciso a dire  la verità su un argomento considerato inaffrontabile per gli interessi che tocca e a svelare i trucchi di chi specula sulla credulità e sulla disperazione dei malati, veri o immaginari. Non solo è di facile e gradevole lettura, ma è anche un vademecum da portare con sé quando si entra in una farmacia.

Salvo Di Grazia

SALUTE E BUGIE. Come difendersi da farmaci inutili, cure fasulle e ciarlatani

Chiarelettere, 237 pagine, 11,56 anziché 13,60 su internetbookshop. Diponibile anche in Ebook a 9,99.