Un segnale durato pochi millisecondi ha attraversato 10,8 miliardi di anni luce di spazio per arrivare fino a noi. È il tempo che separa la Terra da una piccola galassia dell’universo primordiale, e il fatto che siamo riusciti non solo a captarlo ma anche a localizzarne l’origine rende questo il lampo radio più distante mai rilevato nella storia dell’astronomia. La scoperta, annunciata nell’ottobre 2026 e pubblicata sulla rivista Science, riscrive i confini di ciò che possiamo osservare nel cosmo.
Cosa sono i fast radio burst e perché è così difficile studiarli
I fast radio burst — abbreviati in FRB — sono lampi di onde radio di intensità straordinaria che durano frazioni di secondo. Il nome dice già tutto: un’emissione radio velocissima, quasi impossibile da anticipare. Il problema principale per gli astronomi è proprio questo: sono eventi imprevedibili, brevissimi e apparentemente casuali. Quando un telescopio li intercetta, il segnale è già finito. Studiarne l’origine richiede quindi una combinazione di fortuna strumentale, potenza di calcolo e — come in questo caso — la collaborazione tra strumenti diversi.
La maggior parte degli FRB rilevati finora proveniva da distanze relativamente contenute su scala cosmica. Trovare la sorgente di un lampo, risalire alla galassia ospite e misurarne la distanza è un processo complesso che richiede telescopi ottici e infrarossi capaci di vedere oggetti estremamente deboli e lontani. Per questo motivo, ogni nuovo record di distanza rappresenta anche un salto tecnologico, non solo una curiosità statistica.
Il record di FRB 20240304B: il lampo radio più distante mai osservato
Il segnale battezzato FRB 20240304B è stato captato dal radiotelescopio MeerKAT, situato in Sudafrica, uno degli strumenti più sensibili attualmente in funzione per questo tipo di osservazioni. Il dato da solo sarebbe già notevole, ma la vera svolta è arrivata quando i dati del Telescopio Spaziale James Webb hanno permesso di identificare la galassia di origine del segnale.
Quella galassia si trova a 10,8 miliardi di anni luce dalla Terra. Significa che il lampo si è prodotto quando l’universo aveva circa 3 miliardi di anni, una fase ancora primordiale rispetto all’età attuale stimata di circa 13,8 miliardi di anni. La distanza è circa il doppio del precedente record, un salto che in astronomia equivale a guardare in un’epoca completamente diversa della storia cosmica.
Gli scienziati dell’Università di Sydney hanno coordinato l’identificazione della sorgente. Trovare la galassia ospite non era scontato: a quella distanza, anche il James Webb — il telescopio spaziale più potente mai costruito — ha faticato a distinguere l’oggetto. Dove inizialmente sembrava non esserci nulla, l’analisi approfondita dei dati infrarossi ha rivelato una piccola galassia, probabilmente compatta e molto attiva, tipica dell’universo giovane.
Cosa potrebbe aver generato il segnale
La domanda più affascinante rimane quella sull’origine fisica del fenomeno. Cosa è capace di produrre, in pochi millisecondi, un’emissione radio così potente da attraversare quasi undici miliardi di anni luce e arrivare ancora rilevabile ai nostri strumenti?
Una delle ipotesi più accreditate — e quella avanzata anche in relazione a FRB 20240304B — è che la fonte sia un magnetar: una stella di neutroni dotata di un campo magnetico di intensità estrema, tra i più potenti oggetti dell’universo conosciuto. I magnetar sono capaci di rilasciare enormi quantità di energia in tempi brevissimi, il che li rende candidati naturali per spiegare i fast radio burst.
È importante sottolineare che si tratta di un’ipotesi, non di una certezza accertata. La comunità scientifica non ha ancora raggiunto un consenso definitivo sull’origine degli FRB in generale. Alcuni potrebbero avere cause diverse, e la varietà dei segnali rilevati suggerisce che potrebbero esistere più meccanismi distinti. Questo caso specifico aggiunge un dato prezioso al quadro, ma non chiude il dibattito.
Cosa ci insegna sull’universo primordiale
Al di là della sorgente, c’è un altro motivo per cui i fast radio burst entusiasmano gli astronomi: il segnale, mentre viaggia attraverso lo spazio intergalattico, interagisce con la materia che incontra lungo il percorso. Analizzando come il segnale si disperde e si ritarda nelle diverse frequenze, è possibile ricavare informazioni sulla distribuzione della materia nell’universo, inclusa quella cosiddetta “mancante” — la materia barionica diffusa tra le galassie che è difficile osservare direttamente.
Un segnale proveniente da 10,8 miliardi di anni luce ha attraversato una porzione di universo molto più antica e diversa rispetto ai segnali rilevati finora. Questo lo rende uno strumento di indagine potenzialmente unico per capire com’era strutturata la materia cosmica in epoche molto precoci. Gli astronomi possono usare FRB 20240304B come una sorta di sonda naturale, capace di raccontare qualcosa sull’universo giovane che nessun telescopio potrebbe osservare direttamente.
Strumenti e metodi che hanno reso possibile la scoperta
Il successo di questa rilevazione dipende dalla combinazione di due tecnologie complementari. Il MeerKAT, con i suoi 64 piatti disposti nel Karoo sudafricano, è progettato per captare segnali radio deboli con grande precisione temporale e spaziale. Ma da solo non sarebbe bastato a identificare la galassia ospite a quella distanza.
È stato il James Webb Space Telescope a completare il quadro, grazie alla sua capacità di osservare nell’infrarosso oggetti estremamente distanti e deboli. La sinergia tra i due strumenti — uno a terra, uno nello spazio; uno nel radio, uno nell’infrarosso — ha permesso di collegare il segnale alla sua sorgente con una precisione che fino a pochi anni fa sarebbe stata impensabile. La scoperta è stata poi formalizzata con la pubblicazione su Science, una delle riviste scientifiche più autorevoli al mondo.
Potete approfondire la scoperta anche attraverso il comunicato dell’ANSA dedicato all’FRB 20240304B, che riporta i dettagli tecnici della rilevazione.
Un lampo durato pochi millisecondi, originato quando l’universo era ancora nella sua infanzia, captato da un telescopio in Sudafrica e identificato grazie a un osservatorio spaziale: questa scoperta non risponde a tutte le domande sui fast radio burst, ma sposta in modo significativo i confini di ciò che possiamo vedere e capire. E ogni volta che il limite si sposta, l’universo rivela che c’è ancora molto più da esplorare di quanto immaginavamo.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








