News

Apate, l’IA che inganna i truffatori: ecco come finge di essere vittima per smascherarli

AI contro i truffatori: come Apate inganna i criminali digitali fingendosi vittima

Ogni giorno, milioni di persone ricevono chiamate sospette, messaggi truffaldini e link di phishing progettati per rubare dati e denaro. Di solito, la vittima designata risponde, si spaventa o ignora. Apate, una startup australiana fondata nel 2024, ha ribaltato questa logica: invece di difendersi passivamente, manda migliaia di agenti AI undercover a farsi truffare al posto delle persone reali. È una delle strategie più originali nel campo dell’AI contro le frodi online, e i numeri cominciano a parlare chiaro.

La dea dell’inganno al servizio della cybersicurezza

Il nome non è casuale. Apate è la dea greca dell’inganno, e la scelta riflette perfettamente la filosofia dell’azienda: combattere l’inganno con l’inganno. Fondata dal professore di Sydney Dali Kaafar insieme a Brad Joffe e Peter Eckermann, la startup nasce dalla ricerca condotta alla Macquarie University di Sydney e porta nel mercato un approccio che fino a poco tempo fa sembrava fantascienza applicata alla sicurezza informatica.

L’idea di base è semplice quanto radicale: se i truffatori cercano vittime, perché non fornirgliene di artificiali? Gli agenti AI di Apate si comportano esattamente come farebbero persone comuni e vulnerabili — rispondono alle chiamate truffaldine, replicano ai messaggi sospetti, seguono link di phishing, si iscrivono a gruppi sui social media creati per adescare potenziali vittime. Lo fanno in modo convincente, abbastanza da tenere i criminali impegnati per ore, talvolta giorni.

Diciassette anni di tempo sottratto ai truffatori

I risultati accumulati finora sono difficili da ignorare. La flotta di agenti di Apate ha sprecato 17 anni di tempo dei truffatori nel corso di 2,5 milioni di conversazioni. Non si tratta di una metrica astratta: ogni minuto che un criminale passa a “lavorare” su un agente AI è un minuto sottratto a una vittima reale. L’obiettivo non è solo rallentare i truffatori, ma anche raccogliere intelligence sulle loro tecniche, i loro script, i canali preferiti e i bersagli tipici.

→ Leggi anche: Truffa PostePay: la finta email di Poste Italiane che svuota il conto, ecco come proteggerti

Questa raccolta di dati è ciò che rende Apate qualcosa di più di un semplice sistema di disturbo. Le informazioni ottenute durante le conversazioni con i criminali vengono analizzate e messe a disposizione dei clienti — banche, operatori di telecomunicazioni, agenzie governative e aziende di pubblica utilità — per rafforzare le difese e anticipare nuove ondate di attacchi. L’AI contro le frodi online funziona qui non solo come scudo, ma come strumento di analisi predittiva.

I clienti e i risultati concreti

Tra i partner di Apate figurano due nomi di peso: la Commonwealth Bank of Australia e TPG Telecom. Il caso della Commonwealth Bank è particolarmente significativo: le perdite dei clienti dovute alle truffe sono scese del 76% rispetto al picco. È un dato che, se confermato nel tempo e su scala più ampia, potrebbe cambiare il modo in cui banche e istituzioni finanziarie pensano alla prevenzione delle frodi.

La base clienti include anche agenzie governative e aziende di pubblica utilità, settori tradizionalmente esposti a campagne di phishing sofisticate e a truffe telefoniche che imitano enti ufficiali. In questi contesti, avere un sistema capace di rispondere automaticamente alle sonde dei criminali — senza esporre mai un essere umano reale — rappresenta un vantaggio difensivo concreto.

Otto milioni di dollari per espandersi a Londra e negli Stati Uniti

Ad agosto 2026, Apate ha chiuso un round di finanziamento seed da 8,15 milioni di dollari. La raccolta di capitali è il segnale che il mercato prende sul serio questa tecnologia. I fondi serviranno, tra l’altro, a sostenere l’espansione verso i mercati di Londra e degli Stati Uniti, due aree geografiche in cui le frodi digitali causano danni economici enormi ogni anno e in cui la domanda di soluzioni innovative è alta.

→ Leggi anche: Agenti AI donne pagate il 10% meno dei colleghi maschi: lo studio che svela il gender gap digitale

L’ingresso in questi mercati non sarà privo di sfide. Sistemi regolatori diversi, lingue diverse, tipologie di truffa diverse richiedono che gli agenti AI siano sufficientemente adattabili da simulare vittime credibili in contesti culturali distanti da quello australiano. È una sfida tecnica non banale, ma è anche la misura dell’ambizione del progetto.

Ingannare gli ingannatori: una strategia che solleva domande

Usare l’AI contro le frodi online attraverso l’inganno sistematico pone questioni che il settore della cybersicurezza dovrà affrontare con attenzione. Dove si colloca giuridicamente un sistema che interagisce deliberatamente con criminali, raccogliendo dati nel corso di conversazioni simulate? Le risposte variano a seconda delle giurisdizioni, e non esiste ancora un quadro normativo uniforme che regoli queste pratiche.

Quello che è documentato, però, è che l’approccio funziona almeno in parte: il calo delle perdite registrato dalla Commonwealth Bank è un risultato tangibile, non un’ipotesi. E in un settore dove le frodi digitali crescono ogni anno in sofisticazione e volume, la disponibilità di strumenti capaci di colpire i criminali sul loro stesso terreno — quello dell’inganno — apre una direzione di ricerca e sviluppo che difficilmente resterà appannaggio di una sola startup australiana. Per approfondire il funzionamento degli agenti AI di Apate è possibile consultare l’analisi pubblicata da TechCrunch.

La vera domanda, a questo punto, non è se l’AI possa diventare un’arma efficace contro le frodi digitali. È se il sistema legale e regolatorio saprà evolversi abbastanza in fretta da accompagnare — e non frenare — chi ha già scelto di combattere i truffatori con le loro stesse armi.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

Change privacy settings
×