Protegge Venezia dalle acque alte, ma al tempo stesso priva le barene della laguna di una parte del sedimento di cui hanno bisogno per sopravvivere. È questo il paradosso al centro di uno studio pubblicato nel 2026 sulla rivista Nature Water dal Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova: il MoSE — il sistema di dighe mobili che dal 2020 difende Venezia e gli altri centri urbani lagunari dalle maree più alte — produce un effetto collaterale che rischia di compromettere uno degli ecosistemi più delicati della laguna. Il dato è documentato, pubblicato su una delle riviste scientifiche più autorevoli al mondo, e apre un dibattito urgente su come gestire questo sistema in modo più selettivo.
Cosa sono le barene e perché contano per la laguna di Venezia
Prima di capire il problema, occorre capire cosa si rischia di perdere. Le barene sono superfici vegetate che emergono dalla laguna e vengono periodicamente sommerse dalla marea. Non sono semplici distese di fango: sono ecosistemi complessi, capaci di trattenere sedimenti, filtrare l’acqua, ospitare specie animali e vegetali, e contribuire all’equilibrio complessivo della laguna. Secondo i ricercatori dell’Università di Padova, le barene sono cruciali per il bilancio dell’ecosistema lagunare.
Il meccanismo è relativamente semplice da descrivere: quando la marea entra in laguna, porta con sé sedimenti in sospensione. Quando l’acqua raggiunge le barene e le sommerge, quei sedimenti si depositano sulla superficie, contribuendo a mantenerne l’altezza nel tempo. È un processo naturale che si ripete da secoli, e che permette alle barene di adattarsi — almeno in parte — all’innalzamento del livello del mare. Se questo flusso si interrompe o si riduce, le barene perdono il loro principale meccanismo di accrescimento verticale.
Il MoSE e Venezia: protezione efficace, ma non senza conseguenze
Il Mo.S.E. — acronimo di Modulo Sperimentale Elettromeccanico — è entrato in funzione nel 2020 e da allora ha protetto Venezia e gli altri centri urbani della laguna da numerosi eventi di alta marea. Il sistema funziona attraverso barriere mobili posizionate alle bocche di porto: quando la marea supera una certa soglia, le paratie si sollevano e isolano la laguna dal mare aperto, impedendo all’acqua di entrare in quantità pericolose.
Il risultato in termini di protezione urbana è documentato e concreto. Venezia ha subito danni enormi per secoli a causa dell’acqua alta, e il MoSE rappresenta la risposta ingegneristica più ambiziosa mai realizzata per contrastare questo fenomeno. Ma la chiusura delle barriere, per quanto necessaria a proteggere la città, riduce anche la quantità di sedimento che raggiunge le barene. Quando i cancelli sono chiusi, il flusso di marea — e con esso il trasporto di materiale solido — viene interrotto. Le barene restano a secco, o vengono raggiunte solo da acque con minor carico sedimentario.
È esattamente questo il punto critico identificato dallo studio coordinato da Alvise Finotello, Alessandro Michielotto e Andrea D’Alpaos del Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova, i cui risultati sono stati presentati nel luglio 2026.
Cosa dice lo studio pubblicato su Nature Water
La ricerca, pubblicata su Nature Water, affronta direttamente il nodo del compromesso tra protezione urbana ed equilibrio ecologico. Il punto di partenza è semplice: il MoSE è stato progettato e valutato soprattutto in funzione della sua capacità di proteggere Venezia. Ma la laguna è un sistema interconnesso, e ogni intervento su una sua componente produce effetti su tutte le altre.
Lo studio dimostra che la chiusura delle barriere mobili riduce l’inondazione naturale delle barene, privandole di una parte del sedimento necessario al loro mantenimento. Questo non è un effetto teorico o modellato su scenari ipotetici: è una conseguenza diretta del funzionamento del sistema così come è stato attivato dal 2020 in poi.
Il dato ecologico è rilevante perché le barene della laguna di Venezia sono già sotto pressione da decenni, a causa dell’erosione, dell’innalzamento del livello del mare e di interventi antropici pregressi. Aggiungere una riduzione del rifornimento sedimentario significa accelerare un processo di degradazione già in corso.
Una gestione più selettiva del MoSE potrebbe fare la differenza
La conclusione più importante dello studio non è una condanna del MoSE, ma una proposta di riflessione sulla sua gestione. I ricercatori dell’Università di Padova indicano che una gestione più selettiva delle barriere potrebbe ridurre gli impatti negativi sulle barene senza compromettere la protezione di Venezia e degli altri centri urbani lagunari.
In altre parole: non si tratta di scegliere tra salvare la città e salvare l’ecosistema. Si tratta di capire quando, come e per quanto tempo attivare le barriere, in modo da massimizzare la protezione urbana e minimizzare l’interruzione dei processi naturali che tengono in vita le barene. È una questione di calibrazione, non di scelta radicale.
Questo apre un dibattito tecnico e politico che riguarda la governance dell’intera laguna: chi decide i criteri di attivazione del MoSE? Sulla base di quali parametri? E con quale peso vengono considerati gli impatti ecologici rispetto a quelli idraulici? Lo studio del Dipartimento di Geoscienze di Padova porta dati scientifici concreti su un tavolo che fino ad oggi era stato dominato quasi esclusivamente da considerazioni ingegneristiche e urbanistiche.
Il testo integrale della ricerca è consultabile attraverso il sito ufficiale del Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova, che ha pubblicato anche una sintesi dei risultati per il pubblico non specialistico.
Il caso del MoSE e delle barene veneziane è, in fondo, un esempio molto concreto di una domanda che la scienza ambientale si pone sempre più spesso: quando interveniamo per proteggere una parte di un sistema complesso, siamo davvero sicuri di sapere cosa stiamo sacrificando nel resto? Nel caso della laguna di Venezia, la risposta non è ancora definitiva — ma adesso, almeno, abbiamo i dati per cominciare a cercarla.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








