Adele Marini

La rubrica "Novità editoriali" di Misteri d'Italia è tenuta da Adele Marini, giornalista professionista, specializzata in cronaca nera e giudiziaria, autrice di diversi libri tra cui il noir 'non fiction' Milano, solo andata (Frilli editori, 2005), pubblicato anche in Germania, con cui ha vinto nel 2006 il Premio Azzeccagarbugli per il romanzo poliziesco. Nel 2007, sempre con Frilli, ha pubblicato Naviglio blues, anch'esso tradotto in tedesco. Attualmente è in libreria con l'eBook Arriva la Scientifica (editrice Milanonera), secondo volume della collana Scrivi noir: i fondamentali della scrittura d'indagine dedicata alle procedure investigative e giudiziarie.

Incipit.
Questo libro. Quella che state per leggere è l’anatomia di un delitto politico avvenuto oltre trentasette anni fa. Abbiamo analizzato minuziosamente, con gli strumenti dell’inchiesta giornalistica, un avvenimento storico che, nonostante il tempo passato, è ancora cronaca viva, al punto da meritare, dopo cinque indagini giudiziarie e quattro processi, l’istituzione di una nuova Commissione d’inchiesta parlamentare, la seconda, senza considerare le tante sedute dedicate al tema dalle Commissioni stragi che si sono succedute nel tempo. Una cronaca così viva che perfino oggi, come potrete leggere, emergono novità e non di poco conto. A cominciare da quelle che riguardano il luogo dove il 16 marzo 1978 tutto è cominciato: via Fani, il teatro della strage che tolse la vita a cinque servitori dello Stato: loro difendevano quella di un uomo politico che da quel momento, per cinquantacinque giorni, finirà nelle mani di una banda terroristica prima di essere assassinato.
È per questo che il nostro racconto comincia proprio in via Fani dove – ora è possibile dirlo senza più ombra di dubbio – l’agguato delle Brigate rosse non andò come hanno stabilito le tante sentenze giudiziarie e neppure come ha raccontato l’unica “voce di dentro” dell’organizzazione armata presente sul luogo della strage: Valerio Morucci. Infatti quella mattina il commando non era composto solo da dieci brigatisti (otto uomini e due donne), ma ben supportato da elementi estranei che parteciparono in maniera attiva.

I killer nascosti. Chi sparò al Leonardi lo fece leggermente dietro-avanti, destra-sinistra, alto-basso, proprio per non colpire il compagno che si trovava a sinistra dell’auto. (Relazione di perizia d’ufficio tecnico-balistica,1° ottobre 1993)

Nel 1984 il brigatista “dissociato” Valerio Morucci disse: La presenza casuale di una Mini all’angolo di via Fani con via Stresa fu fatale per Aldo Moro».
Già. Come sarebbe finito l’agguato di via Fani se sul lato destro della carreggiata, quasi all’angolo con via Stresa, non fosse stata parcheggiata, un po’ distante dal marciapiede, una Mini Clubman Estate, quella che Morucci chiama semplicemente Mini?
Torniamo con la mente a quella mattina del 16 marzo 1978. Mancano pochi istanti alle nove. Un gruppo di brigatisti è pronto ad assaltare le due auto che transitano in via Fani. La prima è una Fiat 130 blu notte con a bordo Aldo Moro, seduto sul sedile posteriore a sinistra, al volante l’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci, quarantatré anni, e alla sua destra il caposcorta, il maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi, cinquantuno anni. L’altra è un’Alfetta 1.800 bianca con tre poliziotti a bordo: alla guida l’agente Giulio Rivera, ventitré anni, al suo fianco il vicebrigadiere Francesco Zizzi, ventinove anni, e sul lato destro del sedile posteriore l’altro agente Raffaele Iozzino,venticinque anni.

Partiti dal presupposto che sul caso Moro restino ancora molte ombre e che sulle poche certezze prevalgano i dubbi, le mezze verità, le menzogne e i silenzi insopportabili degli apparati di potere, gli autori di questo libro d’inchiesta, costruito interamente sulle sentenze e sulle interviste ai protagonisti e ai comprimari di quella tragedia, hanno cercato di mettere un po’ d’ordine e, per quanto è stato loro possibile, di fare chiarezza su cosa avvenne realmente quel mattino di metà marzo, il 16 per l’esattezza, del lontano 1978. Sul perché avvenne e su chi volle che il destino di Aldo Moro si compisse cinquantacinque giorni dopo.
Il caso Moro con tutto quel che è seguito al rinvenimento del cadavere nella Renault rossa parcheggiata in via Caetani, non resta solo un mistero irrisolto, che incupisce la storia di questo paese, tagliandola a metà. E’ un buco nero che ha inghiottito ogni residuo di fiducia dei cittadini nello Stato democratico e nelle sue istituzioni.
Da subito, da quando cioè al Viminale si installarono i famigerati comitati di crisi (tre!) e venne depotenziata l’azione della magistratura requirente, i cittadini meno pronti a bersi i comunicati ufficiali e le ‘verità’ riportate dai notiziari si resero conto che Moro era condannato non solo dall’intransigenza inspiegabile dei vertici delle istituzioni e dei segretari dei partiti di governo, escluso il socialista Craxi, ma anche e soprattutto dal fatto che nei 55 giorni della prigionia ogni azione era volta non a trovare la prigione dalla quale Moro scriveva lettere accorate agli ex compagni di partito, alla famiglia, perfino al papa, ma a depistare coloro che quella prigione la cercavano veramente.
In seguito, dopo che furono rinvenuti a Castiglion Fibocchi, nella sede della ditta Giole di Licio Gelli, gli elenchi degli iscritti alla loggia coperta P2, si è appreso che gran parte degli strani personaggi inseriti nei “Comitati di crisi” figuravano proprio in quegli elenchi e allora tutto è diventato più chiaro: Aldo Moro doveva morire e non è stato un caso se in molti hanno cominciato a parlare di delitto politico, addirittura di ‘colpo di Stato’. Non bisogna dimenticare infatti che il mattino in cui fu rapito, Aldo Moro, sostenitore da molto tempo della necessità di “aprire” ai comunisti, si apprestava ad andare in parlamento per votare la fiducia al quarto governo Andreotti che avrebbe visto per la prima volta dal 1947, dopo il terzo De Gasperi, l’ingresso del Pci nell’area di governo. Dunque, con l’eccidio di via Fani, il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro si è voluto riportare il corso della storia sui soliti binari della Dc, scongiurando un’eventualità che aveva tolto il sonno ai mammouth della vecchia classe dirigente e soprattutto agli alleati atlantici spaventati all’idea delle3 pretese che avrebbe potuto vantare Mosca.
Se i fatti inconfutabili relativi all’epilogo del sequestro appartengono alla storia, su tutto quello che attiene la preparazione e l’esecuzione del sequestro, la dinamica, le vere motivazioni, le complicità dal basso fino ai vertici dello Stato, i depistaggi, si ignorano dopo tanti processi, inchieste e commissioni parlamentari ancora troppe cose.
«Con questo libro abbiamo fatto una vera e propria anatomia di quello che è stato l’omicidio politico più  devastante del ‘900, passando in rassegna tutti i punti sui quali sicuramente non abbiamo la verità perché sono stati oggetto di una grande menzogna, » spiega Stefania Limiti, coautrice di Complici insieme con Sandro Provvisionato.
Menzogna che comincia con la dinamica dell’agguato e la presenza niente affatto casuale della Mini Clubman Estate parcheggiata in prossimità dell’incrocio e abbastanza lontano dal marciapiedi da bloccarlo. E che dire del numero delle persone che realmente parteciparono alla strage? Al numero delle armi che davvero spararono? Al numero dei colpi che andarono a segno?
«La nostra tesi», prosegue l’autrice, è che la verità ufficiale del caso Moro sia frutto di una complicità fra i due principali protagonisti: una parte della Democrazia Cristiana e le Brigate rosse, che hanno tentato di aggiustare la verità in modo che fatti, nomi, circostanze, restassero immersi nella stessa oscurità che copre tutte le stragi che hanno insanguinato il nostro paese dal dopoguerra a oggi».

Il risultato è che Complici, letto oggi nella sua rigorosa aderenza alla verità,  può essere scambiato per il ‘romanzo nero’ di una parte determinante del nostro passato.

Stefania Limiti, Sandro Provvisionato

COMPLICI. Caso Moro: il patto segreto tra Dc e Br

Chiarelettere, 298 pagine, 11,18 euro anziché 14.90 su internetbookshop. Disponibile anche in eBook a 4,99 euro

Incipit.
Dalla prefazione di Carlo Lucarelli. Chi si ricorda più della Uno bianca?
Noi italiani facciamo in fretta a dimenticare le cose.
Per esempio – a parte chi gli eventi li ha vissuti sulla propria pelle, come le ferite fisiche dei proiettili e delle schegge, o quelle anche più dolorose della perdita di una persona amata, a parte libri come questo e a parte anniversari e commemorazioni - chi si ricorda più di quella vecchia storia della Uno bianca?
Una storia dimenticata così in fretta da farsi paradossalmente scordare anche mentre stava accadendo.
Perché una vicenda così incredibile e così mostruosa non ha mai avuto il dibattito storico, civile soprattutto politico che avrebbe meritato?

Zero
Esco di casa, chiudo la porta, cerco di fare meno rumore possibile. Mi piace non disturbare, mi piace il silenzio in cui mi tuffo.
Respiro a pieni polmoni l’aria fresca e pungente dell’alba ed è una sensazione piacevole, che non provavo da tempo, più o meno da quando ho smesso di lavorare e le mie giornate avevano il pregio e il difetto di portarmi fuori a qualsiasi ora.

Nei tre decenni che hanno preceduto la nascita della terza repubblica si è visto davvero di tutto. Sangue, depistaggi, menzogne, fascicoli secretati, paura nelle strade, delitti politici. Tutto, tutto, tutto. Ma il limite con l’assurdo è stato superato dalla vicenda della Uno bianca. Una storia che se fosse un film verrebbe inserito nel genere a “police thriller” con quella coloritura pulp che piace tanto a Quentin Tarantino.
Ma non è un film. E storia.
Dal 1987 al 1994, per sette lunghi anni, la banda della Uno bianca ha insanguinato due regioni: Emilia Romagna e Marche, seminando morte e terrore. Un caso criminale che non ha eguali non solo in Italia ma anche in tutto il mondo occidentale perché i responsabili di un centinaio di rapine a mano armata con altrettanti ferimenti e 24 omicidi, erano tutti, tranne uno, poliziotti. Uomini in divisa che di giorno facevano i tutori dell’ordine e di notte rapinavano e ammazzavano.
Perché ci sono voluti sette anni per farsi venire il sospetto che dietro a quei fatti, molti dei quali non spiegabili con la voglia di arricchirsi in fretta, compiuti con un’efficienza attribuibile solo a professionisti, potessero esserci dei poliziotti? Perché a nessuno è venuto in mente di incrociare i dati che avrebbero permesso di scoprire i responsabili molto prima? Perché su questa vicenda non si è aperto un dibattito in parlamento mentre le interrogazioni presentate dai parlamentari di Rifondazione comunista all’allora ministro degli Interni Roberto Maroni sono rimaste lettera morta? Perché non si sono approfondite le indagini sui legami fra i Savi e i loro complici con la famigerata Falange armata?
A vent’anni dall’arresto dei fratelli Savi e degli altri componenti della banda in divisa, arrivano finalmente, con questo libro, alcuni elementi  “dall’interno”. L’autore Carmelo Pecora,  infatti , all’epoca dei fatti era poliziotto a Forlì, assegnato alla divisione  scientifica, il che lo poneva esattamente al centro della scena.  Questo oggi gli permette di ripercorrere la lunga scia di delitti e di analizzarli da una prospettiva nuova rispetto a tutti coloro che se ne sono occupati a partire dall’individuazione e dall’arresto dei cinque killer. Il risultato di questo sforzo è una storia agghiacciante che offre innumerevoli spunti di riflessione: dalla formazione professionale di chi porta la divisa ed è autorizzato a impugnare le armi, alla vigilanza sui colleghi da parte di coloro che avrebbero il dovere di difendere i cittadini dalle “teste calde”, fino alla rete di protezioni e di omertà che non manca mai di essere stesa ogni volta che si verificano abusi gravi come i fatti della Diaz e i pestaggi mortali come quello subito dal giovane Aldrovandi, da Uva, da Cucchi, giusto per fare pochi nomi.
Carmelo Pecora, che a differenza di molti esponenti delle forze dell’ordine e della magistratura che di colpo hanno avvertito l’impellente bisogno di scrivere libri, è un vero scrittore prestato alla forze dell’ordine. E questo fa la differenza. Perché oltre che interessante e istruttivo, questo saggio è una lettura indimenticabile.

Carmelo Pecora

GLI INFEDELI. Storie e domande della Uno bianca

Con una nota di Carlo Lucarelli

Zona, 166 pagine, 14,45 euro anziché 17,00 su internetbookshop.

Incipit. Dove tutto ha inizio
Il primo contatto. La scena è ancora nitida davanti ai miei occhi. E’ il mese di marzo del 2012, l’inchiesta su “Mafia capitale” è lontana. L’incontro è fissato per le undici di mattina in una saletta del bar di un lussuoso albergo del centro. Arrivo puntuale. Non serve vagare troppo con lo sguardo: lui è già lì che aspetta. Mi fissa. Lo riconosco immediatamente, ci aveva presentato qualche giorno prima un amico comune. Con un impercettibile gesto della mano mi fa segno di raggiungerlo. Siedo davanti a lui, le spalle al muro, mi sistemo in modo da avere una buona visuale per controllare l’ingresso e le finestre.
L’intoccabile. ll re del “mondo di mezzo”. «Piano … piano … non lo vedo … non lo vedo … guida lui, guida lui …» Ancora un istante concitato poi: «Scendi da questa cazzo di macchina … è bloccato!» La voce è di uno degli uomini del Reparto anticrimine del Ros di Roma, guidato deal colonnello Stefano Russo. Il video  dei carabinieri ha invaso i media per giorni. Lui, l’ex terrorista nero, il boss della malavita romana, il punto di contatto tra manovalanza criminale e colletti bianchi, viene catturato dai militari mentre viaggia, apparentemente inerme, sulla sua Smart lungo una stradina di campagna a Sacrofano, alle porte di Roma.

Carminati, Senese, Fasciani, Casamonica sono i quattro re che si sono spartiti Roma negli ultimi decenni. Personaggi potentissimi e tanto pericolosi che il loro nome non viene mai pronunciato ad alta voce. Ma nessun re può governare da solo, depredare una capitale da solo, tenere sotto controllo un territorio vasto quanto Roma e provincia. Ed ecco allora spuntare gli alleati, i sostenitori, gli amici e gli amici degli amici, quelli che hanno sempre bisogno di qualcosa e in cambio svendono quello che hanno ottenuto e cioè la fiducia degli elettori. A costoro bisogna aggiungere l’esercito di impresentabili infilati dai partiti nelle liste elettorali, tutta gente che ha della res pubblica e della politica unconcetto molto privato: i fondi pubblici sono vacche da mungere e qualcuno deve pur farlo. Perché non noi?
Lirio Abbate, inviato de l’Espresso e Marco Lillo giornalista investigativo del fatto quotidiano si sono lanciati in’un’impresa che più pericolosa non si potrebbe: quella di raccontare una verità alla quale neanche i grandi pentiti di mafia come Buscetta, Spatuzza, Cangemi e compagnia  hanno osato avvicinarsi più di tanto: quella del terzo e del quarto livello Ovvero la politica e i vertici delle istituzioni al servizio della malavita per ottenere vantaggi personali in cambio di favori … Una mano lava l’altra …
Dalla loro fatica e dalla loro  sfida alla sorte è scaturita un’inchiesta da brivido: quella denominata “Mondo di mezzo” per usare un’espressione del boss Carminati, che così ha definito tutto l’apparato di politici, imprenditori, comuni cittadini, fiancheggiatori, pubblici amministratori, uomini e donne delle istituzioni che con i boss, i “re di Roma”, appunto, fanno affari arricchendosi in modo spropositato a spese dei cittadini. Un mondo sporco, che ruba, traffica e corrompe. E qualche volta ammazza anche. 
A condurla da due anni, dopo aver dato il via all’azione penale partendo proprio da un articolo di Lirio Abbate pubblicato su l’Espresso, è  il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, giudice antimafia che in passato ha firmato inchieste fondamentali contro la camorra e la ‘ndrangheta come  “Crimine” e “Infinito”. Il risultato delle sue indagini, culminate in molti arresti è qualcosa di così mostruoso che declassa i fatti di tangentopoli al livello di monellerie.
In questo libro, scritto da Abbate con il collega del fatto quotidiano Marco Lillo, è rappresentato il grande affresco di una capitale corrotta fino alle fondamenta. Un luogo in cui l’imperativo è arricchirsi a ogni costo e con ogni mezzo, cominciando dalla politica dei grandi appalti fino all’accoglienza per i disperati che arrivano direttamente dai luoghi di massacro.
«Dalle nostre interviste, dalle carte, dalle testimonianze emerge una supermafia affaristica che si è evoluta agganciandosi alla politica: destra, sinistra e centro», spiega Abbate. «Noi siamo partiti dal racconto di Massimo Carminati, il ‘Nero’, ex terrorista, ex esponente della banda della Magliana, l’uomo che ha in mano i politici di tutti gli schieramenti e che in tutti questi anni, grazie a protezioni “in alto” è rimasto padrone assoluto e incontrastato di un potere immenso. Noi raccontiamo chi lo ha protetto.»
Come stupirsi se un autore come Lirio Abbate, grande inviato di uno dei giornali più importanti, da due anni vive sotto scorta? 
«Il libro si divide in due parti: il Rosso e il Nero.» continua il giornalista dagli occhi così chiari, limpidi e trasparenti che non è facile sostenerne lo sguardo. «Inutile dire che il “nero” è rappresentato appunto da Carminati, mentre il rosso è il suo complice Salvatore Buzzi, un personaggio che ha gestito le decine di milioni di euro destinate alle cooperative e dando letteralmente l’assalto alle imprese della carità. E a questo proposito raccontiamo le collusioni con le mafie da destra e da sinistra.»
Ce n’è per tutti, dunque, in questo libro d’inchiesta che disegna un grande arazzo nel quale si intrecciano storie ed episodi che sembrano appartenere  a un pianeta a parte, popolato da perfetti sconosciuto ma anche da tanti volti noti dell’imprenditoria e della politica, delle istituzioni e della società civile.
Quattrini a palate, nevicate di cocaina, calcio truccato, appalti, immigrazione … tutto serve a chi intende la politica come strumento per fare quattrini: tanti e in fretta. E l’umanità che sfila pagina dopo pagina ci coglie impreparati perché, nonostante gli scandali che non si fermano mai, fino a ieri credevamo che appartenesse solo alle fiction. E invece, purtroppo, ha vissuto e prosperato per decenni nella casa di tutti, popolando appunto quel “mondo di mezzo” che fa da camera di compensazione fra la malavita vera e propria e la società civile, inglobando la moltitudine degli insospettabili in giacca e cravatta che sfarfallano attorno al potere per goderne i vantaggi in cambio di favori illeciti.
«Il contatto e la mescolanza dei due mondi, di quello mafioso e di quello ‘altro’, genera inevitabilmente influenze reciproche,»  ha spiegato il procuratore Pignatone. «Il rischio più alto che corriamo è che dal contatto fra questi due mondi derivi un aumento esponenziale della pericolosità dell’uno e dell’altro.»
Parole che fanno rabbrividire.

Lirio Abbate, Marco Lillo

I RE DI ROMA. Destra e sinistra agli ordini di mafia capitale

Chiarelettere, 272 pagine, 11,18 euro anziché 14,90 su internetbookshop. Disponibile anche in eBook a 5,99 euro

Incipit. 
Introduzione. Che in Italia la corruzione sia un problema, nessuno lo mette in dubbio. Ma tanti non vogliono ancora aprire gli occhi davanti alla gravità che ha assunto la questione: la corruzione oggi è il problema del nostro Paese. E’ la radice di un male che aggredisce sempre più profondamente la qualità della nostra vita. Distrugge il libero mercato. Annulla la competizione economica, partorisce servizi scadenti per i cittadini, ci consegna infrastrutture tanto più costose quanto inefficienti. Nella sterminata lista dei danni diretti o collaterali del malaffare, uno su tutti mi sembra diventato insostenibile: un’intera generazione, quella dei nostri figli, è costretta a cercare lontano dall’Italia il riconoscimento dei meriti che qui sono negati ai più, per garantire i privilegi di pochi.

Dunque, adesso lo sappiamo: il male italiano non è l’articolo 18 ma ha un nome preciso: si chiama corruzione. Un grande Moloch  che ingoia il 40% delle risorse e la cui percezione, nelle istituzioni governative e in quelle locali, sfiora il 90% assicurando all’Italia il record negativo fra i paesi dell’Ocse.
Nominato letteralmente “sul campo”  Presidente dell’Autorità Anticorruzione, il pm della Direzione distrettuale antimafia più esposto alle minacce dei boss ha ottenuto dal presidente Matteo Renzi le deleghe per vigilare sugli affari, partendo da quelli legati a Expo. Un’impresa titanica della quale rivela fatti e retroscena in questo lungo libro intervista condotto da Gianluca Di Feo, giornalista investigativo de L’Espresso, specializzato in criminalità organizzata, corruzione, traffico di armi, servizi segreti. Risultato: «Un viaggio  all’interno del Paese condannato a essere eroso dalla corruzione se non si trova, immediatamente, il giusto rimedio per fermare questa emorragia morale, per estirpare la radice di un male che aggredisce sempre più profondamente la qualità della nostra vita.»
Il panorama è desolante e fa temere che non si riuscirà mai a sfuggire al mostro che divora le nostre risorse. Perché? 
I legislatori, da Tangentopoli in poi, si sono attivati soprattutto per ostacolare le inchieste e i processo per corruzione. Basta pensare alla ex Cirielli. E poi l’iter interminabile dei processi, che durano più delle stesse legislature, più dei mandati,» spiega Raffaele Cantone. «Ci sono addirittura persone già giudicate colpevoli che restano al loro posto, nei partiti, nelle aziende e persino nella pubblica amministrazione, e continuano a essere ossequiate e circondate di questuanti. È come se un insegnante condannato per pedofilia seguitasse a lavorare in una scuola, ricevendo anche l’apprezzamento dei genitori dei suoi alunni».
E che dire della soglia di assuefazione dei cittadini, che si alza ogni giorno di più? Della smemoratezza di tutta la società civile, della trascuratezza di chi dovrebbe vigilare? Dell’impermeabilità di molte società pubbliche, private e miste, della farraginosità delle leggi?
«Ciclicamente si grida allo scandalo, ci sono moti di indignazione collettiva, spesso in coincidenza con le crisi economiche che intaccano il benessere generale», spiega Cantone che  aggiunge come si tratti di tempeste passeggere, ogni volta superate da uno scandalo maggiore. Dopo il Mose è venuto l’Expo, dopo la cupola di Expo c’è stato il “mondo di mezzo” di Mafia Capitale. Che altro ci toccherà vedere ancora? 
«Ci  sono istruttorie che vengono cancellate dal tempo prima ancora che sia pronunciato qualunque giudizio: l’inchiesta finisce nel cestino senza neppure l’incriminazione. Questo ha un effetto disastroso: oltre a non dare un colpo al malaffare, trasmetti la certezza dell’impunità. Una parte della magistratura compie il proprio dovere e difende i processi. Ma bisogna riconoscere che un’altra parte, sicuramente minoritaria, non sempre ha fatto tutto quello che poteva.»
Non esistono ricette per guarire da questo male. Ed è chiaro che non basta aver creato un’Autority Anticorruzione e averla affidata a un magistrato di alto profilo. Quello che occorre  è anzitutto far sì che torni al centro della politica la questione morale senza tutti i distinguo e gli sconti a corrotti e corruttori che vengono fatti di continuo in nome di una pelosissima scappatoia chiamata garantismo. E anche l’applicazione di pene più severe a chi sgarra, insieme con l’allontanamento dalle cariche pubbliche, potrebbe giovare, ma la recente  bagarre in parlamento per l’esclusione dalle liste elettorali degli “impresentabili” non fa sperare che a breve si vada nella direzione indicata da Raffaele Cantone. Dobbiamo davvero rassegnarci?

Raffaele Cantone con Gianluca Di Feo

IL MALE ITALIANO. Liberarsi dalla corruzione per cambiare il Paese

Rizzoli, 195 pagine, 14,88 euro anziché 17,50 su internetbookshop. Disponibile anche in eBook a 6,99 euro

Incipit. E’ sera e sono a casa. Non sono di servizio, una delle poche volte. In tivù c’è Il Gattopardo. Mia moglie lo adora. Tancredi, Angelica e tutto il resto. Io è la prima volta che lo vedo. Preciso identico a quell’altro film: Il Padrino. Un boss vecchio stampo, il mondo che cambia intorno a lui e il problema della successione.
Se fossi vissuto nel 1860, al principe di Salina gli avrei sminchiato la vita. Sono quelli come lui che hanno voluto la mafia. Che l’hanno usata, sfruttata e aiutata. Anche loro erano Cosa nostra.
Io sono un poliziotto. Un poliziotto siciliano. Un controsenso. I siciliani odiano lo Stato: questa camurrìa  l’ho sentita troppe volte. Io credo invece che noi lo Stato lo accettiamo, eccome. Ne abbiamo due in Sicilia: lo Stato Italiano e quello di Cosa Nostra. 

Ecco un esempio eccellente di quel genere letterario che gli anglosassoni chiamano nonfiction novel: romanzo non romanzo, romanzo verità: un espediente letterario per dire cose scomode senza assumersene la responsabilità penale e civile. Il che non significa che l’autore sia un vigliacco, ma che cerca di fare buona informazione evitandone le conseguenze giudiziarie che gli tapperebbero la bocca con esorbitanti richieste  di risarcimento. Un male davvero italiano, questo, perché lascia ai giudici e ai difensori la facoltà di tagliare metaforicamente le gambe a giornalisti e scrittori con denunce-querele presentate a costo zero, che quasi sempre finiscono in nulla ma in attesa di sentenze favorevoli, che ci mettono anni ad arrivare impegnano il malcapitato in costosissime autodifese, con spreco di tempo ed esborso insostenibile di denaro.
Il principio ispiratore di queste azioni civili e penali è semplice: ti denuncio senza alcuna spesa, solo producendo la fotocopia di quello che hai scritto e tu devi difenderti. Se vinci, ti ho immobilizzato per un sacco di tempo, ti ho fatto spendere un sacco di soldi ma non ti devo alcun risarcimento. Se perdi sei rovinato, perché il risarcimento è sempre nell’ordine di decine, centinaia di migliaia di euro. E poiché, nel campo dei reati a mezzo stampa, la discrezionalità del giudice è  quasi assoluta, non è difficile che tu perda anche se di fatto hai ragione.
Perché questo accanimento se l’articolo 21 della Costituzione assicura la libertà di espressione e di informazione? Semplice, perché negli ultimi trent’anni si sono prodotte in Italia leggi sempre più restrittive. Leggi che di fatto hanno impedito che venissero divulgate verità scomode per i malviventi e per i politici corrotti. Leggi che, impugnate sul filo del diritto da difensori aggressivi, molti dei quali sono stati eletti in parlamento e hanno contribuito a scriverle, hanno reso inapplicabile l’articolo 21. Ma torniamo al libro in oggetto.
È la storia di un poliziotto, uno “sbirro”, come dicono i malviventi senza celare il loro disgusto.
Nato dall’incontro fortuito dell’autore, sceneggiatore di successo, con uno ‘sbirro’ siciliano, deve il titolo a un’espressione di Salvatore Riina, riportata dallo scrittore d’inchiesta Attilio Bolzoni, che voleva indicare un mafioso troppo curioso. L’autore ha voluto estrarla dal contesto applicandola a quella particolare curiosità che porta a esplorare fino in fondo la mafiosità e che di fatto accomuna giornalisti e poliziotti.
La ‘sbirritudine’ è quel sesto senso per la mafia che tutti i siciliani, nel bene e nel male, possiedono e che nei poliziotti è estremamente sviluppato.
Il protagonista è uno sbirro vero del quale ovviamente l’autore non può rivelare l’identità mentre condensa in queste pagine i ricordi legati ai suoi venticinque anni di servizio in Sicilia, proprio nel cuore della mafia più feroce: la mafia vincente, quella delle stragi e degli omicidi in strada che ha instaurato nell’isola anni di terrore.
In un’interminabile notte nel corso della quale deve succedere qualcosa, l’uomo ricorda la propria vita cominciando dai motivi che lo hanno indotto a fare il poliziotto in Sicilia e a farlo dalla parte dei cittadini onesti e dello Stato. E qui si dipana, sul filo della memoria, tutto il suo percorso operativo, dalle scorte ai giudici, ai turni sulle volanti, alla presenza ai grandi processi dove guarda negli occhi i boss rinchiusi nelle gabbie. Questi ricordi si snodano come le sequenze di un film, portando i lettori nel piccolo paese di provincia dove il poliziotto combatte la sua lotta silenziosa e solitaria non solo contro i boss stessi, ma anche e soprattutto contro quel grigiore opaco in cui si fondono la criminalità vera e propria e la mafiosità sottotraccia dei  bravi cittadini che, per convenienza o per paura, danno sostegno in mille modi ai mafiosi, a cominciare proprio da coloro che la mafia dovrebbero combatterla: gli uomini in divisa. 
Naturalmente i luoghi, i nomi e le situazioni appartenenti alla realtà nel romanzo sono stati alterati sia perché il poliziotto in carne e ossa è ancora in servizio, sia perché come ogni non fiction novel, anche Sbirritudine è stato ibridato con elementi di fantasia e con fatti realmente accaduti ma in luoghi e tempi diversi. Ma non è la denuncia riguardante le vicende, il messaggio che si coglie in questa storia. In realtà il romanzo è un grido di allarme perché nel silenzio dei potenti, nell’oblio e nell’indifferenza generale, la zona grigia, assimilabile ‘mondo di mezzo’ di cui ha parlato Massimo Carminati dando il via all’inchiesta Mafia capitale, per l’indifferenza e la convenienza personale di troppi si sta dilatando a dismisura e presto arriverà a contagiare il Nord Europa, se già non è accaduto. E non bisogna dimenticare un elemento negativo tutto italiano: la solitudine di coloro che prendono sul serio la propria missione e combattono davvero rischiando tutti i giorni la vita.
Sbirritudine non è solo un bel libro che si legge d’un fiato. E’ la storia vera del male italiano: la criminalità organizzata comunque si chiami, veicolo di morte, distruzione, incultura, che prospera sulla povertà endemica e sull’ignoranza.

Giorgio Glaviano

SBIRRITUDINE. Un poliziotto dentro la mafia più feroce. Una storia vera

Rizzoli, 439 pagine, 15,30 euro anziché 18,00 su internetbookshop. Disponibile anche in eBook a 9,99 euro

Incipit. La festa della crescentina, agosto 2014. Una sera di fine estate, sull’Appennino tosco-emiliano, all’acrocoro di Monte Sole, nei comuni di Marzabotto, Grizzana Morandi, Monzuno, in provincia di Bologna, in mezzo a una vasta area di 6.300 ettari tra i fiumi Setta e Reno.
Al tramonto, i contorni della montagna diventano più marcati e gli alberi disegnano strani chiaroscuri dentro un semicerchio. Quando le nuvole si diradano, le stelle accompagnano i viandanti lungo un percorso certo e un riparo sicuro, nel rifugio del Poggiolo.
A Monte Sole ci sono gruppi di case sparse che formano un’antica comunità. Le mulattiere portano fin dentro alla buia macchia, i tratturi fangosi tagliano in due i dirupi. Lungo quegli sterrati, fratelli e sorelle cenobiti della «Piccola famiglia dell’Annunziata» camminano silenziosi e pregano per la pace, ogni sera, dai ruderi della chiesa al piccolo cimitero di Casaglia. Vi è
sepolto Giuseppe Dossetti, presbitero, politico, teologo, uno dei padri del Cattolicesimo democratico, a tre metri dal muro della cappella, forato dai colpi contro i civili della mitraglia nazista, il 29 settembre 1944.
C’è qualcosa di commovente
C’è qualcosa di commovente e inatteso, che provoca un silenzio totale, quasi metafisico, nella bellezza scarna dell’altopiano di Monte Sole. Qualcosa che fa scattare una forma di stupefatto dolore. Affonda in una coltre di buio immenso, nel peso della Storia.
Camminando lungo i sentieri in quei luoghi incontaminati, tra il verde intenso dei boschi e il marrone delle foglie che cadono preannunciando l’arrivo dell’autunno, si è trasportati nel passato un istante dopo l’altro, immersi in un tempo che fatica a diventare presente e futuro, in una dimensione irreale in cui l’identità sfuma. D’improvviso le voci di uomini e donne, le grida di sofferenza
degli anziani e le urla dei bambini si materializzano nella nostra coscienza, in un attimo che pare eterno. È il momento in cui noi diventiamo di colpo memoria vivente.
Quella sera, in particolare, il cielo è stellato, non vi sono nuvole, la luna è quasi piena, i contorni delle montagne sono perfettamente visibili, la temperatura è tiepida. Gli uomini e le donne sono ormai andati a riposare, i ragazzi si divertono a modo loro, lontani, in discoteca.
Dalla camera da letto al primo piano, si sente solo nonna Maria che prega a bassa voce. Il suo rosario è una vecchia nenia che si sussurra ai bambini prima di addormentarsi.

E’ una bella sera di fine settembre. In una cascina sul pianoro di Monte Sole un anziano mostra al nipote un plico di vecchie fotografie, mappe militari ingiallite, cartine geografiche, carte processuali consunte dall’uso. Sono tutto quel che resta di una storia avvenuta settant’anni fa. Una bruttissima storia di dolore e di sangue che  senza quelle carte  a testimoniarla e soprattutto senza i ricordi ancora vivi nella memoria del vecchio sprofonderebbe nel grigiore opaco dell’oblio.
E’ la storia di una strage nazifascista avvenuta in quel borgo rurale nell’estate nella tarda estate del 1944.
Inferociti dall’inarrestabile avanzata delle truppe alleate, temendo  una liberazione delle regioni del Nord favorita dalle formazioni partigiane, quell’estate  i tedeschi da un lato schieravano truppe decise a tutto lungo la linea Gotica  e dall’altro avevano ingaggiato una lotta senza quartiere contro i ‘banditen’  i partigiani che combattevano sulle montagne una guerra di guerriglia in seguito rivelatasi decisiva per la liberazione.
Il lavoro più sporco e maledetto, quello di scovare i combattenti senza divisa dovunque potessero annidarsi, vale a dire nelle fattorie, nelle stalle, perfino nelle chiese e nelle canoniche,  era stato assegnato alle divisioni speciali delle SS combattenti, che vennero guidate da italiani i cui nomi sono venuti alla luce di recente grazie alla scoperta degli elenchi conservati in armadi chiusi a chiave e dimenticati. Gli armadi della vergogna.
Ma non è stata una caccia al partigiano quella messa in atto sull’Appennino tosco emiliano (come in molto altri luoghi) Gli alleati avanzavano e il nemico aveva fretta quindi perché perdere tempo a cercare pochi disperati col fucile a tracolla e le munizioni che ormai scarseggiavano? Meglio pianificare l’eliminazione di massa della popolazione civile, sospettata di aiutare i partigiani, radendo al suolo paesi e borgate
A fare da lugubre colonna sonora ai massacri, il suono di un organetto che precedeva l’arrivo degli assassini con la svastica e con i fasci. Sant’Anna di Stazzema, Bardine, Vinca, Casaglia, Marzabotto: sono nomi per lo più sconosciuti alle nuove generazioni. In quella lunga estate del 1944 furono  teatro di una ferocia senza pari, del tutto gratuita e ingiustificata e per comprenderne tutto l’orrore basta leggere l’età anagrafica delle vittime i cui nomi sono scolpiti nelle lapidi.
Il vecchio, che all’epoca della strage a Monte Sole era un ragazzo miracolosamente sfuggito alla ferocia della “16. SS-Panzergrenadier-Division Reichsführer”,  è rimasto ormai uno dei pochissimi testimoni: un vero e proprio ‘armadio della vergogna’ vivente perché, come si può facilmente immaginare, alla Divisione assassina di cui Walter Reder è stato uno dei comandanti, addestrata appositamente per le stragi contro i civili, si erano arruolati  un centinaio di italiani i cui nomi sono diventati di dominio pubblico solo dopo la pubblicazione degli elenchi contenuti nel famigerato ‘armadio della vergogna’  scoperto a Roma , in via dell’Acquasparta.
Daniele Biacchessi, giornalista, attore e autore di testi per il teatro civile, presidente dell’associazione Ponti di memoria, è impegnato da anni a portare nelle librerie, sui palcoscenici e nelle piazze di tutta Italia le pagine più drammatiche, oscure e controverse della nostra storia. In questo libro affronta le stragi nazifasciste dal punto di vista di un sopravvissuto, diventato custode di una memoria che, per non morire, deve essere trasmessa oralmente da nonno a nipote.
 I Carnefici è dedicato a Franco Giustolisi, il giornalista che per anni si è battuto affinché gli italiani sapessero dell’esistenza dei 695 fascicoli chiusi in quell’armadio.

Daniele Biacchessi

I CARNEFICI

Sperling & Kupfer 190 pagine, 14,36 euro anziché 16,90 su internetbookshop. Disponibile anche in eBook a 9,99 euro

Incipit.
Prefazione di Nicola Tranfaglia: Non capita spesso che un ufficiale dei carabinieri come il genovese Nicolò Bozzo, che ha attraversato quarant’anni dell’Italia repubblicana sempre impegnato in quel territorio di confine tra il mantenimento dell’ordine pubblico e l’attività investigativa e operativa nella lotta contro i terrorismi di opposto colore, incontri un giornalista appassionato di storia come Michele Ruggiero e costruisca con lui una testimonianza viva e lucida sulla sua vita di inflessibile servitore dello Stato.
Ma quando accade come oggi e nasce un libro chiaro e ricco di informazioni attendibili sui retroscena importanti, i risultati sono assi significativi per i lettori e anche per gli studiosi dell’ultimo quarantennio della repubblica.
Parte prima. La famiglia, la guerra, l’Arma
Epaminonda Bozzo
La mia famiglia e Genova sono un unicum indivisibile, impossibile da scomporre nel cuore e nella mente. Per quarant’anni ho girato l’Italia, più in lungo che in largo. Ho vissuto per anni a Torino e, soprattutto, a Milano, ma neppure per un attimo ho accarezzato l’idea di staccarmi dalle mie radici, dalla casa paterna di Genova Prà, da quella vita che sembrava girarsi e rigirarsi tra strade sempre più strette, man mano che cresceva la febbre della quattro ruote. Per la verità, a costruire un intero palazzo su quattro piani, dove abito tuttora, fu il nonno materno che si barcamenava dignitosamente da piccolo imprenditore edile, tra appalti e subappalti, in una Genova che quando non aveva più spazio da rubare alla natura, se l’inventava.

Ci sono libri che quando vengono pubblicati dovrebbero essere letti con attenzione e poi riposti negli scaffali bassi della libreria, bene in vista, a portata di mano, per essere riletti più avanti, alla luce di eventuali nuove rivelazioni e di progressi o regressi delle indagini giudiziarie sui fatti oscuri di questo Paese. Sono libri importanti, che affrontano episodi fondamentali,  che spesso azzardano ipotesi che si rivelano azzeccate. Eppure, come capita a molti saggi scomodi, cadono presto nell’oblio per l’indifferenza di un pubblico abituato a prendere per vangelo le notizie ammannite dai notiziari delle tivù di Stato, sia pubbliche che private, che ormai sono tutt’uno.
Nei secoli fedele allo Stato è uno di questi libri. Uscito nel 2006 ha come sottotitolo “L’Arma, i piduisti, i golpisti, i brigatisti, le coperture eccellenti, gli anni di piombo nel racconto del generale Nicolò Bozzo”. E già questo avrebbe dovuto suscitare da subito molta curiosità, perché il generale Bozzo, con i suoi 42 anni di servizio nell’Arma, ha attraversato, vivendoli in prima persona, tutti gli episodi più neri della nostra storia repubblicana. Ma a mettere i lettori appassionati di storia recente sulla’avviso che si trattava di un libro molto, molto particolare, è la grafica del titolo. Infatti “Nei secoli fedele” che è il motto dei carabinieri , è scritto in carattere bold (grassetto) mentre le parole “allo stato” aggiunte nella riga sotto, sono in roman (chiaro).  Come se si fosse voluto sottolineare l’eccezionalità che un alto ufficiale dei carabinieri qual è stato il generale Nicolò Bozzo, possa essersi mantenuto fedele non ai vertici dell’’Arma, non ai governanti di turno, non ai politici, bensì allo Stato repubblicano.
Il generale Bozzo, protagonista e autore con il giornalista Michele Ruggiero della propria autobiografia, nel corso dei suoi 42 di servizio nell’Arma, ha incrociato episodi nerissimi e trame complesse della nostra storia. Ha vissuto momenti tragici sia sul piano professionale che su quello personale. Oggi è ricordato come il ‘generale gentiluomo’  per prendere a presto l’espressione coniata per lui da un giornalista di Repubblica. Un protagonista degli anni bui della Repubblica, riuscito a smarcarsi da ogni tentazione totalitaria insita nei progetti di destabilizzazione progettati e in parte attuati da alcuni settori delle forze armate, delle istituzioni, dei servizi segreti, da imprenditori e faccendieri, rifiutando e combattendo ogni tentativo di forzatura democratica, pagando il prezzo delle proprie personali decisioni, per essere davvero fedele allo Stato e ai cittadini.
C’è tutto in questa “biografia in prima persona”: dagli anni al comando della storica divisione Pastrengo, all’omicidio Calabresi; dall’amicizia con il generale Dalla Chiesa, allo stragismo partendo da quello di Peteano fino  al Piano Solo; dalla lotta al terrorismo, a Gladio, alla P2 e suoi affiliati con le stellette; dalla lotta alla mafia, fino al mistero di Ustica riguardo al quale, proprio in questo libro, viene formulata un’interessante ipotesi da non prendere alla leggera perché lui, Nicolò Bozzo, quella notte era lì, in Sardegna. Un’ipotesi tanto seria e attendibile che in seguito il generale ha sentito il dovere di riferirla alla Commissione stragi. E c’è da chiedersi se sia davvero solo un’ipotesi.?

Michele Ruggiero (per Nicolò Bozzo)

NEI SECOLI FEDELE ALLO STATO. L’Arma, i piduisti, i golpisti, i brigatisti, le coperture eccellenti, gli anni di piombo nel racconto del generale Nicolò Bozzo

Frilli editori, 300 pagine, 12,75 euro anziché 15,00 su internetbookshop.

Incipit.
Premessa. Ruvo di Puglia, cittadina del sud Italia. Nella scuola frequentata dalla nostra nipotina Giulia, di 10 anni, la maestra racconta della seconda guerra mondiale, della shoah, delle persecuzioni al popolo di Israele … Giulia riferisce che i suoi nonni sono vissuti in Polonia proprio in quel periodo e che ora abitano in Israele e che trascorreranno le vacanze natalizie in Italia. Tramite mia figlia Anna la maestra ci chiede se, in tale occasione, siamo disposti a raccontare ai suoi alunni le nostre vicissitudini. E così arriviamo in Italia qualche giorno prima delle festività, quando ancora i ragazzi vanno a scuola. Henryk, mio marito, deve parlare della distruzione del ghetto a Kalisz e di come sia stata annientata la sua famiglia, io della mia sopravvivenza a Varsavia. Abbiamo scritto in polacco e mia figlia Anna ha tradotto tutto in italiano.
Prima della guerra
Sono nata in Via Muranovski numero 36/2, a Varsavia in Polonia, dove vivevo con mio padre, affettuosamente chiamato in casa, Szymon o tatus, mia madre, detta Broncha, e mio fratello, Jacov, per tutti noi, il piccolo Kubus, più giovane di me di quattro anni. Eravamo una famiglia felice.
Dopo aver terminato la scuola primaria, i miei genitori mi iscrissero al ginnasio Mirlasow. Amavo molto quella scuola. Avevo ottimi rapporti con le compagne di classe, di cui io ero rappresentante quando i professori o la preside volevano imporci scelte ingiuste. Ero una brava allieva, ma non la migliore.Tutte avevamo un buon livello di preparazione.
Prima della guerra avevo idee di sinistra e non ne facevo certo un mistero, tant’è vero che una volta convinsi tutta la classe a non versare una quota di danaro, ufficialmente non obbligatoria, richiesta per aiuti militari. Quando c’era compito in classe, i professori non facevano entrare le ragazze che non avevano pagato tale tributo, per protesta convincevo tutte le alunne a restare in corridoio e il compito non poteva svolgersi. La professoressa, dopo aver tentato inutilmente di convincerci, chiamava allora la direttrice che, a propria volta, si arrendeva di fronte al gruppo compatto. Infine, tutte potevamo entrare in aula e svolgere il compito. Naturalmente io fui ritenuta responsabile di quella piccola rivolta. Molti casi del genere si accumularono contro di me, rendendomi non particolarmente benvoluta dalle docenti, che tentavano invano di spodestare la mia leadership.

Un libro a due voci: quella di lei, Irena e quella di lui, Henryk Zeligowski,  una coppia di ebrei sopravvissuti alla Shoah che hanno deciso di raccontare la loro incredibile vicenda fatta di fuga e di paura in un volume doppio, pubblicato con un curioso espediente grafico che consente di leggere prima il racconto di lei in forma di diario e poi, capovolgendo il libro, quello di lui.
Irena è tra le pochissime persone che siano riuscite a fuggire dal ghetto di Varsavia. Nella città in preda all’isteria collettiva si ritrova a vagare da sola e sente che fra quelle strade che percorreva spensierata fino a poco tempo prima, quando cioè  il ghetto non era ancora diventato una prigione, serpeggia una paura palpabile.
La vita a Varsavia apparentemente scorre immutata, ma ogni giorno porta con sé presentimenti di morte. Irena scopre che anche per i polacchi non è facile convivere con le nuove leggi fatte di odio e di morte, dove una calunnia può equivalere a una condanna ai lager. Dovunque in città non si ride più, non si balla più ci sono code per qualsiasi necessità. Ci sono delatori a ogni angolo.
Scrive Irena:
Tutto quel periodo, dal primo settembre 1939, fino al 17 gennaio 1945, è stato caratterizzato dalla mia fuga dalla paura. Nel ghetto scappavo dai tedeschi che mi davano la caccia e volevano ammazzarmi, li guardavo da lontano, da qualche nascondiglio. Mi nascondevo sempre in tutti i buchi possibili. Nella zona ariana fuggivo dai polacchi che volevano ricattarmi e consegnarmi nelle mani della Gestapo. Io dovevo, giorno dopo giorno, notte dopo notte, fuggire da qualche paura che mi perseguitava e che non mi lasciava nemmeno per un attimo. Sono diventata una specialista nelle fughe e queste esperienze, questa condizione di vigilanza mentale, hanno affinato tutti i miei sensi. Ho sentito meglio e prima degli altri, ho visto più da vicino e più dettagliatamente degli altri, fuggendo da innumerevoli pericoli.
Non avevo nessun documento, né soldi, né conoscenti, non avevo il diritto di vivere. Io ero selvaggia nel ghetto e pure nella zona ariana. Non avevo, insomma, alcuna possibilità di sopravvivenza. Sono sopravvissuta contro ogni logica.”
Solo a guerra terminata, con l’arrivo dei russi, Irena  torna a vivere. Il suo racconto, iniziato nel 1939, quando al ritorno dalle vacanze gli ebrei scoprono che la loro esistenza sta per essere sconvolta, si snoda, giorno per giorno, lungo tutti gli anni della guerra, sollevando il sipario sulla quotidianità dei molti che, come lei, erano costretti a inventarsi la vita giorno per giorno, fuggendo e nascondendosi.
Ma le cose peggiori, quelle a cui è stato davvero difficile sopravvivere oltre alla fame e alle privazioni insostenibili, sono per lei i racconti delle atrocità che vengono commesse contro gli ebrei e le notizie della morte dei suoi famigliari internati nei lager.
Anche Henryk riesce a fuggire dal ghetto di Kalisz. Arriva fortunosamente in Germania dove si finge contadino e lavora come schiavo in una fattoria.
Un ebreo che si nasconde in Germania sotto il terzo reich, mentre sono in pieno svolgimento le grandi manovre per la ‘soluzione finale’? Non è difficile immaginare quale pozzo di spaventi siano stati per lui i giorni da clandestino. Mesi e mesi senza riposare, senza dormire per la paura di essere scoperto e denunciato.
Il suo diario, al pari di quello di Irena, è una fuga infinita. I suoi ricordi sono concentrati però sul 1942, l’anno terribile dei treni piombati avviati ogni giorno verso i campi di sterminio.
“Nel ghetto di Kalisz [ai confini con la Germania] siamo rimasti solo in 130, prima delle leggi razziali eravamo 25.000, su una popolazione di circa 65.000 persone. Ci hanno distrutto il cimitero, le due sinagoghe, le abitazioni. Ci hanno privati dei nostri lavori, dei nostri studi, dei nostri affetti.
Siamo tutti occupati in una sartoria cui è affidato il compito di risistemare le uniformi dell’esercito tedesco.”
Sono le uniformi dei militari che lavorano nei campi. Auschwitz, Treblinka, Chelmno…. Sono sporche, piene di polvere. Henryk sa che mista a quella polvere c’è anche la cenere dei crematori. Quelle particelle che gli riempiono le narici sono pura disperazione.
Il lavoro è tanto, ma non riusciamo a concentrarci. Scorrono, nella nostra mente, inesorabili, le immagini della fine del 1940 e degli inizi del 1941, quando anziani e malati cronici sono stati mandati verso lo sterminio di massa.
Ognuno di noi ha perso madre, padre, sorelle, fratelli, parenti, amici.
Ciascuno di noi rappresenta l’ultimo residuo di una comunità, l’ultimo sopravvissuto di una grande famiglia, l’ultimo superstite di una nave affondata.
Siamo consapevoli che la nostra presenza a Kalisz non durerà a lungo. Forse giorni? Prima o poi anche noi saremo mandati nei campi di concentramento e saremo annientati. Sentiamo imminente il pericolo.”
Henryk sfugge alla cattura ma il prezzo è alto. La paura lo accompagna in ogni minuto che potrebbe essere l’ultimo.

Quando arriva la liberazione Henryk e Irena si ritrovano. Concludono gli studi interrotti, diventano entrambi  medici. Si sposano e lasciano l’Europa per trasferirsi a Tel Aviv.

Irena Zeligowski, Henryk Zelinowski

FUGA DALLA PAURA

La meridiana, 152 pagine, 11,90 euro anziché 14,00 su internetbookshop. Disponibile anche in eBook a 8,49 euro

Incipit.
Premessa. Matilde, al di là del solito luogo comune di “Unica donna in grado di tenere testa al papa e all’imperatore” o di “Regima d’Italia”, fu il punto principale di riferimento, come attrice e protagonista almeno dell’ultimo quarto del secolo XI, della storia del suo tempo in Italia. Il rilievo della sua figura viene dal convergere in lei del lascito di una dinastia centrale dell’Italia di quel secolo, quella dei Canossa, con le istanze di cambiamento che coinvolgevano in quegli anni la Chiesa, che confluirono in quella che è stata definita, non senza una riduzione di quello che effettivamente fu, “Riforma Gregoriana”.
Matilde e i pontefici del suo tempo. Come un’ouverture.
Il titolo riprende quello di un libro del benedettino Luigi Tosti, uscito una prima volta nel 1859, in piena seconda guerra d’Indipendenza, e poi riedito nel 1886 nelle opere complete del Tosti, e oggetto di una ristampa anastatica ad opera delle Messaggerie Pontremolesi nel 1989. Matilde veniva allora recuperata in chiave neoguelfa dal Tosti in una biografia ben documentata, come lo era nel romanzo storico Matilde di Canossa e Jolanda di Groninga, che dall’anno precedente l’abate Antonio Bresciani Borsa pubblicava a puntate su “la civiltà Cattolica “ di cui era tra i fondatori.
Naturalmente la mia è una prospettiva diversa, per storicizzare il personaggio al di là di ogni mitizzazione, su un versante, quello dei suoi rapporti col papato, che è stato visto anche dai contemporanei in modo opposto: se alcuni l’hanno definita “filia Petri”, “sponsa Dei”, “sponsa Christi”, altri l’hanno considerata «plagiata dai segreti discorsi di Ildebrando, capace di corrompere il papa sino a farlo parlare con la bocca di una vagina”.

C’è tutto il Medioevo con il suo ésprit du temps in questo libro. Ed è un Medioevo diverso da quello che comunemente si crede di conoscere. Così come la figura di Matilde di Canossa, donna dal potere smisurato, nel confronto incrociato di molte fonti fatto dall’autore, Paolo Golinelli, ordinario di storia medioevale all’università di Verona, esce diversa dalla dura, inflessibile paladina del papato capace di costringere in umiliante penitenza l’imperatore Enrico IV per tre giorni e tre notti, prostrato nel fango e nella neve.
Matilde era “grancontessa” essendo erede di vasti domini nella Tuscia. Imparentata con i reali d’Inghilterra (Enrico IV era suo secondo cugino) osò schierarsi apertamente con papa Gregorio VII nella lotta per le investiture. Una presa di posizione che la pone sopra il piedestallo della storia, dando comunque l’idea che nell’alto Medioevo le donne di rango avessero una posizione sociale ben diversa da quella subalterna conosciuta nei secoli successivi, fino ai nostri giorni.
Di fatto, Matilde era colta, leggeva libri, aveva amiche, trattava da pari con i grandi del suo tempo e riuscì perfino a dare scacco matto al rissoso imperatore donando, forse più per oculato calcolo politico e per mettere al sicuro se stessa e la propria famiglia, che per generosità, gran parte dei suoi domini al papa. Domini sui quali Enrico vantava parecchi diritti per motivi di successione e che per questo non la perdonò mai.
Dunque, non c’è da stupirsi se la Grancontessa è considerata il personaggio femminile più importante e discusso del Medioevo europeo. Gregorio VII la definì nelle sue lettere "l'ancella di san Pietro". Una definizione che non le rende giustizia perché con i successori di san Pietro lei trattava da pari a pari, viste anche le prerogative dei Canossa, ereditate da Matilde, di insediare i pontefici sul soglio pontificio. 
Donna di ferro, la Grancontessa! In lei  convergevano le responsabilità di governo di una potente e ricca dinastia e insieme le istanze di cambiamento della Chiesa, poi confluite nella cosiddetta "Riforma Gregoriana" della quale fu forse, in una certa misura, l’ispiratrice. Di sicuro fu la madrina.
In questo libro vengono analizzati i rapporti di Matilde con la Chiesa e i suoi più alti rappresentanti, a cominciare dai papi. Rapporti che toccarono il culmine durante il papato di Gregorio VII.
Molte  pagine, ovviamente, sono dedicate all’incontro con l’imperatore al quale, grazie alla sua mediazione, Papa Gregorio revocò la scomunica (ma non la dichiarazione di decadenza dal trono) e agli effetti che quell’evento ebbe sul corso della storia.
Un libro colto, che non si legge d’un fiato ma che, centellinato con calma e attenzione, regala delizie insospettate come l’infanzia di Matilde, la sua vita nel castello-fortezza dei Canossa, i suoi rapporti con i potenti di tutta Europa, con la madre, che venerava e con la altre donne. E poi, i suoi studi, i suoi piaceri e la quotidianità di chi, come lei, comandava in un’epoca che non fu affatto buia come una certa tradizione vorrebbe far credere.

Paolo Golinelli

L’ANCELLA DI SAN PIETRO. Matilde di Canossa e la Chiesa

prefazin

Jaca Book, 288 pagine, 18,70 euro anziché 22,00 su internetbookshop.

Incipit. Acqua, aria, cibo e alcune domande
Nasce una bambina e la prima cosa che fa è respirare, la seconda è cercare di nutrirsi. Non sa altro e non vuole altro, come manifestano i suoi vagiti.
La nuda vita è respiro e alimentazione. Per camminare la bambina avrà bisogno di qualcuno che la sostenga, per imparare a parlare dovrà sentire gli altri, per respirare e mangiare invece non ha bisogno di nulla, lo sa già fare da sé. Respirare e mangiare sono gli atti connaturali al fatto stesso di vivere, le azioni primordiali che rendono un ente, a partire dalle piante, un vivente. Ma da dove viene la vita?

“La vita è un immenso oceano che ci contiene e ci scuote con il continuo movimento delle sue onde, sempre inafferrabile, impossibile da fissare.” E’ una bellissima immagine, difficile da comprendere. Ma da dove viene, e quale logica la muove? Vito Mancuso, teologo atipico e scrittore di rango, si pone le domande che agitano l’umanità fin dalle sue origini. Chi  siamo, da dove veniamo, cos’è la vita, qual è il suo significato? Qual è la nostra reale posizione sul pianeta che crediamo di avere il diritto di piegare ai nostri capricci? E fino a quando ci sarà concesso farlo senza che si inneschi un processo irreversibile di autodistruzione?
Non dà, ovviamente, risposte, ma solo riflessioni a partire dalle origini della nascita e dell’evoluzione di questa vita sulla Terra, proponendo una visione della natura che non procede solo per mutazioni casuali e per egoistiche selezioni competitive, ma è soprattutto il frutto di una continua armoniosa aggregazione il cui senso intrinseco è il bene. 
Scrive Mancuso.
“Occorre una nuova visione della terra che pensi il nostro pianeta non più come materia inerte assemblata da una serie di circostanze casuali, ma come un immenso e sofisticato ecosistema che deve origine ed esistenza alla logica dell’armonia relazionale, un unico organismo vivente capace di autoregolazione nel quale ogni singolo elemento è interconnesso con ogni altro, così che il battito di ali di una farfalla in Giappone può provocare un uragano nei Caraibi e l’emissione di continua sporcizia nell’aria può provocare sporcizia e malessere nell’anima”
Da questa riflessione, che ci rende tutt’uno con tutti gli esseri viventi sul pianeta, ne scaturisce un’altra sulla nostra esistenza, che sarebbe possibile solo in relazione con quella degli altri. Da qui, nasce spontanea un’etica della nutrizione e dell’ecologia, capace di purificare il nostro corpo, meglio proteggere e custodire il pianeta, offrirci criteri per un consapevole esercizio della libertà.
In questa prospettiva il valore di un essere umano non dipende da ciò che ha o che sa, ma da quanto riesce a mettersi al servizio di qualcosa di più grande di sé: dalla sua capacità di aprirsi all’altro, di abbracciare, di amare. È la nuova visione del mondo di cui questa vita ha urgente bisogno per tornare a fiorire.

Prima che sia troppo tardi. Prima che questa “bella d’erbe famiglia e d’animali” che ci contiene tutti e alla quale tutti apparteniamo imbocchi un percorso dal quale non sarà più possibile tornare.

Vito Mancuso

QUESTA VITA. Conoscerla, nutrirla, proteggerla

Garzanti, 156 pagine, 11,18 euro anziché 14,90 su internetbookshop. Disponibile anche in eBook a 6,99 euro