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Leopardi, è questa la sua poesia meno conosciuta: versi emblematici. Il testo e significato

poesia leopardi a te stessoLeopardi, è questa la sua poesia meno conosciuta: versi emblematici. Il testo e significato - misteriditalia.it

Una poesia meno nota di Leopardi svela una resa interiore profonda e uno sguardo rarefatto sull’esistenza. Testo e significato.

Tra le molte pagine che compongono l’universo poetico di Giacomo Leopardi, alcune restano confinate ai margini dell’immaginario comune, pur custodendo spunti fondamentali per comprendere le sfumature più intime del suo pensiero. Tra queste spicca A se stesso, una poesia breve ma densissima, che afferma con limpida fermezza la frattura definitiva tra il poeta e le illusioni che avevano sostenuto i suoi anni più giovani. Si tratta di un testo spesso ricordato dagli studiosi, ma non altrettanto frequentato dal grande pubblico, forse per la sua nudità emotiva e per la durezza della visione che propone.

Una riflessione nascosta nel cuore dell’opera leopardiana

A se stesso risale al settembre del 1833, durante il soggiorno fiorentino di Leopardi. In quella fase il poeta aveva da poco vissuto una dolorosa delusione amorosa legata a Fanny Targioni Tozzetti, figura centrale del cosiddetto “Ciclo di Aspasia”. L’esperienza, destinata a lasciare un segno profondo, contribuì a definire una stagione poetica segnata da un pessimismo ancora più severo, ormai lontano dagli sprazzi di vitalità presenti negli anni precedenti. La poesia è costruita come un dialogo interiore, in cui Leopardi si rivolge direttamente al proprio cuore. Non si tratta di un artificio retorico, ma di un gesto umano e meditativo, attraverso il quale dichiara conclusa la stagione degli inganni. Non solo la speranza, ma persino il desiderio sono ormai considerati spenti, prosciugati dalla consapevolezza di un mondo che non offre riparo.

Il componimento prende forma come una resa definitiva: la vita appare attraversata da amarezza e monotonia, mentre il mondo viene ridotto a “fango”, immagine che restituisce l’idea di una realtà priva di elevazione e destinata a logorarsi su se stessa. Nella visione leopardiana di questi anni, la natura non è più la forza generatrice della tradizione poetica, ma un’entità indifferente, talvolta ostile, che assegna all’essere umano un unico destino certo: la morte.

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Una riflessione nascosta nel cuore dell’opera leopardiana – misteriditalia.it

L’alternanza tra endecasillabi e settenari conferisce al componimento una musicalità severa, quasi liturgica. Ogni verso è costruito per sottrarre, non per aggiungere: non ci sono immagini luminose, né aperture verso la consolazione. Le apostrofi al cuore, le metafore di degradazione, l’anafora che rafforza l’idea del “per sempre”, tutto concorre a delineare un tono meditativo e implacabile. Questa essenzialità non riguarda solo il linguaggio, ma anche il contenuto. Leopardi abbandona ogni residuo di speranza e conduce il lettore verso un punto di non ritorno: l’ammissione dell’“infinita vanità del tutto”. È un approdo che ha pochi equivalenti nella poesia italiana per radicalità e asciuttezza.

A se stesso
Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera,
E l’infinita vanità del tutto.

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