LA   NEWSLETTER   DI   MISTERI   D’ITALIA

Anno 5 - n. 94                                                      3 DICEMBRE 2004

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Direttore: Sandro Provvisionato
Webmaster: Matteo Fracasso


IN QUESTO NUMERO:

-   Strage Questura di Milano: tutti assolti
-   Covo di Totò Riina: verso la fissazione del processo per Mori e “Ultimo”
-   Mafia: assolto Canale, restano i perché della sua incriminazione
-   Caso Contrada: comincerà il 27 gennaio la requisitoria del PM
-   Strage di Ustica: i generali depistarono, ma … poco poco
-   Strage di Bologna: cominciato quarto processo a Luigi Ciavardini
-   Strage del rapido 904: le ossessioni dell’on. Fragalà
-   Caso Moro: fu opera di intelligence militare?
-   Giustizia: al dibattito c’è Segio, l’ANM Piemonte non ci va
-   Pantano Iraq: il Pentagono indaga su altri iracheni feriti finiti dai marines
-   Pantano Iraq (2): rapporto al Pentagono, “stiamo perdendo la guerra delle idee”
-   Pantano Iraq (3): lo spettro della leishmaniosi
-   Pantano Iraq (4): i giornalisti francesi rapiti stanno bene
-   Pantano Iraq (5): novembre, il mese più letale
-   Strage di Beslan: e adesso spunta un servizio segreto straniero
-   Lotta al terrorismo internazionale: le torture di guantanamo
-   Kosovo: il premier e' un trafficante di droga sospettato di crimini di guerra
-   Mostro Firenze: nella falsa pista dei mandanti spunta anche il legale di Gelli
-   Delitto via Poma: un kit per le indagini atteso dagli USA
-   Attentato al Papa: respinta richiesta Alì Agca
-   Pena di morte: dopo 40 anni un’esecuzione nel Connecticut

STRAGE QUESTURA DI MILANO:
TUTTI ASSOLTI

Un’altra strage senza colpevoli.

I giudici della corte d'Appello di Milano hanno assolto Carlo Maria Maggi e Francesco Neami dall’accusa di essere i mandanti della strage alla Questura di Milano del 17 maggio 1973 (quattro morti e 52 feriti).

Entrambi attivisti di Ordine Nuovo, i due erano accusati di concorso in strage con il sedicente anarchico Gianfranco Bertoli, condannato con sentenza definitiva per l'esecuzione della strage e morto in carcere. Quest'ultimo fu arrestato, nell’immediatezza dell’attentato. Disse di avere agito da anarchico individualista, ma non fu creduto e le successive indagini portarono all'incriminazione dei presunti mandanti, che però hanno sempre negato ogni addebito.

La sentenza di assoluzione conclude il quarto processo sulla strage.

I due imputati erano stati condannati all'ergastolo in primo grado, ma successivamente assolti in appello. La Cassazione aveva annullato poi il verdetto assolutorio e rispedito gli atti alla corte d'Appello di Milano che ha deciso per una nuova assoluzione.

Anche questo processo - come l’ultimo per la strage di piazza Fontana - si basava su di un astruso teorema accusatorio che vedeva gli imputati mandanti di una strage che, in realtà, aveva lo scopo di uccidere l’on. Mariano Rumor, all’epoca ministro dell’Interno, ritenuto legato ad un’ala golpista della destra estrema che andava punito perché aveva abbandonato ogni progetto eversivo.

L’accusa sembrava, inoltre, non tener conto di un particolare non indifferente: quando Bertoli lanciò l’ordigno contro la Questura di via Fatebenefratelli a Milano - dove si era appena conclusa una cerimonia in ricordo del commissario Luigi Calabresi - il ministro si era già da tempo allontanato dal luogo dell’attentato a bordo di un’autovettura.

Il processo per la strage alla Questura, inoltre, poggiava quasi unicamente sulla testimonianza di un ex informatore della CIA, Carlo Digilio, un “pentito” già ritenuto inattendibile in occasione del dibattimento sulla strage di piazza Fontana (12 dicembre 1969).

COVO DI TOTO’ RIINA:
VERSO LA FISSAZIONE DEL PROCESSO
PER MORI E “ULTIMO”

E' stato assegnato al GUP Marco Mazzeo il fascicolo che vede imputati il direttore del servizio segreto civile, Mario Mori e il tenente colonnello dei carabinieri, Sergio De Caprio (meglio conosciuto come “il capitano Ultimo”), entrambi accusati di favoreggiamento aggravato nei confronti di Cosa nostra (Vedi Newsletter n.93).

Il magistrato sta studiando il capo di imputazione formulato dalla procura che ha chiesto la fissazione dell'udienza preliminare dopo che il GUP, Vincezina Massa, aveva respinto la richiesta di archiviazione.

La procura sostiene che Mori e De Caprio, “in concorso fra loro e con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso”, abbiano “aiutato, dopo la cattura di Salvatore Riina, soggetti appartenenti all'associazione mafiosa, che avevano la disponibilità della casa di via Bernini 54, ove Riina aveva vissuto durante l'ultimo periodo di latitanza, ad eludere le investigazioni dell' Autorità”.

Gli inquirenti parlano di “comportamenti reiterati” e del fatto che gli imputati hanno voluto indurre “intenzionalmente in errore” i PM di allora.

Quattro le condotte contestate.

L'avere detto ai magistrati della procura di Palermo, nell'immediatezza della cattura di Riina, che la casa sarebbe rimasta sotto stretta osservazione, e così ottenendo dai magistrati una dilazione dell'esecuzione della perquisizione che stava per essere effettuata nella giornata dello stesso 15 gennaio 1993, giorno dell'arresto di Riina”. Guarda caso lo stesso giorno dell’arrivo a Palermo del nuovo capo della procura, Giancarlo Caselli.

Nel secondo punto della condotta evidenziato dalla procura si afferma che i carabinieri del ROS avrebbero disposto “la cessazione del servizio di osservazione sul complesso immobiliare di via Bernini 54 nel pomeriggio dello stesso giorno 15 gennaio 1993, disattivando da quel momento qualsiasi presidio di controllo visivo su quell'obiettivo”.

Ai militari si contesta anche di avere “omesso di comunicare ai magistrati della procura l'avvenuta cessazione del servizio di osservazione, ponendo in essere un comportamento reiterato volto a rafforzare la convinzione che il servizio di osservazione fosse ancora in corso, così inducendo intenzionalmente in errore i predetti magistrati ed i colleghi ufficiali dei reparti territoriali dei carabinieri ed  agevolando pertanto gli uomini di Cosa nostra che 'svuotarono' poi il covo di ogni cosa di eventuale interesse investigativo”.

Tutti questi comportamenti, secondo la procura oggi diretta da Pietro Grasso, hanno “l'aggravante di avere posto in essere tale condotta al fine di agevolare l'attività dell'associazione mafiosa denominata Cosa nostra”.

Quello che, almeno per ora, la procura di Palermo non spiega è perché Mori, attuale capo del SISDE, e il “capitano Ultimo” (celebrato perfino in un libro ed in uno sceneggiato televisivo) si sarebbero comportanti in un modo tanto spregevole per degli appartenenti ad un corpo dello Stato. La risposta è però intuibile: la cattura di Riina non fu una vera cattura, ma una consegna da parte del vertice di Cosa nostra, stufo dell’aggressività stragista di “Totò u curtu”, il boss dei boss della mafia siciliana. Una consegna che se da un lato potrebbe aver richiesto una contropartita (appuno il covo di Riina) dall’altro sminuirebbe e di molto il ruolo, fin qui dipinto come eroico, di Mori, ma soprattutto di “Ultimo”. 

MAFIA:
ASSOLTO CANALE,
RESTANO I PERCHE’
DELLA SUA INCRIMINAZIONE

Era il braccio destro di Paolo Borsellino, la sua ombra, l'uomo di cui l'allora procuratore di Marsala si fidava ciecamente.

Per otto anni si è portato addosso un marchio infamante, quello di avere “tradito” lo Stato per trescare con Cosa Nostra.

Dopo un’agonia lunga, appunto otto anni, il tribunale di Palermo ha assolto il tenente dei carabinieri Carmelo Canale dall'accusa di concorso in associazione mafiosa e corruzione.

L'ufficiale era stato indagato nel 1996, mentre era in servizio al ROS. Ex maresciallo, poi divenuto tenente per meriti di servizio, Canale era, secondo il PM Massimo Russo (anche lui allievo di Borsellino alla procura di Marsala) “un investigatore che godeva della fiducia e della stima di magistrati e colleghi”. Russo e Canale al processo si sono invece ritrovati su due fronti opposti, uno sul banco dell' accusa e l'altro su quello degli imputati. L'ufficiale, ritenuto un profondo conoscitore delle cosche mafiose trapanesi, secondo il PM, sarebbe infatti sceso a patti con i boss.

Canale ha sempre respinto con sdegno queste accuse.

Nel processo, che si è aperto nel luglio 1999, erano imputati anche il medico marsalese Giuseppe Pandolfo e il presunto mafioso Gaspare Casciolo. Anche loro sono stati assolti.

L'ufficiale dei carabinieri, secondo l' accusa, avrebbe “traditofra il 1979 e il 1993  per denaro. Contro Canale erano state acquisite anche le accuse di 12 “collaboratori di giustizia”, fra cui anche Giovanni Brusca.

L'inchiesta venne avviata a seguito alle dichiarazioni del “pentito” Antonino Patti.

L'atto d'accusa della DDA era pesante come un macigno: mentre Borsellino interrogava i “collaboratori di giustizia” Rosario Spatola e Vincenzo Calcara, Canale verbalizzava e poi informava i boss “prontamente, quasi in tempo reale”. L'azione del procuratore sarebbe stata così vanificata dal doppio gioco del maresciallo.

Il “pentito” Giovanni Brusca descrisse Canale come un “corrotto”, “disponibile nei confronti dei boss”, pronto a rivelare notizie sulle indagini, a coprire responsabilità, fornendo testimonianze false, persino a scortare “con le auto di servizio” le autobotti di acqua e zucchero che, negli anni Ottanta, attraversavano le strade di Partinico per rifornire i sofisticatori di vino.

Nel corso del processo sono stati più volte richiamati i casi giudiziari che hanno rappresentato altrettanti abbagli della procura di Palermo: dall'inchiesta Andreotti a quella contro Bruno Contrada; dalla gestione dei “pentiti” Cancemi, Di Maggio, Calcara e Spatola al mistero della consegna alle cosche del rapporto dei carabinieri del ROS su mafia e appalti, dai misteri dell'arresto di Riina al suicidio del maresciallo Antonino Lombardo, cognato di Canale.

Ed è probabilmente proprio dal suicidio del maresciallo Lombardo che è necessario partire per comprendere la vicenda Canale. E’ lo stesso Canale ad affermarlo: “Tutto comincia quando mio cognato, il maresciallo Lombardo, si uccide. E ciò accade quando, nonostante abbia l'anticipo in tasca, lo bloccano e gli impediscono di andare negli USA da Gaetano Badalamenti per il terzo viaggio e il terzo colloquio finalizzato al ritorno del boss mentre era in corso il processo Andreotti per l’omicidio Pecorelli”.

Badalamenti, una volta giunto in Italia, sarebbe stato pronto a smentire il principale accusatore di Andreotti, quel Tommaso Buscetta il quale accusava il senatore soltanto de relato, affermando di aver saputo che Andreotti era il mandante del delitto Pecorelli proprio da Badalamenti.

Per impedire che il maresciallo Lombardo riportasse in Italia Badalamenti (il quale  avrebbe potuto minare i due processi contro Andreotti, uno in corso a Palermo per mafia e l’altro a Perugia per omicidio) - questa la tesi di Canale - suo cognato venne infangato e quasi costretto al suicidio. Poi fu la volta dello stesso Canale che voleva indagare proprio sulla fine di Lombardo.

CASO CONTRADA:
COMINCERA’ IL 27 GENNAIO
LA REQUISITORIA DEL PM

Comincerà il prossimo 27 gennaio la requisitoria del sostituto procuratore generale Antonino Gatto, pubblica accusa nel nuovo processo d’Appello all'ex funzionario del Sisde, Bruno Contrada, accusato di associazione mafiosa.

Lo ha deciso la corte d'Appello di Palermo, dopo aver chiuso l'istruttoria.

Il secondo processo d’Appello, quarto atto giudiziario per Contrada, è cominciato il 10 dicembre dello scorso anno. Gli atti erano stati rimandati alla corte d'Appello dalla Cassazione che aveva annullato la sentenza di un'altra corte la quale aveva assolto Contrada dopo la condanna a dieci anni di reclusione inflittagli, in primo grado,  dal tribunale.

Contrada venne arrestato il 24 dicembre '92 e rimase in carcere per 31 mesi e 7 giorni, prima a Forte Boccea a Roma poi nel carcere militare di Corso Pisani a Palermo. Sono trascorsi 12 anni ed ancora non è stata posta la parola fine ad uno dei processi più allucinanti degli ultimi venti anni che ha riguardato uno dei più stimati funzionari di polizia italiani diventato all' improvviso, dopo le accuse di molti “collaboratori di giustizia”, un ”traditore dello Stato”.

STRAGE DI USTICA:
I GENERALI DEPISTARONO,
MA POCO POCO

Sulla vicenda di Ustica l'attività del Governo fu ostacolata dalla mancata comunicazione dei risultati dell'analisi del tracciato radar Marconi, che parlava della probabile presenza di aerei non identificati nei pressi del DC9 Itavia e di una nota nella quale si faceva riferimento al possibile ruolo nel disastro di altri aerei. Questa attività di omissione, tuttavia, non precluse l'esercizio delle prerogative ministeriali.

E' quanto emerge dalle motivazioni della sentenza con la quale, il 30 aprile scorso, la terza corte di assise di Roma, nell'assolvere quattro generali dell'Aeronautica accusati di aver depistato le indagini, dichiarò la prescrizione per le due omissioni attribuite al capo di Stato Maggiore Lamberto Bartolucci ed al suo vice Franco Ferri.

Turbamento delle prerogative del Governo, quindi, ma non impedimento delle stesse. “In base a questa valutazione giuridica dei fatti - si legge nelle motivazioni - è scattata la prescrizione”.

In quasi 600 pagine il collegio presieduto da Giovanni Muscarà ricostruisce i 24 anni di quello che, a tutt'oggi, rimane uno dei più inquietanti misteri della storia italiana. Misteri che, finora, hanno avuto lo sbocco di un processo, durato piu' di tre anni, non sulle cause dell'inabissamento del DC9 Itavia, avvenuto la sera del 27 giugno 1980, ma su quel muro di gomma che, per l'accusa, ha impedito di risalire alla verità.

Oltre a Bartolucci e Ferri, con la pesante accusa di attentato contro gli organi costituzionali con l'aggravante dell'alto tradimento, erano finiti sotto processo anche Zeno Tascio e Corrado Melillo. Furono tutti assolti, ma ci fu anche la dichiarazione di prescrizione per l'omesso riferimento all'autorità governativa, nel mese di luglio 1980, dei risultati dell' analisi dei dati emergenti dalle registrazioni del radar Marconi (circostanza attribuita a Bartolucci) e del contenuto di una nota del 20 dicembre 1980 sul possibile coinvolgimento nel disastro di altri aerei (Bartolucci e Ferri).

Per la corte quelle omissioni, che finirono per orientare nel senso voluto dallo Stato Maggiore dell'Aeronautica le indagini su Ustica, non preclusero gli interventi di competenza del Governo e non possono essere qualificate sotto il profilo dell'impedimento, circostanza grave e non prescrivibile, ma sotto quella più lieve del turbamento. Interpretazione, quest'ultima, non condivisa dai PM Maria Monteleone ed Erminio Amelio i quali hanno già impugnato questa parte della sentenza.

Nel capitolo delle motivazioni dedicata all'omessa informazione sulla “probabile presenza di aerei non identificati in prossimità del DC9 nella parte terminale del volo”, nelle motivazioni si afferma che fu sicuramente tenuto all'oscuro l'allora ministro della Difesa Lelio Lagorio il quale “non soltanto aveva dato immediate disposizioni di attivarsi anche per la necessaria collaborazione dell'Aeronautica con il ministero dei Trasporti, ma soprattutto, rispondendo a uno specifico quesito davanti alla Commissione Difesa del Senato in data 10 luglio 1980, fornì una ricostruzione dell'evento gravemente viziata per la evidente ignoranza di tali dati”.

Per i giudici, la disinformazione da parte del generale Bartolucciostacolò e alterò le determinazioni dell' autorità” senza, tuttavia, precluderle. Non si trattò pertanto di un impedimento globale o parziale, anche se temporaneo, ma di “un ostacolo alla piena conoscenza della situazione di fatto atto ad alterare senza precludere le determinazioni governative”.

Per la corte lo stesso discorso vale per il secondo profilo, l'attività di disinformazione attuata nei confronti del Governo con la nota del 20 dicembre 1980.

Tra i numerosi capitoli affrontati nelle motivazioni uno è dedicato al caso del Mig libico precipitato sulla Sila.

Per la corte non è assolutamente sostenibile un collegamento tra quell'incidente e la vicenda del DC9 e, soprattutto, manca la prova che sia precipitato prima del 18 luglio 1980.

Commentando le motivazioni dei giudici romani, la senatrice Daria Bonfietti, presidente dell'Associazione parenti delle vittime di Ustica, ha detto che queste “ribadiscono che ad opera dei vertici dell'Aeronautica è stato commesso il reato di alto tradimento in quanto, avendo dati sulla presenza di altri aerei attorno al DC9 'inequivocabilmente significativi', decisero di non trasmetterli al Governo. In questo modo ne ostacolarono l'attività”.

STRAGE DI BOLOGNA:
COMINCIATO QUARTO PROCESSO
A LUIGI CIAVARDINI

A 24 anni dalla strage di Bologna, è cominciato nel capoluogo emiliano l'ennesimo processo per accertare le responsabilità della bomba alla stazione che uccise 85 persone e ne ferì 200: la sezione minori della Corte d'Appello di Bologna è chiamata a giudicare Luigi Ciavardini, ex militante dei NAR, all'epoca diciassettenne, accusato di aver materialmente portato l'esplosivo servito per l'attentato.

Il processo torna sotto le Due Torri dopo la sentenza della VI sezione penale della Corte di Cassazione che il 17 dicembre 2003 aveva annullato con rinvio la condanna a 30 anni di reclusione decisa il 9 marzo 2002 dalla stessa Corte d'Appello. Era invece passata in giudicato la condanna di Ciavardini per banda armata.

La sentenza di secondo grado aveva ribaltato la decisione del Tribunale dei minori che il 30 gennaio 2000 aveva assolto dal reato di strage Ciavardini, condannandolo solo per la banda armata (a 3 anni e sei mesi): per i giudici dell'appello, Ciavardini svolse “un compito determinante”, “direttamente connesso alla materiale esecuzione del crimine”.

Ora tocca alla medesima sezione dei minori della Corte d'Appello, ovviamente in una diversa composizione di giudici.

Per la strage di Bologna sono già stati condannati all’ergastolo, con sentenza definitiva, ma quanto mai dubbia, Francesca Mambro e Valerio Fioravanti.

Nulla si è mai saputo, invece, dei mandanti della strage e soprattutto del movente.

STRAGE RAPIDO 904:
LE OSSESSIONI DELL’ON. FRAGALA’

L' Associazione dei familiari delle vittime della strage sul treno rapido 904 ha chiesto di fare chiarezza su “strane e incredibili notizie riferite alla strage del 23 dicembre 1984”.

Si tratta delle notizie provenienti dalla commissione parlamentare d’inchiesta sull’affare Mitrokhin e diffuse dal deputato di Alleanza Nazionale, Enzo Fragalà,  componente della commissione stessa, secondo cui la strage sul treno 904 (16 morti e 269 feriti) sarebbe da attribuire alla non meglio identificata rete terroristica Separat, guidata dal terrorista internazionale Carlos.

Le affermazioni di Fragalà, vaghe quanto fantasiose, fanno riferimento a “relazioni dei servizi segreti dei paesi dell' ex Patto di Varsavia”, prese come se le stesse fossero verità inconfutabili, quando invece - è la stessa Associazione dei familiari ad affermarlo - “dovrebbero essere trattate con le dovute cautele, cosa che lo stesso presidente della Commissione si è affrettato a precisare”.

Secondo Fragalàper la strage del 904 emergono nuovi spunti di indagine dall'inchiesta giudiziaria del giudice francese Bruguiere che ha disvelato la più temibile rete terroristica guidata da Carlos, coordinata e finanziata dai Servizi segreti dell'est comunista. L'inchiesta giudiziaria del giudice istruttore Bruguiere che sta per concludersi ha utilizzato documenti e testimonianze di prima mano dei Servizi segreti  dell'est, soprattutto della Stasi che è l'unico Servizio veramente disciolto perché  sparito con lui il paese di cui era emanazione, la cosiddetta Repubblica Democratica Tedesca”.

Le ossessioni dell’on. Fragalà, che vedrebbero la mano dei servizi segreti dell’ex Patto di Varsavia anche dietro un banale incidente stradale, per quanto riguarda la strage al treno rapido 904 - per cui sono stati condannati alcuni mafiosi, vagamente collegati ad una cellaula neofascista napoletana - non hanno alcun fondamento e si basano solo su una cieca fede nell’operato del molto discusso giudice francese Bruguiere.

CASO MORO:
FU OPERA DI INTELLIGENCE MILITARE?

Stiamo cominciando a rileggere i fatti del terrorismo degli anni '70 e '80: sul caso Moro l'ipotesi che si sta prepotentemente affacciando è che il rapimento dello statista e poi la sua uccisione siano stati strumento di una vera e propria operazione di intelligence militare”.

E’ quanto sostenuto dal senatore di Forza Italia, Paolo Guzzanti, presidente della commissione d'inchiesta Mitrokin.

Il caso Moro, secondo Guzzantiviene ora visto sotto un'ottica completamente diversa, rafforzata dai recenti contatti con la magistratura inquirente francese e dalle analisi politiche e militari della situazione internazionale tra la fine della guerra del Vietnam e l'inizio della perestroika”.

Guzzanti non ha detto di più. Un altro polverone su uno dei casi più misteriosi della stragione del terrorismo italiano?

GIUSTIZIA:
AL DIBATTITO C’E’ SEGIO,
L’ANM PIEMONTE NON CI VA

Un ex militante di Prima Linea viene invitato a un convegno sui temi della giustizia e molti magistrati che si erano impegnati a partecipare come relatori danno forfait.

E’ accaduto a Torino. L'indiretto protagonista dell'episodio è Sergio Segio che ha alle spalle una condanna definitiva per episodi di terrorismo.

Segio, oggi operatore del Gruppo Abele, era stato invitato dalla Camera Penale di Torino a una tavola rotonda sul tema “La pena vissuta”. Dimostrando grande insesibilità e una cecità che è pleonastico definire puerile, l'associazione nazionale magistrati (ANM) del Piemonte aveva però manifestato il suo disappunto ai penalisti con una lettera in cui definiva l'iniziativa “assolutamente inaccettabile”, ricordando, tra l'altro, che Segio é considerato “autore degli omicidi dei colleghi Emilio Alessandrini e Guido Galli”.

A titolo di cronaca va ricordato che l’ANM del Piemonte fa parte di quella stessa ANM nazionale che non ha battuto ciglio sulla scarcerazione di quel Brusca, mafioso reo confesso di oltre 100 omicidi, solo perché “pentito”.

Con un comunicato stampa, la Camera Penale di Torino ha replicato all’aberrante posizione dell’ANM Piemonte, affermando che “la scelta di invitare il signor Segio è dovuta alla volontà di portare una testimonianza di una pena interamente espiata e pertanto non può essere interpretata come mancanza di rispetto nei confronti delle vittime del terrorismo, tanto meno nell' aula del Palazzo di Giustizia intitolata a Fulvio Croce”, avvocato ucciso dalle Brigate Rosse.

Brusca è meglio di Segio? L’ANM Piemonte parteciperebe ad un dibattito sul “pentitismo” con Brusca?

A volte l’oscurantismo della magistratura italiana lascia interdetti. E rischia di far comprendere le ragioni del falso garantismno delle destre italiane.

PANTANO IRAQ:
IL PENTAGONO INDAGA
SU ALTRI IRACHENI FERITI
FINITI DAI MARINES

I cadaveri di quattro iracheni che sono morti a Falluja sono stati trasferiti negli USA per essere sottoposti ad autopsie nella base aerea di Dover, in Delaware.

Lo rivela il Baltimore Sun, secondo il quale si tratta di uno sviluppo nell'inchiesta nata dalle immagini televisive che hanno mostrato un marine aprire il fuoco contro un iracheno ferito in una moschea, uccidendolo.

L'arrivo di quattro salme conferma voci che si sono diffuse in questi giorni negli USA, secondo le quali l'inchiesta si è allargata oltre la morte dell'iracheno ripreso dalla telecamera di Kevin Sites, un cameraman della rete tv NBC che si trovava al seguito di un'unità dei marines (embedded). Nei giorni scorsi Sites, prima di chiudersi nel riserbo e respingere ogni intervista, aveva detto di aver udito altri colpi d'arma da fuoco da parte dei marines prima di entrare nella moschea, lasciando aperta la possibilità che il ferito iracheno, ucciso di fronte alla telecamera, non sia stato il solo a essere stato finito.

Nella moschea, secondo la testimonianza di Sites, c'erano cinque iracheni feriti rimasti sul posto dopo gli scontri con i marines del giorno prima, che avevano portato all'uccisione di dieci guerriglieri a Falluja.

Le autorità militari - che non hanno commentato le informazioni del quotidiano di Baltimora - non hanno chiarito se i quattro cadaveri provengano tutti dalla moschea al centro della vicenda.

Un'indagine sul comportamento del marine ripreso dalla tv (del quale non è stata resa nota l'identità) e della sua unità, è in corso da parte del Naval Criminal Investigative Service, il servizio investigativo della Marina militare.

Il Pentagono avrebbe deciso di trasferire i corpi a Dover perché si tratta di una base dotata di apparecchiature di medicina legale d'avanguardia.

La base nel Delaware é anche quella dove arrivano tutte le salme dei militari americani uccisi in Iraq o in Afghanistan.

Fonte: ANSA.

PANTANO IRAQ (2):
RAPPORTO AL PENTAGONO
STIAMO PERDENDO LA GUERRA DELLE IDEE

Il Pentagono prende atto di un allarme: nella lotta al terrorismo, gli Stati Uniti stanno perdendo la “guerra delle idee”, mentre vincono quella delle bombe. Invece di “conquistare i cuori” dei nemici, gli americani spingono, con le loro scelte, sempre più musulmani moderati verso i movimenti estremisti.

Sorprendentemente intelligente, l'analisi è il frutto di un rapporto di esperti fornito al Pentagono. Lo studio indica che le invasioni di Afghanistan ed Iraq hanno raffozarzato i sentimenti anti-americani nel mondo arabo e sollecita l'Amministrazione del presidente George W. Bush a cambiare i meccanismi di comunicazione con lo stesso mondo musulmano.

Per i musulmani, gli interventi militari americani provocano sofferenze senza contribuire a creare la democrazia. Sentimenti di diffidenza e ostilità sono diffusi anche in Paesi amici degli Stati Uniti, come l'Arabia Saudita, i cui cittadini ritengono che Washington intenda indebolire l'Islam nel Mondo, con la sua azione.

Il rapporto inviato al Pentagono porta la firma del Defense Science Board ed è opera di esperti non sospetti di anti-americanismo.

Il Defense Science Board è infatti composto da specialisti civili designati dal Pentagono e fornisce consigli su argomenti politici, tecnici, scientifici e altri.

Il rapporto accusa le istituzioni americane di avere rotto “la comunicazione strategica”: gli Stati Uniti - è scritto - hanno commesso l'errore di non spiegare bene al mondo islamico le loro azioni militari e la loro diplomazia.

Agli occhi dei musulmani, l'occupazione americana dell'Afghanistan e dell'Iraq non ha portato la democrazia, ma solo più caos e sofferenza”, si legge nel documento di 102 pagine. “Quando la diplomazia americana parla di portare la democrazia alle società islamiche, questa viene considerata come un'ipocrisia che serve unicamente agli americani stessi”.

I consiglieri del Pentagono sostengono che la diplomazia USA è in crisi e raccomandano pertanto caldamente la creazione di una “struttura di comunicazione strategica” all'interno della Casa Bianca. Altrimenti, “le bombe diventeranno come le pietre di Deucalione e Pirra: ogni bomba che cade diventa un uomo che si alza a combattere”.

PANTANO IRAQ (3):
LO SPETTRO DELLA LEISHMANIOSI

660 soldati americani in Iraq sarebbero stati colpiti da sintomi simili a quelli della leishmaniosi, una malattia infettiva generalmente trasmessa da insetti.

È quanto ha rivelato il sito web del quotidiano francese Le Monde, il quale ha citato anche una conferenza medica che si sarebbe tenuta a Miami nei giorni scorsi.

Ma cosa ha causato una così alta percentuale di casi tra i militari americani? E perché le autorità statunitensi non sono riuscite a prendere le dovute precauzioni?

Una risposta ufficiale sarà possibile solo dopo che i ricercatori statunitensi avranno portato a termine uno studio particolareggiato sulla malattia.

Intanto, però, sono molte le domande che ci si pongono al Pentagono e al Dipartimento di Stato, in particolare su che tipo di insetto stia provocando simili  problemi. La leishmaniosi, infatti, è una malattia che deriva dalle punture di insetti appartenenti al genere Phlebotomus, che annovera centinaia di specie diverse.

Generalmente è temuta più per gli animali che per le persone (in Italia è pericolosa in particolare per i cani che vivono in zone paludose), ma nel Medio Oriente, il cui clima è ideale per lo sviluppo di questa malattia, è abbastanza diffusa anche tra gli esseri umani. Il problema è che non esiste un vaccino contro questa infezione.

La forma più grave della leishmaniosi, quella viscerale, detta anche kala azar, conduce irrimediabilmente alla morte se non viene trattata tempestivamente. Anche le cure, oltretutto, non possono bloccarla completamente, ma solo rallentarne il decorso.

E’ probabile che gli Stati Uniti, in fase di pianificazione della loro presenza militare in Iraq, abbiano trascurato alcuni rapporti, passati sotto silenzio dalla stampa, ma che da diversi anni giungevano da Baghdad. In particolare, nel 2001, la capitale irachena era stata messa in stato di allerta per la diffusione di “un insetto assolutamente sconosciuto, con caratteristiche mai viste o studiate in precedenza”, secondo le parole usate dall’allora ministro dell’agricoltura di Saddam Hussein.

L’emergenza nacque in realtà nel 1996, quando il regime avvisò la popolazione dei pericoli provocati dalla diffusione di un insetto denominato Chrysomya bezziana, che aveva cominciato a mietere vittime anche tra gli esseri umani. Gli apici del contagio furono nel dicembre 1997 e nel gennaio 1999.

Qualcuno, come l’analista americano George Pumphrey, già in preda alle bugie di guerra che portarono all’attacco all’Iraq - sospettò che questo insetto fosse stato modificato in laboratorio dagli scienziati di Saddam come una sorta di arma biologica. Questa ipotesi non raccolse però il consenso della comunità scientifica.

Se la causa del contagio tra i soldati statunitensi fosse realmente dovuta a una nuova diffusione del misterioso insetto, la situazione diventerebbe davvero preoccupante. Non solo per i soldati USA, ovviamente, ma anche per la popolazione irachena. In realtà, se i militari fossero effettivamente stati colpiti da leishmaniosi, ad averli contagiati non dovrebbe essere stato il famoso insetto killer: la Chrysomya bezziana è infatti un sarcofagide, mentre i fletofobi che causano la leishmaniosi sono semplicemente vettori di altri organismi viventi, protozoi che vengono trasmessi alla vittima. In pratica, si tratta di due specie completamente diverse. Tuttavia, data la segretezza di quanto si sta studiando negli Stati Uniti, non è da escludere che a causare i problemi sia stata proprio la mosca assassina. Per capirne di più, occorrerebbe controllare se i sintomi riscontrati nei militari siano gli stessi avvertiti dalle vittime della Chrysomya.

Dire se i sintomi corrispondano o meno è però molto difficile: primo, perché la ricerca scientifica irachena dell’epoca, già quasi azzerata dall’embargo, è stata più o meno cancellata dal cambio di regime; secondo perché entrambe le patologie attecchiscono grazie al contatto sanguigno, ma non sempre in modo simile.

Stando a quanto riferito nel 2001 dal ministro dell’agricoltura irachenola mosca assassina attacca l’uomo, riesce a infettare il sangue e produce immediate, gravissime conseguenze. L’unico rimedio che si può adottare è l’amputazione di un dito o di una mano se l’infezione provocata da questo tipo di mosca è riscontrata immediatamente. Altrimenti non c’è più niente da fare”.

Anche la leishmaniosi si attacca tramite il sangue, ma nelle sue forme più gravi provoca febbri violente, anemia, perdita di peso, ingrossamenti del fegato o della milza e una sostanziale caduta del sistema immunitario. Sintomi dunque non proprio simili a quelli descritti dall’ex ministro di Baghdad.

La curiosa coincidenza non manca comunque di allarmare gli Stati Uniti, che in Iraq hanno oltre 140 mila soldati. Slingenbergh faceva infatti notare tre anni fa come il fenomeno non fosse limitato al territorio di Baghdad, ma attraversasse tutto l’Iraq e la valle della Mesopotamia.

L’unico rimedio finora rivelatosi valido contro il contagio da questi pericolosi insetti è quello della sterile male release, utilizzato dalla FAO in numerose occasioni, anche se non in Iraq. Si tratta però di tecniche di sterilizzazione complicate e costose, impossibili da realizzare su vasta scala in un Paese instabile come l’Iraq.

L’Organizzazione mondiale della sanità, d’altronde, anche per quanto riguarda la leishmaniosi, non riesce a proporre molto di meglio. Le indicazioni si limitano infatti a: facilitare la diagnosi precoce della malattia e il controllo degli insetti; informare la popolazione e gli operatori sanitari; individuare le epidemie nella fase iniziale, diagnosticare e trattare efficacemente i casi di coinfezioni Leishmaniosi-HIV. Decisamente troppo poco per dormire sonni tranquilli.

PANTANO IRAQ (4):
I GIORNALISTI FRANCESI RAPITI
STANNO BENE

I giornalisti francesi rapiti in agosto in Iraq stanno bene.

Lo ha riferito un camionista egiziano, anche lui sequestrato e rilasciato qualche giorno fa. Ahmad Abdel Aziz Mohammed, questo il nome del camionista, ha riferito di aver sentito i suoi sequestratori parlare di Georges Malbrunot e Christian Chesnot. I due godrebbero di buona salute e sarebbero nelle mani di un gruppo islamico di Falluja ora attivo a Latifiya. In precedenza era stato rilasciato l’autista dei due giornalisti.

PANTANO IRAQ (5):
NOVEMBRE,
IL MESE PIU LETALE

Le perdite americane in Iraq, dall'inizio del conflitto, sono salite ad almeno 1254, secondo i dati del Pentagono aggiornati al 30 novembre scorso. Ed è stato proprio il mese di novembre del 2004 a rivelarsi il più letale dell’intero dopoguerra per le forze armate USA: 137 i morti contati, peggio dell'aprile di sangue, quando le vittime americane erano state 135.

Il totale delle perdite della coalizione in Iraq ammonta a 1400. 

Delle 1254 perdite americane in Iraq, 271 sono vittime di fuoco amico o di incidenti.

A novembre, l'offensiva di Falluja e il peggioramento della sicurezza nel Paese hanno dunque causato un aggravamento delle perdite.

Le cifre del Pentagono non tengono conto delle vittime civili e degli ostaggi.

I militari americani feriti in Iraq sono ormai oltre 9.300. Oltre la metà ha perso almeno un arto. Il numero dei feriti è molto più elevato da quando ribelli sunniti e insorti sciiti hanno intensificato le azioni e - ammettono i generali americani - migliorato l'efficacia militare. Negli ultimi sette mesi, ci sono stati più feriti USA che nei 13 mesi precedenti.

Per ironia della sorte, da quando, un anno e mezzo fa, il 1° maggio 2003, il presidente George W. Bush dichiarò la fine della guerra, gli Stati Uniti hanno perso - sempre secondo i consuntivi del Pentagono - almeno 1116 militari: oltre otto volte di più che nella prima fase del conflitto.

Dal 28 giugno, cioè dal passaggio dei poteri al governo iracheno ad interim, i soldati americani morti in Iraq sono stati 398.

Gli alleati degli USA in Iraq hanno complessivamente perso 144 soldati così ripartiti: 74 Gran Bretagna, 17 Italia, 13 Polonia, 11 Spagna, nove Ucraina, sette Bulgaria, tre Slovacchia, due Thailandia, Olanda ed Estonia, uno Danimarca, Lettonia, Ungheria ed El Salvador.

STRAGE DI BESLAN:
E ADESSO SPUNTA
UN SERVIZIO SEGRETO STRANIERO

Un'agenzia di intelligence straniera sarebbe coinvolta nella strage di Beslan, in Ossezia, dove, all’inizio dello scorso settembre, persero la vita oltre 330 ostaggi, in maggioranza bambini.

Lo ha affermato Alexander Torshin, presidente della Commissione parlamentare russa incaricata di indagare sulla tragica vicenda. “Per il momento la prova che abbiamo di questo coinvolgimento è solo indiretta. Pertanto ritengo prematuro fare il nome dei servizi segreti interessati”, ha dichiarato Torshin, citato dall'agenzia di stampa russa Interfax. “Quando avremo prove convincenti a sufficienza, non le nasconderemo”, ha tenuto a sottolineare Torshin, che è vice presidente del Consiglio federale, la camera alta della Russia.

Le autorità russe inizialmente avevano affermato che i terroristi uccisi nella scuola erano nove o 10 arabi senza tuttavia mai fornire le prove. Shamil Basayev, il signore della guerra ceceno che ha rivendicato la responsabilità dell'assedio, ha detto che fra i suoi militanti che hanno partecipato all'attacco, c'erano solo due arabi.

LOTTA AL TERRORISMO INTERNAZIONALE:
LE TORTURE DI GUANTANAMO

Nella base USA di Guantanamo i detenuti subiscono abusi paragonabili a “una forma di tortura”: la denuncia è contenuta in un rapporto confidenziale stilato dal Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) sulla base della visita compiuta dai suoi medici e dai suoi operatori lo scorso giugno.

Nel rapporto, di cui ha dato notizia il New York Times, si parla di un sistema finalizzato a piegare la volontà dei terroristi islamici e dei militanti talebani attraverso “atti umilianti, isolamento, temperature estreme e posizioni forzate”.

Oltre all'esposizione a forti e prolungati rumori e a temperature polari, si lamenta che i detenuti sono sottoposti “talvolta a percosse”.

Nel memorandum consegnato a luglio alle autorità di Washington, il CICR sostiene che questo sistema, “il cui scopo dichiarato è quello di produrre informazioni di intelligence, non può essere considerato altro che un deliberato sistema di trattamenti crudeli, inusuali e degradanti e una forma di tortura”.

Secondo il New York Times le autorità americane hanno respinto i rilevi del CICR, mentre la Croce Rossa non ha voluto commentare un rapporto che non era destinato alla divulgazione.

Si tratta di un nuovo atto d'accusa contro i metodi impiegati dai militari americani nella base di Guantanamo, dove sono rinchiusi circa 500 prigionieri catturati nel corso delle guerre in Afghanistan e Iraq.

KOSOVO:
IL PREMIER E' UN TRAFFICANTE DI DROGA
SOSPETTATO DI CRIMINI DI GUERRA

Sarà quasi certamente Ramush Haradinaj il nuovo presidente del consiglio del Kosovo, appena uscito da un’elezione politica ampiamente boicottata dalla minoranza serba della provincia.

Il problema è che Haradinaj, ex capo militare dell’UCK - una banda di narcotrafficanti al servizio della NATO che si distinse per attività di terrorismo negli anni precedenti l’attacco multinazionale alla Serbia del 1999 - è un noto trafficante di eroina ed è nel mirino del tribunale internazionale dell’Aja (che lo ha già interrogato e sta processando tre suoi uomini) per “uccisioni, trattamenti crudeli e atti disumani” commessi in Kosovo nel 1999.

La nomina di Haradinaj, oggi leader dell’AAK, un partito che alle elezioni ha raccolto appena l’8,28 dei consensi, avviene a pochi mesi dalla data (giugno ’95) in cui dovranno essere verificati gli accordi di pace di Kumanovo, prima tappa per l’avvio dell’autonomia amministrativa del Kosovo che resterà comunque una provincia della Serbia.

Il vecchio leader kosovaro Ibrahim Rugova (alle elezioni il suo partito, la Lega Democratica-LDK, con il 45,30 dei voti non ha ottenuto la maggioranza assoluta) ha dovuto allearsi con l’AAK di Haradinaj per lasciare all’opposizione il suo diretto rivale di sempre, quel Hashim Tachi, già capo dell’UCK, fermo al 28,65 di preferenze.

Da notare che all’ultima consultazione elettorale in Kosovo ha partecipato solo il 49% degli aventi diritto al voto, mentre quel che resta della comunità serba, dopo la pulizia etnica subita ad opera degli albanesi (nel progrom dello scorso marzo hanno perso la vita 32 serbi e altri 30 monasteri ortodossi sono stati rasi al suolo) ha disertato le urne.

MOSTRO DI FIRENZE :
NELLA FALSA PISTA DEI MANDANTI
SPUNTA ANCHE IL LEGALE DI GELLI

La procura di Perugia, nell'ambito dell' inchiesta legata alle vicende del mostro di Firenze, ha iscritto nel registro degli indagati, con l'ipotesi di favoreggiamento e rivelazione di segreto d' ufficio, l'avvocato Fabio Dean, noto per essere stato il legale di Licio Gelli, “capo” della loggia massonica P2.

Dean è accusato di essere intervenuto presso un politico perché non fosse accolta la richiesta di arresti domiciliari per un indagato nell'ambito di uno dei filoni d'inchiesta sul presunto omicidio di Francesco Narducci.

L'avvocato Dean, 72 anni, è il difensore di Ugo e Pierluca Narducci, padre e fratello del medico che - secondo l'ipotesi della procura perugina - nell'ottobre '85 sarebbe stato ucciso per vicende collegate agli omicidi del mostro di Firenze.

Al penalista è stato notificato un avviso di garanzia nell'ambito degli accertamenti sul cosiddetto doppio cadavere (operazione per la quale sono indagati anche Ugo e Pierluca Narducci). In particolare il legale avrebbe - ipotizza la procura perugina - avuto notizia della richiesta del PM Mignini di mettere agli arresti domiciliari (istanza respinta dal gip e ora al vaglio del tribunale del riesame) l'avv. Alfredo Brizioli, legale della famiglia Narducci, l'ex questore Francesco Trio e l'allora capitano dei carabinieri Francesco Di Carlo.

L'avv. Dean sarebbe intervenuto su un politico (sembra un sottosegretario), che risulta comunque completamente estraneo alla vicenda, perché non venisse accolta l'istanza del PM - ipotizza ancora l'accusa - per l'avv. Brizioli.

Ferma e decisa la replica dell'avv. Dean - già titolare della cattedra di diritto penale all'università di Perugia e ora docente di diritto penale internazionale - che respinge ogni addebito.

Per completezza dell’informazione, va ricodato che l’inchiesta di Perugia - che si riallaccia a quella fiorentina sui delitti del mostro di Firenze, ormai in corso da più di un quarto di secolo - parte dall’assunto che il medico perugino Francesco Narducci, il cui cadavere fu ripescato nel lago Trasimeno nel 1985, facesse parte di una setta satanica e fosse quindi uno dei mandanti dei delitti del mostro, interessato soprattutto ai feticci sessuali che il mostro stesso, non in tutti i delitti, avrebbe escisso alle vittime (pube e seno).

L’inchiesta di Perugia ipotizza anche uno scambio di cadaveri: il cadavere ripescato non sarabbe quello di Narducci.

Quella dei mandanti appartenenti ad una setta satanica appare come una mera pista fantasiosa, scaturita dalle indagini del commissario e scrittore di libri neri, Michele Giuttari, colui che per primo - a fronte dell’assoluzione in Appello di Pietro Pacciani - ipotizzò l’esistenza non di un mostro singolo (come si era creduto per anni), ma di una vera e propria “cooperativa di mostri”.

L’ipotesi Giuttari - che ha retto alle verifiche processuali (sono stati condannati con sentenza definitiva Giancarlo Lotti e Mario Vanni, due “conpagni di merende” di Pacciani) - è però tuttor monca dei mandanti. Infatti, se è ipotizzabile un serial killer unico, non è prevista dai trattati di psicopatolgia la “cooperativa” di pazzi assassini. Perché il teorema Giuttari stia in piedi, occorre allora un movente per gli assassini. Il movente indicherebbe quindi che Lotti, Vanni e Pacciani avrebbero venduto i feticci sessuali ad una setta satanica, di cui Narducci avrebbe fatto parte. Esttamente quella che si dice un’inchiesta costruita a tavolino.

Nei giorni scorsi, sette perquisizioni sono state eseguite dai carabinieri e dalla speciale squadra antimostro della polizia di Firenze su ordine del PM perugino  Giuliano Mignini, proprio il magistrato che coordina l'inchiesta sulla morte del medico Narducci.

DELITTO VIA POMA:
UN KIT PER LE INDAGINI
ATTESO DAGLI USA

Per il prosieguo delle indagini sull’omicidio di Simonetta Cesaroni è fondamentale l'utilizzo di un particolare kit di analisi, normalmente usato per reati a sfondo sessuale, proveniente dagli USA. Infatti, finora, gli accertamenti medico legali sugli indumenti di Simonetta Cesaroni, hanno solo confermato la presenza di sangue della vittima.

Entro la metà di dicembre, l'apparecchiatura statunitense sarà a disposizione del colonnello del RIS dei carabinieri, Luciano Garofalo, che è stato nominato consulente della procura di Roma per il caso di via Poma. Finora, infatti, il RIS non ha potuto prendere in esame le “macchie latenti”, quelle cioè non visibili ad occhio umano, presenti sugli oggetti consegnati dal padre di Simonetta al PM Roberto Cavallone e sugli oggetti che erano stati prelevati dalla polizia scientifica all'epoca, quali il vetro dell'ascensore e parte di un mobile libreria presente nella stanza dove fu commesso il delitto. 

ATTENTATO AL PAPA:
RESPINTA RICHIESTA ALI’ AGCA

Un tribunale turco ha respinto la richiesta di carcerazione anticipata presentata da Mehmet Ali Agca, il turco che nel 1981 attentò alla vita di Giovanni Paolo II.

La difesa aveva chiesto ai giudici la liberazione dell'attentatore del Papa, in base alle ridotte previsioni di pena contenute nel nuovo codice penale varato in Turchia nel settembre scorso. I giudici hanno peò respinto la richiesta.

Il lupo grigio, che ha già scontato vent'anni di carcere per aver sparato al Papa in Piazza San Pietro, da quando è stato estradato dall'Italia sta scontando in Turchia la pena per una rapina compiuta alla fine degli anni Settanta.

PENA DI MORTE:
DOPO 40 ANNI
UN’ESECUZIONE CAPITALE
NEL CONNECTICUT

A poco più di quaranta anni dall'ultima iniezione letale, la pena di morte torna a fare capolino nel Nord Est americano, l'area contraddistinta dal maggior numero di Stati liberal e più riluttanti al suo utilizzo.

Il 26 gennaio le autorità del Connecticut eseguiranno la condanna a morte di Michael Ross, reo confesso dell'uccisione di otto donne.

L'esecuzione del detenuto - che avverrà con una iniezione letale, come decretato dalla leggi del Connecticut - sarà la prima nello Stato dal 1960.

Attualmente sono otto i carcerati costretti a vivere nel braccio delle morte in diversi penitenziari dello Stato.

Nel 1984, Ross - che ha rinunciato ad ogni forma di appello - aveva confessato di avere strangolato otto giovani donne, sei di queste poco più che adolescenti.


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