LA BANDA D’ITALIA. La prima vera inchiesta su bankitalia. La supercasta di intoccabili che governa i nostri soldi

5 La banda d'ItaliaIncipit.
Nella polvere e nel fango
Bankitalia, la più importante e antica istituzione della Repubblica, fondata subito dopo l’Unità d’Italia, ha disonorato il proprio nome. L’istituto di via Nazionale, che si era guadagnato un prestigio indiscutibile offrendo alla Repubblica italiana e al governo dirigenti stimati poi diventati capi di Stato (Luigi Einaudi e Carlo Azeglio Ciampi), presidenti del Consiglio (Lamberto Dini) e ministri del Tesoro (Guido Carli, Tommaso Padoa Schioppa, Fabrizio Saccomanni), è caduta nella polvere e nel fango.
Questo libro, grazie a ricerche e documenti inoppugnabili, tenta di descrivere il mutamento genetico della Banca d’Italia, passata in pochi anni da guardiana della moneta e del mercato bancario a un simulacro della vigilanza, incapace di prevenire crac e dissesti, arrivando sempre dopo la magistratura e accampando come ridicola giustificazione il meschino ritornello: «Noi non siamo poliziotti!».
Bankitalia addio. Il primo scandalo.
La Banca d’Italia viene costituita nel 1893 dalla fusione di quattro banche: la Banca Nazionale del Regno d’Italia (già Banca Nazionale
degli Stati Sardi), la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di Credito per le Industrie e il Commercio d’Italia e dalla liquidazione della Banca Romana, con ruolo di emissione della moneta e servizio di tesoreria per conto dello Stato. L’ultima delle banche citate ha un primato assoluto: al suo nome è legato infatti il primo scandalo bancario del Belpaese. Nel gennaio 1893 la commissione di vigilanza parlamentare appurò che la banca aveva abusato della concessione assegnatale e che invece di stampare 60 milioni di lire il governatore Bernardo Tanlongo ne aveva stampati e messi in circolazione 113.
Per foraggiare (oltre che se stesso e le sue ambizioni) faccendieri, politici, giornalisti compiacenti. Quando si dice storia magistra vitae!

Banche, banchieri, bancarottieri… Proprio in questo periodo, dopo il fallimento di quattro banche: Banca delle Marche, Banca Etruria, Carife e CariChieti, non si parla che dei risparmi di ignari risparmiatori bruciati da speculazioni azzardate; dei titoli bancari che vanno su e giù come yo-yo; dei titoli tossici; del mancato controllo sulle banche da parte dei due organismi di garanzia: la Consob e la Banca d’Italia. A fronte di tutto ciò, sulle tivù si alternano economisti e giornalisti che pontificano sulla disinformazione dei cittadini in materia di economia e di investimenti quasi che l’affidarsi a broker di professione, banchieri e istituti finanziari sia una colpa.
Che nel nostro paese si ignori tutto della finanza e che perfino i rudimenti delle operazioni più semplici siano sconosciuti ai più, è un dato di fatto.
I risparmiatori portano in banca i risparmi di una vita, li affidano a giovani manager dalla parlantina sciolta che promettono utili mirabolanti e senza rischi, firmano pile di moduli senza leggerli sia perché si fidano, sia perché anche se li leggessero capirebbero poco o nulla delle clausole astruse che compongono i contratti di acquisto di tutti i prodotti finanziari. Fatto questo, come il contadino che ha arato, seminato e concimato attendono fiduciosi l’arrivo dei primi utili per scoprire che il capitale investito (sementi) in buona parte è svanito. Di chi è la colpa ? Di chi ha firmato fidandosi sulla parola della propria banca oppure dei manager che hanno spacciato per operazioni sicure e redditizie quelli che invece erano investimenti ad alto rischio legati alle fluttuazioni di borsa e quindi privi di garanzie?
Per chi non si intende di operazioni finanziarie e non è quindi in grado di difendersi dai tranelli di broker disinvolti questo saggio arriva come una benedizione.
“La Banda d’Italia”, libro-inchiesta del presidente dell’Adusbef, Elio Lannutti, accende finalmente un riflettore su un sistema impenetrabile e per nulla trasparente. Protagonista assoluta è la Banca d’Italia, alla quale, nell’immaginario collettivo, si associano i nomi di galantuomini del passato come Paolo Baffi, Mario Sarcinelli, Guido Carli, di Giorgio Ambrosoli, l’eroico commissario liquidatore della Banca Privata di Michele Sindona, assassinato per la sua integrità morale. Purtroppo pare che l’Istituto abbia abdicato da tempo al suo compito di vigilare, lasciando spazio ai corsari della finanza. Da qui, il via libera alle collusioni con gli istituti di credito che dovrebbe controllare: collusioni che, stando alla cronaca degli ultimi mesi, sono state elevate a sistema attraverso i meccanismi dei travasi di ispettori e funzionari, sempre compensati della loro compiacente distrazione con mazzette se non con poltrone prestigiose e ben remunerate.
Quello che Lannutti mette in luce con la forza dei dati e con la sua esperienza di presidente di Adusbef ( Associazione per la difesa dei consumatori ed utenti bancari, finanziari ed assicurativi), maturata in quasi trent’anni di battaglie a fianco dei correntisti e dei risparmiatori, è un sistema impenetrabile e omertoso dove la vigilanza viene usata quasi esclusivamente contro i risparmiatori e i correntisti.
Ecco un assaggio delle ‘distrazioni: la sciagurata acquisizione di Antonveneta da parte del Monte dei Paschi di Siena.
«La Banca d’Italia guidata da Mario Draghi nel 2007 sapeva che Antonveneta era un cattivo affare», scrive Lannutti. «ma non trasmise le sue informazioni al Monte dei Paschi che la strapagò 9 miliardi».
Quel che è successo dopo è cronaca: a luglio il Tesoro diventa azionista di MPS, il terzo gruppo bancario italiano, tecnicamente ‘fallito’ anche grazie a quell’acquisizione, perché i bilanci sono ancora in perdita e l’Istituto non ha potuto onorare gli interessi sui cosiddetti Monti-bond, i prestiti miliardari gentilmente offerti dallo Stato a spese dei contribuenti. L’affare si è quindi risolto in una truffa allo Stato. Cioè ai cittadini.
L’elenco dei disastri è lungo ed è costato miliardi ai risparmiatori, ma chi pensa che questo sia l’unico prezzo pagato, è un illuso: il costo sistemico è enorme perché le banche italiane sono tre volte più care delle concorrenti europee, ma la Banca d’Italia non se ne preoccupa. Anzi, fornisce dati che sottostimano i costi effettivi delle banche misurati non solo dall’Adusbef, l’associazione degli utenti bancari di cui Lannutti è presidente, ma anche dall’Università Bocconi e da altre prestigiose istituzioni. Peggio ancora: La Banda d’Italia denuncia responsabilità precise di Via Nazionale nel mancato contrasto all’usura e nell’applicazione dell’anatocismo (cioè il pagamento di interessi sugli interessi) e aggiunge il carico pesante dei privilegi della casta di Via Nazionale che gode non solo di stipendi al di fuori di ogni logica (il governatore della Banca d’Italia, ormai quasi privo di poteri, guadagna molto di più del presidente della Bce e di quello della Fed), ma anche di benefit più consoni a sceicchi che a funzionari pubblici, come l’uso della carta di credito per spese personali fino a 10mila euro al mese e case di lusso a prezzi calmierati. Per non parlare della banca interna riservata ai dipendenti.
Un libro per tutti, scritto in modo semplice, chiaro e scorrevole, che dovrebbero leggere coloro che tengono i risparmi di una vita investiti in obbligazioni.

Elio Lanutti
LA BANDA D’ITALIA. La prima vera inchiesta su bankitalia. La supercasta di intoccabili che governa i nostri soldi
Postfazione di Luca Ciarrocca
Chiarelettere, 146 pagine, € 11,05 anziché 13,00 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 7,99

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LA BAMBINA E IL SOGNATORE

6 La bambina e il sognatoreIncipit.
Cammino rapido in mezzo a una strada quasi cancellata dalla nebbia. Un vento secco e cattivo mi fa socchiudere le palpebre, mi toglie il respiro. Mi chiedo dove sono e dove sto andando. Dal muretto di mattoni sbreccati, carico di rampicanti, che scorgo alla mia sinistra, mi sembra di riconoscere la strada che porta alla scuola in cui insegno. Non vedo a due metri di distanza. Avanzo a fatica, forzando quella parete di vento e nebbia. Improvvisamente quasi inciampo in una bambina che cammina lesta, avvolta in un cappottino rosso da cui esce un collo bianco e lungo. Faccio per dire: mi scusi, e scavalcarla, ma qualcosa in quella bambina mi blocca in mezzo alla strada, stupito. Il cappottino rosso, i capelli castani raccolti in una coda dietro la nuca, con qualche ricciolo biondo che sguscia disordinato, la camminata ciondolante, un poco sghemba. Ma è mia figlia, mi dico e grido: «Martina!». La vedo fermarsi in mezzo al marciapiede e voltarsi frettolosa come se le avessi gettato un sasso.
Ci sono romanzi di cui si deve assolutamente parlare perché non cadano nell’oblio e quest’ultima fatica di Dacia Maraini ne è un esempio.
Una vicenda atroce che appartiene al nostro tempo è incastonata dentro una grossa pepita scintillante fatta di sogni, pensieri, racconti, desideri espressi e inconsapevoli, momenti di gioia assoluta e di disperata apatia.
La vicenda riguarda una bambina scomparsa sulla strada che la portava a scuola in una mattina piena di freddo e di nebbia. Una bambina di otto anni, con il cappottino rosso, i capelli raccolti in una coda e l’andatura buffa, un po’ da papera di nome Lucia: nessuno l’ha più vista dal momento in cui è uscita da casa con la cartella dopo il saluto distratto della madre.
La ‘pepita’ è costituita invece dal conglomerato roccioso che costituisce l’inconscio del ‘sognatore’.
In realtà non sarebbe esatto dire che ‘nessuno ha più visto’ la bambina svanita nel nulla sulla strada per la scuola. Il maestro Nani Sapienza la vede in sogno poche ore prima che venga risucchiata nel buco nero e senza tempo della ferocia umana. O, meglio, Nani vede in sogno una bambina che indossa un cappottino rosso e ha una coda di capelli saltellante sul collo, proprio la notte prima che venga data dalla radio la notizia della scomparsa.
Una coincidenza?
Nani Sapienza è malato e ha la febbre alta la notte del sogno. Anni prima ha perso la figlia Martina, portata via dalla leucemia quando aveva su per giù la stessa età della piccola scomparsa. Ha un carattere schivo e, da quando la moglie lo ha lasciato perché incapace di stargli accanto dopo la morte della figlia, vive come un eremita, perennemente sperso in intimi colloqui sul significato dell’esistenza, sui troppi perché della sua solitudine, sul dolore mai del tutto metabolizzato che non cessa di opprimerlo.
Lo strano sogno della bambina col cappottino rosso è un effetto dell’alterazione dovuta alla febbre? E’ una proiezione dell’inconscio malato di disperazione?
La bambina vista nel sogno di spalle è simile a Martina e cammina come lei tanto da ingannarlo. Ma poi, sempre nel sogno, si volta e Nani vede bene che non è lei. E’ una sconosciuta. Una scolara come tante.
Possono i sogni cambiarci la vita? Guidarci? Darci risposte? Nani non se lo domanda. Semplicemente lo accetta. L’irruzione nella sua vita della piccola, che, come scopre accendendo la radio, non un fantasma ma una creatura in carne e ossa, scatena in lui un terremoto di emozioni che fa franare tutti gli strati rocciosi che si era costruito negli anni per sopravvivere al dolore.
Nani sente che ritrovare Lucia è la sua occasione di riscatto dalla colpa di non aver salvato Martina.
Inizia così per il maestro sognatore un lungo viaggio dentro e fuori se stesso. Un viaggio costellato delle storie meravigliose e un poco anarchiche con cui incanta i suoi alunni. Un viaggio che muta sempre più in una vera e propria indagine non autorizzata il cui traguardo è, ovviamente, ritrovare la scolara scomparsa prima che il suo destino si compia.

Dacia Maraini
LA BAMBINA E IL SOGNATORE
Rizzoli, 411 pagine, € 17,00 anziché 20,00 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 9,99

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IL REGOLO IMPERFETTO. Intrighi e alchimie alla scuola medica salernitana

7 Il regolo imperfettoIncipit.
Note storiche.
Salerno, ai tempi de Il regolo imperfetto, contava una popolazione di circa diecimila abitanti, ed era già famosa per la sua Scuola di Medicina e i medici. Già nell’epoca romana la città era rinomata per le terme e il suo clima salubre, meta di patrizi che vi si recavano per cure e riposo.
Le origini della Scuola si perdono nel tempo, ma una leggenda narra che quattro sapienti: Salernus, un latino, Pontus, un greco, Adela, un arabo e Helinus, un ebreo si fossero dati convegno e avessero fondato la scuola, fondendo in un crogiuolo culturale le loro esperienze.
In effetti a Salerno nell’alto medioevo, VII-VIII sec., era nutrita la comunità di medici che esercitava la loro arte in modo empirico, ma grazie a Costantino l’africano vennero introdotti Galeno e Ippocrate e la teoria umorale, che rimasero in auge fino alle soglie dell’epoca contemporanea.
Prologo. San Giovanni d’Acri, 1235
Da giorni non metteva il naso fuori dall’ospedale. Scrocchiò le dita indolenzite, distese le braccia sopra la testa e si stropicciò gli occhi arrossati per la stanchezza. Mancava da ricopiare solo un foglio dell’ultimo capitolo. Pietro si accertò che l’inchiostro fosse asciutto prima di riporre le pergamene nella sacca posta ai suoi piedi.
Maestro Giovanni era stato perentorio durante il pasto di mezzodì, rivolgendosi agli altri due studenti che partecipavano alla spedizione: «Ritiratevi nelle vostre celle prima che cali il sole, perché domani all’alba dovrete essere pronti a partire. Non intendo rimanere un giorno in più». E quando era rimasto da solo con lui gli aveva confidato entusiasta, sottovoce: «Devo tradurre ancora poche pagine, ma posso già dirti che avevamo conoscenze limitate circa la preparazione dei farmaci. Ho scoperto in questo libro che vi è un processo che rende il medicamento cento, mille volte più potente, con una forza incredibile.
Questo farà della nostra scuola la più importante della cristianità».
Pertanto si era impegnato molto affinché quei fogli potessero essere perfettamente leggibili e gli schizzi precisi e accurati. Il solo pensiero
di tornare a casa aveva riacceso in lui la nostalgia e la voglia di riabbracciare
i suoi cari.
Il viaggio era stato lungo e faticoso.
Parte prima. Padova, monastero di Santa Giustina. Inverno 1239
L’imperatore sedeva davanti al focolare, adagiato sul morbido cuscino, dono dell’abate Arnoldo. Sulle gambe reggeva un libro aperto, un bestiario finemente miniato che il bibliotecario dell’abbazia aveva fatto copiare da un raro manoscritto. Federico osservava assorto il fuoco che crepitava vivace, sprigionando scintille che si perdevano nel buio della cappa. Avrebbe voluto trovarsi nella sua calda Palermo piuttosto che in quella pianura grigia e nebbiosa, dove la luce del sole svaniva appena dopo l’alba, inghiottita da una coltre lattiginosa.

Anno domini 1239. Rogerius, figlio del magister crociato Giovanni, morto in Terrasanta durante la crociata di Federico II mentre era sulle tracce di un medicinale prodigioso ricavato dalla muffa di una bacca (sì, abbiamo rischiato di conoscere la penicillina quasi mille e cinquecento anni fa e non è un’invenzione letteraria), nel 1239 è uno studente modello della celebre scuola medica di Salerno. E’ intelligente, appassionato, motivato, ma in quella che è la prima università d’Europa è solo una matricola in balia dei magister che, ieri come oggi, erano più impegnati a fare carriera e a spremere soldi ai pazienti privati che a istruirsi e a istruire gli allievi. Uno in particolare lo ha in antipatia: Ugo da Macina, un medico incapace che lo prende a malvolere quando viene a sapere che il ragazzo è stato convocato al capezzale dell’erborista Pellegrino, un illustre magister che aveva fatto parte della prima missione in Terrasanta con Giovanni.
Tutto lascia sospettare che il vecchio maestro sia a conoscenza di qualche prodigioso rimedio scoperto durante la crociata e che voglia trasmetterne il segreto al figlio del suo compagno d’armi, ma l’uomo muore senza aver potuto rivelare il motivo per cui aveva voluto accanto a sé, nel momento supremo, il giovane studente. Il segreto rimane inviolata ma a partire da quel momento Rogerius è in pericolo perché le conoscenze di un erborista tornato dalla Terrasanta potevano rendere ricco e famoso qualsiasi medico, perfino un inetto come Ugo da Macina.
L’aspetto più interessante e pregevole di questo romanzo che conta su uno stile a tratti gradevolmente ironico e sempre elegante, è la poderosa documentazione che sta dietro a ogni pagina. Il lettore, nella Salerno del 1239 si ritrova a vivere veramente. Si aggira lungo vicoli e stradicciole perennemente invasi da rifiuti e liquami, gironzola fra i venditori ambulanti e le bancarelle del mercato, entra nelle taverne male illuminate, annusa gli effluvi delle carni arrostite e i miasmi che salgono dai rigagnoli e infine si trova a scoprire che la città più amata da quel monarca illuminato che fu Federico II di Svevia era oppressa dagli stessi mali che ci rendono il vivere difficoltoso oggi: evasione fiscale, tangenti, nepotismi, consorterie, comitati d’affari simili a vere e proprie lobby eccetera. E anche su questi aspetti va detto che l’autore non ha inventato nulla ma solo attinto le informazioni da antichi codici e da testi di biografi di epoca medioevale.
«Ho cercato di essere cronista accorto nel riferire dei fatti storici, come la lotta tra il papato e l’impero, le guerre tra i vari ordini monastici militari, le beghe e il clima politico feroce dell’epoca», scrive Carmine Mari nella postfazione. «Ma è stato l’episodio della misteriosa morte del Gran Maestro dei Teutoni, Hermann von Salza, avvenuta a Salerno il 20 marzo del 1239, giorno della scomunica di Federico II, che ha acceso in me il desiderio di cimentarmi in questo romanzo.[…] Volevo parlare della famosa Scuola medica, dei suoi maestri e creare un intreccio narrativo avvincente, ma che tenesse d’occhio la ’storia’ per ricreare uno spaccato politico-sociale di quella città; […] La traduzione del prof. Lauriello del codice medievale Post mundi fabricam, Rogerii Chirurgia mi ha illuminato sulla figura del personaggio principale che ha ispirato Il regolo imperfetto: Rogerius de Fugualdis, chirurgo e magister salernitano vissuto durante l’XI sec., la cui opera ha guidato i medici per i secoli avvenire. Senza dimenticare La storia documentata della scuola medica di Salerno di Salvatore
de Renzi e L’arte Lunga di Giorgio Comacini. Per quanto riguarda invece il miracoloso medicinale, è stato sufficiente sapere che in antichità le muffe erano largamente impiegate e il salto è stato facile».
Un libro da gustare e un autore da tenere d’occhio.

Carmine Mari
IL REGOLO IMPERFETTO. intrighi e alchimie alla scuola medica salernitana
Atmosphere libri, 510 pagine, € 16,15 anziché 19,00 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 5,99

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SIAMO LIBERI. Sette anni in barca e l’avventura del ritorno

8 Siamo liberiIncipit.
Prologo. Il giorno della paura.
C’è il buio assoluto intorno a noi.
Un tunnel d’inchiostro nero-blu senza confini, quello di tutte le traversate notturne.
Il mare è calmo e regolare, riesco a seguire una a una le onde che si infrangono contro le pareti dello scafo. Sono schiaffi rassicuranti, il ritmo è quello giusto. Posso anche distinguere il suono della prua che si apre un varco
in quest’oceano.
Non penso, o forse penso in frammenti. E nessuno di noi due parla.
Siamo seduti in pozzetto, io e Claus. Io con il braccio appoggiato al winch che tiene la scotta del fiocco grande e lui accanto a me, calmo come sempre, in bocca la pipa forse già spenta, perché non vedo fumo. Non tiene la rotta, ci pensa il pilota automatico. Appoggio la testa sulla sua spalla e alzo gli occhi: c’è una stellata nitida e immensa. Curva ai margini della mia vista come fosse una sfera. Senza orizzonti. Un mare tutt’uno con una calotta di minuscoli frammenti luminosi, talmente vicini uno all’altro da sembrare polvere di diamanti. Già. Ecco da dove arriva l’espressione «polvere di stelle».
Sento, vedo e respiro il buio di Dio.
Mi sembra di poter ascoltare i sogni di Jonathan e Nicole che sottocoperta dormono abbracciati, così piccoli e insieme protetti in quella specie di letto quadrato che apriamo nella dinette, in cui riposano al sicuro quando si è in traversata. Sono sereni, il respiro regolare. Sanno che vegliamo su di loro…
Uno schianto. Un boato. Un’esplosione in un attimo che dura una vita. Quattro vite. Le nostre.
La barca si solleva come se volesse decollare e vedo nitidamente la prua puntare le stelle.

Questo libro potrebbe essere il bellissimo racconto di un viaggio per mare durato sette anni se l’autrice, che narra in prima persona non lo avesse scritto dopo il ritorno a casa, a Milano. Cosa che ne ha rovesciato la prospettiva pur lasciando intatto tutto il fascino dell’avventura.
Elena sacco e il marito Klaus erano due pubblicitari di successo negli anni ’80 e ’90, nella Milano pre-crisi, quando la pubblicità era la chiave che apriva molte porte.
Giovani, realizzati, moderatamente benestanti avevano quello quasi tutti i must di quell’epoca fintamente felice. E poi…
Poi, come ha spiegato la stessa Elena, in un’intervista, è sceso in campo Berlusconi che rappresentava l’opposto di tutti i valori nei quali la coppia era cresciuta.
Ma forse non è stato solo l’avvento di mister B a scatenare l’impulso a fuggire dalla Milano godereccia e arraffatrice. Forse anche la vita frenetica fatta di lavoro e obblighi sociali ha fatto la sua parte dando a Elena e al marito la sensazione di essere criceti impegnati in una corsa senza scopo sopra una ruota.
«La nostra vita era diventata tutta un correre senza scopo né traguardo. Avevamo tutto, ma ci mancava il tempo per godercelo»” ha spiegato Elena dopo il ritorno.
E così è nata l’idea della fuga.
La coppia aveva appena avuto il secondogenito, Jonathan, mentre la figlia Nicole aveva compiuto i sette anni. Proprio il momento in cui le famiglie sognano di comprarsi casa nel verde per vivere nella natura, oppure in centro città per marcare il proprio successo, li due hanno venduto tutto quello che possedevano e investito il ricavato nell’acquisto di una barca, il Viking, bellissima vela di dodici metri, per farne la loro casa.
Sette anni in navigazione, a vistare posti bellissimi e remoti come i Caraibi, la Polinesia, Panama, la Nuova Zelanda… Libertà assoluta di navigare e di stare fermi. Di esplorare e di riflettere. Poi, all’improvviso, ecco che scatta nella sola Elena, la voglia di tornare. Uno strappo doloroso, fatto con coraggio, ma senza voltarsi indietro.
«Al ritorno è stata durissima, ma piuttosto che lamentarmi del fatto che le cose non erano come le avevo lasciate o come le avrei volute, ho cercato di cambiarle», spiega Elena che a Milano si è dovuta riadattare da sola, senza Klaus, alla vita milanese con due bambini cresciuti liberi come Mowgli e costretti a imparare la vita di città.
Un libro delizioso per tutti, ma dedicato in modo particolare a quelli che giorno sì e giorno no si dicono ‘mollo tutto e vado via’.

Elena Sacco
SIAMO LIBERI. Sette anni in barca e l’avventura del ritorno
Chiarelettere, 294 pagine, € 13,60 anziché 16,00 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 9,99

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AL GIARDINO ANCORA NON L’HO DETTO

9 Al giardino ancoraIncipit.
Premessa.
Una sera d’autunno, a Mantova, in una libreria del centro, mi cadde l’occhio su un libretto, Poesie religiose di Emily Dickinson. Una di queste, I haven’t told my garden yet mi colpi con la forza di una rivelazione. Mi parve contenesse
un atteggiamento rivoluzionario verso la morte. Ne parlai in una conferenza che tenni a Roma, nella limonaia di Villa Borghese. Mi avevano invitata a raccontare del mio giardino. È semplicemente un posto dove mi sento felice, avevo esordito, fatico a immaginare come possa interessare ad altri: non ci sono collezioni botaniche, nemmeno piante particolarmente insolite –pochissime, quantomeno – e neppure soluzioni ardite. Mi ingegnai di presentare qualche istantanea dei momenti più belli. In certe giornate d’aprile, il cielo sbirciato attraverso le fioriture dei ciliegi, le grandi nuvole d’erba smeraldina ricamata di fiori di campo, che ondeggiano freschi al soffio ora gentile, ora prepotente del vento. Raccontare del mio giardino mi costringeva a sospendere quello stato d’animo di simbiotica inconsapevolezza che mi aveva permesso, nel corso degli anni, di intervenire quasi senza accorgermene.

Pia Pera, traduttrice e scrittrice di grande sensibilità, colta e raffinata come pochi autori, nota per la sua passione per il giardinaggio di cui ha fatto un’arte, in questo libro affronta con soave lievità un tema struggente: quello del congedo dalle creature, animate e inanimate che fanno parte della vita di ciascuno. Persone, animali, piante.
Per Pia, il giardinaggio è l’altra faccia della vita, è un luogo dello spirito nel quale è bello e giusto perdersi.
Oggi Pia si trova in un momento molto difficile.. E’ malata con poche speranze e sente le forze venirle meno ogni giorno di più. Eppure le sue parole non suonano come il lamento disperato di chi si allontana dalla vita. Lei subisce la sua condizione ma la interiorizza purificandola da ogni sentimento negativo. Perfino dal rimpianto.
Ecco come descrive il suo stato.
«La leggerezza interiore nasce forse dal sentirmi libera dalla zavorra terribile del futuro, indifferente al cruccio del passato, immersa nell’attimo presente, come prima mai era accaduto, faccio finalmente parte del giardino, di quel mondo fluttuante di trasformazioni continue».
In questo libro racconta il suo vivere giorno per giorno con le difficoltà che crescono ma con l’animo che si distende, che si rasserena nelle trasformazioni delle stagioni che lei assapora il più intensamente possibile.
Un libro dolcissimo e struggente a cominciare dal titolo che prende a prestito il verso “I haven’t told my garden yet’, di Emily Dickinson, la poetessa giardiniera che, come lei, ha saputo elevare a filosofia del cuore l’amore per la solitudine e lo sperdersi nella bellezza del cielo, sbirciato attraverso i rami di un pesco in fiore.
Pia Pera
AL GIARDINO ANCORA NON L’HO DETTO
Ponte alle Grazie, 224 pagine, € 15,00 anziché su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 11,99

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L’EREDITA’ MEDICEA

10 L'eredità mediceaIncipit
Parte prima. L’onere della stirpe.
Firenze, la notte del 5 gennaio1537. Befana di sangue.
Alessandro de’ Medici era giovane e forte. Si difese e morse a sangue il dito del cugino che gli aveva inferto la prima pugnalata, ma invano. I suoi assalitori, tre, armati e che l’avevano preso alle spalle, lo soverchiarono. I sicari, lo Scoroncolo e il Freccia, dopo averlo immobilizzato, colpirono, finché non smise di muoversi e scivolò a terra
L’abito di Caterina Soderini, la zimarra scollata che sormontava la gonna di broccato verde, era bagnata del sangue del signore di Firenze.
Lei, testimone muto e paralizzato dal terrore, chinò gli occhi e toccò il tessuto, lordandosi. Inorridì incredula fissando le mani sporche e il suo grido acuto ruppe il silenzio della notte.
Lorenzino de’ Medici, giovane, magro ed esile, il primo a colpire, l’afferrò per un braccio minacciando: «Zitta, sciocca! Non capisci, accuseranno anche te».
«No! Non me! Tu traditore, voi assassini» si ribellò.
Poi si liberò, corse ad aprire la porta della camera e chiamò a gran voce: «Aiuto accorrete!»

Come nella miglior tradizione dei principati e delle signorie che hanno imperato e spadroneggiato sul suolo italico isole comprese, anche quella dei Medici, signori illuminati di Firenze, è costellata di brutali omicidi che hanno cambiato il corso degli eventi.
Proprio dall’uccisione del duca Alessandro de’ Medici detto ‘Il Moro’, tratteggiata con poche righe, nude di aggettivi e per questo tanto più immediate ed efficaci, prende il via questa narrazione: un ‘romanzo non romanzo’ che affonda i denti nella storia aprendo scenari di grande suggestività su episodi realmente avvenuti ma poco conosciuti.
Alessandro de’ Medici, figlio illegittimo di Lorenzo II duca di Urbino e nipote del Magnifico (anche se le malelingue ne hanno attribuito la paternità al cardinale Giulio de’ Medici salito al trono di san Pietro col nome di Clemente VII), dopo la capitolazione della Repubblica Fiorentina, nel 1532, per bolla imperiale divenne primo duca di Firenze grazie a un accordo fra il papa e l’imperatore Carlo V, alla cui corte era cresciuto.
Di chiunque fosse figlio, il giovane duca era comunque illegittimo e per questo la sua nomina fu giudicata un ‘colpo di mano’ che creò molti scontenti, acuiti in seguito da un modo di regnare sempre più tirannico, modellato sullo stile dell’imperatore tedesco.
Con la sua morte per mano del cuginastro, che a parole voleva liberare Firenze dal despota ma sotto sotto agognava il potere per sé, si era creato un pericoloso vuoto di potere che avrebbe potuto muovere il popolo alla rivolta.
Come tenere segreto l’omicidio fino alla nomina di un successore? A chi affidare il timone della città? E, ancora, chi aveva armato la mano del giovane Lorenzino le cui argomentazioni non convincevano per nulla?
Fosche nubi si addensavano sulla signoria: bisognava fare in fretta a trovare un successore.
Mentre i congiurati erano in fuga, il cardinale Cybo, primo ministro sotto Alessandro, e Alessandro Vitelli, capo dell’esercito imperiale, si diedero da fare come matti. La scelta cadde inevitabilmente su Cosimo I de’ Medici, figlio del leggendario capitano di ventura Giovanni dalle Bande Nere. Ma Cosimo era solo un adolescente brufoloso e chissà se avrebbe avuto la forza d’animo di assumersi il compito, tanto più che dietro le quinte si muoveva un’Ombra che portava distruzione e morte.
Chi è il personaggio che scivola lungo i muri come un’ombra e muove le sue pedine in segreto? Quali potenze si celano alle sue spalle?
Questo libro, sempre perfettamente in bilico sul crinale che divide la storia dalla fiction, come tutti i migliori thriller è una miniera di colpi di scena che tengono inchiodato il lettore il quale viene guidato dentro il sontuoso affresco che ritrae un’epoca di contrasti e magnificenza di cui è congelato il ricordo nelle opere d’arte che tutto il mondo ci invidia.
Patrizia Debicke van der Noot, autrice di successo, grande cultrice del Rinascimento e della dinastia dei Medici, oltre che una scrittrice di valore si è qui rivelata una ricercatrice storica molto acuta e scrupolosa.

Patrizia Debicke van der Noot
L’EREDITA’ MEDICEA
Parallelo 45 edizioni, 306 pagine, € 10,20 anziché 12,00 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 11,99

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COLONIA ITALIA. Giornali, radio e tv: così gli Inglesi ci controllano. Le prove nei documenti top secret di Londra

COPFasanella_Principio.inddIncipit
Questo libro. Una storia ancora in corso
Attraverso fatti di un altro secolo, il Novecento, poi nemmeno tanto lontano a pensarci bene, vedrete materializzarsi pagina dopo pagina una realtà che appartiene ancora all’oggi. Una storia antica ma di stringente attualità, si potrebbe dire con un paradosso.
Ciclicamente, qualcuno denuncia la propensione al servilismo della stampa italiana, la sua predisposizione quasi genetica a ossequiare ogni forma di potere. E che a porre il problema spesso siano proprio coloro che nei giornali ci lavorano, è sicuramente un bene, il segno di una qualche residua capacità di reazione di fronte a una realtà che, per certi aspetti, si configura ormai come una vera e propria emergenza democratica. La denuncia è utile e necessaria. Se si limita però a fotografare una patologia, senza offrire anche un’analisi delle cause che l’hanno determinata, non aiuta a formare una coscienza e a radicarla nell’opinione pubblica, ma crea soltanto stati d’animo effimeri, destinati a dissolversi al primo cambiamento di vento.

Curioso che dal dopoguerra a oggi si sia sempre guardato alla Cia come al mandante delle stragi, come fabbricatrice di golpe in tutti i paesi pencolanti verso sinistra del mondo civilizzato, come curatrice senza scrupoli dei propri interessi economici, finanziari e politici dovunque risiedano, spesso, prevaricatrice ed erede naturale in geopolitica di tutto il male proveniente dall’Office of Strategic Service, il famigerato OSS, e che si sia trascurato di alzare lo sguardo verso l’altra potenza, a noi molto più vicina: l’Inghilterra.
Gli autori di questo libro, documenti alla mano, stanno finalmente spalancando una finestra su qualcosa che ai più suonerà come una novità: l’intelligence di Sua Maesta, il famigerato MI6, quello dell’agente James Bond creato dallo scrittore Ian Fleming, che dal dopoguerra a oggi non ha mai smesso di spiarci e di entrare a gamba tesa nei nostri affari politici ed economici, interni e soprattutto esteri. Talvolta manipolando il sentire comune con insospettabili ‘agenti provocatori’. Spesso sollevando cortine fumogene per impedire l’accertamento della verità in presenza di episodi gravi come la bomba in piazza Fontana. Quasi sempre utilizzando opinion maker molto popolari e molto presenti sui media.
Non nuovi all’osservazione degli spioni d’oltre Manica, gli autori, che in un loro precedente libro, Il golpe inglese (Chiarelettere) hanno affrontato, con una solida documentazione, il problema dell’ingerenza inglese nella nostra politica, in questo nuovo saggio affrontano, sempre documentando ogni dato e ogni affermazione, il problema dell’ingerenza britannica nella nostra politica.
Un grosso lavoro di scavo fra i documenti desecretati, conservati nell’archivio nazionale inglese a Kew Gardens, che ha permesso di appurare come siamo sempre stati la ‘Colonia Italia’ delle superpotenze.
Perché questo interesse nei nostri confronti? La risposta è complessa e si articola su tre fronti. Il primo è politico e tira in ballo il Pci che, dal dopoguerra e fino agli anni ’90 è stato il più importante partito comunista europeo e non ha mai troncato i legami dei suoi dirigenti con Mosca. Il secondo è geografico: Siamo una banchina allungata sul mediterraneo. Dalle mostre coste si controlla tutto il Nordafrica, mentre a est, fino alla dissoluzione della Iugoslavia, siamo stati la porta sui Paesi comunisti. Il terzo, infine, è morale o, meglio, poco morale agli occhi delle superpotenze per via dei nostri tentennamenti, dei voltafaccia, dell’italica inaffidabilità in tutti i campi.
Ma come è stato esercitato negli anni questo controllo? Semplice: tramite un esercito di personaggi insospettabili della stampa, dell’imprenditoria, dell’editoria, messi a libro paga o anche soltanto incoraggiati, spinti, amichevolmente ‘consigliati’ a fare sponda, a condizionare l’opinione pubblica in modo sottile, con amichevoli ma continue e insospettabili pressioni sul sentire comune della popolazione, esercitate fondamentalmente tramite i media. Un libro davvero interessante, che oltretutto nella parte finale elenca nomi, cognomi e curricula di moltissimi personaggi italiani coinvolti nel ‘complotto inglese’ , alcuni sconosciuti ai più, ma la maggior parte notissimi e perfino amati.

Mario José Cereghino, Giovanni Fasanella
COLONIA ITALIA. Giornali, radio e tv: così gli Inglesi ci controllano. Le prove nei documenti top secret di Londra
Chiarelettere, 483 pagine, € 15,81 anziché 18,60 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 11,99

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FAUSTO E IAIO. La speranza muore a 18 anni

Fausto e Iaio Introduzione alla nuova edizione
Nel 1978 Milano è una città di frontiera.
Carica uomini, merci, idee dal sud del mondo e le trasferisce in Europa, nelle grandi metropoli del nord.
Borsa, affari, traffici legali e illegali.
E’ così da sempre, anche in quell’anno.
Milano è un luogo dove i soldi sono un mezzo per comprare la felicità. Non certo i valori.

Prefazione alla nuova edizione
Perché certi fatti della storia restano memoria viva, memoria del presente, mentre altri, pur altrettanto importanti, svaniscono nell’oblio del passato?
Perché dei tanti omicidi politici degli anni Settanta oggi si ricordano soprattutto quelli di Fausto e Iaio, Peppino Impastato e Valerio Verbano?
Quella sera in via Mancinelli.
Milano, via Mancinelli, Sabato 18 marzo 1978. Intorno alle 20
La strada è buia. Il vento di marzo sposta il lampioncino in fondo a destra e lo fa dondolare come fosse un’altalena.
Giunge da lontano la voce del conduttore del telegiornale che racconta le prime fasi dell’inchiesta sul rapimento del presidente della Democrazia cristiana, Aldo Moro e sull’uccisione dei cinque uomini della scorta da parte delle Brigate Rosse, fatti avvenuti solo due giorni prima in via Fani, a Roma
Il silenzio maschera il rumore sordo di passi veloci.
Sono quelli di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci detto Iaio, due giovani che frequentano il centro sociale Leoncavallo e che si vestono con jeans scampanati, camicie a quadretti, giubbotti con le frange e che portano capelli lunghi

Pubblicato per la prima volta nel 1996, questo libro rivede la luce anche in formato digitale dopo l’archiviazione da parte del Gip del Tribunale di Milano, Clementina Forleo che, con il decreto del 6 dicembre 2000 mette la parola fine a un’inchiesta iniziata subito dopo il duplice omicidio dei due leoncavallini nel marzo 1978.
La nota conclusiva della Forleo è un capolavoro del dire senza dire.
“Pur in presenza dei significativi elementi indiziari a carico della destra eversiva ed in particolari degli attuali indagati [Massimo Carminati, Mario Corsi e Claudio Bracci], appare evidente allo stato la non superabilità in giudizio del limite appunto indiziario di questi elementi, e ciò soprattutto per la natura de relato delle pur rilevanti dichiarazioni”.
In sostanza è qui riassunto il limite che affligge troppi magistrati chiamati a emettere sentenze su crimini di natura politica, eversiva, finanziaria:
“Sì, sappiamo chi è stato, conosciamo i retroscena, ma non abbiamo le prove.”
E non bisogna credere che la Gip si sia limitata alla lettura delle carte e abbia tratto la sua conclusione in modo superficiale. Forleo ha seguito varie piste. Nel suo decreto cita le dichiarazioni dei pentiti di destra che negli anni hanno dato la loro versione sul delitto. Però, come tanti in troppe circostanze analoghe, non ha avuto lo scatto di orgoglio che l’avrebbe spinta a seguire anche le piste tracciate delle perizie dell’avvocato di parte civile, Luigi Mariani, ordinando nuove indagini su una figura centrale: Massimo Carminati e sui suoi legami con il Sismi, il servizio militare. Inoltre non ha chiesto che venisse approfondito l’episodio del furto nel caveau del Tribunale di Roma, messo a segno dallo stesso Carminati insieme con carabinieri e poliziotti nel luglio del 1999. E non ha dato neppure un’occhiata alle carte prodotte dalla Commissione Stragi presieduta da Giovanni Pellegrino sulla banda della Magliana e sui rapporti, sempre di Carminati, con i neofascisti romani.
Se lo avesse fatto l’Italia sarebbe oggi un Paese forse meno corrotto e meno pericoloso.
Va detto subito che l’omicidio di Fausto e Iaio, contrariamente a quello che si è voluto far credere, non ha nulla a che vedere con la droga e con l’indagine dei due ragazzi per il libro bianco sull’eroina uscito nel marzo 1978.
Ad ammazzare Fausto e Iaio non è’ stato un pusher arrabbiato perché gli rovinavano la piazza, ma un commando venuto apposta da Roma per dare il segnale che era in atto uno scontro militare. E non in una zona a caso di Milano, ma al quartiere Casoretto, a città studi, in modo da indirizzare questo segnale a una precisa area politica. E guarda un po’ chi faceva parte del commando, anzi, chi lo guidava?
Massimo Carminati! Sì, proprio lui, il ‘re di Roma’.
E già da questo si può intuire la forza e la straordinaria attualità del lavoro di Biacchessi, perché alla fine tutto torna.
Per capire meglio annodando qualche filo di conoscenza in più, oggi esiste la mappa di google che dà una precisa collocazione alle abitazioni di Fausto e di Iaio rispetto al covo dei brigatisti in via Montenevoso, dove furono scoperte le carte di Moro, circostanza anticipata dall’autore già nell’edizione del 1996, ma mai presa in considerazione neanche di striscio dagli inquirenti che indagarono sul duplice omicidio.
Anche se molte cose in più oggi si sanno, l’Italia continua a essere il paese dei misteri. Molte tessere del grande mosaico dell’eversione, a cui appartiene anche il duplice omicidio di via Mancinelli, continuano a non andare a posto e sui ragazzi del Leoncavallo continua a gravare un silenzio imbarazzato.
Scrive Aldo Grannuli nella sua perizia del 1988 per il sostituto procuratore Stefano Dambruoso:
“I fascicoli sull’omicidio si presentavano poveri, non comparivano note confidenziali, nessun scambio epistolare con altri corpi di polizia, nessun passaggio d’inchiesta. Il silenzio appare strano. Totale assenza di veline. Nessun rapporto della squadra narcotici. Nessun informatore ha acquisito la minima notizia sul caso.”
La pubblicazione di questo libro, riveduto e corretto alla luce di quello che oggi si sa, vuole essere un invito a riflettere su strane connessioni, su complicità sotto traccia e sulla protezione di cui hanno goduto per anni molti personaggi oscuri come Carminati, indicato come figura centrale dell’eversione di destra già nel 1996.

Daniele Biacchessi
FAUSTO E IAIO. La speranza muore a 18 anni
Baldini&Castoldi, 194 pagine, € 10,20 anziché 12. su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 6,99

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VIA CRUCIS

Via crucisIncipit
Questo libro. Le piaghe del Vaticano
E’ il pomeriggio 12 novembre 1978. Dopo appena 18 giorni di pontificato, papa Giovanni Paolo I scopre che all’interno della curia si muove una potente loggia massonica con centoventuno iscritti. La notizia che riceve è sconvolgente. Cardinali, vescovi e presbiteri non seguono le parole del vangelo ma rispondono al giuramento della fratellanza muratoria. Una situazione intollerabile. Così, il 19 settembre, il nuovo pontefice inizia a preparare un piano di riforma radicale della cura.
La denuncia choc di papa Francesco. La riunione riservata
Poche ore dopo i consueti appuntamenti religiosi, il papa si prepara a raggiungere il palazzo apostolico. Francesco controlla personalmente l’agenda con gli impegni della giornata.
«Ho sempre fatto così, la porto in una cartella nera, dentro c’è il rasoio, il breviario, l’agenda e un libro da leggere.»
In mattinata è prevista l’udienza con l’arcivescovo Jean-Louis Bruguès, bibliotecario e archivista della Santa sede. Ma l’appuntamento più importante è fissato per le 12.

Il primo pontefice che si mise in capo di fare pulizia nelle sacre stanze fu papa Giovanni Paolo I, al secolo Albino Luciani. Era il 1978, l’anno in cui si favoleggiava dell’attico con piscina di Paul Casimir Marcinkus, l’onnipotente porporato che dirigeva lo Ior, finito in cronaca per i molti scandali finanziari e le amicizie con banchieri, bancarottieri e faccendieri di non specchiata virtù.
A papa Luciani, che evidentemente non apparteneva al club dei potenti della Chiesa, bastarono diciotto giorni per accorgersi che c’era del marcio all’interno della curia e che nel palazzo di san Pietro si muovevano ecclesiastici col grembiulino massonico al posto della croce di ametiste. Come gli sia andata, è scritto in una delle peggiori pagine della storia della chiesa.
Poi è toccato al papa tedesco: il mistico Benedetto XVI, troppo stanco, troppo anziano e sicuramente troppo solo per combattere contro il conservatorismo dei vertici vaticani. Non avendo né armi, né strumenti e neppure alleati, si è dimesso.
Adesso è la volta di papa Francesco, il gesuita venuto dall’Occidente, energico e abbastanza giovane da trovare in sé le energie sufficienti per dare battaglia. E abbastanza furbo da aver preferito l’appartamentino di cinquanta metri quadrati del residence Santa Marta, al fastoso ma sinistro appartamento papale in Vaticano. Come Albino Luciani è come il suo predecessore Benedetto XVI, anche Bergoglio è sobbalzato scoprendo che quello che continua a stare a cuore a chi amministra il patrimonio immobiliare del Vaticano non è l’amore per il prossimo e nemmeno la guida spirituale del fedeli ma piuttosto l’accumulo e lo sperpero del denaro che affluisce alle casse soprattutto attraverso l’Obolo di san Pietro, la carità dei fedeli di tutto il mondo che dovrebbe essere destinata ai poveri. E non parliamo di promuovere e finanziare quelle Opere di religione per le quali lo Ior era stato creato!
Dopo Vaticano spa, che grazie ‘all’archivio della vergogna’ di monsignor Renato Dardozzi, ha scoperchiato le pentole dell’Istituto svelandone la spregiudicata politica [mal]affaristica, dopo Sua Santità che attraverso le carte trafugate dal maggiordomo pontificio, Paolo Gabriele, ha svelato la quotidianità di papa Ratzinger, assediato da personaggi che con un eufemismo si possono definire ‘ostili’, Gianluigi Nuzzi torna in libreria con una nuova inchiesta che ha aperto il ‘vaso di pandora’ del Governatorato e dell’Apsa, gli organismi preposti al governo dello Stato vaticano e al suo funzionamento nonché all’amministrazione dei suoi beni.
L’Apsa, in particolare, tramite il suo braccio finanziario, ovvero lo Ior, è di nuovo scoperta con le mani nella marmellata: scoperta a operare sui mercati finanziari di tutto il mondo esattamente come farebbe una società di intermediazione abbastanza spregiudicata da non badare a come si moltiplicano i profitti e che quindi, se l’affare del momento, grazie ai sanguinosi focolai di guerra in Africa e dintorni, è rappresentato dalla vendita di armi, perché non investire lì? Idem per le società proprietarie di televisioni specializzate nel porno e in molti altri affari che con la religione e la fede hanno poco da spartire.
Appena uscito, questo libro sta facendo scalpore. Da molte parti si sta gridando allo scandalo, mentre i ‘traditori’ accusati, come già il maggiordomo Paolo Gabriele, di aver passato documenti scottanti, fra cui registrazioni di riunioni segretissime, stanno già pagando duramente. Due nel carcere della Santa sede, e due (i giornalisti) accusati e pronti a sedere alla sbarra di un’aula processuale.
C’è davvero di tutto in questo libro. Grandi ‘affaire’ e piccinerie. Perfino pettegolezzi gustosi. E tuttavia, a una riflessione profonda non può sfuggire una verità inconfutabile: che la lotta di papa Francesco contro chi vorrebbe mantenere uno status quo di privilegi e ricchezze, di potere incontrastato e libertà di condurre operazioni opache che sconfinano nel malaffare, fra congiure di palazzo, agguati e comitati di affari, non può essere solitaria e invisibile se vuole avere qualche possibilità di risultare efficace.
Se qualcosa cambierà in Vaticano, se gli uomini che compongono la nomenclatura della Chiesa di Roma sceglieranno quelle opere pontificie di carità a cui è destinato, e se gli investimenti saranno finalmente etici, lo si dovrà proprio a quelle gole profonde e a quei servitori ‘infedeli’ che hanno passato le carte, violando il loro giuramento di riservatezza. E, naturalmente, anche ai giornalisti che quelle carte le hanno raccolte e pubblicate. Da leggere prima che qualche zelante procuratore italiano ne chieda il sequestro e la distruzione.

Gianluigi Nuzzi
VIA CRUCIS
Chiarelettere, 321 pagine, € 15,30 anziché 18 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 9,99

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40 PASSI. L’omicidio di Antonella Di Veroli

40 passiDalla prefazione:
La vita è strana.
Stai cenando. Di fronte a te c’è un uomo simpatico. Ciarliero.
Ti piace,
È una fredda sera dì gennaio, sei a Nepi, e pensi di non essere vista. Ti senti protetta tra le antiche mura etrusche.
Le forre – le gole piene di felci rare scavate nei secoli dall’acqua e che scolpiscono lo sperone su cui si accampa la città – vi isolano davvero dal resto del mondo. Così lontani da Roma. Dalla tua, dalle vostre vite.
Non è una tua esigenza, certo: ma la discrezione, per un uomo sposato, è tutto quando si fanno incontri galanti con una donna che non è sua moglie.
E tu sei comprensiva. Hai imparato a esserlo. Dopotutto, è solo un’altra volta.
Hai 45 anni ora. Ti chiami Antonella, e sei una donna sola.
Le posate tintinnano nel piatto e tu ridi alle battute di lui. E nonostante l’inverno, un po’ di calore, adesso, ti entra dentro.
“Scusami un attimo”, avrai detto.
Nella toilette ti sei guardata in faccia. Con più clemenza del solito.
Avrai stretto le labbra avvicinandoti allo specchio. Ti sei data un ritocco leggero leggero di rossetto per non dare troppo nell’occhio al ritorno al tavolo. E allora il tuo viso crucciato -spesso duro – si sarà finalmente arreso a un sorriso disteso.
Stasera è perfino dolce al lume romantico delle candele.
La vita è strana.
Perché questa cena clandestina, preludio a tante notti d’amore strappate {trenta: le misureranno tutte) sarà divulgata urbi et orbi, squadernata negli articoli di cronaca dei giornali di lutt’Italia, discussa nei talk show della televisione, raccontata nell’aula di un tribunale: niente meno che davanti a una corte d’Assise.
Incipit:
Antonella è una donna metodica.
Ha orari sempre uguali, scanditi da un lavoro che la appassiona e che la tiene impegnata sempre, un lavoro a cui dedica ogni energia. Pochi svaghi occasionali, nessuna passione speciale, nessun hobby in particolare, una routine che la avvolge e che, in un certo senso, la protegge. La protegge dalla solitudine.
Antonella è una donna sola e solitaria, raramente la si incontra con qualcuno, pochi amici, pochissime amiche e i 40 passi che la dividono dal garage al portone di casa in via Domenico Oliva 8 li percorre sempre da sola.

Mauro Valentini, giovane giornalista romano, è al suo primo libro. Ma non sembrerebbe perché già mostra il piglio e lo stile dello scrittore navigato. Sa descrivere gli ambienti, tratteggiare i personaggi e, soprattutto, sa raccontare.
Per il suo primo cimento letterario ha scelto una storia nera, una storia che è realmente accaduta più di venti anni fa. Un delitto insoluto non raro nella capitale dove da tempo non si fanno più indagini ma il commissario ed magistrato di turno preferiscono affidarsi alle perizie, aspettando in panciolle che le prove arrivino da sole con sopra scritto il nome dell’assassino. E’ un’antica polemica quella che contrappone i fideisti della scienza criminale a coloro che con più prudenza affermano che le prove fornite dalla scientifica di turno devono essere di sostegno ad un’indagine condotta con tutti i crismi, un elemento ulteriore e non quello risolutivo. Basti pensare al macero in cui è finito il progetto all’ex fidanzato per l’omicidio di Simonetta Cesaroni, il delitto di via Poma. E nell’omicidio avvenuto a Roma il 12 aprile 1994 le prove scientifiche parlano poco e le indagini sono state condotte con i piedi. Quel giorno è stata ritrovata chiusa in un armadio del suo appartamento una commercialista di mezza età, Antonella Di Veroli, signora ancora piacente, l’analisi della cui personalità meriterebbe un libro a parte. Una donna sola ma niente affatto solitaria. Una donna che ama gli uomini e ne è riamata. Che forse si abbandona poco e si controlla molto. Molto riservata. Con pochi amici, ma certamente forte e passionale. Basterebbe fermarsi a queste schegge di analisi per capire che i due uomini che finiscono nel tritacarne delle indagini – e uno dei due anche in quello di tre gradi di giudizio processuale – non possono c’entrare nulla con la sua morte.
40 passi è un bel giallo psicologico, ma prima di tutto il resoconto minuzioso di un’altra inchiesta fallita nella città in cui, più o meno in quegli anni, è sparita Emanuela Orlandi, sono state assassinate almeno quattro donne (oltre alla Di Veroli, Simonetta Cesaroni, Cinzia Bruno ed Eleonora Scroppo, tutti delitti senza assassini), ci sono voluti vent’anni per risolvere il caso della contessa Alberica Filo della Torre (il delitto dell’Olgiata), mentre per un’altra donna ancora (la giovanissima Marta Russo) ci si è accontenti di una verità di comodo che sarà pure la verità giudiziaria ma certamente non è quella storica (SP).

Mauro Valentini
40 PASSI. L’omicidio di Antonella Di Veroli
Sovera edizioni, 192 pagine, € 14,25 anziché 15 su internetbookshop

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2008. L’ANNO CHE HA STRAVOLTO L’ITALIA. Artefici e protagonisti dell’annus horribilis che ha spinto il Paese sull’orlo del baratro

2008Dalla prefazione di Oliviero Beha:
È un libro impressionante e prezioso, questo “2008” rivolto contemporaneamente al passato prossimo e alla stagione che stiamo vivendo, e a quella che ci aspetta. Impressionante perché rivisitare fatti, circostanze e persone che ruotano intorno a quell’anno, così vicino e così lontano, da una specie di capogiro, una labirintite intellettuale ed emozionale: davvero è successo tutto questo? E noi dove eravamo nel frattempo, che cosa abbiamo fatto, perché lo abbiamo permesso?
Prezioso perché non era cosi facile mettere insieme con credibilità e minuziosità le tessere di un mosaico riferito a un periodo così recente, un oggi sfumato e ancora remoto di fronte alla storia, e insieme già così consumato nella mancanza di memoria della cronaca quotidiana.
La politica, l’ambiente, la sanità, i poteri forti/marci, le spinte dal basso, l’avvicendamento dei governi, Berlusconi e tutti nella sua ombra, una sinistra frammentata e dall’identità dispersa, le manovre internazionali, il CIP6 piuttosto che le rinnovabili, gli inceneritori sovrani in un sistema-Paese che sta effettivamente bruciando…

Nota dell’autrice
Per ironia della sorte, il 2008 doveva essere l’anno internazionale del pianeta Terra. Così aveva stabilito l’Assemblea generale delle Nazioni Unite nell’ambito delle iniziative per promuovere la ricerca scientifica finalizzata alla salvaguardia delle risorse naturali.
Per l’astrologia cinese, nel 2008 il mondo entrava nell’anno del topo.
Di sicuro, è stato l’anno della catastrofe economica internazionale, un ciclone che ha sovvertito le sorti dei più antichi e nobili Paesi dell’Europa mediterranea, colpendo in particolare l’Italia.
Non un disastro imprevedibile, come avviene quando le forze della natura si scatenano senza lasciare scampo agli umani, bensì uno scenario di guerra programmato con una lunga gittata, capace di durare almeno fino a tutto il decennio successivo.
E così, finora, è andata.

Checché ne dicano il ridanciano nostro primo ministro ed il suo corrifeo e torvo ministro dell’Economia nel 2016 entriamo ormai nell’ottavo anno di recessione per la nostra economia. La luce in fondo al tunnel non si vede. Gli indicatori economici oscillano tra il più ed il meno, ma sempre zero virgola. Le riforme sono sempre utili ma quelle che non danno frutti forse un po’ meno. Le dosi massicce di ottimismo servono a poco. E i nostri politici sembrano ogni giorno di più degli apprendisti stregoni che non sapendo che pesci pigliare si limitano a ridicoli tentativi di esorcismo. Tolgono qua per mettere la e poi viceversa. Evocano gufi ma loro non riescono neanche lontanamente a sembrare delle aquile. Le imprese continuano a chiudere. Centinaia di migliaia di esperienze lavorative si disintegrano e diventano polvere lasciando la gente come basita. E la solidarietà muore lasciando spazio ad un istinto di sopravvivenza confuso e rabbioso.
Ma cosa è successo davvero nel 2008? Da cosa è originata questa crisi che spinge ogni giorno di più il Paese nel baratro? Solo contingenza oppure esiste un disegno che ha spinto alcuni Paesi, tra cui l’Italia, ai margini del consesso europeo?
Sono queste le domande a cui cerca di rispondere con freschezza e originalità questo libro di Rita Pennarola, giornalista investigativa di lungo corso, da anni alla guida di una testata, “La voce delle voci”, che assurde sentenze giudiziarie stanno cercando di affossare, ma che nonostante tutto resiste.
Il libro ripercorre con puntualità e molta arguzia le tappe che precedettero e in qualche modo prepararono il crack del 2008, scandagliando soprattutto il versante nazionale. E appare incredibile di come ci siamo dimenticati – solo per fare un esempio – di quanto accadde alla Parmalat del “capitalista corsaro” Callisto Tanzi che precipitò nel baratro nel 2003 ma che tra il 2006 ed il 2007 costrinse lo Stato italiano (attraverso la BNL) ad un esborso plurimilionario per chiudere le pendenze del bubbone che si era creato a Parma. Parmalat e BNL erano infatti i responsabili principali dell’impianto finanziario fraudolento “consistito nel fornire una stima inferiore di circa 10 miliardi di dollari all’indebitamento della Parmalat e in una sopravvalutazione di oltre 16 miliardi del patrimonio netto con il conseguente crollo dei titoli all’indomani del fallimento”. E solo a pronunciare la sigla BNL (oggi divenuta Paribas, di proprietà francese) viene la pelle d’oca, ripensando agli exploit ingiustificati dei “furbetti del quartierino” e della tentata scalata dell’Unipol di Consorte, quello che – per intenderci – faceva dire all’allora segretario dei DS, Piero Fassino, “abbiamo una banca”, come se fosse questo il compito di un partito, per giunta se dicente di sinistra. Ma siamo solo ad un esempio perché di storie come queste dimenticate nel libro ce ne sono a iosa. E la sinistra del disastro cominciato nel 2008 e non ancora finito è ampiamente responsabile (SP).

Rita Pennarola
2008. L’ANNO CHE HA STRAVOLTO L’ITALIA. Artefici e protagonisti dell’annus horribilis che ha spinto il Paese sull’orlo del baratro
Prefazione di Oliviero Beha
Postfazione di Elio Lannutti
Con un intervento di Beppe Grillo
Aracne, 224 pagine, € 12.00 rivolgersi a Aracne editrice

DORMIREMO DA VECCHI

Dormiremo da vecchiIncipit
Prima Parte. Dolceroma. Cenere
Prima della cenere, prima delle fiamme, era una tiepida sera romana come tante ne sbocciano a giugno sopra i cristalli residenziali del Giardino degli Aranci, tra le magnolie in fiore e le Bentley metallizzate dell’Aventino. E questa storia conteneva un’infinità di colori. Tanti quanti ne avevano i tappeti stesi lungo il salone d’entrata della palazzina – ultima sulla salita, con volumi e archi in liberty fiorito – tessuti con tecnica suf a Kashan e Tabriz. Tutti andati in fumo come gli arazzi delle Fiandre disposti ai piedi delle scalinate che salivano a spirale, e le passatoie Shirvan dei corridoi e le installazioni di arte contemporanea che arredavano ogni spazio, bagni compresi. Tutto divorato dalle fiamme e ridotto in cenere, addio. Tutto sbriciolato, raffreddato e impastato con le schiume ritardanti sversate dai pompieri e trasformato in una distesa monocroma di grigio tendente al bianco come il quadro più celebre della collezione appena perduta, un Achrome di Piero Manzoni, famoso per tre sorprendenti ragioni. Uno: essere stato valutato quasi due milioni di euro. Due: rappresentare la sintesi indecifrabile del suo proprietario. Tre: suggerire in chi guarda, oltre all’ammirazione per l’opera e per il suo possessore, anche la conturbante possibilità che almeno uno dei due sia sontuosamente falso.

La tivù, il cinema, le feste romane, le agenzie dello spettacolo… tutto visto dal backstage con gli occhi acuti e veloci di un autore di spessore che non si limita a registrare i fatti ma ci entra dentro e sicuramente non in punta di piedi. L’intero… chiamiamolo romanzo anche se la parte fiction si limita ai nomi dei protagonisti e poco più, perché nella realtà la sostanza è esattamente quella descritta, ruota attorno al produttore Oscar Martello, da tutti considerato il numero uno della tivù spazzatura e del cinema trash.
Partito dalla strada, Martello è arrivato in vetta e non solo metaforicamente visto che può guardare Roma dall’alto del suo superattico, continuando ad arricchirsi con azioni e operazioni non certo esemplari.
Ovvio che un uomo così, e in giro ce ne sono più di quanti non si immagini, si impone dovunque con ben calibrata maleducazione e con palese cinismo. Ma siccome nello spettacolo è uno che conta sul serio, tutti lo cercano e tutti lo vogliono. Aspiranti veline, agenti, sceneggiatori, costumisti, attori, politici, fotografi, musicisti, tutti alla conquista della loro fettina di visibilità. Tutti disposti a vendere anima, cuore, salute, affetti e famiglia per un’inquadratura, una foto, uno scandalo che possa finire sui rotocalchi di gossip, un invito a una festa che conta. E non parliamo di un ingaggio in un serial o in un film che, per quello, non c’è prezzo.
Leggendo questo libro sembra di essere tornati agli anni Sessanta, quando la Croisette e il Lido si riempivano periodicamente di attricette con agenti al seguito, di aspiranti qualcosa in cerca del produttore, del regista o anche soltanto del cronista pronto a registrare stravaganze e peccati. Quando i settimanali scandalistici traboccavano di amori istantanei, tradimenti e bizzarrie fasulle.
Scritto con l’acido muriatico, Dormiremo da vecchi solleva il sipario su una società malata di protagonismo e di futilità, nella quale dominano la perfidia, l’ipocrisia e la voglia di apparire a qualsiasi costo, il tutto sempre ben mascherato sotto baci sfiorati e abbracci mortali. Una società, fra aragoste, champagne e cocaina, sembra immemore di tutto tranne che della propria assurdità e del proprio anacronismo gaudente. Una società che, anche se la metafora può sembrare banale, nell’ultimo ballo sul Titanic prima del disastro. Resta solo da capire quanto ancora la musica potrà durare prima della catastrofe.

Pino Corrias
DORMIREMO DA VECCHI
Chiarelettere, 252 pagine, € 14,36 anziché 16,90 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 9,99

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DARKLAND. Il male cerca l’oscurità e odia la luce

DARKLANDIncipit
Prologo. Zernikow, Brandenburg
Inizio ottobre. La foresta aveva cambiato colore. Lì, dove i sempreverdi erano stati sostituiti da larici. Per vedere quel punto, osservabile solo dall’alto, arrivavano da tutto il mondo. La svastica, che l’autunno faceva rivivere ogni anno, scaldava ancora i cuori. La speranza che dalle ceneri del Terzo, nascesse il Quarto Reich.
Primo giorno Ettlingen
Karl Jerzyck rientrò un attimo prima che scoppiasse il nubifragio. Era uscito per andare all’Aldi di Karlsruhe anche se nubi color ardesia non lasciavano presagire nulla di buono.
Appoggiò le borse di carta sul tavolo in legno massiccio al centro della cucina. Corse a chiudere le imposte e si barricò in casa. Sperò non saltasse la corrente. Speranza che perse subito dopo.
Si sedette sul divano e aspettò che la situazione si calmasse.
Mezz’ora dopo tornò ad alzare le tapparelle. Si era fatto buio. Rimandò al giorno dopo la valutazione di eventuali danni al giardino.
Di cucinare gli era passata la voglia. Prese a morsi un paio di carote e del sedano intinto nell’olio extravergine. Amava il pinzimonio sin da quando, ancora ragazzino, i suoi lo portavano in vacanza in Italia. In quel periodo, alla metà degli anni Ottanta, aveva incominciato a imparare l’italiano.
Vide che sul cellulare erano tornate un paio di tacche. Chiamò Juliane. Ci vollero sei squilli prima che rispondesse. O era sotto la doccia o aveva lasciato il telefono nella borsa.
In realtà, quell’attesa significava che la sua voglia di parlargli era prossima allo zero. Cercò di dare alla voce un tono caldo, partecipe.
“Ciao Juli.”
Lei replicò con uno freddo, distaccato. “Ciao Karl.”
Jerzyck fece finta di nulla. “Come stai?”
“Niente di che.”
Juliane non gli pose la stessa domanda. Altro segnale poco incoraggiante. Tirò dritto. Era già infastidito.
“Volevo chiederti se ti va di venire a trovarmi. Per il weekend,
magari.”

In questo thriller storico niente è casuale, a cominciare dalla data di uscita. Infatti, il 20 novembre 1945, ovvero settant’anni fa esatti, iniziava il Processo di Norimberga che vide alla sbarra del Tribunale Militare Internazionale ventiquattro capi nazisti considerati i principali responsabili dello sterminio mentre, a latere, se ne celebrava un altro con imputati considerati a torto di minor peso. A torto perché fra gli oscuri personaggi collaterali furono processati anche i medici dei lager, compreso il famigerato Mengele.
E ovviamente non è casuale la svastica rosso sangue che appare in copertina .
In questo romanzo l’autore, pacifista e animalista militante, affronta
Una delle pagine più buie e sanguinose dell’umanità: la follia nazista inzuppata di esoterismo malato i cui deliri non si sono ancora dissolti del tutto perché le esecuzioni capitali e le condanne inflitte ai criminali di guerra dopo il processo di Norimberga ne hanno spento le voci ma non le idee.
La vicenda prende il via quando Karl Jerzyck, professore di criminologia di Monaco, sospeso dall’insegnamento e cacciato di casa dalla moglie, si ritira nella solitudine della cupissima Karlsruhe, ai margini della foresta nera, vera ‘darkland’ di orrori e nefandezze. Jerzyck prende in affitto una villetta isolata deciso a meditare in solitudine sul suo pessimo carattere quando, dopo un furioso temporale, decide di fare una passeggiata nel bosco e quasi inciampa in ossa umane che affiorano dal terreno dilavato.
Sono ossa vecchie e lui è un criminologo, in un certo senso un addetto ai lavori, quindi non si impressiona. Invece di lasciare tutto come sta e chiamare la polizia, si incuriosisce e comincia a scavare tutt’attorno. Affiorano altre ossa e capisce di trovarsi davanti a una fossa comune.
Chissà perché, niente polizia. Jerzyck si comporta come un tombarolo in una necropoli appena scoperta. Tira fuori un sacco, ci infila dentro le ossa e ripone tutto nello zaino per riflettere con comodo sulla macabra scoperta.
In Italia questo comportamento sarebbe un reato: occultamento di cadavere, art. 412 del codice penale. Ma in Germania forse non lo è. Il professore, col suo cimiterino sulle spalle va a trovare un amico anatomopatologo il quale, dopo avergli confermato che si tratta proprio di ossa umane (ma fra i resti c’erano teschi!) inumate molti anni prima, gli consiglia di parlarne con Arno Schulze, ispettore della Kripo, la polizia criminale. Arno, che è in pensione, venticinque anni prima si era occupato della sparizione di sette persone: cinque adulti e due bambini, di cui non erano mai stati ritrovati i corpi. Un caso che gli aveva fatto perdere il sonno e la tranquillità.
Mentre continuano a sparire persone, questa volta al capo opposto della Foresta nera, a Friburgo, ha inizio un’indagine serratissima, che riporta in vita gli antichi fantasmi del popolo tedesco, sepolti in un passato che pare non voglia assolutamente saperne di passare del tutto.
Jerzyck, dimenticando i guai personali e la sua voglia di tranquillità, affianca un Schulze rimbaldanzito, più che mai deciso a riprendere le indagini, finendo per essere coinvolto in un folle progetto elaborato dagli adepti di sette esoterico-naziste che non esitano a uccidere.
Bel romanzo che ha il merito di fondarsi su indagini su un argomento spinoso come l’esoterismo nazista. Peccato solo per alcune incongruenze facilmente perdonabili.

Paolo Grugni
DARKLAND. Il male cerca l’oscurità e odia la luce
Melville, 254 pagine, € 14,02 anziché 16.50 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 9,99

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LO STATO DI EBREZZA

Lo stato di ebrezzaIncipit
Rien ne va plus
Vecchie bagasce pentite, ecco cosa siamo adesso. Ballerini con l’artrite ai piedi ubriachi senza più un prillo, uno zompo, un saltello. Zavorrati come trichechi spiaggiati tremolanti di lardo e di trippe. Ci sta passando sopra la testa un’intera generazione al galoppo. Saltano oltre che sembriamo una siepe di Ascot. Mica son simpatici. Ci han cacciati a ringhi prima di infilarsi nella carcassa puzzolente dell’Italia, che è tutta la loro eredità. Non ce lo perdonano di aver spolpato le migliori pezzature! Quattro ossa da leccare è tutto quel che gli resta. Le Frattaglie, altro che quelle! Abbiamo consumato anche la loro parte nel banchetto: ricchezza, terra, petrolio, ossigeno. Han solo dei debiti e da farsi il culo. Una pattumiera dopo le gozzoviglie, ‘sto pianeta, coi suoi ottanta miliardari a sbafare e tutti gli altri a leccare gli avanzi sul pavimento prendendosi calcagnate.
Digeritevi le pleuri, la milza e i rognoni! Sciaguattate nei succhi gastrici, fateci il bagno e ascoltate i nostri rutti!
Avevamo promesso ben altro nei gloriosi Sessantotto e Settantasette portati sul petto come medaglie! Tutti a strimpellare serenate filosofiche sulle magnifiche sorti. Ne avevamo la bocca piena, ma eravamo solo un nugolo di pidocchi che avrebbero reso anemico un toro.

Come siamo arrivati a essere quello che siamo oggi? Cinici, arraffoni, senza senso dello Stato e ancor meno della legalità. Un popolo che si è convinto che la parola giustizia sia una bestemmia, un insulto, qualcosa da allontanare dal proprio modo di essere e di concepire i rapporti col prossimo. Un popolo che del garantismo nel senso peggiore e più estremo si è fatto una bandiera.
Chi ci ha fatto credere che corrompere e lasciarsi corrompere sia lecito? Che i soldi, comunque vengano accumulati e moltiplicati, siano sacri? Che per chi conta o aspira a contare un passaggio nelle patrie galere fa curriculum?
A queste e a molte altre domande si è fitto in capo di rispondere questo straordinario ‘non romanzo’ che ripercorre, attraverso i ricordi del protagonista che si snodano in una sorta di cinica, compiaciuta autoconsapevolezza, gli ultimi trent’anni di storia del nostro paese.
La figura centrale è Domenico Nanni, assunto dall’Avvenire di Bologna come cronista di nera grazie ai tortellini profusi a piene mani dalla madre come tangente e, in seguito, diventato pierre quando le pubbliche relazioni erano l’oggetto del desiderio dei laureandi in scienze delle comunicazioni. E, ancora, un politico d’assalto che cavalca l’onda di quel craxismo rampante che ha fatto tabula rasa del poco che ancora restava, negli anni Ottanta, delle ideologie, soprattutto di quelle di sinistra. O, piuttosto, un intrallazzatore deciso a scalare il grande palo della cuccagna della nuova politica.
E poi industria, finanza, comunicazioni, televisioni… illusioni. Non c’è campo in cui Nanni non sia entrato a gamba tesa, ammaliando, manipolando, sfruttando (ma davvero uno così è un personaggio di fantasia?)
Arrivato (quasi) a fine corsa, condannato alla sedia a rotelle ma non alla solitudine perché quando i soldi non mancano nella nuova Italia che lui stesso ha largamente contribuito a forgiare una fidanzata o due si trovano sempre, si confronta con il proprio operato in un’analisi cinica di se stesso e del Paese così com’è diventato negli ultimi trent’anni.
Il ritratto che ne esce è tremendo.
Ecco un’impietosa radiografia della fine degli anni Ottanta.
“Più di tutto, col morire degli anni Ottanta, crepava serenamente qualsiasi idea di politica e di partito. Non erano più che sigle a circoscrivere consorterie dove tutti cercavano spudoratamente il tornaconto. Negli anni erano affiorati i parvenu trafficoni[…], i padroni delle tessere e grandi orchestrali delle clientele. Avevano greggi così numerose che un caprone l’infilavano ovunque. Diventavano sindaci e assessori certe teste di noce da ignorare tutto l’abbecedario dell’amministrazione. Funzionava, eccome, l’ascensore sociale in politica! Bastava obbedire come carabinieri e si poteva diventare delle eccellenze, scalare gli organigrammi. Erano lì per dirigere il traffico, mica per consumarsi la zucca. Manovravano i semafori che era una meraviglia […]. Erano così scarse le loro virtù che cedevano al primo offerente. […Da quando l’avevo istruito su come menare al ballo i sindaci, non faceva altro che sfornare piani territoriali, studi di fattibilità, progetti esecutivi già bell’e che fatti da non dover che aprire la scatola. Pianure e montagne si inzuppavano di cemento. Un cedimento continuo, l’appalto senza gara del belpaese e in definitiva, la privatizzazione del destino di intere generazioni.”

Ma se gli anni Ottanta hanno gettato le fondamenta dello sfascio attuale, gli anni Novanta si sono rivelati ancora più nefasti. All’orizzonte della peggiore italianità si profilava il grande imbonitore, venditore di illusioni per tutti. In fondo, per piacere agli italiani è necessario essere concilianti o autoritari. Mica puoi giocare sulle loro virtù! O ne sei complice o li bastoni. In tutti e due i casi non ti saranno mai fedeli se non per tornaconto. Lo sapeva bene l’uomo di Arcore […]. Gli andava a pennello più di un abito di sartoria. Sapeva suonarlo come un violino, il popolo italiano. C’erano intere divisioni di missionari sguinzagliati per lo stivale a portare il buon verbo. Una vera Bibbia della pubblicità, il nuovissimo testamento dell’imbonitore. C’aveva messo dentro tutti i pregiudizi, i tabù e le chimere più care al belpaese: uno slogan da stadio come ragione sociale, l’immagine del tricolore patriottardo da sventolare sugli spalti, l’ostilità al comunismo anche post mortem, il fisco così vorace da sfruculiare l’esentasse, la giustizia che vorrebbe raddrizzare le più persistenti virtù .. Un gelato millefrutti da ingolosire un’anoressica! Senza trascurare le illusioni, che sono il sale della politica. Un milione di posti di lavoro, meno tasse, più ricchezza… E’ la grande farsa italiana, ricostruita in chiave tragicomica da un acuto osservatore dei tempi. Ovviamente il lieto fine non c’è, ci sono solo risposte che aprono la strada ad altre domande.
Assolutamente da leggere.

Valerio Valesi
LO STATO DI EBREZZA
Frassinelli, 317 pagine, € 15,72 anziché 18.50 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 9,99

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COSMO. “La natura è l’unica religione”

Cosmo_Sovra.inddIncipit
Prefazione. La morte. Il cosmo ci riunirà
Mio padre è morto tra le mie braccia venti minuti dopo l’inizio della notte dell’Avvento, in piedi, come una quercia che, colpita da un fulmine, accetta il proprio destino pur rifiutandosi di cadere. Sradicato ormai da quella terra che aveva lasciato improvvisamente, l’ho preso fra le mie braccia, portandolo come Enea aveva portato suo padre al momento di abbandonare Troia. L’ho fatto sedere su un muricciolo e poi, quando fu chiaro che non si sarebbe più riavuto, l’ho disteso in tutta la sua lunghezza per terra, come per adagiarlo in quel nulla che sembrava aver raggiunto senza essersene reso conto.
In pochi secondi, avevo perso mio padre. Ciò che così tante volte
avevo temuto era infine successo in mia presenza. Non sono mai andato a tenere conferenze in Australia o in India, in Giappone o negli Stati Uniti, in America del Sud o in Africa nera senza pensare al fatto che mio padre sarebbe potuto morire mentre ero via. Mi immaginavo con terrore il lungo viaggio in aereo che avrei dovuto affrontare per tornare da lui, sapendolo morto. E invece moriva lì, con me, di fronte a me, fra le mie braccia. Approfittava della mia presenza per lasciare il mondo, e me.

Un’opera ambiziosa, anzi, enciclopedica essendo Cosmo il primo volume di una trilogia intitolata appunto Breve enciclopedia del mondo che ha per argomento tutto. Vale a dire la gioia, il dolore, l’evoluzione, la biologhia, la botanica, il dolore la vita e la morte. Soprattutto quel passaggio dalla vita alla morte e viceversa che sembrano essere sempre stati l’argomento preferito dei filosofi i quali li hanno sviscerati e declinati in ogni possibile concetto, sempre con abbondanza di sofismi, circonvoluzioni di pensiero, astrattismi tecnici e tecnicismi astratti.
Michel Onfray, materialista, felicemente ateo e di sinistra, ne parla senza tirare in ballo la metafisica. Per lui la morte è un fine vita uguale per tutti gli esseri viventi: per l’uomo come per gli animali, gli insetti, i protozoi e, via via scendendo nella scala evolutiva, per i batteri e i virus.
Illuminante, in proposito, è questo paragrafo.
“Su questo soggetto, la filosofia sembra essere alquanto povera di consolazioni veramente efficaci. Retorica tanta, sofistica in quantità; ragionamenti alquanto povera di consolazioni veramente efficaci. Retorica tanta, sofistica in quantità; ragionamenti ben fatti, quanti ne vogliamo, finzioni consolatorie con pletore di dietromondi, a bizzeffe. Però, nel lutto, il corpo ha delle ragioni sue proprie che la ragione non conosce affatto “ (pag.21).

Ispirato, appunto, dalla morte del padre avvenuta nel 2009, Cosmo che il ‘philosophe’ più prolifico di Francia definisce ‘il primo’ e il ‘definitivo’, è posto sotto il segno della stella polare che proprio dal padre, contadino, aveva imparato a trovare nel firmamento e che la notte della sua morte era invisibile, nascosta sotto uno strato di nubi pesanti.
Nelle pagine dedicate al genitore, Onfrey affronta il tema del tempo in senso virgiliano, la cultura come agricoltura, cioè come conservazione, superamento e trasfigurazione della natura; il paganesimo degli antichi, il senso della terra e del cielo, luogo in cui non abitano né idee né dei, ma l’immensità fisica dell’universo, gli animali come noi…
Un libro affascinate e strano che offre spunti per riflessioni per nulla consolatorie e rifugge dagli avvitamenti sterili dei grandi concetti filosofici ma ripropone una rilettura rivoluzionaria della vita naturale interrogando la natura
«lì dove essa più vivacemente si agita e freme, trascinando nel suo movimento ogni cosa: l’atomo come elemento primordiale presente in tutto ciò che esiste, il nematode che parassita le sue prede spingendole al suicidio; l’anguilla che percorre migliaia di chilometri – dalle acque dolci dei fiumi fino alle più vertiginose profondità oceaniche – solo per riprodursi e poi morire; l’Homo sapiens, ovviamente, questo discendente della scimmia che crede di dominare ciò che in realtà lo domina, di essere libero di scegliere ciò che in verità lo determina; su fino alle meccaniche celesti, alle immani energie cosmiche, ai movimenti delle costellazioni, ai ritmi lunari e solari, all’alternanza delle stagioni da cui traggono origine le culture e le religioni, cristianesimo incluso (con buona pace dei seguaci del Libro monoteista). Ogni cosa dunque è animata da quella pulsione cieca e insopprimibile che Aristotele chiama l’arte di perseverare nel proprio essere, Spinoza la potenza di esistere, Nietzsche la volontà di potenza. »
Da leggere e da gustare, parola per parola.

Michel Onfrey
COSMO. “La natura è l’unica religione”
Ponte alle Grazie, 534 pagine, € 24,22 anziché 28,50 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 10,99

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ROSSA TERRA

rossa terraIncipit
La partenza.
Il silenzio era rotto solo dal pigro sciabordio dell’acqua mossa nel lento avanzare delle barche che timidamente percorrevano il canale per andare poi a confrontarsi con il mare aperto.
Pure le cicale si ostinavano a fare da intonato sottofondo in un assolato pomeriggio d’inizio estate.
«Tu che ne pensi?» disse Anna, facendo trasparire nel tono increspato della voce una lieve preoccupazione.
Daniele tolse lentamente gli occhiali da sole volgendosi verso di lei. Intuendo il suo pensiero ma senza darlo a capire, rispose con un tono rassicurante. «A cosa ti riferisci?»
«E’ la prima volta che Filippo sta via da casa per diversi giorni e poi, in giro in barca con Marino!»

Il viaggio in barca di nonno Marino con il giovane nipote Filippo è l’occasione per entrare in punta di piedi nella storia. Il romanzo, che romanzo non è, tratta infatti, attraverso un artificio narrativo, le vicende drammatiche del protagonista, non personaggio di carta ma uomo in carne e ossa, a partire dall’8 settembre 1943 fino ai primi anni ‘50. Vicende nascoste, per certi versi oscure, segnate da tragedie sicuramente simili a quelle delle migliaia di persone a cui è toccata la stessa sorte: tutti gli esuli istriani costretti dai soldati titini a lasciare la ‘rossa terra’. Rossa perché ferrosa e rossa perché insanguinata. Abbandonando la casa, le proprietà e gli affetti nello spazio di poche ore per trasferirsi in Italia dove, va detto, furono male accolti, guardati con la stessa diffidenza e con l’insofferenza con cui oggi si guarda ai migranti che arrivano dalle coste del Nordafrica.
Come premessa alla lettura bisogna chiarire subito che l’autore è friulano e quindi, scrivendo questo libro, non mostra il distacco doveroso dell’autore verso quello che racconta. Però questo non è un difetto, anzi. E’ se mai uno dei pregi del libro che scivola di pagina in pagina via dal romanzo per farsi storia.
L’argomento dell’esodo dall’Istria, a distanza di oltre settant’anni è ancora difficile, imbarazzante. Perché, anche se ci si dimentica troppo spesso di dirlo, quello che successe dopo l’8 settembre 1943 agli italiani residenti là, era capitato con maggiore crudeltà anni prima, alle popolazioni della Slovenia e della Dalmazia invase e trasformate in terra di conquista, con tanto di devastazione dei villaggi, espropriazione delle terre, uccisioni, deportazioni nei lager approntati anche in Italia e infoibamenti dei residenti. Veri e propri crimini di guerra sui civili ordinati dai fascistissimi Mario Robotti ed Emilio Grazioli. Questo va chiarito per onorare anche la verità storica e non soltanto il giusto rimpianto degli esuli per ciò che hanno perduto, dal momento che questo libro, a cui va anche il merito di affrontare con delicatezza e senza retorica l’argomento, spiega chiaramente nella prefazione che quello che viene narrato è una vicenda familiare autentica. E, quindi, appartiene alla storia.
Il viaggio per mare di nonno Marino e del nipote Filippo lungo coste della Dalmazia dura nove giorni, esattamente come il lungo racconto che non trascura momenti intensi di marineria, per la gioia di chi ama la vita in barca a vela.
Il racconto è complesso e molto sofferto perché Marino, mescolando episodi di vita familiare, descrive al giovane nipote come lui da bambino vedeva quello che gli capitava attorno, a cominciare dalla fucilazione del padre, guardia di frontiera, infoibato a Vines e l’esecuzione fatta dai nazisti di diciannove compaesani.
Una storia a due in un continui misurarsi con ricordi di guerra e sprazzi di vita familiare antica, che è anche un serio confronto fra generazioni. Peccato solo per la scelta redazionale di usare il carattere corsivo per i dialoghi, che spezza la narrazione, appesantendola.

Mauro Tonino
ROSSA TERRA
L’orto della cultura, 230 pagine, € 15
CATALOGO de L’orto della cultura

MAFIA DA LEGARE. Pazzi sanguinari, matti per convenienza, finte perizie, vere malattie: come Cosa Nostra usa la follia

01 - mafia da legareIncipit

Prefazione di Piero Grasso: “Veramente piacevole la lettura di questo libro che nasce dall’idea di raccontare la mafia attraverso il filo rosso della pazzia e, più in generale, della malattia, strumentalizzate dai mafiosi per sottrarsi alle proprie responsabilità o per far apparire inaffidabili i loro accusatori.

L’uso della follia e dei manicomi è storia antica in Cosa Nostra, ma la prima volta che mi ci imbattei fu all’inizio degli anni Ottanta, quando ero già da circa dieci anni sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Palermo. Una pattuglia dei carabinieri arrestò in flagrante il killer di un uomo ucciso dentro una cabina telefonica. Si trattava di un ragazzo di diciannove anni, Agostino Badalamenti: aveva tentato di fuggire a bordo di una moto ma era stato catturato con l’arma del delitto, una pistola 357 magnum, ancora in pugno. È stato il primo e forse rimarrà il solo killer di Cosa Nostra catturato

sul luogo del delitto. I vertici dell’organizzazione si adoperarono immediatamente per farlo passare per pazzo”.

Introduzione

“Impazzisce Cosa Nostra. È solo simulazione, però. Perché la follia ai mafiosi non piace. Serve soltanto per screditare i collaboratori di giustizia o per ottenere benefici processuali. Altrimenti va tenuta a distanza, perché il mafioso non può permettersi di sembrare pazzo.

Deve apparire una persona seria, lui. Deve trasmettere sicurezza, avere la testa sulle spalle, il pieno controllo delle situazioni e di se stesso. E soprattutto deve parlare poco. L’uomo d’onore deve rispettare la consegna del silenzio. La loquacità, per lui, è un disvalore. Il suo è un mondo in cui la categoria del

piacere non esiste, un mondo intriso di paranoia in cui tutto è controllato, anche la «presentazione» di un mafioso a un altro. Un mondo fondamentalista – i giudici e gli psicologi lo dicono con parole differenti, ma la sostanza è la stessa – da cui, quando si entra, non si esce più. Un mondo che non consente di avere una propria identità, ma lascia spazio solo a emozioni primitive: paura, odio, onnipotenza e sete di potere”.

Tutti matti i boss mafiosi quando vengono rinviati a giudizio? Nulla come l’incapacità di intendere e di volere totale, parziale, permanente, transitoria, intermittente, temporanea eccetera è d’aiuto per sfuggire alle patrie galere, soprattutto alla tanto temuta condanna al 41bis. Ma non è certo l’invenzione recente di un brillante leguleio. Ci aveva già pensato cento anni fa il grande Luigi Pirandello, premio Nobel per la letteratura nel 1934, a buttare lì l’idea, che avrebbe fatti scuola: quella della pazzia ‘per convenienza’. In una delle sue commedie più celebri, Il berretto a sonagli, spiega come si possano evitare le tragiche conseguenze del proprio agire facendosi passare per pazzi.

Malattie fisiche e turbe mentali più o meno gravi sono epidemiche fra i mafiosi. Ma si tratta sempre di patologie transitorie perché il codice d’onore di Cosa Nostra, camorra, ‘ndrangheta eccetera non ammette alcuna forma di follia. Cosa Nostra, giusto per fare un esempio, prescrive per i ‘cristiani battezzati’, cioè per coloro che sono stati affiliati con tanto di puntura del dito e santino bruciato, comportamenti lucidi e controllati nella vita privata come in quella pubblica. Per un mafioso, soprattutto di alto rango, la pazzia è un insulto da lavare col sangue, è un’arma per delegittimare un pentito oppure per distruggere socialmente prima ancora che fisicamente qualcuno diventato troppo scomodo. Dunque, ‘mafioso pazzo’ è un ossimoro.
Il fenomeno mafioso, soprattutto negli ultimi decenni, è stato studiato e analizzato in ogni risvolto. Eppure, sulla follia certificata degli affiliati (e anche dei criminali comuni!) che, in quanto affiliati, non potrebbero assolutamente essere folli, non si è mai voluto andare a fondo. Si sa che è un efficace escamotage per scansare la galera passando qualche mese in casa di cura o agli arresti domiciliari. Galera che, nel caso dei mafiosi condannati in base al 416bis, significherebbe carcere duro per l’applicazione del comma 41bis.

Tutti parlano di lotta alla mafia, eppure questo eccesso di garantismo, che favorisce il crimine perché cancella la deterrenza costituita dal carcere duro, essendo il 41bis il vero spauracchio per i boss, viene allegramente accettato da tutti, avvocati, magistrati e società civile, come un male inevitabile.

Per fortuna dove non arrivano i giuristi e i magistrati si spingono i giornalisti, gli scrittori e i criminologi.

Questo libro, che si legge d’un soffio grazie allo stile gradevole e semplice, scritto a quattro mani dallo psichiatra criminologo Corrado De Rosa e dalla giornalista Laura Galesi, affronta il problema nella sua complessità risultando, con le molte storie di ipergarantismo ipocrita, un’accusa aperta a chi consente una simile mostruosità. Anzitutto punta il dito contro i medici che certificano stati di pazzia ondivaghi mostrandosi, in questo,  compiacenti fino alla contiguità con i mafiosi. Poi contro certi giudici che quando si tratta di giudicare i boss scelgono troppo spesso la strada comoda dell’infermità mentale. Infine, anche se più indirettamente, contro un parlamento che ha approvato mostruosità giuridiche, ovvero disegni di legge presentati da avvocati penalisti che rivestivano il doppio ruolo di difensori dei boss e di parlamentari.

Corrado De Rosa, Laura Galesi
MAFIA DA LEGARE. Pazzi sanguinari, matti per convenienza, finte perizie, vere malattie: come Cosa Nostra usa la follia
Sperling & Kupfer, 266 pagine, 15.30 euro anziché 18.00 su internetbookshop

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MANI PULITE. La vera storia

02 - Mani puliteIncipit

Prefazione di Piercamillo Davigo: “Sono passati vent’anni da quando, il 17 febbraio 1992, a Milano fu arrestato Mario Chiesa, fatto che è stato considerato l’inizio di quelle indagini che i mezzi di informazione hanno chiamato «Mani pulite». Quella non era la prima volta in cui un pubblico amministratore veniva sorpreso in flagranza di corruzione, e non fu l’ultima. Per quale ragione, vent’anni dopo, quell’accadimento viene ancora ricordato, tanto da portare alla seconda edizione di un volume che ricostruisce quella vicenda e quelle che seguirono?

Credo che la spiegazione sia da ricercare nel sorprendente (anche per gli inquirenti) sviluppo delle indagini, innescate da quell’episodio, che in un tempo relativamente breve (specie se rapportato ai tempi dell’amministrazione giudiziaria) portò alla scoperta di un numero impressionante di reati e al coinvolgimento di migliaia di politici, funzionari e imprenditori. Che cosa aveva fatto la differenza fra quelle indagini rispetto ad altre, precedenti e successive?”

Prologo: “Lunedì 17 febbraio 1992, ore 17,30. Un imprenditore di 32 anni, Luca Magni, si presenta in via Marostica 8 a Milano, nell’ufficio di Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio. Magni è titolare di una piccola impresa di pulizie, la Ilpi di Monza, che lavora anche per il Trivulzio, la storica casa di ricovero per anziani fondata nel Settecento. Chiesa è un esponente del Partito socialista italiano e non nasconde le sue ambizioni politiche: sogna di diventare, in un futuro che spera prossimo, sindaco di Milano.

Dopo mezz’ora di anticamera, Magni viene ricevuto. Deve consegnare al presidente 14 milioni di lire, la tangente pattuita su un appalto da 140.

Nel taschino della giacca ha una penna che in realtà è una microspia. In mano stringe la maniglia di una valigetta che nasconde una telecamera. «A dir la verità – ricorderà Magni – avevo una paura pazzesca, ero agitatissimo. L’ingegner Chiesa era al telefono e io sono rimasto dieci minuti in piedi ad aspettare che finisse di parlare. Poi gli ho dato una busta che conteneva 7 milioni. Gli ho detto che gli altri sette per il momento non li avevo.»

Chiesa non reagisce. Domanda soltanto: «Quando mi porta il resto?». «La settimana prossima», risponde concitato Magni. Poi saluta. E, uscendo, quasi si scontra con un carabiniere in borghese.

Mentre l’imprenditore telefona a casa («Per tranquillizzare mia madre e mia sorella, che sapevano dell’operazione ed erano preoccupate per me»), una squadretta di investigatori blocca il presidente del Trivulzio, che capisce

di essere caduto in trappola. «Questi soldi sono miei», azzarda. «No, ingegnere, questi soldi sono nostri», replicano gli uomini in divisa. Allora chiede di andare in bagno e si libera delle banconote di un’altra tangente da 37 milioni, incassata poco prima, gettandole nella tazza del gabinetto. Poi viene arrestato e portato nel carcere di San Vittore”.

Come sia iniziata la stagione delle grandi pulizie in Casa Italia lo sanno tutti. Il Mariuolo del Trivulzio chiede una tangente troppo alta a Luca Magni, titolare di una piccola impresa di pulizie. Il 10% sull’ammontare dell’appalto, figuriamoci! L’imprenditore non ce la fa a mettere insieme i soldi. Chiama i carabinieri e con loro prepara la trappola in cui il Mariuolo cade con tutte le scarpe.

Ma perché riprendere questa vecchia storia? Semplice, perché non tutto quello che il grande pubblico crede di sapere su ‘quella vecchia storia’ è vero, mentre quello che invece ignora ha gettato le fondamenta per costruire la terza repubblica che conosciamo, fondata da un lato su un indebitamento che ci sta togliendo, in tasse, sei mesi all’anno di frutti del nostro lavoro quando va bene,  e dall’altro su un’illegalità elevata a sistema e su una corruzione di proporzioni apocalittiche. Tanto per date un’idea:

La corruzione vale 10.000 miliardi all’anno, ha generato un indebitamento pubblico tra i 150.000 e i 250.000 miliardi di lire, con 15-25.000 miliardi di relativi interessi annui sul debito (fonte Mario Deaglio, 1992).

Naturalmente il conto era in lire. Ma lire del 1992!

A mettere insieme i pezzi con una precisione da amanuensi medioevali sono Barbacetto, Gomez e Travaglio, il noto trio di irriducibili della legalità che, con il loro ‘Mani pulite, vent’anni dopo’, non raccontano affatto una storia passata.

A rileggere oggi quei fatti vengono i brividi perché sono lo specchio rovesciato della nostra crisi permanente, del lavoro che non c’è perché le banche non finanziano più le imprese e gli oneri sono troppo alti, degli appalti a catena che producono vantaggi solo per chi li ottiene, delle operazioni di riciclaggio legalizzate dalle sanatorie e dagli scudi fiscali, delle leggi salvaladri che hanno prodotto l’impunità per concussori e corruttori, per tangentisti, bancarottieri ad hoc, evasori e tutta la pletora di loschi figuri che stanno a monte dell’impoverimento generalizzato degli italiani e dell’aumento esponenziale di coloro che si trovano sotto la soglia di povertà. Altro che crisi venuta dall’America (o dal crollo delle torri gemelle) come hanno tentato di farci credere i grandi imbonitori! E’ un dato di fatto che per le ruberie elevate a sistema, scoperte con l’effetto domino delle chiamate in correità nel 1992-93, quasi nessuno ha pagato e la maggior parte dei responsabili si è ritrovata nuovamente nella posizione di poter reiterare gli stessi reati, ma con qualche furbizia in più e soprattutto con le nuove leggi che ne impediscono il perseguimento.

Tanto per dare un’ide:

L’inchiesta Mani pulite ha prodotto circa 1.300 dichiarazioni di colpevolezza, fra condanne e patteggiamenti definitivi… Circa il 40 per cento degli indagati si sono salvati grazie alla prescrizione, a cavilli procedurali o a modifiche legislative su misura. Quasi tutti gli indagati del 1992-94 e degli anni successivi sono rimasti o tornati rapidamente nella vita pubblica.

Dunque Tangentopoli non è affatto acqua passata e questo libro, riveduto, corretto e aggiornato, la cui lettura riserverà molte sorprese a chi crede di sapere tutto su quella stagione, è un documento storico da consultare ogni tanto. Infatti, nelle sue quasi 900 pagine si trovano tutte le risposte al malessere diffuso che pervade il Paese e a quella forma di miopia nazionale che impedisce di guardare alle vere cause del malessere stesso, per individuare i veri “untori” e tutti coloro che per decenni hanno considerato gli italiani un popolo di creduloni opportunisti e l’Italia, con le sue ricchezze, una “mucca da mungere”.

Gianni Barbacetto, Peter Gomez, Marco Travaglio
MANI PULITE. La vera storia
Chiarelettere, 882 pagine, 8.08 euro anziché 9.50 su internetbookshop

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ANIME NERE

03 - anime nereIncipit

“Camminavamo veloci, forzando l’abbraccio umido di eriche e felci. Lui in testa. Io gli scivolavo dietro come una slitta trainata dai cani. Avevamo munto le bestie e dopo averle rinchiuse nell’ovile e riposto il latte, alle prime ombre della sera eravamo partiti. Dovevamo attraversare la montagna lasciando la vista di un mare per vederne un altro. La consegna del porco sarebbe avvenuta a molti chilometri di distanza.

Piovigginava da giorni. L’acqua non riusciva a penetrare la giubba impermeabile della pesante mimetica dell’ejército español e a bagnare la camicia e i pantaloni. Il vapore del corpo fuorusciva a folate dal giaccone, e attraverso le tasche aperte dall’interno controllavo continuamente che l’AK 47 non si bagnasse. Il contatto col metallo freddo mi dava una scossa di adrenalina già abbondante nel sangue.Toccavo la sgraziata leva del selezionatore di fuoco per accertarmi che non fosse in R o J ma in U, sicura.
Avevamo munto le bestie e dopo averle ricoverate e riposto il latte, alle prime ombre della sera eravamo partiti. La consegna del porco doveva avvenire a molti chilometri di distanza, lui agli appuntamenti arrivava sempre in abbondante anticipo.
Attraversammo nell’ordine boschi di lecci, bassi e fitti, pieni di cespugli spinosi che a volte vincevano lo spessore degli abiti e segnavano le carni; strette file di pino comune, dove il pericolo era rappresentato dai rami bassi e secchi che cercavano inesorabilmente gli occhi, bisognava inclinare la testa e lasciare che la visiera del berretto respingesse gli attacchi; boschi di altissimi e maestosi larici i cui aghi morbidi nascondevano profonde buche scavate dai cinghiali, dentro le quali si misurava l’elasticità e la solidità delle caviglie (un’entrata baldanzosa e si finiva, se c’erano, sulle forti spalle di qualcuno che ti trasportasse in un ricovero), per chi può vedere, gli aghi di pino sono una candida distesa di neve sulla quale le tracce durano giorni; immensi faggeti su estensioni pianeggianti camminando sopra croccanti crackers, tale è il rumore delle foglie calpestate, assordante nel bosco silente.”

A questo libro, entrato nelle librerie nel 2008 e passato quasi sotto silenzio, si è ispirato il film omonimo, presentato l’anno scorso alla mostra cinematografica di Venezia e diventato subito cult.

‘Anime nere’ non è il primo libro a diventare un best seller dopo essere transitato per il grande schermo. Però è certamente il primo a cui il cinema ha dato credibilità non tanto per il valore letterario, che è indiscutibile, quanto per il contenuto: una vera e propria denuncia dei mali che hanno corroso la Calabria: rassegnazione a riti arcaici, rapacità, crudeltà.

L’azione parte da Africo, un piccolo comune dell’Aspromonte ad alta densità mafiosa in cui, negli anni ’80 e ’90, si sono decisi, organizzati e messi a segno molti sequestri di persona nel corso dei quali la sopravvivenza o la monte dell’ostaggio, chiamato ‘porco’, non facevano alcuna differenza.

Protagonisti: tre ragazzi cresciuti come fratelli, non affiliati alla ‘ndrangheta nel senso di ‘battezzati’ ma impregnati fino alle ossa di cultura mafiosa. Tre giovani della Locride, figli di pastori, cresciuti poveri a inseguire le capre lungo i ripidi sentieri dell’Aspromonte, abituati fin da piccoli a custodire, nella porcilaia segreta, quella nascosta sotto le frasche nei luoghi più impervi della montagna, i ‘porci’ speciali, cioè gli ostaggi rapiti al nord. Un’attività considerata normale da tutti da quelle parti, come allevare capre e ammazzare capretti a Pasqua, tanto è vero che nessuno spreca mai un pensiero pietoso sulla sorte del  ‘porco’ di turno, tenuto in custodia generalmente per conto delle organizzazioni criminali ma qualche volta anche rapito da questa o quella famiglia per un business privato.

Quando si cresce in una terra aspra, violenta arcaica, abituati a considerare  uomini e bestie alla stessa stregua, non si può che seguire negli anni il sentiero della forza, della brutalità e del sopruso. I protagonisti di questo romanzo: Luigi, Luciano e il narratore, che

“… a diciannove anni avevamo rubato, rapinato, sequestrato e spezzato vite. In un mondo che rifiutavamo, perché non era il nostro, tutto quello che volevamo ce lo siamo preso.”

dell’organizzazione mafiosa hanno assorbito tutto: stile di vita, modi, pensiero, abitudini e, come ‘ndranghetisti veri,  percorrono tutte le strade del crimine: furto, rapina, sequestri di persona, traffico di droga, estorsioni e omicidi. Si lasciano coinvolgere in una miriade di situazioni tipiche della malavita ma senza le attenuanti tipiche dei miserabili che non scendono mai dalla montagna, per i quali anche il pane è un lusso. No, a loro è concesso di studiare: liceo e università pagati dai genitori con i soldi del crimine,

I luoghi principali in cui le ‘anime nere’ compiono i loro misfatti sono le forre dell’Aspromonte ma anche Milano, dove si studia e si fanno gli affari . E tutte le grandi città europee, visitate  sulle rotte dei traffici di droga.

Inutile cercare nel romanzo l’intreccio e l’azione su cui è imperniato il film. Solo i protagonisti e le atmosfere sono gli stessi. Tutto il resto è pura sorpresa.

Anime nere è il primo libro della trilogia che l’autore ha imperniato sulla mafia.  Seguono Zefira e American taste: tre romanzi che, nell’insieme compongono un grande arazzo storico nel quale la brutalità del crimine, la sopraffazione, ma anche la disperazione di vite a perdere non permettono mai ai lettori di convincersi che si tratti di fiction.

Gioacchino Criaco, nato proprio nel cuore nero della Calabria, ad Africo, come i suoi protagonisti, ha provato sulla propria pelle cosa significhi essere figlio di pastori e cercare un riscatto sociale. Dalle sue parole emerge una realtà antropologica e culturale da brivido, che rifiuta il fatalismo di cui è impregnata la letteratura meridionale, per fotografare, con la voce dei cattivi, la realtà vera di una terra che sarebbe meravigliosa se ancora oggi non fosse ostaggio di un pugno di criminali.  Di ‘anime nere’, appunto.

Gioacchino Ciriaco
ANIME NERE
Rubbettino, 214 pagine, 11,90 euro anziché 14.00 su internetbookshop

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IL ROMANZO DI MATILDA

04 - Il romanzo di MatildaIncipit. Prologo[Settembre 1092]

“La sofferenza non da tregua al tempo.”

“Il vescovo di Reggio, Eriberto, era stato il primo a parlare. Dopo di lui, lo avevano seguito tutti gli altri. Vescovi, abati, monaci, e i pochi fedeli vassalli che ancora non le avevano voltato le spalle. Uno dopo l’altro avevano detto la loro opinione, e avevano espresso unanimi il proprio pensiero: la proposta di pace dell’imperatore era l’unica strada, la resa incondizionata al suo esercito l’unica salvezza.

La piccola chiesa all’interno della rocca delle Carpinete era illuminata da tante piccole candele che leccavano con fiammelle guizzanti le basse volte e la navata spoglia, facendo vibrare le ombre dei presenti sulle colonne e sulle pareti di sasso. I muri sembravano vivi, parevano quasi respirare i dubbi e

le paure di coloro che si erano raccolti attorno alla Grancontessa per decidere le sorti di quella guerra infinita che da dieci anni divideva e insanguinava la penisola italica. Non sembrava esserci via d’uscita.

Matilda era seduta davanti all’altare, di fronte a tutti. Voleva guardare i volti di coloro che l’avevano sostenuta fino a lì e che, ormai lo aveva capito, preferivano capitolare piuttosto che continuare ancora a combattere. Era avvolta in un mantello leggero, i capelli sciolti sulle spalle e trattenuti da un cerchietto dorato, l’unico gioiello che le era rimasto come ricordo dopo essersi spogliata di tutti i suoi tesori per partecipare alla causa di san Pietro e del suo amato papa”.

La storia è fatta dell’avvicendarsi di grandi eventi, di vicende felici e catastrofiche che proseguono implacabilmente, addentrandosi nelle pieghe del tempo. Grandi uomini e protagonisti mediocri, eroi e pallide figure a cui sono toccati in sorte impegni e responsabilità superiori alle loro forze si muovono su scenari destinati a imprimersi indelebilmente nella memoria e nella tradizione condivise. Ma questi personaggi non sono solo nomi e date collocati nelle rispettive epoche. Sono quasi sempre uomini, molto raramente donne, dotati di fisicità. Persone che hanno vissuto mangiando, amando, pregando, camminando per corridoi, attraversando saloni, godendo di meravigliosi giardini, dando ordini a segretari e ancelle, scudieri e consiglieri. Eppure di questa corporeità non c’è traccia nei libri di storia ed è un peccato perché anche soltanto qualche breve accenno tratto da documenti dell’epoca o dalle immancabili biografie li renderebbe vivi, imprimendoli indelebilmente bella memoria.

Un libro come questo è esattamente l’anello che mancava per congiungere il saggio storico con il romanzo in tutta la sua godibilità, integrandoli perfettamente l’uno con l’altro.

L’argomento trattato è assolutamente affascinante: Matilda di Canossa (così si firmava lei con cristiana umiltà: Matilda Dei Gratias si quid est, ovvero Matilda che è qualcuno per grazia di Dio) anche se gli storici la chiamano più spesso col nome tedesco: Matilde.

La vita di Matilda, Grancontessa di Canossa, di cui è ricorso il novecentesimo anniversario della morte proprio lo scorso 24 luglio, giorno dell’uscita del libro, è una grande epopea. Cugina di Enrico IV che le fu nemico per tutta la vita, vera e propria regina degli immensi dominii dei Canossa, da lei ereditati in virtù del diritto longobardo di successione, ma, in mancanza di eredi, reclamati armi in pugno dall’imperatore di cui oltre che parente prossima era vassalla, nella guerra nota come ‘Lotta per le investiture’ la Grancontessa si assunse il ruolo di mediatrice fra ‘Sole e Luna’, i due sommi poteri della cristianità medioevale. Un ruolo scomodo, che lei assolse con poca imparzialità schierandosi apertamente con il papato rappresentato da Gregorio VII, suo grande amico, protettore, consigliere e forse molto di più, come vorrebbero le malelingue dell’epoca.

Il romanzo di Matilda, firmato da Elisa Guidelli è la prima opera narrativa dedicata alla donna più potente della cristianità dopo la regina Teodolinda, forse anche della storia moderna. Dalle pagine, che letteralmente si divorano, scaturisce una grande eroina poco mistica e molto guerriera, dotata di fascino e bellezza ma anche provvista di una forza d’animo straordinaria e di un carisma che non ha uguali nella storia dell’Occidente. Ma non basta: raccontare Matilda  è per l’autrice anche l’occasione per comporre uno straordinario affresco dell’Alto  Medioevo, un periodo storico a torto relegato nelle pieghe di un passato bollato come “oscuro”.

Anni bui quelli dopo l’anno mille? Assolutamente no se a una donna fu concesso di istruirsi, cavalcare come un uomo, cacciare, guidare eserciti, regnare e assumersi responsabilità politiche e religiose di altissimo livello! Un ruolo, quello di Matilda,  che, al paragone, quello di Angela Merkel è poco più di niente.

Del resto, tutto in Matilda, nata a Modena nel 1046, è molto diverso da quello che viene riportato nei libri scolastici ai capitoli riservati all’episodio dell’umiliazione di Enrico IV, l’unico in cui lei venga collocata, con un ruolo quasi da comparsa.

Ricordiamo, a questo proposito, che se l’Imperatore, scomunicato, dovette prostrarsi per tre giorni nella neve, davanti al castello di Canossa, per invocare la misericordia del papa ospite di Matilda, non fu per caso. Inoltre la vita della Grancontessa non fu affatto asettica, monacale come l’agiografia religiosa ci ha tramandato.

In questo libro, alla donna incoronata “regina d’Italia” dall’ultimo imperatore salico del Sacro Romano Impero, Enrico V, figlio del suo acerrimo nemico, donna che fra le mille altre cose fu anche un vero capo di Stato dal momento che i suoi domini comprendevano tutta l’Italia centro settentrionale fin quasi a Roma, viene restituita con il gusto di una narrazione letteraria leggera ed elegante, tutta la sua corporeità.

Vita e lutti, amori e lotte, caduta e riscatto, violenze e passioni della Grancontessa Matilde di Canossa

Questo promette il sottotitolo in copertina. E il contenuto, che si discosta pochissimo dalla verità storica, è davvero pieno di sorprese.

Elsa Guidelli
IL ROMANZO DI MATILDA
Meridiano Zero, 383 pagine, 15.30 euro anziché 18.00 su internetbookshop.

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IL GIORNO DELL’ALLELUIA. Come l’Italia si è salvata dalla bancarotta

05 - Il giorno dell'alleluiaalleluiaIncipit. Il problema sei tu

“Fammi un favore: qui a Roma gira voce che Napolitano abbia fatto pressioni su di te per convincerti a uscire dalla maggioranza, promettendo di farti ministro. È vero? Dimmi la verità!”.

È un pomeriggio di metà febbraio del 2014, fa freddo, le nuvole corrono lontano, spinte da un monotono vento di nord est. Nella casa di Muggia, paesino sul mare dirimpetto a Trieste, l’unico delle coste adriatiche da cui si può ammirare il tramonto sul mare, Roberto Antonione ascolta con un sorriso ironico la domanda che gli fa Silvio Berlusconi al telefono.

Antonione si è ritirato da tempo dai riflettori della politica nazionale. Ma in cuor suo sa che quella domanda gli pendeva sul capo. Perché nella vicenda che ha fatto tremare il mondo nel novembre 2011 e che ha visto l’Italia al centro della bufera, ha avuto sicuramente un ruolo decisivo.

È un berlusconiano della prima ora. Sessantun anni, odontoiatra, entra in Forza Italia fin dal 1994, anno in cui il partito viene fondato da Berlusconi, scala la gerarchia, diventa parlamentare, sottosegretario agli Esteri, arriva a essere coordinatore nazionale dal 2001 al 2003. Ha un viso tranquillo, da signore pacato e sorridente, sempre arruolato nell’ala più moderata e soft del partito.

Nei primi giorni del novembre 2011 esce dall’anonimato delle truppe azzurre, organizza e capeggia un piccolo gruppo di deputati che nega il sostegno al governo Berlusconi.

“E mo’ so’ cazzi”, commenta alla romana Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati Pdl, appena apprende la notizia. La maggioranza, già risicata e traballante dopo l’uscita di Gianfranco Fini, martedì 8 novembre, sull’approvazione del rendiconto dello Stato, scende così a quota 308 voti alla Camera su un totale di 630. È la certificazione formale e ufficiale che non c’è più”.

E’ passato meno di un anno dall’uscita in libreria di questo libro. Ne sono trascorsi quasi quattro dall’episodio che ne è l’argomento principale, eppure pare di leggere una storia lontana nel tempo, ormai dimenticata. Da quel 12 novembre, giorno in cui il presidente Napolitano invitò il premier Silvio Berlusconi a prendere atto che la maggioranza non c’era più per l’abbandonano di dodici senatori del Pdl e quindi a farsi in là per amore del paese, si sono succeduti tre governi. Molte cose sono cambiate e non tutte in meglio anche se l’aria che si respira è leggermente meno inquinata dai veleni dei Palazzi e l’economia, pur restando disastrata, ha almeno fermato la corsa verso il baratro. E tuttavia, poiché l’Italia è il Paese in cui il passato cacciato dalla porta tende a rientrare dalla finestra, sarebbe utile rinfrescare la memoria con la cronaca di quella giornata che segnò la svolta della politica italiana e la morte della Seconda repubblica.

Anzitutto vale la pena di ricordare perché il 12 novembre 2011 si ricordi come “Il giorno dell’Alleuia”.

Molti lo avranno dimenticato ma quel giorno, davanti al Quirinale, insieme con la folla che attendeva le dimissioni del Cavaliere, c’era una vera orchestra di musici professionisti, con tanto di coro diretto dal maestro Fabrizio Cardosa, pronti a suonare l’Alleluia come “canto della liberazione”. Una performance che preparavano da tempo in attesa di celebrare il momento. Così, appena giunse la notizia che le dimissioni erano state firmate e consegnate nelle mani del presidente Napolitano, dalla piazza gremita al punto che non sarebbe potuto cadere uno spillo, si sollevarono le note di Händel.

Naturalmente l’esecuzione  fu ripresa dai cineoperatori presenti. Filmati e fotonotizie fecero il giro del mondo diventando il suggello dell’ingloriosa uscita di scena di un uomo che sembrava invincibile.

Ma è davvero uscito di scena il Cav? Nell’aria c’è odore di nuove elezioni. I sondaggi Mediaset dicono che il marchio Berlusconi va ancora forte e che se solo Silvio riuscisse a superare lo scoglio dell’agibilità politica annullando gli effetti della legge Severino, Forza Italia potrebbe tornare quasi agli antichi splendori puntando a far uscire dalle urne un buon 20% di consensi. E’ proprio di questi giorni la notizia che i proconsoli del Cav. sono al lavoro e la speranza di riuscire a convincere Renzi e Alfano a firmare un decreto salva-Silvio, visto che molto difficilmente si riuscirà a strappare un provvedimento di grazia al presidente Mattarella, non è affatto remota.

Dunque, alla luce di quanto riferito sopra, non sembra poi così inutile fare un veloce e divertente ripasso della giornata che tutti credevamo avesse chiuso l’esperienza di governo di Silvio Berlusconi.

In questo libro gli autori ripercorrono, ora dopo ora, con testimonianze e dettagli inediti, le circostanze in cui è maturata la resa del Cavaliere e confermano che non ci fu nessun complotto internazionale contro di lui. Semplicemente la verità a volte è stupida, come ha detto Roberto Antonione. Le dimissioni, sollecitate da Napolitano, furono un atto obbligato dal momento che l’Italia, la cui economia stava per essere inghiottita dal buco nero delle speculazioni mondiali, riceveva pressioni internazionali molto forti perché avvenisse un cambio di rotta.

Bunga bunga, Olgettine, cene ‘eleganti’ denaro a pacchi e, sulla scena internazionale, le risatine di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy in mondovisione. Addirittura papa Benedetto XVI che mette in atto complicate strategie per evitare ogni contatto con lui: Berlusconi non era più credibile. Eppure non voleva andarsene. “L’Italia,” diceva da ogni canale tivù, “ha ancora bisogno di me”. Solo quando era arrivata la notizia che dopo le defezioni del suoi la maggioranza non c’era più si era deciso a salire al Colle.

Immaginiamo la scena: il premier e il presidente sono seduti uno davanti all’altro. Mentre parlano ,la piazza antistante lo storico palazzo si riempie. Passa il tempo e i musici cominciano ad accordare gli strumenti.

Alessandro Corbi e Pietro Criscuoli, cronisti parlamentari di grande esperienza, al corrente di dettagli inediti, nel libro ‘Il giorno dell’Alleluia’, ripercorrono, giorno dopo giorno tutte le tappe che hanno preceduto l’esplosione della piazza in delirio sulle note di Händel.

Alessandro Corbi, Pietro Criscuoli
IL GIORNO DELL’ALLELUIA. Come l’Italia si è salvata dalla bancarotta
Nutrimenti, 143 pagine, 11.05 euro anziché 13.00 su internetbookshop.

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DELITTO AL CRUSON. Una storia tutta salese

06 - Delitto al CrusonIncipit. Per le vie del borgo insigne

“Dario camminava lento, con passo quasi cadenzato. Al suo passaggio un vago sentore di vaniglia proveniente dalla sua pipa si spandeva per l’aria. Freccia, il meticcio nero dal pelo perennemente arruffato rispondeva, urinando in ogni angolo, a chissà quali messaggi lasciati da qualche suo amico. Ogni sera lo stesso percorso. Erano due abitudinari. Uscendo da casa si fermavano al Bar Sport di piazza Verdi per un caffè. Elena, la signora cinese che lo gestiva sapeva il suo orario e gli faceva trovare già pronto sul banco il suo “doppio lungo in tazza grande” e l’immancabile bicchiere d’acqua.

Finito il caffè usciva ad accendersi la sua pipa di schiuma.

Si incamminava, passando a fianco della casa di riposo gestita dalle suorine del sacro Cuore, verso l’allea, il viale alberato di Sale che a lui, sforzandosi, ma molto, ricordava Central Park.

Beh, forse in piccolo, ma per lui era così.

Sale, questo paese della bassa valle Scrivia, città fortificata nel diciottesimo secolo, l’aveva conquistato subito, appena giuntovi nel lontano 2007. Aveva letto sui libri la sua storia e conoscendo il carattere ruvido e aspro dei locali si era convinto che qualcosa di teutonico o quantomeno di nordico possedevano. Infatti, nella memorabile notte del 553 d.C. in cui gli sventurati fuggiaschi ostrogoti, denutriti, affranti da una lunghissima camminata durata più notti e terrorizzati dalla martellante idea di poter essere scoperti e sgozzati dai cavalleggeri imperiali di Bisanzio, posarono i piedi da queste parti, sulla sponda destra del fiume Tanaro, acquisirono la certezza che in questo posto il loro terribile incubo era finito, indubbiamente attribuirono a questo ospitale e sicuro nascondiglio la funzione di dimora-rifugio che in gotico si diceva ‘sala’”.

Sale, granellino di sabbia sulla mappa del Nord Italia. A chi mai verrebbe in mente di andarlo a visitare? Chi, attraversandolo diretto ad altre destinazioni, oppure ritrovandovisi dopo aver sbagliato strada, penserebbe di sostarvi per una visita? E invece è un borgo bellissimo e molto antico risalendo il primo insediamento longobardo a quattro secoli prima dell’anno mille. E’ un borgo pieno di storia con belle chiese risalenti al lX-XI secolo, circondato da campi coltivati e, come spesso accade ai comuni lontani dalle grandi città,’animato da una gran voglia di cultura. Tutto questo per dire che, se non fosse per i giallisti che descrivono minuziosamente realtà locali sconosciute, facendo immergere i lettori in quello spirito ‘delle provincia’ che nel nostro paese, terra di molte conquiste e di tradizioni diverse, muta di borgo in borgo, gran parte dell’Italia e della sua storia sarebbe sconosciuta agli stessi italiani.

Sale è dunque un borgo della bassa Lomellina, conteso a lungo da province e città del profondo Nord: Pavia, Tortona, Alessandra. In una cornice geografica così settentrionale è molto difficile incontrare cadaveri incaprettati secondo un preciso codice mafioso come a Bagheria. Soprattutto se i cadaveri sono femminili. Perché da quelle parti primo, non si ammazza; scondo, se proprio si deve, si adopera un ciocco di legno, una pesante padella, tutt’al più una roncola.

A fare la macabra scoperta durante la solita passeggiata serale col padrone, Dario, ex carabiniere ed ex giornalista, ex un sacco di altre cose, è il cane Freccia. Un’annusata qua, uno schizzo di pipì là, e Dario lo vede scomparire nel folto della vegetazione che ricopre le rive del fossato lungo u strìgasö’d sän Lasär, il sentiero che porta al Crusộn, grande croce di legno come se ne vedono spesso nei paesi di campagna. Da qui prende il via un’indagine che affianca quella ufficiale dei carabinieri, condotta fra bar, trattorie e night club alla buona, dove la gente non parlerebbe mai con chi indossa una divisa,  ma con uno del posto, stimato da tutti, qualche parola ogni tanto è anche disposta a lasciarsela sfuggire. E così, pian piano, una parola qua un’intuizione là, Dario riesce a ricostruire tutta la vicenda riuscendo anche a tirare fuori di galera un presunto colpevole che,  guarda guarda, è di colore.

Questo è  un giallo così calato nei luoghi che molti personaggi sono riconoscibili perché presi pari pari dalla strada, a cominciare da Dario, investigatore suo malgrado:

Lui inguaribile pessimista, romantico e malinconico, che adorava Pavese e Fenoglio, amava quell’atmosfera crepuscolare. Rifletteva spesso su cosa lo accomunasse a quel paese, dove le caratteristiche principali era le zanzare d’estate e la nebbia accompagnata dalla galaverna d’inverno…

Che una visita ai luoghi dopo averlo letto è quasi d’obbligo. Per ripercorrere i sentieri di Dario, sedere nei pochi bar che ancora servono ‘bianchini spruzzati’ e, a mezzogiorno in punto, per pranzare nella migliore trattoria di Sale, in frazione Santo Stefano, con barbera e bagna cauda da urlo..

Riccardo Sedini
DELITTO AL CRUSON. Una storia tutta salese
Frilli, 128 pagine, 8.42 euro anziché 9.90 su internetbookshop.

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LA RAGAZZA DI FRONTE

07 - La ragazza di fronteIncipit. Marta

  1. Risveglio.

“Bastare a se stessi, come i gatti. sforbiciare, sfrondare, sfoltire.

Ancora in pigiama, Marta cerca mentalmente sinonimi adatti con l’esse impura e intanto prepara la tavola per la colazione del mattino. Tovaglietta tazzone lattiera cucchiaini, fette biscottate e marmellata di fragole.

A eccezione degli alimenti, ogni oggetto ha la sua storia e rappresenta un impegno: tenere a freno la casualità e imporre ordine e orario ai ricordi. L’intervento del caso – l’ha imparato a sue spese – non si può bandire del tutto, ma stando all’erta si riesce a evitarne gli assalti più plateali. E ricordare punge graffia e incide le carni come un cilicio, perciò non bisogna permettere alla memoria di sbizzarrirsi in qualsiasi momento. Disciplina, ci vuole. ma chissà come è fatto un cilicio, pensa svagatamente, e si ripromette di cercare su Google.

I due cucchiaini testimoniano un frammento di vita ambiguo, riportano a speranze e desideri non pienamente appagati, hanno in sé un sentore dolce con un retrogusto leggermente aspro, ma impediscono alla bilancia dei ricordi di pendere troppo da una parte”.

Marta, ragazza non esageratamente simpatica come lo sono i personaggi dal carattere troppo riservato, troppo avari di sé, ha un primo inconsapevole incontro con Michele da bambina.

Lei, piccola privilegiata, figlia di un cardiochirurgo famoso il cui amore paterno è distratto e intermittente, sta leggendo un libro seduta su una seggiolina azzurra. E’ su un terrazzino, probabilmente quello di servizio, del suo lussuoso appartamento, affacciato su un cortile.

Lui, terroncello figlio di immigrati in un città che non amano e che non li ama,  casa piccola, madre scontenta, sorella maggiore odiosa, per sfuggire alla noia insopportabile delle  domeniche pomeriggio con tutti in casa a darsi reciprocamente sui nervi, si rifugia sul proprio balconcino che si trova proprio dirimpetto a quello su cui siede la bambina. La vede leggere e ne è incantato. Ha solo sette anni, Michele, ma quei capelli quasi rossi, la seggiolina azzurra, il libro, gli appaiono come le chiavi di un mondo che gli è precluso.

Michele e Marta appartengono a due ambienti sociali molto diversi. Da quei balconi che quasi si toccano non si parlano, non si salutano. Forse Marta non si accorge neppure dell’esistenza di quel bambino che la scruta ogni domenica.

La vita li separa inesorabilmente quando la famiglia di Michele trasloca. Si ritroveranno adult,i ma quello che avverrà fra loro non è importante. A dare grande spessore al libro è tutto quello che popola gli anni in cui ciascuno, dal proprio pianeta, vive osservando la vita degli altri da dietro i vetri della propria esistenza.

Sotto gli occhi dei due ragazzi sfila un’umanità divisa, le cui due metà sono l’una l’immagine deformata dell’altra e nella quale cadono molti muri del pregiudizio. Perché sia Marta sia Michele, entrambi appassionati delle vite altrui, scoprono che spesso la verità sta da un’altra parte.

Un libro bellissimo, scritto da Margherita Oggero con leggerezza e ironia, che tocca punte insospettate di profondità di pensiero, soprattutto quando, senza averne l’aria, quasi con casualità, fa intravedere le barriere sociali che fino a pochi anni fa (e forse ancora oggi) condizionavano le vite dei cittadini nella città più snob d’Italia, che non ha mai scordato il proprio nobile passato.

Margherita Oggero
LA RAGAZZA DI FRONTE
Mondadori, 223 pagine, 15.72 euro anziché 18.50 su internetbookshop.

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SLURP. Dizionario delle lingue italiane. Lecchini, cortigiani e penne alla bava al servizio dei potenti che ci hanno rovinati

08 - SlurpIncipit. Prologo
Prologo. “Trova le differenze
Ieri

«A villa Torlonia il Duce pratica ogni giorno uno sport. Il lunedì marcia. Egli percorre con gioia e senza sforzo apparente parecchi chilometri, a un’andatura rapida e cadenzata qualunque sia il tempo. Io prendo una boccata d’aria vivificatrice – Egli dice – e nel tempo stesso mi avvicino alla natura. Io amo il cinguettio degli uccelli sugli alberi, lo scricchiolio dei ramoscelli che si rompono sotto i miei piedi, o anche la pioggia che mi inonda il viso o la neve che attutisce il mio passo. Il martedì è dedicato al nuoto. I moderni sistemi di nuoto sono conosciuti dal Duce che si tuffa con audacia in piscina e nel mare e termina volentieri la nuotata conversando nell’acqua con i suoi figli. Sulla sua motocicletta o sulle auto da corsa Egli divora il mercoledì le belle strade che si

snodano nella campagna romana. Pilota pieno di audacia, non ha mai avuto il minimo incidente e se qualche volta il mezzo meccanico lo tradisce, Mussolini non esita a ricercare lui stesso la causa del guasto senza preoccuparsi dell’olio o del grasso che sporcano le Sue mani. L’abilità di Mussolini nel cavalcare è ben nota. Il giovedì Egli salta tutti gli ostacoli con facilità da perfetto audace cavaliere. Il suo cavallo bianco, che Egli circonda di ogni cura e che è davvero focoso, sa comprendere l’affetto del Suo padrone nitrendo in modo significativo allorché sente la Sua voce. Due ore di volo e di motonautica occupano il venerdì e costituiscono la migliore ricreazione del Duce. Il sabato è consacrato a una lunga seduta di scherma, seguita da una di pugilato. Anche in ciò Mussolini prova che il suo corpo ha un’agilità sorprendente…»  («La Stampa», 2.12.1934, anno XIII dell’Era Fascista).

Oggi

«Ma Renzi come organizza la sua giornata? Cosa fa nel tempo libero? […]

La sveglia continua a suonare molto presto,segnalata con tempestivi tweet all’alba. Dopo una rapida lettura dei giornali sul mini iPad e una spremuta d’arancia quasi sempre in compagnia di Delrio e Lotti, il premier si butta sullo smartphone […]  Nel suo ufficio governativo gira spesso senza scarpe,  a piedi nudi. Le sneakers, invece, servono per la cyclette che ha fatto montare a Palazzo Chigi. Mezz’ora ogni mattina davanti alla televisione per seguire le news e i talk show. Niente jogging, però. A Firenze giocava a tennis o a calcetto di martedì. Un’abitudine di tanto in tanto – preferibilmente il venerdì – coltivata riservatamente anche nella Capitale: corre dietro a un pallone in un luogo discreto, anche per ragioni di sicurezza, e qualcuno ricorda l’esempio della Nazionale parlamentari, abbonata ai campi della caserma militare della Cecchignola. Calcetto a parte, Renzi potrà distrarsi nell’agosto romano con un occhio al piccolo schermo. Nel suo studio la tv è sintonizzata quasi sempre su programmi di approfondimento politico. Poi spazio ai tg italiani e alla Cnn. E al calcio. Quanto alle serie tv, ha di recente confidato una passione per House of Cards» (Tommaso Ciriaco, «la Repubblica», 12.7.2014, anno I dell’Era Renzista).

Slurp: dall’inglese toslurp che significa «sorbire con rumore». Parola di origine onomatopeica. Nel linguaggio dei fumetti è la forma grafica che riproduce il rumore di chi mangia qualcosa con gusto o di chi ha l’acquolina in bocca (dizionario Treccani).

Nel linguaggio immaginifico è il colpo di lingua di lecchini e leccaculi  (le due parole non sono sinonimi) sferrato dal cliens al suo patronus e a chiunque possa elargire qualche vantaggio. Dunque, mai titolo fu più azzeccato di questo dal momento che l’autore del libro, Marco Travaglio, da quel vorace topo d’archivio che è, dopo aver accumulato interi scatoloni di articoli celebrativi smaccatamente ruffiani, ne ripropone un vastissimo florilegio.

Sono più di 500 pagine di colpi di lingua sferrati nel corso dei decenni, dal ventennio fascista a oggi, da giornalisti italiani alle terga di coloro che di volta in volta hanno avuto in mano il potere a qualsiasi livello. Una scia di bava che potrebbe fare l’avanti e indietro terra-luna più e più volte.

Il quadro d’insieme che ne scaturisce è un desolante ritratto del “secondo mestiere più antico del mondo (che dopo tutto non è troppo diverso dal primo). Chi ha fatto, in passato, e continua a fare oggi l’informazione nel nostro paese ne esce malissimo. Però è anche un quadro che dà un senso all’espressione “schiena diritta” applicata ai pochi che non hanno mai perso la bussola dietro al potere e hanno fatto con correttezza e rigore il loro mestiere, molto spesso pagandone di persona un prezzo alto (e chi scrive sa quel che dice!).

Sembra solo folklore tutto questo menar slinguate a destra e a manca. In realtà, poiché i leccatori di professione: giornalisti e opinionisti, sono i più presenti sui media di grande ascolto e quindi sono i più ascoltati dalla massa dei telespettatori, fedeli ai tiggì Rai e Mediaset,  ecco spiegato perché in Italia i politici peggiori (salvo rare eccezioni) e la peggior classe dirigente hanno avuto tanto successo in termine di voti  ma anche di quattrini e potere: due cose che alla fine sono complementari.

Questo libro, composto con pazienza da Travaglio che non si è certo risparmiato in frusta e sarcasmo,  propone il peggio dell’italica  “zerbinocrazia”. Si legge con gusto e grande diletto ma non va preso come un divertimento giornalistico estivo, perché offre, ai lettori più attenti, un panorama dei voltafaccia impressionanti. Quei voltafaccia cioè, che hanno permesso ai ‘leccati’ di portarci dove siamo.

Marco Travaglio
SLURP. Dizionario delle lingue italiane. Lecchini, cortigiani e penne alla bava al servizio dei potenti che ci hanno rovinati
Chiarelettere, 592 pagine, 15.30 euro anziché 18.00 su internetbookshop. Disponibile anche in eBook a 6,99 euro

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IL BARBIERE ZOPPO 1969. Una ragazza, la scoperta della Resistenza

09 - Il barbiere zoppoIncipit . Il romanzo, l’intento

“Questo romanzo nasce con il modesto intento di aiutare tutti noi a ricordarci dell’enorme ‘ignoranza’ [non conoscenza] che esiste nel nostro Paese su tutto quello che è stato compiuto di abominevole dai soldati italiani e dal fascismo nelle colonie, durante le spedizioni nei Balcani e in Grecia, nelle guerre per assecondare la follia di conquista di Mussolini, del regime e delle classi sociali asservite alla dittatura per bieco interesse economico personale. Il fascismo è stato un fenomeno storico con il quale in Italia non abbiamo mai fatto i conti, nei programmi scolastici non si fa mai riferimento a quanto di immondo è stato fatto dai nostri eserciti, il mito degli ‘italiani brava gente’ pare essere un dogma del quale è vietato parlare in modo critico e di condanna. C’è qualcosa di perverso in questa volontà di NON raccontare la verità su ciò che è successo durante il ventennio, di quali nefandezze si è reso responsabile il dittatore e la sua accozzaglia di banditi dalla camicia nera, della complicità della monarchia, del silenzio-assenso ecclesiastico, delle gravi responsabilità del capitalismo nostrano d’allora.

Prologo.

Dall’alto si domina il paese e laggiù, sullo sfondo, il blu cobalto del mare. In basso, sulla destra, la lunga piazza.

Marciapiedi a mattonelle grigie con gli alberi stranamente acconciati a forma quadra da giardinieri impazziti.

Il monumento con l’aquila in cima, a perenne ricordo dei caduti in guerre lontane ma, l’ultima, ancora troppo recente per non far male.

Lo strappo, il dramma collettivo e la follia che avevano colpito ogni angolo d’Italia, avevano pervaso anche quel piccolo paese dell’alto Salento Brindisino, dalle case bianche di calce e le tende a fili sottili in canne di bambù orizzontali posizionate a baluardo dal tremendo calore meridionale. Le rondini si rincorrono, senza sosta, con quello stridio sottile che calma il cuore se ti fermi ad ascoltare.

Matelica (Marche) 28 agosto 1969.

Finalmente le aveva ritrovate.

Aveva impiegato diversi anni a cercarle come un ossesso.

Era stato fortunato. Era riuscito a tornare da quei viaggi dove di molti, quasi tutti, non si seppe più nulla.

Storie disperse nel vento, passate per un camino…

Era stanco e vecchio ma nei suoi occhi ardeva ancora quella luce di vitalità e fiducia che, sebbene il corpo fosse ormai invecchiato, mostravano il giovanotto d’un tempo.

Ma questa era un’icona di molti anni prima.

Secoli.

“Ecco, la busta e il francobollo…”.

“Grazie” rispose alla commessa che, nel lungo grembiule blu, lo guardava incuriosita. Si girò di spalle. Non amava che sbirciassero nei suoi affari, ma questo era un retaggio che si portava dietro dalla terribile esperienza che aveva vissuto. Non avrebbe augurato ad alcuno di vivere quello che aveva vissuto lui… e ‘visto’ quello che lui aveva visto.

In quei posti dove, se non ti fidavi di nessuno, forse potevi salvarti, e quella diffidenza se l’era riportata indietro. Infilò la lettera nella busta in carta grezza, leccò la parte collosa e la richiuse”.

Aurelio, socialista quando il socialismo era una colpa che si pagava con manganellate e olio di ricino, alla fine della guerra torna al minuscolo paese di origine, Braccano, poche case aggrappate a un colle dell’Appennino marchigiano. E’ sopravvissuto al campo di sterminio di Buchenwald e ora, tutto quello che vuole dalla vita è ritrovare due persone: la maestra Maria Eugenia e sua figlia che nei suoi pensieri è ancora  ‘la piccola Lidia’ ma quando alla fine riesce a trovarla, nel 1969, è una ragazza sui venticinque anni.

Lidia e sua madre vivono a Carovigno, un piccolo paese del Salento settentrionale, in provincia di Brindisi. Rintracciate da Aurelio, che neppure conoscono (e questo mistero accompagna il lettore per molte pagine) un giorno ricevono una lettera, indirizzata alla madre, nella quale l’uomo chiede a Maria Eugenia di convincere la figlia a raggiungerlo nella sua casa di Braccano  perché ha cose importanti da rivelarle.

Le spiegazioni che Aurelio dà alla madre di Lidia devono essere molto convincenti perché lei, leggendo la lettera impallidisce ma subito si adopera per organizzare il viaggio della figlia che, nei suoi 25 anni di vita, non ha mai dormito una notte fuori casa.

Lidia è timida ma decisa. Dopo molte resistenze dovute soprattutto al fatto che sua madre rifiuta di darle spiegazioni, accetta di partire con pochi soldi ottenuti in prestito dalle zie. Arriva da Aurelio stanca morta e viene accolta con grande gentilezza. L’indomani, dopo una notte di sonno, scopre che il vecchio non è in casa. Sul tavolo le ha lasciato un busta con alcune foto e un quaderno che ha tutta l’aria di un diario. Anzi, è il diario.

In quelle pagine Lidia ritroverà le proprie radici  e, suo malgrado, arriverà a formarsi una coscienza politica e sociale.

Questa  è l’introduzione alla storia che, alla fine, non risulterà affatto né scontata né banale. Tuttavia per quando sia avvincente, non fa mai dimenticare che la parte qualificante del romanzo rimane è il tema di fondo: i crimini del fascismo.

Il diario che il vecchio Aurelio lascia sul tavolo della cucina per Livia comincia nell’ottobre 1937. Chi scrive è una servetta al servizio di piccoli nobili marchigiani, che, giorno dopo giorno,  registra tutto quello che passa sotto i suoi occhi e che arriva alle sue orecchie, fino alla tragedia finale. Dentro le pagine c’è tutto il nostro peggio: la guerra d’Africa e il colonialismo, il fascismo che si fa sempre più aggressivo, la guerra al fronte, l’invasione dell’Albania, la vergogna del collaborazionismo, soprattutto di quello dell’ultima ora, quando l’Italia è allo stremo.

La narrazione, salvo qualche ridondanza e qualche eccesso qua e là, facilmente perdonabili, è gradevolissima e non cade.

L’autore riesce a tenere le fila delle storie che si intrecciano e a collegare passato e presente con grande padronanza della tecnica narrativa. Nel complesso, ‘Il barbiere zoppo’ è un libro da gustare ma anche da leggere con calma per un veloce ripasso (grazie alle parti didascaliche e alle foto d’epoca) di quello che siamo stati e che in piccola misura, continuiamo ad essere.

Gino Marchitelli
IL BARBIERE ZOPPO 1969. Una ragazza, la scoperta della Resistenza
Infinito, 282 pagine, 13,60 euro anziché 16.00 su www.infinitoedizioni.it

NUOVO MANUALE MINIMO DELL’ATTORE

10 - manuale minimoIncipit. Breve introduzione

“Nel 1986 finalmente il presidente degli Stati Uniti concesse a Franca e a me il visto per entrare in America. Avevamo fatto domanda già cinque anni prima, ma allora non avevamo ricevuto il permesso d’ingresso. Scherzando, raccontai ai giornalisti – i quali quasi all’unisono presero la mia storia per buona – che Ronald Reagan era venuto a sapere che tanto me quanto Franca eravamo teatranti. Al che il presidente avrebbe risposto con gran serietà: «Scusate, ma questa è gente del mio stesso mestiere, non posso continuare a sbatter loro la porta in faccia!».

Il teatro, la nostra vita. Il primo problema: scoprire l’umore del pubblico.

Dopo un certo numero di repliche di una nostra commedia mi capitava qualche volta di non aver nessuna voglia di entrare in scena e recitare. Come ogni sera, passavo dal camerino di Franca che, immancabilmente, mentre finiva di truccarsi, stava ripassando la sua parte. Le bastava sbirciarmi appena per indovinare di che umore io fossi.

«Non ti preoccupare – mi diceva subito –, come snoccioli dieci minuti di battute questa gnàgnera del recitare che hai addosso ti si scioglierà all’istante.»

«Lo so, lo so, ma non capisco come tu possa ogni sera riuscire a mantenere lo stesso umore, non solo, ma come puoi fare a meno di ripeterti i passaggi più ostici del testo da recitare con tanto distacco?»

«È semplice, potresti riuscirci a tua volta con facilità. Sarebbe bastato che da ragazzino i tuoi genitori commedianti, come i miei, ti avessero portato la sera nel retropalco insieme ai costumi e all’attrezzeria, ben sistemato in un baule con dentro stesa una coperta di lana e, mentre loro cominciavano a metter su scena, tu ti addormentavi come la figlia del re, tranquilla e senza problemi. Anzi, le voci dei tecnici e degli attori, aggiunte al brusio del pubblico che entrava in sala, diventavano il Dormi dormi che io ti canto più suadente che si possa pensare. Ma ecco che, a un certo punto, la mamma ti viene a svegliare: “Tocca a te, bambino. Ricordati, stiamo recitando I miserabili, e tu sei Cosetta ancora piccola. Ti ricordi la prima battuta?”.

“Mamma, fammi dormire ancora un po’…” La mamma ti solleva fuori dal baule, ti ninna un attimo fra le sue braccia, ti bagna appena il viso con un fazzoletto intinto nell’acqua e ti porta fra le quinte. “Vai, tocca a te.” Io tutte le sere vivo la stessa situazione. Non è il mio lavoro questo, è la mia vita.»

Avevo iniziato a leggere questo libro in un momento particolarmente difficile e concitato di questa estate africana. L’avevo caricato sul tablet dicendomi: “comincio a leggerlo ma posso smettere quando voglio”. Ahimé, avrei dovuto saperlo che non ce l’avrei fatta a smettere. I libri di Dario Fo sono droga.

A mano a mano mi addentravo nelle pagine, avvertivo sempre più forte la sensazione di trovarmi  ancora sul palco della Palazzina Liberty di Milano, seduta a gambe incrociate in mezzo ad tanti altri che, come me, non avevano trovato posto in platea. Era la 1978 (o forse ’79). Mi trovavo lì per vedere   Dario e Franca recitare in Mistero Buffo. Per non perdermi nulla, nemmeno una sillaba, ruotavo il collo e trattenevo il respiro, aprendo così la strada ai problemi di cervicale che ancora mi affliggono e a un’insopprimibile passione per il teatro.

Il Nuovo manuale minimo dell’attore, che segue al Manuale dell’attore (Einaudi 2001) a cura di Franca Rame, è gioia pura di fare teatro. E’ passione, E’ amore. Episodi lontani si mescolano ad aneddoti gustosi e a vere e proprie lezioni di drammaturgia di cui, chi vuole calcare le scene o scrivere testi per il teatro, dovrebbe fare tesoro. Ci sono momenti di vita familiare nel retropalco, come  quando Sandra doveva recitare e contemporaneamente scappare dietro le quinte per allattare il figlio Jacopo. Ci sono segreti del mestiere generosamente svelati fin dal primo capitolo: Il primo problema: scoprire l’umore del pubblico. E che dire dei trucchi di Sandra per abbattere la ‘quarta parete’? E come si superano sul palcoscenico i vuoti di memoria? Come si recupera la battuta persa?

Ma non solo di teatro parla questo libro. Dentro c’è molto di più. Ci sono gli anni delle contestazioni e del terrorismo visto con gli occhi di chi aveva ben chiaro da che parte stare. Gli anni del capannone in via Colletta, degli spettacoli alla Camera del Lavoro e, più avanti, delle recite alla Palazzina Liberty affollata di sfrattati, accolti e protetti dalla rete Soccorso Rosso. Gli anni delle stragi e dell’anachico che vola dalla finestra a causa di un “malore attivo”.

Il giorno appresso [le dichiarazioni del questore Guida riguardo al coinvolgimento degli anarchici nella strage] ci siamo ritrovati in via Colletta e abbiamo preso posto sulle sedie della platea. Dovevamo discutere di un testo che io stavo approntando, ma i fatti che si stavano susseguendo mi obbligarono a sospendere la lettura. Franca, per fermare il chiacchiericcio che stava crescendo in quel momento, interruppe ognuno dicendo:«Scusate, i commenti su quello che sta accadendo facciamoli ad alta voce, in modo che ognuno li possa sentire. […] Io tanto per cominciare vorrei rivolgere una domanda all’avvocato Giuliano Spazzali [membro di Soccorso Rosso Militante insieme con Dario E Franca] che sta qui davanti a me». «Prego Franca, qual è il problema?» E Franca di rimando: «Il fatto del fermo di Pinelli. È legale che un fermato venga trattenuto per tre giorni, seduto su una panca, senza che la polizia giustifichi le ragioni di quell’operazione?». E l’avvocato: «Brava Franca, hai azzeccato proprio il problema. La legge dice che dopo una verifica bisogna stendere subito un verbale e appresso, se non risultano motivi palesi di colpevolezza, il fermato deve essere immediatamente rilasciato». «Ah! Quindi la polizia ha abusato della propria autorità per compiere un atto illegale.» E l’avvocato risponde: «Esatto. Io avrei un’altra osservazione da compiere. Il questore ha detto in un primo tempo di aver dichiarato al Pinelli che il suo compagno Valpreda aveva riconosciuto di essere l’autore della strage. Ora, io ho telefonato stamattina al mio collega chiamato a difendere Valpreda e questi ha assicurato che il giorno prima, durante l’interrogatorio, Valpreda ha negato di aver ammesso la propria colpevolezza per quel crimine». Un «No!» generale esplode nella sala e io esclamo: «Ma qui salta fuori che il questore s’è inventato tutto!». «Vi dirò di più» segue l’avvocato. «Interrogato da un giornalista sulla sua falsa sceneggiata, stamattina il questore ha spiegato: “È vero, ho mentito, ma queste finzioni sono normali mezzi che noi della polizia usiamo da sempre con un sospettato di atti criminali per indurlo in contraddizione e quindi fargli ammettere la verità”.» […]. Franca riprende la parola: «Scusate, ma forse vi è sfuggita la variante espressa ieri dal questore. In un primo tempo dice che immediatamente, sconvolto dalla rivelazione della colpevolezza di Valpreda, Pinelli avrebbe esclamato: “È la fine dell’Anarchia” ed è lì che si è buttato dalla finestra spalancata. Poi, sempre il questore ci ripensa e si corregge: “In verità il gesto insensato del volo acrobatico dalla finestra è avvenuto due ore dopo circa”. E quindi, come ha sottolineato il giornalista che lo intervistava, ha avuto tutto il tempo di meditare se proprio fosse il caso di compiere l’atto insensato, come l’ha chiamato Guida. Alla fine, ripeto, dopo due ore, si alza ed esclama: “Lo faccio!”. Il livello della finestra è ad almeno un metro dal pavimento (altezza standard), lo ribadiscono tutti i giornali. Lui, che misura poco più di un metro e sessantacinque, non dice neanche: “Scusate, devo prendere la rincorsa” e, con uno scatto davvero da acrobata del Circo Togni, sorpassa col ventre e le gambe il metro e, oplà!, vola nel vuoto! […]. «Ma nessuno di voi agenti presenti, nessuno, dicevo, ha tentato di bloccare il Pinelli? Bastava allungare una mano dalla posizione da cui vi trovavate…»  «Io sono intervenuto. [dice un agente]. Tant’è che sono riuscito ad afferrare il suicida per un piede, ma purtroppo m’è rimasta in mano solo la scarpa, lui è precipitato.» «Come è possibile? È risaputo, l’ha detto un’inchiesta condotta dall’“Unità”, che l’anarchico ritrovato al suolo dopo pochi minuti mostrava ancora ai piedi tutte e due le scarpe. […] Gerardo D’Ambrosio mi sembra sia uscito completamente dalla logica. Infatti, al finale della sua indagine, così si esprime: “Il gesto sconsiderato che ha portato al suicidio il Pinelli è stato certamente determinato da un malore attivo. Quindi si può ben dire che la morte dell’anarchico sia da considerarsi un atto accidentale”.»

Devo dire subito che questa dichiarazione del giudice D’Ambrosio mi ha suggerito il titolo dello spettacolo che, di lì a qualche tempo, ho messo in scena proprio a Milano al capannone di via Colletta. […] Il titolo che ho rubato al giudice D’Ambrosio è proprio Morte accidentale di un anarchico.

Cosa c’entra questo col teatro? C’entra, eccome, perché in questo libro si spazia dalla Commedia dell’arte alla scenotecnica, dall’aneddoto alla teoria, dall’abc della recitazione all’analisi del testo drammaturgico ma senza mai disgiungersi da quella grande commedia che è la vita fuori dalle scene.

Dario Fo, Franca Rame
NUOVO MANUALE MINIMO DELL’ATTORE
Chiarelettere, 233 pagine, 14,36 euro anziché 16.90 su internetbookshop. Disponibile anche in eBook a 9,99 euro

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