FUGA DALLA PAURA

08 - Fuga dalla paura
Incipit.
Premessa. Ruvo di Puglia, cittadina del sud Italia. Nella scuola frequentata dalla nostra nipotina Giulia, di 10 anni, la maestra racconta della seconda guerra mondiale, della shoah, delle persecuzioni al popolo di Israele … Giulia riferisce che i suoi nonni sono vissuti in Polonia proprio in quel periodo e che ora abitano in Israele e che trascorreranno le vacanze natalizie in Italia. Tramite mia figlia Anna la maestra ci chiede se, in tale occasione, siamo disposti a raccontare ai suoi alunni le nostre vicissitudini. E così arriviamo in Italia qualche giorno prima delle festività, quando ancora i ragazzi vanno a scuola. Henryk, mio marito, deve parlare della distruzione del ghetto a Kalisz e di come sia stata annientata la sua famiglia, io della mia sopravvivenza a Varsavia. Abbiamo scritto in polacco e mia figlia Anna ha tradotto tutto in italiano.
Prima della guerra
Sono nata in Via Muranovski numero 36/2, a Varsavia in Polonia, dove vivevo con mio padre, affettuosamente chiamato in casa, Szymon o tatus, mia madre, detta Broncha, e mio fratello, Jacov, per tutti noi, il piccolo Kubus, più giovane di me di quattro anni. Eravamo una famiglia felice.
Dopo aver terminato la scuola primaria, i miei genitori mi iscrissero al ginnasio Mirlasow. Amavo molto quella scuola. Avevo ottimi rapporti con le compagne di classe, di cui io ero rappresentante quando i professori o la preside volevano imporci scelte ingiuste. Ero una brava allieva, ma non la migliore.Tutte avevamo un buon livello di preparazione.
Prima della guerra avevo idee di sinistra e non ne facevo certo un mistero, tant’è vero che una volta convinsi tutta la classe a non versare una quota di danaro, ufficialmente non obbligatoria, richiesta per aiuti militari. Quando c’era compito in classe, i professori non facevano entrare le ragazze che non avevano pagato tale tributo, per protesta convincevo tutte le alunne a restare in corridoio e il compito non poteva svolgersi. La professoressa, dopo aver tentato inutilmente di convincerci, chiamava allora la direttrice che, a propria volta, si arrendeva di fronte al gruppo compatto. Infine, tutte potevamo entrare in aula e svolgere il compito. Naturalmente io fui ritenuta responsabile di quella piccola rivolta. Molti casi del genere si accumularono contro di me, rendendomi non particolarmente benvoluta dalle docenti, che tentavano invano di spodestare la mia leadership.

Un libro a due voci: quella di lei, Irena e quella di lui, Henryk Zeligowski,  una coppia di ebrei sopravvissuti alla Shoah che hanno deciso di raccontare la loro incredibile vicenda fatta di fuga e di paura in un volume doppio, pubblicato con un curioso espediente grafico che consente di leggere prima il racconto di lei in forma di diario e poi, capovolgendo il libro, quello di lui.
Irena è tra le pochissime persone che siano riuscite a fuggire dal ghetto di Varsavia. Nella città in preda all’isteria collettiva si ritrova a vagare da sola e sente che fra quelle strade che percorreva spensierata fino a poco tempo prima, quando cioè  il ghetto non era ancora diventato una prigione, serpeggia una paura palpabile.
La vita a Varsavia apparentemente scorre immutata, ma ogni giorno porta con sé presentimenti di morte. Irena scopre che anche per i polacchi non è facile convivere con le nuove leggi fatte di odio e di morte, dove una calunnia può equivalere a una condanna ai lager. Dovunque in città non si ride più, non si balla più ci sono code per qualsiasi necessità. Ci sono delatori a ogni angolo.
Scrive Irena:
Tutto quel periodo, dal primo settembre 1939, fino al 17 gennaio 1945, è stato caratterizzato dalla mia fuga dalla paura. Nel ghetto scappavo dai tedeschi che mi davano la caccia e volevano ammazzarmi, li guardavo da lontano, da qualche nascondiglio. Mi nascondevo sempre in tutti i buchi possibili. Nella zona ariana fuggivo dai polacchi che volevano ricattarmi e consegnarmi nelle mani della Gestapo. Io dovevo, giorno dopo giorno, notte dopo notte, fuggire da qualche paura che mi perseguitava e che non mi lasciava nemmeno per un attimo. Sono diventata una specialista nelle fughe e queste esperienze, questa condizione di vigilanza mentale, hanno affinato tutti i miei sensi. Ho sentito meglio e prima degli altri, ho visto più da vicino e più dettagliatamente degli altri, fuggendo da innumerevoli pericoli.
Non avevo nessun documento, né soldi, né conoscenti, non avevo il diritto di vivere. Io ero selvaggia nel ghetto e pure nella zona ariana. Non avevo, insomma, alcuna possibilità di sopravvivenza. Sono sopravvissuta contro ogni logica.”
Solo a guerra terminata, con l’arrivo dei russi, Irena  torna a vivere. Il suo racconto, iniziato nel 1939, quando al ritorno dalle vacanze gli ebrei scoprono che la loro esistenza sta per essere sconvolta, si snoda, giorno per giorno, lungo tutti gli anni della guerra, sollevando il sipario sulla quotidianità dei molti che, come lei, erano costretti a inventarsi la vita giorno per giorno, fuggendo e nascondendosi.
Ma le cose peggiori, quelle a cui è stato davvero difficile sopravvivere oltre alla fame e alle privazioni insostenibili, sono per lei i racconti delle atrocità che vengono commesse contro gli ebrei e le notizie della morte dei suoi famigliari internati nei lager.
Anche Henryk riesce a fuggire dal ghetto di Kalisz. Arriva fortunosamente in Germania dove si finge contadino e lavora come schiavo in una fattoria.
Un ebreo che si nasconde in Germania sotto il terzo reich, mentre sono in pieno svolgimento le grandi manovre per la ‘soluzione finale’? Non è difficile immaginare quale pozzo di spaventi siano stati per lui i giorni da clandestino. Mesi e mesi senza riposare, senza dormire per la paura di essere scoperto e denunciato.
Il suo diario, al pari di quello di Irena, è una fuga infinita. I suoi ricordi sono concentrati però sul 1942, l’anno terribile dei treni piombati avviati ogni giorno verso i campi di sterminio.
“Nel ghetto di Kalisz [ai confini con la Germania] siamo rimasti solo in 130, prima delle leggi razziali eravamo 25.000, su una popolazione di circa 65.000 persone. Ci hanno distrutto il cimitero, le due sinagoghe, le abitazioni. Ci hanno privati dei nostri lavori, dei nostri studi, dei nostri affetti.
Siamo tutti occupati in una sartoria cui è affidato il compito di risistemare le uniformi dell’esercito tedesco.”
Sono le uniformi dei militari che lavorano nei campi. Auschwitz, Treblinka, Chelmno…. Sono sporche, piene di polvere. Henryk sa che mista a quella polvere c’è anche la cenere dei crematori. Quelle particelle che gli riempiono le narici sono pura disperazione.
Il lavoro è tanto, ma non riusciamo a concentrarci. Scorrono, nella nostra mente, inesorabili, le immagini della fine del 1940 e degli inizi del 1941, quando anziani e malati cronici sono stati mandati verso lo sterminio di massa.
Ognuno di noi ha perso madre, padre, sorelle, fratelli, parenti, amici.
Ciascuno di noi rappresenta l’ultimo residuo di una comunità, l’ultimo sopravvissuto di una grande famiglia, l’ultimo superstite di una nave affondata.
Siamo consapevoli che la nostra presenza a Kalisz non durerà a lungo. Forse giorni? Prima o poi anche noi saremo mandati nei campi di concentramento e saremo annientati. Sentiamo imminente il pericolo.”
Henryk sfugge alla cattura ma il prezzo è alto. La paura lo accompagna in ogni minuto che potrebbe essere l’ultimo.

Quando arriva la liberazione Henryk e Irena si ritrovano. Concludono gli studi interrotti, diventano entrambi  medici. Si sposano e lasciano l’Europa per trasferirsi a Tel Aviv.

Irena Zeligowski, Henryk Zelinowski
FUGA DALLA PAURA
La meridiana, 152 pagine, 11,90 euro anziché 14,00 su internetbookshop. Disponibile anche in eBook a 8,49 euro