COMPLICI. Caso Moro: il patto segreto tra Dc e Br

01 - complici
Incipit.
Questo libro. Quella che state per leggere è l’anatomia di un delitto politico avvenuto oltre trentasette anni fa. Abbiamo analizzato minuziosamente, con gli strumenti dell’inchiesta giornalistica, un avvenimento storico che, nonostante il tempo passato, è ancora cronaca viva, al punto da meritare, dopo cinque indagini giudiziarie e quattro processi, l’istituzione di una nuova Commissione d’inchiesta parlamentare, la seconda, senza considerare le tante sedute dedicate al tema dalle Commissioni stragi che si sono succedute nel tempo. Una cronaca così viva che perfino oggi, come potrete leggere, emergono novità e non di poco conto. A cominciare da quelle che riguardano il luogo dove il 16 marzo 1978 tutto è cominciato: via Fani, il teatro della strage che tolse la vita a cinque servitori dello Stato: loro difendevano quella di un uomo politico che da quel momento, per cinquantacinque giorni, finirà nelle mani di una banda terroristica prima di essere assassinato.

È per questo che il nostro racconto comincia proprio in via Fani dove – ora è possibile dirlo senza più ombra di dubbio – l’agguato delle Brigate rosse non andò come hanno stabilito le tante sentenze giudiziarie e neppure come ha raccontato l’unica “voce di dentro” dell’organizzazione armata presente sul luogo della strage: Valerio Morucci. Infatti quella mattina il commando non era composto solo da dieci brigatisti (otto uomini e due donne), ma ben supportato da elementi estranei che parteciparono in maniera attiva.

I killer nascosti. Chi sparò al Leonardi lo fece leggermente dietro-avanti, destra-sinistra, alto-basso, proprio per non colpire il compagno che si trovava a sinistra dell’auto. (Relazione di perizia d’ufficio tecnico-balistica,1° ottobre 1993)

Nel 1984 il brigatista “dissociato” Valerio Morucci disse: La presenza casuale di una Mini all’angolo di via Fani con via Stresa fu fatale per Aldo Moro».

Già. Come sarebbe finito l’agguato di via Fani se sul lato destro della carreggiata, quasi all’angolo con via Stresa, non fosse stata parcheggiata, un po’ distante dal marciapiede, una Mini Clubman Estate, quella che Morucci chiama semplicemente Mini?

Torniamo con la mente a quella mattina del 16 marzo 1978. Mancano pochi istanti alle nove. Un gruppo di brigatisti è pronto ad assaltare le due auto che transitano in via Fani. La prima è una Fiat 130 blu notte con a bordo Aldo Moro, seduto sul sedile posteriore a sinistra, al volante l’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci, quarantatré anni, e alla sua destra il caposcorta, il maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi, cinquantuno anni. L’altra è un’Alfetta 1.800 bianca con tre poliziotti a bordo: alla guida l’agente Giulio Rivera, ventitré anni, al suo fianco il vicebrigadiere Francesco Zizzi, ventinove anni, e sul lato destro del sedile posteriore l’altro agente Raffaele Iozzino,venticinque anni.

Partiti dal presupposto che sul caso Moro restino ancora molte ombre e che sulle poche certezze prevalgano i dubbi, le mezze verità, le menzogne e i silenzi insopportabili degli apparati di potere, gli autori di questo libro d’inchiesta, costruito interamente sulle sentenze e sulle interviste ai protagonisti e ai comprimari di quella tragedia, hanno cercato di mettere un po’ d’ordine e, per quanto è stato loro possibile, di fare chiarezza su cosa avvenne realmente quel mattino di metà marzo, il 16 per l’esattezza, del lontano 1978. Sul perché avvenne e su chi volle che il destino di Aldo Moro si compisse cinquantacinque giorni dopo.

Il caso Moro con tutto quel che è seguito al rinvenimento del cadavere nella Renault rossa parcheggiata in via Caetani, non resta solo un mistero irrisolto, che incupisce la storia di questo paese, tagliandola a metà. E’ un buco nero che ha inghiottito ogni residuo di fiducia dei cittadini nello Stato democratico e nelle sue istituzioni.

Da subito, da quando cioè al Viminale si installarono i famigerati comitati di crisi (tre!) e venne depotenziata l’azione della magistratura requirente, i cittadini meno pronti a bersi i comunicati ufficiali e le ‘verità’ riportate dai notiziari si resero conto che Moro era condannato non solo dall’intransigenza inspiegabile dei vertici delle istituzioni e dei segretari dei partiti di governo, escluso il socialista Craxi, ma anche e soprattutto dal fatto che nei 55 giorni della prigionia ogni azione era volta non a trovare la prigione dalla quale Moro scriveva lettere accorate agli ex compagni di partito, alla famiglia, perfino al papa, ma a depistare coloro che quella prigione la cercavano veramente.

In seguito, dopo che furono rinvenuti a Castiglion Fibocchi, nella sede della ditta Giole di Licio Gelli, gli elenchi degli iscritti alla loggia coperta P2, si è appreso che gran parte degli strani personaggi inseriti nei “Comitati di crisi” figuravano proprio in quegli elenchi e allora tutto è diventato più chiaro: Aldo Moro doveva morire e non è stato un caso se in molti hanno cominciato a parlare di delitto politico, addirittura di ‘colpo di Stato’. Non bisogna dimenticare infatti che il mattino in cui fu rapito, Aldo Moro, sostenitore da molto tempo della necessità di “aprire” ai comunisti, si apprestava ad andare in parlamento per votare la fiducia al quarto governo Andreotti che avrebbe visto per la prima volta dal 1947, dopo il terzo De Gasperi, l’ingresso del Pci nell’area di governo. Dunque, con l’eccidio di via Fani, il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro si è voluto riportare il corso della storia sui soliti binari della Dc, scongiurando un’eventualità che aveva tolto il sonno ai mammouth della vecchia classe dirigente e soprattutto agli alleati atlantici spaventati all’idea delle3 pretese che avrebbe potuto vantare Mosca.

Se i fatti inconfutabili relativi all’epilogo del sequestro appartengono alla storia, su tutto quello che attiene la preparazione e l’esecuzione del sequestro, la dinamica, le vere motivazioni, le complicità dal basso fino ai vertici dello Stato, i depistaggi, si ignorano dopo tanti processi, inchieste e commissioni parlamentari ancora troppe cose.

«Con questo libro abbiamo fatto una vera e propria anatomia di quello che è stato l’omicidio politico più  devastante del ‘900, passando in rassegna tutti i punti sui quali sicuramente non abbiamo la verità perché sono stati oggetto di una grande menzogna, » spiega Stefania Limiti, coautrice di Complici insieme con Sandro Provvisionato.

Menzogna che comincia con la dinamica dell’agguato e la presenza niente affatto casuale della Mini Clubman Estate parcheggiata in prossimità dell’incrocio e abbastanza lontano dal marciapiedi da bloccarlo. E che dire del numero delle persone che realmente parteciparono alla strage? Al numero delle armi che davvero spararono? Al numero dei colpi che andarono a segno?

«La nostra tesi», prosegue l’autrice, è che la verità ufficiale del caso Moro sia frutto di una complicità fra i due principali protagonisti: una parte della Democrazia Cristiana e le Brigate rosse, che hanno tentato di aggiustare la verità in modo che fatti, nomi, circostanze, restassero immersi nella stessa oscurità che copre tutte le stragi che hanno insanguinato il nostro paese dal dopoguerra a oggi».

Il risultato è che Complici, letto oggi nella sua rigorosa aderenza alla verità,  può essere scambiato per il ‘romanzo nero’ di una parte determinante del nostro passato.
Stefania Limiti, Sandro Provvisionato
COMPLICI. Caso Moro: il patto segreto tra Dc e Br
Chiarelettere, 298 pagine, 11,18 euro anziché 14.90 su internetbookshop. Disponibile anche in eBook a 4,99 euro

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