Novità editoriali di aprile 2012

http://www.misteriditalia.it/librodelmese/librodelmese_2012_04.htm

UNO BIANCA: le allucinazioni mafiose di Giovanni Spinosa

“Laddove tutto è mafia, niente è mafia”. Lo diceva spesso Giovanni Falcone che invitava tutti noi all’attenzione, a non confondere piani differenti di criminalità, a non mescolare troppo le carte, altrimenti… Aveva ragione Giovanni Falcone. Già, ma che c’entra Giovanni Falcone con Giovanni Spinosa?

Anche quest’ultimo è un magistrato. Ma le similitudini finiscono qui. Oggi è l’autore di un libro che lui giura è il primo ma sarà anche l’ultimo, il che ci fa tirare un respiro di sollievo. Il libro, sorprendentemente pubblicato da Chiarelettere, si intitola “L’Italia della Uno Bianca. Una storia politica e di mafia ancora tutta da raccontare”. La tesi di fondo del libro è che la banda dei poliziotti della Uno Bianca che imperversò tra Bologna e la costa romagnola, con qualche scivolamento nel pesarese, per sette anni e mezzo, tra il 1987 e il 1994, e che provocò una strage strisciante con 24 morti, altro non era che un’emanazione di Cosa nostra, un gruppo di fuoco pensato nell’ambito della strategia stragista della mafia siciliana. Ma attenzione: una banda “inconsapevole” (come Scaiola per la sua casa al Colosseo) che qualcuno tirasse i suoi fili all’interno della trattativa Stato-mafia. Scrive in proposito l’autore: “I dieci anni di furia omicida di Cosa nostra (dal Natale 1984 all’aprile del 1994), infatti, si sovrappongono quasi integralmente ai sette anni di furore omicida della Uno bianca”.

Basta ripercorrere le date per capire che nel “teorema Spinosa” non torna nulla.

La banda della Uno bianca entra in azione nel giugno del 1987 e lungo l’arco di quell’anno metterà a segno 11 rapine e una tentata estorsione per un bottino a dir poco misero: 35 milioni delle vecchie lire, meno di 17 mila euro. In quell’anno Cosa nostra, impegnata nel maxi processo (la sentenza di primo grado è del 16 dicembre) non attacca mai lo Stato. L’anno dopo (1988), mentre la Cassazione smentisce il “Teorema Buscetta”, cioè l’unicità di Cosa nostra e il Csm preferisce Antonino Meli a Giovanni Falcone all’Ufficio istruzione di Palermo, la mafia siciliana (vincente almeno sotto il profilo giudiziario) uccide due magistrati (Saetta e Giacomelli), l’ex sindaco di Palermo Insalaco e Mauro Rostagno. Su al nord i poliziotti assassini mettono a segno una decina di rapine con tre morti (due sono carabinieri) e 16 feriti. C’è un nesso? Andiamo avanti: 1989. E’ l’anno della grande minaccia a Falcone: il fallito attentato all’Addaura dietro il quale si intravedono figure dello Stato. Ci sono poi le famose lettere del Corvo. Unica vittima: il funzionario regionale Giovanni Bonsignore. A Bologna la Uno bianca colpisce solo due volte, ma in una rapina, quella al supermercato Coop di via Gorki, c’è un morto. La suggestione di Spinosa sta nel fatto che questa rapina avviene sei giorni dopo l’Addaura. Tutto qui. Anche il 1990 e il 1991 per Cosa nostra sono anni di relativa calma (il 18 febbraio 41 condannati del maxi processo vengono addirittura scarcerati per decorrenza dei termini). Al contrario per la banda, invece, il periodo che va dal 6 ottobre 1990 a tutto il 1991 è il tempo del grand guignol: uccidono il testimone per nulla scomodo di una rapina; assaltano due campi nomadi (2 morti e 11 feriti); lavavetri (2 feriti); tre distributori di benzina (4 morti); uccidono tre giovanissimi carabinieri al Pilastro, due senegalesi, attaccano un’armeria senza rubare armi (2 morti) e hanno un violento scontro a fuoco con due poliziotti entrambi feriti. Dei 24 delitti commessi, 12, esattamente la metà, sono commessi solo in quest’arco di 15 mesi.

Arriviamo così al 1992: l’anno dell’attacco di Cosa nostra allo Stato: il 12 marzo tocca a Salvo Lima (la mafia ha cambiato referenti politici), il 23 maggio c’è la strage di Capaci, il 19 luglio quella di via D’Amelio, il 17 settembre l’omicidio di Ignazio Salvo, già tesoriere di Cosa nostra. Cambio di strategia infiltrativa e attacco allo Stato. In contemporanea il 1992 è per la Banda un anno di assoluta quiete: solo tre rapine con un ferito. E’ cominciata la loro parabola discendente che terminerà nel novembre di due anni dopo con la cattura della banda. Se è davvero esistito un utilizzo da parte di Cosa nostra della banda dei poliziotti emiliano-romagnoli allora si è trattato di un uso dissonante senza alcun nesso strategico.    

Ma c’è un altro particolare che dovrebbe far balzare dalla sedia il lettore. Spinosa non è un magistrato qualsiasi ma proprio il magistrato della procura di Bologna incaricato di indagare sulle gesta dei poliziotti assassini ma che non si accorse mai di nulla e che per tutta risposta “incastrò” 33 mafiosi catanesi (l’inesistente “banda delle Coop”) e li fece condannare a 327 anni di galera (poi, per fortuna intervenne la Cassazione), nonché tre piccoli malviventi bolognesi (i fratelli Santagata e Massimiliano Motta) oltre ad un boss della Camorra (Marco Medda). Tutti per reati gravissimi (compresi cinque carabinieri massacrati, due a Castelmaggiore e tre a Bologna) che i fratelli Savi si sono addossati e che le perizie sulle loro armi hanno ampiamente confermato.  

Nel libro per accreditare la sua teoria Spinosa sviluppa anche una sua personalissima tesi del tutto kafkiana sul valore delle deposizioni testimoniali. Nota ad un certo punto che due fratelli Savi (Roberto e Fabio), pur essendo interrogati separatamente, raccontano le loro azioni di sangue alla stessa maniera. Per l’autore questo non significa che quelle azioni le hanno fatte assieme, ma che si sono messi d’accordo prima sul cosa raccontare agli inquirenti. Quindi: se dicono le stesse cose mentono. E se avessero raccontato cose diverse? Facile: mentirebbero lo stesso. Quindi non se ne esce. I Savi sono due mentitori. Chi dice la verità è solo lui: Giovanni Spinosa.

C’è poi una gran confusione che Spinosa fa a proposito dei presunti collegamenti dei fratelli Savi, il cuore della Banda della Uno bianca, con la mafia stragista. I collegamenti ipoteticamente più forti dovrebbero essere con i casalesi (tramite una storia di sesso) e con la Nco di Raffaele Cutolo che è storicamente e processualmente dimostrato non ha mai avuto contatti diretti con Cosa nostra ma semmai con i servizi segreti, uomini del Sismi in particolare. Eppure l’autore del libro, che pure sembrerebbe arrivato vicino ai veri referenti della Banda (il generale Musumeci, la P2 e il Sismi), non se ne accorge e continua a pedalare spedito verso Totò Riina il quale, oltre ad essere un grande intenditore d’arte (Velabro, Basilica di San Giovanni, Uffizi, Museo dei Giardini a Milano), si intende certamente anche di caselli autostradali, uffici postali, nomadi, benzinai, lavavetri e banche da assaltare. Tralascio il capitolo sulla Falange armata che per Spinosa non si annidava a Forte Braschi (sede del Sismi) ma tra le cosche palermitane.  

A conferma della vera e propria ossessione che Spinosa aveva e ha per la mafia è sufficiente leggere dal sito dell’avv. Carlo Ugolini, una volta magistrato, collega strettissimo proprio di Spinosa, questo illuminante brano: “Quale componente della Direzione investigativa antimafia, Ugolini lanciò alla cosiddetta società civile numerosi messaggi dal 1992 al 1995. Il primo è un esposto che il giudice scrisse al CSM sulle inefficienze della Procura, con riferimenti espliciti al Procuratore capo e alle attività della DDA di Bologna, della quale faceva parte insieme ad altri due colleghi: Mario Monti, sul quale pesava l’accusa di appartenenza alla massoneria, e Giovanni Spinosa, pubblico ministero della cosiddetta “banda del Pilastro”, o “quinta Mafia”, accusata della strage dei carabinieri consumata nel 1991 a Bologna. (…) La situazione di inefficienza della procura bolognese era talmente evidente che persino il CSM in pochissime settimane decise addirittura di rimuovere il Procuratore capo Gino Paolo Latini. (…) Dopo qualche settimana venne programmata la più grande maxi-operazione mai realizzata in Emilia Romagna, l’operazione “Pilastro”: 180 arresti, un intero quartiere di Bologna circondato e messo sotto sopra. Di prima mattina, al Pilastro erano presenti decine di giornalisti della televisione e della carta stampata, ovviamente preavvertiti. La mattina stessa si tenne una conferenza stampa con Bruno Siclari, allora capo della Direzione Investigativa Antimafia nazionale: tutti i telegiornali quel giorno aprirono con questa notizia: “Maxi operazione antimafia a Bologna, sconfitta la Quinta Mafia”. Tutti i quotidiani il giorno dopo avevano questa come notizia più importante della prima pagina. Anche in questo caso il giudice Carlo Ugolini lanciò un messaggio chiaro e netto: non firmò quella maxi operazione, non appose la sua firma a quella che giudicava una maxi sceneggiata e che venne firmata solo dagli altri due componenti della DDA bolognese (Monti e Spinosa. NdR). Nessuno colse questo segnale, nemmeno i giornalisti che lo segnalarono distrattamente. Eppure bastava guardare la sproporzione fra l’enfasi con la quale venne realizzata e presentata tutta l’operazione ed i fatti contestati ai 180 arrestati; solo a una decina di questi veniva contestata l’associazione di stampo mafioso, tutti gli altri erano malcapitati che avevano in comune solo una cosa, il fatto di essere arrestati nello stesso momento. Nella conferenza stampa Bruno Siclari arrivò a dire che la sconfitta della “Quinta Mafia” rappresentava un fatto storico nella lotta contro la criminalità organizzata. I commenti dei giorni successivi registrarono persino l’intervento entusiasta del presidente della commissione parlamentare antimafia, Luciano Violante.

La clamorosa operazione era fondata sul nulla: una banda di criminali comuni, dediti al traffico di stupefacenti, era stata presentata come una organizzazione potente ed allo stesso livello di Cosa Nostra, Camorra, ‘Ndrangheta e Sacra Corona Unita. (…) Tutti i fatti che sono seguiti hanno dato ragione al magistrato che rifiutò di aggiungere la sua firma alla operazione “Pilastro”. La Quinta Mafia scomparve nel giro di qualche mese: dei 180 arrestati, nessuno fu rinviato a giudizio per associazione mafiosa; l’arresto dei componenti della “Banda della Uno Bianca” e le confessioni dei fratelli Savi demolirono le tesi accusatorie sull’assassinio dei carabinieri contro la cosiddetta “Banda del Pilastro””.

E questo non lo scrive uno sprovveduto giornalista, ma è pubblicato sul sito Internet di un ex collega di Spinosa che con lui ha lavorato gomito a gomito e che poi, disilluso, lasciò la magistratura. Lasciò, almeno quella bolognese, anche Giovanni Spinosa. Ora è finito a Teramo, presidente del Tribunale. E 18 anni dopo la fine della Banda dei poliziotti della Uno bianca ci riprova.

Aggiornamenti inizio marzo 2012

Il massacro del Circeo
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Aggiornamenti di fine febbraio 2012

Il delitto del bitter
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Gianfranco Stevanin, il mostro di Terrazzo
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L’omicidio di Carlo Mazza
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Il canaro della Magliana
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La strage del marchese Casati
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Aggiornamenti di metà febbraio 2012

Donato Bilancia, rancore, vendetta e misteri dietro il volto di un serial killer
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Il delitto di Arce: l’omicidio di Serena Mollicone
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Aggiornamenti dei primi giorni di febbraio 2012

La belva di San Gregorio
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L’affare Bebawi
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“PER ACCERTARE UN ABUSO CI VUOLE PROFESSIONALITA’”
parla lo psicologo Marco Lagazzi
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Il caso Montesi
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Il massacro della famiglia Graneris
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Il massacro delle bambine di Ponticelli
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Andrea Matteucci Il mostro di Aosta
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Le novità editoriali di febbraio 2012

Tornano le novità editoriali di Misteri d’Italia, questa volta a cura di Adele Marini, giornalista professionista, specializzata in cronaca nera e giudiziaria, nonché autrice di diversi libri.

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Misteri d’Italia, anno XII, n. 152, DICEMBRE 2011

Mentre nasce misteriditalia.tv, la nuova web television interamente dedicata ai fatti piùoscuri del nostro paese, riprende la distribuzione della Newsletter di misteriditalia.it.

In questa Newsletter c’è un appello che dovete assolutamente sottoscrivere: è quello per la verità su Emanuela Orlandi. E’ ora che il Vaticano esca dal silenzio e dall’omertà.

Ma in questo numero torniamo sulla strage di piazza Fontana con un interessante contributo del prof. Alessandro Ceci ed un’intervista (non ostra) a Licia Pinelli. E poi ancora i delitti italiani che nessun investigatore è capace di risolvere. Forse èora di affrontare il tema dell’incapacità cronica dei nostri investigatori.

E molto altro ancora.

Buona lettura

EMANUELA ORLANDI: APPELLO DEL FRATELLO AL PAPA

E’ arrivata a 30 mila firme l’appello lanciato da Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, al Papa per fare luce sulla misteriosa scomparsa della sorella. L’ appello si rivolge a Benedetto XVI per chiedere il suo aiuto: “Sua Santità, mi rivolgo a Lei nella sua duplice veste di capo di Stato e di rappresentante di Cristo in terra per chiederLe di porre in essere tutto ciò che è umanamente possibile per accertare la verità sulla sorte della Sua connazionale Emanuela Orlandi, scomparsa a Roma il 22 giugno 1983. Il sequestro di una ragazzina è offesa gravissima ai valori religiosi e della convivenza civile: a Emanuela è stata fatta l’ingiustizia più grande, le è stata negata la possibilità di scegliere della propria vita. Confido in un Suo forte e ispirato intervento perché, dopo 28 anni, gli organi preposti all’accertamento della verità (interni ed esterni allo Stato Vaticano) mettano in atto ogni azione e deliberazione utili a fare chiarezza sull’accaduto. Un gesto così cristiano non farebbe che dare luce al Suo altissimo magistero, liberando la famiglia di Emanuela e i tanti che le hanno voluto bene dalla straziante condanna a un’attesa perenne”.
Per aderire all’appello, basta inviare una mail all’indirizzo:
petizione.emanuela@libero.it,  precisando: “Aderisco alla petizione a papa Benedetto XVI per la verità su Emanuela Orlandi” e specificando: NOME E COGNONE, INDIRIZZO E CITTA’ DI RESIDENZA, NUMERO DI TELEFONO E PROFESSIONE.
Si può aderire anche al gruppo facebook:
petizione.emanuela@libero.it Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. – Gruppo ufficiale fondato da Pietro Orlandi

BANDA DELLA MAGLIANA: SCARCERATO “ER PALLETTA”, LAVORERA’IN UN RISTORANTE DEL TESTACCIO

”Er palletta” ha lasciato il carcere e ora lavora come aiuto cuoco in una trattoria della sua Testaccio. Raffaele Pernasetti, il Testaccino, killer della banda della Magliana, alle spalle una condanna a 18 anni per omicidi, droga ed evasione, dal 7 novembre è ora in semilibertà.

Pernasetti, ritenuto l’uomo di fiducia del boss Renatino De Pedis, è tornato nella capitale ma per tre anni dovrà sottostare alla misura della libertà vigilata. Per “Er Palletta” il fine pena terminerà  nel 2017 ma i giudici del tribunale di sorveglianza hanno deciso di farlo uscire prima dal carcere di Prato per consentirgli un “graduale reinserimento sociale”. Per i magistrati l’ex esponente della Banda della Magliana ha maturato “una capacità autocritica, nonché un netto cambiamento dello stile di vita”. E ora la nuova esistenza di Pernasetti passa dai fornelli, tra pentole e piatti di amatriciane e carbonare, di un’ottima trattoria del Testaccio, in una delle viuzze legate alla sua adolescenza.

Così da alcune settimane Pernasetti indossa il grembiule da aiuto cuoco. E c’è chi dice che la passione per le ricette gastronomiche, specie quelle della tradizione romanesca, l’abbia coltivata negli anni trascorsi dietro alle sbarre.

Ma la cosa più inquietante è che Pernasetti, detto “Er Palletta”, ora lavora nello stesso ristorante che una volta era un punto di ritrovo della banda della Magliana. Vorrà dire qualcosa?

Fonte: www.notteccriminale.it

OMICIDIO YARA: FRA LETTERE ANONIME E DEPISTAGGI SI FA STRADA UN’IPOTESI AGGHIACCIANTE

di Adele Marini

Dopo più di un anno dalla scomparsa, la dolorosa vicenda di Yara Gambirasio resta un mistero nel mistero. Infatti, non solo gli inquirenti sono ancora lontani dallo scoprire cosa sia realmente accaduto alla tredicenne di Bembate Sopra. Ma le indagini hanno avuto fin dall’inizio un che di oscuro e di inaccessibile che non è giustificato dal vincolo del segreto istruttorio.

L’ultima non-notizia è di questi giorni e riguarda l’arrivo alla redazione del quotidiano “L’Eco di Bergamo” dell’ennesima lettera anonima.

Scritta a mano, in italiano non proprio impeccabile, firmata semplicemente “Piergiorgio” e timbrata presso il centro di smistamento di Novara, la lettera contiene una testimonianza che potrebbe essere importante per le indagini se non dovesse rivelarsi un depistaggio come tutte quelle che l’hanno preceduta.

Ecco, in sintesi, il contenuto.

“Non posso allargarmi troppo spiegando esattamente come sono arrivato a quello che sto per scrivere ma se sarà necessario lo dirò. Quello che io ho potuto vedere sono due persone che hanno ucciso Yara un uomo e una donna. Un uomo calvo di mezza età e una donna”.

Naturalmente i tecnici della Scientifica stanno facendo tutti i rilievi possibili per cercare di identificare il mittente, ma senza  abbandonarsi all’ottimismo perché anche se si riuscisse a dargli un nome potrebbe sempre rivelarsi il solito mitomane.

Lettere così in un anno ne sono arrivate tantissime e tutte hanno avuto come unico effetto quello di distrarre le forze dell’ordine dal loro compito, impegnandole in lunghi, costosi e inutili controlli. Come quella risalente all’agosto scorso, nella quale un trentacinquenne, risultato poi essere un turista in vacanza in Liguria, si autoaccusava dell’omicidio. O quella recapitata all’Eco di Bergamo in settembre, con la quale si tirava nuovamente in ballo Mohamed Fikri, già scagionato, insinuando che sapesse tutto dell’omicidio e che addirittura conoscesse l’autore del sequestro, indicato in un ignaro imprenditore di Modena che avrebbe girato indisturbato per il cantiere di Mapello a bordo di un’Audi4. E che dire del viaggiatore di commercio, faticosamente rintracciato, che ha scritto ben due lettere per rivelare di essersi appartato con una prostituta nel campo di Chignolo d’Isola proprio la notte della scomparsa di Yara e di aver visto cose che se risultassero vere potrebbero portare alla soluzione del caso? Anche qui gli accertamenti sono ancora in corso, ma con poche speranze che avvicinino alla verità.

Allora, chi ha sequestrato e ucciso Yara? Perché a Brembate e a Mapello, paesi dove fino a qualche decennio fa i cittadini si conoscevano da generazioni, tutti, da quasi subito, hanno avuto le bocche cucite?

Non sono mai stati omertosi i bergamaschi. Nei piccoli centri orobici c’è sempre stata solidarietà, amicizia, sincerità, disponibilità. Tutte qualità che con Yara sono venute a mancare al di là delle fiaccolate e delle commemorazioni, degli applausi alla bara e delle testimonianze di affetto, per altro sincere, ai poveri genitori.

Allora, perché?

Cosa ha fatto la differenza?

A questo punto si potrebbe azzardare un’ipotesi. Ma è così spaventosa che nessuno ha voglia di parlarne. Quest’ipotesi si chiama  ‘ndrangheta.

Non è più un mistero, anche se lo si è voluto negare per anni, che La ‘ndrangheta sia una presenza reale in tutte le regioni del Nord, particolarmente in Lombardia. Una presenza che si rivela addirittura tangibile, soffocante dove ci sono cantieri, movimenti di terra, appalti pubblici e privati e, particolarmente, dove si costruiscono centri commerciali del valore di svariati milioni di euro. Proprio come quello di Mapello nel quale si sono diretti come frecce i cani per la ricerca molecolare dei cadaveri.

Nessuno forse sa con certezza cosa sia davvero capitato alla tredicenne. Nessuno ha elementi concreti da riferire agli inquirenti. Ma quelle bocche cucite sono molto più vicine all’Aspromonte che alle prealpi Orobiche. E dicono più di quello che vorrebbero tacere.

Parlano di paura.

Ma perché Yara? Perché proprio lei?

La risposta potrebbe essere agghiacciante nella sua semplicità: perché no?

Yara, puntata e seguita da tempo, potrebbe essere stata la vittima di un avvertimento trasversale che, guarda caso, è arrivato dritto all’obiettivo tanto è vero che chi sa, o anche soltanto sospetta, tace.

A questo punto ci si può augurare soltanto che quest’ipotesi sia del tutto infondata altrimenti l’omicida non si troverà mai. Oppure , forse, fra chissà quanti anni, un pentito in un carcere si deciderà a parlare. Per liberarsi la coscienza o più probabilmente per barattare la verità con qualche beneficio.

STRAGE DI PIAZZA FONTANA: INTERVISTA ALLA VEDOVA PINELLI

di Raffaella Fanelli

“Mio marito è la diciottesima vittima della strage di piazza Fontana. Neanche per lui c’è stata giustizia. E anche alla sua famiglia hanno negato la verità. Nonostante siano passati 42 anni da quel 15 dicembre io la verità la cerco ancora. E’ un mio diritto. Ed è un diritto delle mie figlie e dei miei nipoti sapere cosa accadde quella sera in questura, a mio marito”.


Cosa accadde a Giuseppe Pinelli?

“Difficile dirlo. O forse è solo difficile ammetterlo”.

“Ammettere una verità non è mai facile”, continua Licia Rognoni, vedova del ferroviere anarchico precipitato la notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969 dal quarto piano della questura di Milano. “Quando si parla di Pino ci sono sempre due parole, ferroviere e anarchico. Ma mio marito era altro. Era un uomo che credeva nei suoi ideali. Che si batteva per le sue idee. E che amava la sua famiglia”.

Cosa accadde prima di quella notte?

“Dopo la bomba di piazza Fontana cominciò la caccia agli anarchici… Pino fu fermato nel tardo pomeriggio di quel venerdì 12 dicembre, poche ore dopo la strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. Alcuni agenti dell’Ufficio Politico, guidati dal commissario Luigi Calabresi lo raggiunsero al Circolo di via Scaldasole, e lo invitarono ad andare in questura. Qui rimase tre giorni e tre notti. In stato di fermo illegale. Pochi minuti dopo la mezzanotte del 15 dicembre ‘precipitò’ dalla finestra dell’ufficio del commissario Calabresi. Nessuno mi avvisò. A casa arrivarono i giornalisti, da loro abbiamo saputo. E mia suocera si precipitò in ospedale. Aspettò per ore. La accompagnarono da Pino solo dopo. Quando era già morto”.

Nell’ufficio del commissario Luigi Calabresi, ad interrogare Pinelli, c’erano quattro sottufficiali di polizia e un ufficiale dei carabinieri. La versione fu subito quella del suicidio. Il questore Marcello Guida convocò addirittura una conferenza stampa quella stessa notte e parlò di “coinvolgimento” di Giuseppe Pinelli nella strage di Piazza Fontana e di “forti indizi” a suo carico. Il brigadiere Giuseppe Caracuta, presente al momento del fatto, parlò di “balzo felino”; Pietro Mucilli di “tuffo oltre la ringhiera”; il brigadiere Vito Panessa si spinse oltre, affermando che nel tentativo di salvare l’anarchico “in mano gli rimase soltanto una scarpa”.

“Ma ai piedi di mio marito le scarpe c’erano. Tutte e due”.

Dopo una prima archiviazione nel maggio del 1970 , per non luogo a procedere per “morte accidentale”, proposta dal pubblico ministero Giovanni Caizzi e accolta dal giudice Antonio Amati, si aprì nell’ottobre del 1970 il processo per diffamazione intentato dal commissario Calabresi contro il quotidiano di “Lotta Continua”.

“Pochi mesi dopo venne decisa anche la riesumazione della salma di Pino, per ulteriori accertamenti, e finalmente, nel 1971, la Procura Generale accolse la mia denuncia, aprendo un’indagine per omicidio”.

L’istruttoria condotta dal Giudice (oggi senatore) Gerardo D’Ambrosio si concluse nell’ottobre del 1975 con il proscioglimento di tutti gli indagati. Pinelli non si era suicidato, ma nemmeno era stato assassinato. Morì, sostenne D’Ambrosio, a causa di un “malore attivo”.

“Secondo D’Ambrosio mio marito si sarebbe sentito male e invece di accasciarsi sul pavimento, sarebbe caduto in avanti scavalcando la ringhiera… Io credo invece che Pino sia stato duramente picchiato. Che si sia sentito male. Forse lo hanno creduto morto, e per questo lo hanno buttato giù dalla finestra”.

Nel corridoio dell’ufficio politico della Questura di Milano quella notte c’era anche un giovane anarchico, Pasquale Valitutti. Aspettava di essere interrogato. Valitutti ha sempre dichiarato di non aver visto uscire nessuno da quella stanza…

“Infatti…neanche il commissario Luigi Calabresi. Ma importa poco se Calabresi fosse o non fosse nella stanza. Fu lui a convocare Pino in questura. Fu lui a trattenerlo per tre giorni. Era il responsabile di quell’ufficio e degli uomini che interrogarono mio marito. Io li ho denunciati tutti. Ma non ho mai avuto un processo. Non ho mai avuto niente. Neanche la verità”.

Dopo tanti anni spera ancora di sapere?

“Immagino solo una soluzione alla tragedia che abbiamo vissuto. Una sola. Che qualcuno prima di dare conto a Dio decida di liberarsi anima e coscienza”.

Fonte: Panorama

STRAGE DI PIAZZA FONTANA (2): IL PRIMO “MOSTRO” SOCIALE COSTRUITO.

di Alessandro Ceci*

La strage di Piazza Fontana ha rappresentato nella storia della politica italiana uno dei momenti fondamentali dell’avvento del potere della comunicazione, in cui, con la nota strategia della tensione, si è cercato di indirizzare gli elettorati verso una verità precodificata, per la realizzazione a posteriori della realtà desiderata.

In altri termini, la strategia della tensione, che a Piazza Fontana ha avuto il suo più emblematico evento, mirava a costruire uno stato di disagio nazionale in modo da orientare gli elettorati verso un voto conservatore. Da allora in poi la strategia è evoluta ma non è scomparsa e si è trasferita ad altri “mostri” sociali costruiti, come ad esempio gli immigrati, i rom, fino ai casi criminologici rappresentati in televisione. L’ultimo effetto della strategia della tensione inaugurata a Piazza Fontana è il caso avvenuto qualche giorno fa a Torino. E’ bastata la bugia di una bambina protagonista per scatenare l’ira mediaticamente indotta dalla comunicazione, contro innocenti baraccopoli di rom e immigrati.

Questa tecnica di costruzione del mostro, inaugurata a Piazza Fontana non è solo pericolosa perché orienta i comportamenti dei cittadini, ma principalmente perché mette in ombra i rischi sociali reali: costruendo una verità voluta contro una realtà vissuta si nascondono i problemi insorgenti. Ad esempio in questa fase storica, ponendo enfasi sulla crisi si nasconde l’insorgenza di nuove organizzazioni terroristiche, che proprio lo stress sociale prodotto dalla manovra economica dei governi determina. E’ possibile infatti che con l’estensione delle fasce del disagio, le organizzazioni terroristiche endogene trovino la linfa per riemergere e produrre nei prossimi mesi un attentato terroristico che le ponga al centro della comunicazione politica nazionale.

Ricordare la strage di Piazza Fontana oggi significa riaccendere l’attenzione sulla violenza politica nazionale apparentemente spenta.

* Direttore della Glocal University Network

PACCO-BOMBA AD EQUITALIA: IL WEB SI SCATENA

Dopo che il 9 dicembre scorso un pacco-bomba targato anarco-insurrezionalisti è stato recapitato al direttore generale di Equitalia, Marco Cuccagna, ferendolo piuttosto seriamente, il web si è scatenato, a dimostrazione di quanto i metodi della società, spesso degni di un’associazione di strozzini, non incontri i favori popolari.

A dimostrazione di questo riportiamo le reazioni non di un sito estremista, ma di Yahoo.

G_Fawk3s

LA BOMBA ERA TROPPO PICCOLA, DOVREBBERO METTERE UNA TONNELLATA DI TRITOLO DENTRO OGNI SEDE E DENTRO IL PARLAMENTO DOVE SI ABBUFFANO TUTTI QUEI PORCI MALEDETTI E FARLI SALTARE PER CAPODANNO!! ALLORA SI CHE SARA’ UN NUOVO ANNO.

Marco

va là che la “cuccagna” è finita.

Sono questi che dovrebbero essere i veri obiettivi dei black-block e anarchici, non le auto o i negozi degli innocenti.

dony74

Purtoppo siamo stanchi…..e questi sono i primi risultati…non è così che dobbiamo far sentire le nostre lamentele….

claudio n

Erogare un servizio… Ipocriti miserabili, avete quello che meritate.

joe

Finalmente!!!!! era ora

joe

Dovrebbero saltare in aria tutte le sedi di equitalia.

Corrado Luca

servizi al cittadino???? vergogna!!!!! il cittadino ha avuto troppa pazienza…troppa….ma…..

phillou

mah, Monti ha altre cose che esprimere solidarietà a Equitalia, in quanto Equitalia quando ti invia qualche cartella esattoriale e tu dimostri che sei a posto non ho mai sentito si siano scusati, anzi per prenderti maggiormente per il c.u.l.o ti dicono che sei stato anche fortunato..

apozneskei

E siamo solo agli inizi e alle conseguenze della manovra fiscale da dissociati mentali e salva-ladri finanziari di stato, castrando la popolazione.

apozneskei

E siamo solo agli inizi e alle conseguenze della manovra fiscale da dissociati mentali e salva-ladri finanziari di stato, castrando la popolazione.

eugenio

monti napolitano & Co. LADRI, BUFFONI e ASSASSINI DEL POPOLO

il rogiolo

Quando, ci si trova davanti a vere rapine, la gente NORMALE reagisce male.
Ma in che paese del mondo esiste..che per qualche centinaio di Euro..
vengano fatte “legalmente” confische, di case , auto e via di seguito….

michele

il grande Benito disse la storia mi darà ragione… duce duce duce

Pierantonio

Io sono un lavoratore all’estero e mi faccio un buco tanto per mantenere la mia famiglia e per fare questo pago tasse da paura!!!!!! ho preso una multa da autovelox di cui no foto, niente. Notificata in mia assenza quindi non ne sapevo niente. 150 euro. dopo qualche anno 1400 euro.

Pierantonio

Cuccagna, mai nome fu più azzeccato. Chissà quanto avranno riso alle spalle dei malcapitati. E se la cuccagna fosse alla fine?…

natur683

Irap non dovuta, 153.000 lire nel 1995. 0ra Iniquitalia vorrebbe 4000 euro…..

MISTERI D’ITALIA: I GRANDI PROCESSI IN PRIMO GRADO CONSULTABILI ALL’ARCHIVIO DI STATO

di Giovanni Bianconi

Il processo per il golpe Borghese riempie ottantanove raccoglitori di carte, il totale dei primi tre dedicati al sequestro e all’omicidio di Aldo Moro arriva a trecentodieci. Poi c’è il dibattimento per l’attentato a Giovanni Paolo II, novanta faldoni di documenti, mentre quello per la rapina all’ufficio postale di piazza dei Caprettari – con un poliziotto abbattuto da una raffica di mitra sparata dai banditi, in pieno centro, nel 1975 – si ferma a undici. Gli atti raccolti nel 1983 per giudicare 253 imputati del reato di insurrezione armata contro i poteri dello Stato sono contenuti in 160 faldoni.
Sono i numeri dei grandi processi celebrati davanti alla Corte d’assise di Roma tra il 1951 e il 1990, che il tribunale ha deciso di cedere all’archivio di Stato. Quarant’anni di attività giudiziaria sfociata in accusatori, accusati e testimoni che sfilavano davanti ai giudici popolari; casi grandi e piccoli, episodi di malavita noti e meno noti, attentati e trame rosse e nere che hanno segnato la vita pubblica nella cosiddetta «prima Repubblica». Quelle carte ormai ingiallite e sfrangiate al limite del deterioramento, chiuse finora nei sotterranei del Palazzo di giustizia, saranno trasferite nella sede dell’Archivio romano dello Stato, a disposizione degli studiosi: così la cronaca si trasforma, ufficialmente, in storia.

«È un momento importante, un segnale di transizione anche generazionale – spiega il direttore dell’Archivio, Eugenio Lo Sardo – Con la consegna di questi documenti si passa dal momento della valutazione giudiziaria a quello di una riflessione critica e storica su eventi cruciali per l’esistenza collettiva. Basti pensare alla vicenda Moro, per la quale tutti si ricordano dov’erano e che cosa stavano facendo quando hanno saputo del rapimento e dell’omicidio». Proprio al presidente della Democrazia cristiana assassinato dalle Brigate rosse nel 1978 è dedicato l’anticipo di questa operazione: il restauro delle lettere autografe di Aldo Moro scritte nella «prigione del popolo», che rischiavano di ammuffire nelle cartelline di plastica dov’erano custodite, e oggi saranno esposte al Salone della giustizia in corso in a Roma. «La costruzione di una memoria collettiva su un episodio centrale per la storia del Paese passa anche da operazioni come queste», spiega il presidente del tribunale Paolo De Fiore, che ha firmato i protocolli con l’Archivio di Stato e sta seguendo personalmente i diversi passaggi burocratici per il trasferimento dei fascicoli.

La mole degli incartamenti assegnati alla custodia pubblica raggiunge cifre impressionanti. Si tratta di 2.368 dibattimenti svoltisi nel corso di quattro decenni, che messi in fila uno dopo l’altro occupano 792 metri di scaffalature. Due giri completi di un campo di calcio. Dietro questi dati statistici si nascondono fatti che hanno coinvolto persone e travolto esistenze nelle quali è possibile continuare a scavare proprio a partire dagli atti processuali, che possono accendere i ricordi di chi ne è stato protagonista ed è ancora in vita, la curiosità di chi vi ha assistito, l’interesse di chi ha solo potuto leggerne qualcosa sui giornali o sui libri.

Si può risalire al caso di Wilma Montesi, la ventunenne trovata morta e mezza svestita sulla spiaggia di Torvaianica nell’aprile 1953, primo scandalo a sfondo sessuale che coinvolse la politica di quel tempo. O ancora ai delitti di Maria Fenaroli di cui fu accusato il marito (1958), di Christa Wanninger pugnalata in un appartamento di via Veneto all’epoca della «Dolce vita» (1963), dell’uomo d’affari egiziano Faruk Chourbagi ucciso nel 1964: i coniugi Claire e Yousseph Bebawi si accusarono vicendevolmente fino ad essere assolti in primo grado, in appello furono entrambi condannati quando erano già fuggiti all’estero. Sono «fattacci» di cronaca nera sui quali si divise l’opinione pubblica non solo a Roma, che si sommano a vicende di cui fu teatro la capitale ma investirono l’intera nazione. Come le gesta dei terroristi rossi e neri, sfociate nei processi alle Br e alle altre formazioni eversive di destra e di sinistra. Andando a spulciare tra quei faldoni gli studiosi potranno entrare nei dettagli dei giudizi per gli omicidi e i ferimenti commessi dalle diverse bande armate degli anni Settanta, ricostruire i percorsi delle vittime e degli assassini. O entrare nei meandri delle inchieste contro Autonomia operaia – Toni Negri più 44 imputati – che provocarono polemiche mai del tutto sopite. E provare a capire perché, nonostante le sentenze definitive, certi misteri non sono stati svelati e sono rimasti tali: dal caso Moro, per l’appunto, al golpe Borghese, all’attentato al papa.
Manca il processo per la strage di Ustica, perché sul Dc9 abbattuto la sera del 27 giugno 1980 c’è ancora un’indagine aperta e dunque le carte non possono ancora lasciare il palazzo di giustizia. E manca un delitto importante rimasto misterioso come quello di cui fu vittima Pier Paolo Pasolini, celebrato davanti al tribunale dei minori; altra gestione, altri archivi. Ci sono invece gli atti del processo per la morte di Vincenzo Paparelli, il tifoso laziale ucciso all’Olimpico da un razzo lanciato dalla curva romanista, prima di un derby, il 28 ottobre 1979. Anche la violenza da stadio entra nella storia d’Italia passata dalle aule di giustizia.

Fonte: Il Corriere della Sera

DELITTO CHIARA POGGI: NUOVAMENTE ASSOLTO ALBERTO STASI

Alberto Stasi non ha ucciso Chiara Poggi. Dopo la sentenza di primo grado un’altra sentenza, quella di Appello, scagiona completamente il fidanzato della giovane donna morta a 26 anni.

Non è stato lui, l’unico sul quale, commettendo il solito errore, la procura di Vigevano aveva indagato. Ma se Alberto è innocente, chi è stato a uccidere Chiara? Dopo i genitori di Meredith Kircher, Rita e Giuseppe Poggi sono altri due genitori ai quali una risposta a questa domanda la giustizia italiana non ha saputo rispondere.

Secondo Angelo Giarda, difensore di Alberto Stasi, il processo contro il suo assistito è stato “il frutto di un’ossessione, quella di incastrare Alberto, come se a guidare le indagini ci fosse stata una frase che non ha spazio nel diritto: se non lui, chi?”.

Ed pè probabilmente ilnon aver battuto altre piste che ha originato questo gravissimo errore commesso dalla magistratura di Vigevano, dai periti, dai medici legali, dagli specialisti del Ris che ormai non sembrano più azzeccarne una che sia una. Hanno fallito tutti. Troppa leggerezza, troppa approssimazione. Non sono stati capaci neppure di stabilire l’orario esatto della morte di Chiara. Tanto approssimativi, i carabinieri, che, avendo dimenticato di prendere le impronte digitali della vittima – primo atto da compiere in presenza di un delitto – per averle hanno dovuto riesumare il cadavere.

Tanto incapaci da sequestrare perfino la bicicletta sbagliata: una bordeaux, e invece quella che poteva servire alle indagini era nera. Per non parlare dell’arma del delitto. Solo ipotesi: un martello, forse. E il movente? Il sostituto procuratore generale Laura Barbaini, un’altra figura che ha capito poco e che voleva Stasi condannato a trent’anni, ha cercato, senza peraltro riuscirci, di trovarle nelle “deviazioni sessuali” di Alberto Stasi e “nella natura dei rapporti intimi tra Alberto e Chiara, come emergono dai filmati con tutta la loro evidente patologica criticità”.

Fonte: Pianeta news.com

DELITTO DI VIA POMA: LA FICTION DI ROBERTO FAENZA

Il delitto di via Poma è diventato un film per la tv, diretto da Roberto Faenza e prodotto dalla TaoDue di Pietro Valsecchi, ed è andato in onda in un’unica puntata il 6 dicembre scorso su Canale 5.

Un film bello, intelligente e soprattutto garantista, perfettamente in sintonia con la corte di Appello di Roma che, alla riapertura del processo di secondo grado contro l’ex fidanzato di Simonetta Cesaroni, Raniero Busco, ha chiesto nuove perizie sui semplici e flebili indizi su cui si è basato il primo processo.

Nel presentare il suo film, Roberto faenza ha detto: “L’orario dell’omicidio non coincide con quello finora ritenuto valido. E c’è il corpetto lasciato a prendere polvere in un cassetto per anni, oltre alla perizia dei Ris, che non per niente sono militari, in contrasto con quanto detto dall’Istituto di Medicina Legale, i cui medici di fama internazionale non coinvolgono Busco”.

Il film comincia con il misterioso suicidio di Pietrino Vanacore (interpretato da Giorgio Colangeli) portiere dello stabile di via Poma (il 9 marzo 2010 alla vigilia della sua deposizione al processo Busco) poi la storia si riavvolge, indietro di 20 anni con Simonetta (l’attrice Astrid Meloni) in gita al mare (e la famosa foto che la ritrae con il costume bianco) per passare quindi alle ore che precedono il delitto.

“La sorella Paola (nel film Giulia Bevilacqua) ci ha aiutato - dice Faenza - senza di lei non avremmo potuto fare il film. Ha creduto alla nostra buona fede e ci ha dato l’aspetto più intimo della famiglia, anche del loro dolore. Solo l’ispettore Montella (interpretato da Silvio Orlando) è inventato; a lui il compito di fare una controinchiesta alla ricerca della verità, di porsi le domande che tutti noi ci poniamo. Il resto è tutto preso da atti processuali e documenti”.

Si fanno anche nomi e cognomi di tutti i protagonisti della vicenda. “Non abbiamo temuto di fare riferimento ad identità precise neppure con Il capo dei capi (storia di Totò Riina) - precisa il produttore Valsecchi - e poi c’è un diritto di cronaca che va rispettato anche se hanno tentato sia di bloccare la messa in onda del film così come un alto magistrato ci ha impedito di girare all’interno del condominio dove è stato commesso l’omicidio”.

Per il regista Faenza il film è “un piccolo Peyton Place dove tutti mentono anche se per motivi non necessariamente collegati al caso. Tutti noi siamo convinti che la verità non verrà mai fuori e comunque finirà il processo a Busco, sia che venga condannato o meno nessuno crederà che giustizia sia fatta. Non c’è il nome dell’assassino ma il vero colpevole è la giustizia italiana”.

Giustizia perseguita in modo quantomeno approssimativo per imperizia o, si fa capire, per una volontà precisa di proteggere qualcosa o qualcuno. “Se quello che dicono i verbali è vero – prosegue Faenza – e cioè che c’è chi ha ucciso e chi ha pulito la scena del crimine, significa che qualcuno è stato protetto”.

Si chiedono, infatti, gli autori perché reperti fondamentali (corpetto, reggiseno, calzini) sono stati lasciati incustoditi (e quindi accessibili a chiunque avesse interesse a inquinare le prove) per quasi 15 anni?

Perché ci si ostina a posticipare l’ora dell’omicidio, perché persone apparentemente del tutto estranee alla vicenda erano presenti sul luogo del delitto poco dopo la scoperta del cadavere, e chi era quel ‘bastardo’, appellativo pronunciato di getto da uno dei testimoni alla vista del corpo di Simonetta? A queste e a mille altre domande prova a rispondere (inutilmente come sappiamo) il commissario Montella/Orlando.

Ha spiegato Silvio Orlando: “Nel film raccontiamo l’Italia e la sua sciatteria. ’Siamo un Paese di bugiardi’, dice il mio personaggio e da allora non è cambiato niente”.

OMICIDIO MARTA RUSSO: QUANDO I FAMILIARI SI ACCONTENTANO DELLE VERITA’ UFFICIALI

In un’intervista alla Repubblica, Tiziana Russo – sorella di Marta Russo, la studentessa uccisa all’università di Roma il 9 maggio 1997, omicidio per il quale sono stati condannati in maniera definitiva con la pena già scontata gli assistenti Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro – dimostra purtroppo cosa significhi in questo Paese l’appiattimento dei familiari delle vittime sulle posizioni dei pubblici ministeri e soprattutto quanta poca lucidità gli stessi dimostrino di fronte alle sentenze.

Basterebbe rileggere e riascoltare (esiste anche un filmato) le pressioni dei pm sulla testimone Gabriella Alletto, ma anche le deposizioni di Maria Chiara Lipari, l’assistente universitaria con i “ricordi subliminali”, la stessa che più passa il tempo e più ricorda, per rendersi conto che quel processo che portò alla condanna dei due imputati è quanto meno viziato.

Ma purtroppo la posizione di Tiziana Russo è una posizione molto comune. Colpa dei legali delle parti civili che anziché sviluppare una propria posizione processuale preferiscono, più comodamente, dare ragione al pubblico ministero. Di solito non si sbaglia. Ma il bisogno di giustizia e verità dei familiari delle vittime meriterebbe di più. Molto di più.

CARCERI: LE CONDIZIONI DI DETENZIONE DELLA BRIGATISTA NADIA LIOCE

La brigatista rossa Nadia Lioce, condannata all’ergastolo per gli omicidi di Massimo D’Antona e Marco Biagi, nonché per la sparatoria in cui morì l’agente della polfer X Petri, è detenuta in regime di 41 bis presso la casa circondariale di L’Aquila.

I suoi legali hanno fatto conoscere le condizioni della sua reclusione: “Dallo scorso 29 novembre, il personale di polizia penitenziaria della casa circondariale di L’Aquila, sta eseguendo una disposizione interna all’Istituto, che prevede che la Lioce non tenga con sé più di 3 quaderni e non più di 2 libri. Volumi e materiale di cancelleria le sono stati così sottratti. Quest’ultima limitazione, costituisce un ulteriore aggravamento della complessiva condizione detentiva in cui si trova Nadia Lioce, che è ristretta all’interno di una sezione del carcere unitamente ad altre tre detenute, ma secondo disposizioni ministeriali ciascuna di loro è obbligata ad effettuare la socialità con una sola compagna, con il divieto anche solo di comunicare in qualsiasi forma, con le altre due compagne. A ciò si aggiunga che oramai da oltre 3 mesi la Lioce si trova in regime di isolamento disciplinare, a seguito dell’applicazione delle varie sanzioni che vengono eseguite con l’interruzione di un solo giorno l’una dall’altra, determinando di fatto una condizione di totale isolamento perenne. In tale complessiva condizione segregativa, si inserisce l’ulteriore divieto relativo alla possibilità di detenere libri e quaderni, che si traduce nella inaccettabile limitazione della naturale estrinsecazione della personalità umana e  comporta la cancellazione dei più basilari e inviolabili diritti umani. In realtà  quindi, nel caso in esame, non si pone un problema di interpretazione giuridica di norme o di applicazione del diritto al caso concreto, ma ci si trova piuttosto dinanzi ad una vera e propria questione di civiltà  giuridica, che postula il seguente interrogativo,  se sia davvero accettabile che si applichi nei confronti di alcuni tipi di detenuti un regime di detenzione disumano, violativo dei più elementari e imprescindibili diritti umani dell’individuo».

Fonte: www.ilcapoluogo.com

‘NDRANGHETA: LE INFILTRAZIONI ARRIVANO FINO A VENTIMIGLIA

di Adele Marini

Dopo Bordighera, un altro comune è a rischio scioglimento per mafia. Non al Sud, ma ai confini con la Costa Azzurra.

Tre settimane fa, esattamente il 24 novembre, la commissione d’accesso, nominata dal ministero dell’Interno per verificare la presenza di infiltrazioni mafiose nel Comune di Ventimiglia, ha concluso l’attività investigativa. La relazione dei tre commissari è ancora top secret ma da indiscrezioni non sembrerebbe favorevole alla giunta del sindaco Gaetano Scullino. Ora è più vicina l’eventualità che il Consiglio venga sciolto.

L’amministrazione comunale  di Ventimiglia guidata dal sindaco Gaetano Scullino (Pdl) sembra arrivata agli sgoccioli. Sulla scrivania del prefetto Fiamma Spena è arriva la relazione della Commissione di Accesso, composta dai viceprefetti Fernando Guida, Raffaele Ruberto e Maurizio Alicandro. Com’è noto, la Commissione era stata nominata per indagare su presunte infiltrazioni mafiose nella giunta.

Quattro mesi esatti sono durate le indagini. Un arco di tempo che ha tenuto i cittadini, e soprattutto i membri della giunta stessa, col fiato sospeso perché il ricordo di quanto è accaduto al comune di Bordighera, sciolto per mafia nel marzo scorso, è una ferita ancora aperta.

Dunque è questione di giorni poi finalmente si saprà se l’amministrazione di centro destra guidata da Scullino ha lavorato per i cittadini oppure si è data da fare per favorire gli interessi delle “locali” ‘ndranghetiste che risiedono nel  Ponente ligure. Infatti, a partire dal 26 novembre, termine ultimo per la presentazione della relazione, il prefetto Spena avrà 45 giorni di tempo per convocare il Comitato per l’Ordine e la Sicurezza pubblica allargato al procuratore capo di Sanremo, Roberto Cavallone, e stabilire collegialmente il da farsi. Poi, una volta presa la decisione, tutto verrà inviato a Roma e a partire da quel momento la sorte del Consiglio comunale di Ventimiglia sarà nelle mani del ministro dell’Interno.

La ‘ndrangheta in Riviera

Non è una sorpresa per nessuno quello che sta accadendo nel Ponente ligure.  Che esistesse una pesante infiltrazione della ‘ndrangheta nelle attività economiche e produttive della Liguria lo si sapeva fin dal 2008, quando furono resi pubblici gli atti relativi al decreto di fermo (quattro volumi per 2656 pagine complessive) emesso dai giudici della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria nei confronti di 156 indagati per fatti contemplati dall’art. 416 bis del c.p. (associazione mafiosa).

Nel decreto si legge testualmente:

“La prima indicazione (in queste indagini) sull’articolazione ligure della ‘ndrangheta si ha da una conversazione intercettata il 18.10.2008 nel corso dell’ennesimo viaggio di OPPEDISANO Michele e GATTUSO Nicola. In particolare al progressivo 3555 delle ore 16.14 (sono i riferimenti alle intercettazioni) i due fanno riferimento a tale CICCIO BONARRIGO il quale avrebbe commesso delle mancanze ed in tale contesto OPPEDISANO dice di aver parlato con i responsabili della LIGURIA che però non sapevano nulla di questo discorso “

Ma l’esatta configurazione di questa importante articolazione della ndrangheta si ha nell’estate del 2009, nel corso della maxi-operazione denominata Il Crimine. Ecco cosa annotano io i carabinieri del Ros impegnati nelle indagini:

“Alle ore 16.31 del 14.08.2009 le telecamere installate presso il terreno di OPPEDISANO Domenico classe 30 inquadrano un’autovettura modello LANCIA MUSA, di colore grigio, (…). Alla guida della stessa si trova tale MORELLO Francesco con a bordo tale GANGEMI Domenico [residente a Genova] successivamente identificati.”

Segue la trascrizione del dialogo intercettato all’interno della vettura:

“GANGEMI Domenico:  –  ma io sono sempre del parere, per dire, principalmente… io, vi dico la verità… noi con la Calabria abbiamo tutta la massima collaborazione, tutto il massimo rispetto, siamo tutti una cosa, pare che la Liguria è  ‘ndranghetista…noi siamo calabresi (ride).

Dunque, la ‘ndrangheta ha messo da tempo radici al nord. E se le ‘ndrine hanno potuto abbarbicarsi al territorio ligure al punto da identificare la regione come una cosa sola con la terra di origine è perché qualcuno del posto dotato di potere le ha in qualche modo favorite. E qui si torna al comune di Ventimiglia su cui grava il sospetto di infiltrazione mafiosa il che, tradotto in linguaggio terra-terra, significa che sono stati ottenuti voti e forse anche mazzette in cambio della concessione di favori di natura imprenditoriale e finanziaria. Vale a dire assegnazione di lavori pubblici in modo non trasparente, concessione di licenze commerciali ed edilizie, cecità e silenzio su attività imprenditoriali in odore di riciclaggio, traffico di rifiuti tossici, eccetera.

Il volto chic della nuova ‘ndrangheta

Niente più coppola e fucile in spalla, almeno per quel che riguarda le ultime generazioni di affiliati. E il linguaggio può anche essere quello forbito dei manager. Però gli appetiti sono sempre voraci e i metodi spicci. Quando un boss ha messo gli occhi su una certa attività, che può essere la gestione di un bar, di un ristorante, di una spiaggia, o su un appalto lucroso non è facile resistere perché a volte questo significa fare gli eroi. Infatti, chi rispedisce al mittente con un “no grazie, non mi interessa” la proposta del manager vestito Hugo Boss arrivato per conto di “certi amici” può anche ricevere la visita di personaggi più persuasivi e allora sono dolori: può andare a fuoco il locale, possono venire distrutti i macchinari nel cantiere, possono arrivare minacce di morte.

Nessuna regione italiana è immune dalla penetrazione della ‘ndrangheta, che sembra camminare sempre un passo avanti rispetto allo Stato perché può contare su risorse finanziarie illimitate. Risorse che consentono ai boss di sfruttare a fondo le nuove tecnologie e di servirsi di operatori finanziari ultracompetenti per sfuggire ai controlli e riciclare i capitali accumulati illecitamente. La dura realtà è che nel gioco di guardie e ladri a vincere è spesso la ‘ndrangheta.

Nel disegno globale di penetrazione o, per meglio dire, di “conquista del territorio”, la Liguria, la Lombardia e Piemonte sono le regioni preferite dalle cosche, ciascuna per la propria peculiarità. E proprio a Ventimiglia le ‘ndrine sembrano aver concentrato la direzione delle operazioni illecite dell’intera Liguria.

A rendere Ventimiglia particolarmente “appetibile” per la malavita organizzata è proprio la vicinanza con la Francia dove, da molto tempo, si contano numerose “locali” con le quali le cosche di casa nostra hanno stabilito i collegamenti per l’esportazione di capitali, il riciclaggio, il traffico di droga, la prostituzione il traffico di materiale pedopornografico, lo smaltimento illegale di rifiuti tossici, eccetera.

Ma che c’entra con questo l’amministrazione Scullino?

Naturalmente non va confuso l’operato dell’amministrazione di Gaetano Scullino con i traffici e i crimini propri della malavita organizzata. L’ipotesi di “infiltrazione” formulata nei confronti della giunta di Ventimiglia, con responsabilità civili e penali ancora tutte da verificare in sede giudiziaria, riguardano possibili contiguità, favori dati e ricevuti, complicità di varia natura. Si tratterebbe dunque di accertare se nell’operato della giunta esistano estremi per formulare accuse di corruzione, concussione, vicinanza con personaggi in odor di ‘ndrangheta. E qui non vanno dimenticate due cose: la prima è che i nuovi mafiosi per trattare con le pubbliche amministrazioni si avvalgono di professionisti che spesso sono i loro rampolli laureati in prestigiose università, personaggi che non sono distinguibili dai colleghi di specchiata onorabilità ragion per cui le proteste di chi si difende “non sapevo” “non ero al corrente” vanno verificate; la seconda è che, come si è detto sopra, non è facile sottrarsi alle mire di un boss che manda i suoi emissari a “fare la proposta”, consistente, generalmente, nell’offerta di voti, favori e mazzette in cambio di permessi edilizi, appalti truccati, licenze, assunzioni di parenti in impieghi pubblici, eccetera. Simili proposte non si possono respingere a cuor leggero. Chiunque le riceva, commerciante, funzionario o pubblico amministratore, deve avere molto coraggio per dire no.

E, come disse don Abbondio al cardinale Federigo, “il coraggio, uno non se lo può dare.”

STRAGE DI ALCAMO MARINA: SPUNTA L’OMBRA DI GLADIO

E’ cominciato davanti al Tribunale di Catania il secondo filone del processo di revisione sulla strage di Alcamo Marina. Quello che riguarda Gaetano Santangelo e Vincenzo Ferrantelli, entrambi condannati per l’omicidio dell’appuntato Salvatore Falcetta e del carabiniere Carmine Apuzzo, crivellati in una casermetta di Alcamo Marina, la notte tra il 26 e il 27 gennaio 1976.

La storia della strage nella casermetta è costellata di misteri e depistaggi sin dalle prime battute. Qualche giorno dopo la strage viene arrestato Giuseppe Vesco, un giovane alcamese senza una mano. A bordo della sua auto vengono trovate due pistole, una delle quali ritenuta una delle armi del delitto. Vesco, messo sotto torchio nel corso dell’interrogatorio, confessa di aver preso parte al delitto e fa il nome deIi suoi complici. Qualche mese dopo ritratta, scagionando gli accusati. Inoltre annuncia un memoriale che avrebbe svelato parecchi misteri sulla strage, ma poco dopo viene trovato misteriosamente impiccato in cella.

La storia viene dimenticata fino al 2007, quando un ex carabiniere che allora aveva partecipato alle indagini svela che allora Vesco e gli altri furono seviziati e picchiati durante gli interrogatori. Qualche tempo dopo la procura di Trapani rispolvera i fascicoli e riapre l’inchiesta. A questo punto gli avvocati di Ferrantelli e Santangelo riescono ad ottenere la revisione del processo che, appunto, parte ora anche alla luce dell’altro filone del processo che invece si svolge a Reggio Calabria.

L’altro alcamese coinvolto nella trentennale inchiesta, Giuseppe Gullotta, infatti, è riuscito ad ottenere la revisione del processo cominciato qualche mese fa e nel 2010 è stato scarcerato. E proprio dal filone calabrese arrivano importanti retroscena. Infatti il 19 dicembre sarà sentito Vincenzo Calcara, vicinissimo a Matteo Messina Denaro prima di diventare collaboratore di giustizia. Secondo Calcara, sentito qualche tempo fa dagli inquirenti, i due carabinieri sarebbero stati uccisi dalla mafia perché sapevano scontanti verità sull’ “Organizzazione Gladio”, la struttura militare segreta che in quegli anni aveva anche un certo radicamento in provincia di Trapani. E Vesco, sempre secondo Calcara, non si sarebbe impiccato da solo ma sarebbe stato ucciso sempre dalla mafia.
Fonte: Antimafia

DELITTO ROSTAGNO: “PENTITO” RIVELA PADRE MESSINA DENARO ORDINO’ OMICIDIO

Il “collaboratore di giustizia” Vincenzo Sinacori, durante la sua deposizione nell’aula bunker del carcere San Giuliano di Trapani nel corso del processo per l’omicidio di Mauro Rostagno, avvenuto nelle campagne di Valderice il 26 settembre 1988, ha detto che il mandante del delitto è Francesco messina Denaro, padre del supposto attuale capo di Cosa nostra Matteo.

Secondo Sinacori, l’allora capomandamento di Castelvetrano (morto di vecchiaia ancora latitante negli anni Novanta) ammise di avere dato l’ordine di uccidere Rostagno direttamente a Vincenzo Virga, all’epoca boss di Trapani. L’ordine sarebbe stato dato nel corso di un incontro con Francesco Messina, detto “mastro Ciccio”, esponente della famiglia mafiosa di Mazara del Vallo.

Nel corso della sua deposizione Sinacori ha ricordato che Rostagno “dava fastidio a tutta Cosa nostra per quello che diceva attraverso il mezzo televisivo; ogni giorno parlava male di Cosa nostra”.

Nel procedimento, attualmente in corso dinanzi la Corte d’Assise presieduta da Angelo Pellino, sono imputati Vincenzo Virga, quale mandante dell’omicidio, e Vito Mazara, ritenuto tra gli esecutori materiali del delitto e condannato in passato quale killer di Cosa nostra trapanese. Riguardo a Vito Mazara, il pentito Sinacori ha affermato di non avere mai commesso omicidi insieme a lui.

Il processo e’ stato rinviato al prossimo 21 dicembre quando saranno ascoltati i collaboratori di giustizia Rosario Spatola e Vincenzo Calcara.

Fonte: AGI

SCOMPARSA MAURO DE MAURO: INTERROGATO MARCELLO DELL’UTRI

Il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri è stato sentito il 5 dicembre scorso come persona informata sui fatti dal procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia nell’ambito di un nuovo filone di inchiesta sulla morte del giornalista Mauro De Mauro, scomparso nel 1970.

Il senatore del Pdl è stato ascoltato perché nel 2010 rilasciò un’intervista al quotidiano Il Tempo nella quale sosteneva di avere ritrovato un appunto sul capitolo mancante di “Petrolio”, il romanzo incompiuto di Pier Paolo Pasolini nel quale si parlava anche dell’omicidio di De Mauro e della morte di Enrico Mattei, presidente dell’Eni.

La nuova inchiesta è scaturita dalla conclusione, sempre a Palermo, del processo contro Totò Riina, assolto dall’accusa di essere il mandante dell’omicidio. I magistrati stanno adesso tentando di capire se esista un filo che possa legare la morte di De Mauro, Pasolini ed Enrico Mattei.

Fonte: Adnkronos

MAFIA: PROCESSO MORI, EX MINISTRO SCOTTI SARA’ SENTITO COME TESTE

L’ex ministro dell’Interno Vincenzo Scotti verrà ascoltato al processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, imputati per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano. Inoltre, verrà ascoltato, alla prossima udienza del 23 dicembre l’ex capo del Dap, Sebastiano Ardita.

Lo ha deciso il Tribunale di Palermo che ha accolto la richiesta avanzata dai pm Antonio Ingroia e Nino Di Matteo.

Scotti, che è stato ascoltato pochi giorni fa dai magistrati della Dda di Palermo nell’ambito della cosiddetta trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra, secondo i magistrati deve essere ascoltato per “esplicitare le ragioni delle sue dichiarazioni rese di fronte alla Commissione Affari costituzionali il 20 marzo del ‘92 circa l’allarme su nuovi possibili attentati mafiosi nei confronti di politici”.

Fonte: Adnkronos

RAZZISMO: QUANTI CASSERI CI SONO IN CIRCOLAZIONE?

Gianluca Casseri è l’uomo che il 13 dicembre scorso ha ucciso due senegalesi e ne ha feriti altri tre. Un razzista folle? Forse. Certamente un sintomo malato di una società malata. Eppure sul Web c’è chi lo ha dipinto come “un eroe”, provocando la pronta reazione della procura di Firenze che ha aperto un fascicolo contro chi ha scritto messaggi elogiativi dell’assassino/suicida. L’accusa ipotizzata è di “apologia di reato” e le indagini sono state affidate alla polizia postale e alla digos del capoluogo toscano. I primi messaggi sono apparsi su siti dell’estrema destra ma anche su Facebook.

Chi ha immediatamente mostrato il suo imbarazzo è stata l’organizzazione di Casa Pound di Firenze, tramite il suo responsabile Saverio Di Giulio, il quale ha espresso “dolore, cordoglio e sgomento” per il “folle gesto” di Gianluca Casseri. E ancora: “Un’azione disperata, da squilibrato, che solo nei fondali più oscuri della psiche umana può trovare le sue insensate motivazioni”. Peccato che Gianluca Casseri fosse un frequentatore delle iniziative di Casa Pound

Il tentativo di Casa Pound è patetico. Come è patetica la foto, postata su Facebook a tempo di record subito dopo la sparatoria fiorentina: due militanti del movimento  neofascista tengono per mano dei bambini di colore. Sotto la didascalia “Questa è CasaPound – 0% razzismo 100% identità”. Un’immagine che, ovviamente, ha suscitato grande ilarità anche tra gli stessi simpatizzanti del movimento.

BARBARIE MADE IN USA: L’ESERCITO AMERICANO POTRA’ DETENERE A VITA SOSPETTI TERRORISTI

Il diritto per l’esercito americano di arrestare e detenere indefinitamente sospetti terroristi arrestati all’estero e (pare) anche negli Stati Uniti.

E’ una delle norme contenuta nel National defense authorization act, la legge sulla difesa americana passata al Senato con 93 voti a favore e 7 contrari, e che ora potrebbe essere bloccata dal veto di Barack Obama. La misura che fa più discutere – e che nelle settimane scorse è stata oggetto di un lungo e appassionato dibattito – è proprio quella relativa alla lotta al terrorismo. La legge rende infatti praticamente definitivi i provvedimenti chiesti dall’amministrazione di George W. Bush nei giorni successivi all’11 settembre, e che rendono possibile l’arresto e la detenzione a tempo illimitato, anche per tutta la vita, di possibili terroristi – senza accesso a un avvocato, senza diritto a un processo, senza che venga formalizzata neppure un’accusa.
Di più. La legge affida la quasi totale gestione dell’anti-terrorismo all’esercito, espropriando delle loro funzioni Fbi, giudici e corti federali. Resta poi pericolosamente vaga la questione della cittadinanza. Il corpo principale della nuova legge non precisa infatti se la detenzione senza processo valga soltanto per gli stranieri, o anche per i cittadini USA sospettati di legami con Al Qaeda, che si vedrebbero radicalmente decurtato il diritto alla difesa. “Ciò di cui stiamo parlando – ha detto Al Franken, senatore democratico che ha votato contro la legge – è la possibilità che un americano sia imprigionato a vita, senza un processo, senza una condanna. Senza che il governo abbia provato la sua colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio”.

Barack Obama dovrebbe a questo punto applicare il suo potere di veto. La Casa Bianca, ma anche il Pentagono e il direttore dell’FBI Robert Mueller, si erano detti profondamente contrari a una legge che porta a un’ulteriore militarizzazione della lotta ad Al-Qaeda, consegnando all’esercito USA poteri senza precedenti nella gestione giudiziaria dei presunti terroristi. Una parte degli stessi senatori democratici aveva espresso più di una perplessità. Dianne Feinstein, liberal della California, aveva cercato – invano – di introdurre nella legge una norma per escludere i cittadini americani dagli effetti della legge: “Vogliamo vedere le strade delle nostre città ricolme di soldati che danno la caccia a cittadini americani sospettati di terrorismo?”, aveva chiesto la Feinstein a un’aula ovviamente poco interessata alle riserve “garantiste” della senatrice.

Ma in rfealtà i democratici sono molto interessati solo alla questione se la nuova legge debba applicarsi anche i cittadini americani. “I diritti dei cittadini americani – e non solo – sono ora messi a grave rischio”, ha detto, ad esempio, Cristopher Anders dell’American Civil Liberties Union.

L’opposizione, prevedibile, dei gruppi per i diritti civili e dei settori più progressisti del partito democratico ha però potuto pochissimo contro una maggioranza che, in tempi di campagna elettorale, cerca di mostrarsi il più dura possibile nella lotta al terrorismo. La legge, peraltro, porta la firma di un democratico, Carl Levin, e di un repubblicano, John McCain, che hanno cercato di allontanare i dubbi sulla costituzionalità del provvedimento spiegando che “le proposte di alcuni repubblicani erano molto peggio”.

Nella richiesta di una militarizzazione estrema e senza diritti della lotta al terrorismo si erano distinti proprio alcuni politici del Gop. Lindsay Graham, senatore della South Carolina, ha detto che “quando un sospetto militante di Al Qaeda dice ‘voglio il mio avvocato’, bisogna rispondergli: ‘Sta’ zitto, non c’è nessun avvocato per te… Sei un combattente nemico!”.

A parte la possibilità del veto del presidente, resta aperta la questione della costituzionalità della nuova legge. Una sentenza della Corte Suprema del 2004 stabilisce il diritto del governo americano di “detenere come ‘combattenti nemici’ anche i cittadini americani catturati in una zona di combattimento all’estero”. La norma approvata ora sembra invece lasciare aperta la possibilità di detenere senza diritti anche gli americani catturati in patria. Sarebbe la prima volta nella storia. L’unico, possibile, antecedente storico è quello del 1942, quando alcuni “sabotatori” tedeschi vennero arrestati negli Stati Uniti e processati davanti a un tribunale militare, senza le garanzie riconosciute dalla Costituzione. Uno di questi era un cittadino naturalizzato americano.

UCCISIONE GHEDDAFI: UN CRIMINE DI GUERRA?

La morte dell’ex dittatore libico Muammar Gheddafi, catturato e ucciso dagli insorti nell’ottobre scorso, potrebbe essere un crimine di guerra.

Lo ha detto il procuratore capo della Corte penale internazionale, Luis Moreno-Ocampo. «Penso che il modo in cui Gheddafi è stato ucciso generi il sospetto di  crimini di guerra. Penso che sia una questione molto importante. Stiamo sollevando questa preoccupazione alle autorità nazionali e queste stanno preparando un piano per avere una strategia globale per indagare tutti questi crimini».

LIBIA: FINALMENTE LE PROVE DELLE STRAGI DI CIVILI COMMESSE DALLA NATO

Sentite questa. E’ una frase – terribile nella sua impudenza – pronunciata il 31 ottobre scorso dal segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen: “A quanto ci risulta, abbiamo chiuso le operazioni con molta cura, senza conferma di nessuna vittima civile”.

Ora un’inchiesta giornalistica del New York Times svolta in loco denuncia che la Nato ha ucciso in Libia almeno 70 civili, tra cui 29 bambini. Altro che operazioni chirurgiche.

GUERRA IN IRAQ: PER GLI USA LA GUERRA E’ FINITA

Gli Stati Uniti hanno dichiarato finita la campagna irachena. L’Operation Iraqi Freedom (OIF), iniziata finanziariamente nell’autunno del 2002 e scattata a livello operativo con l’invasione del marzo 2003, appartiene quindi ormai solo al passato. Ecco, come promemoria, il bilancio di questa vera e propria guerra di aggressione: più di 800 miliardi di dollari spesi, più di un milione di truppe impegnate, 4.500 i soldati statunitensi morti, oltre 100 mila civili uccisi. Solo 200 soldati rimarranno a presidio dell’ambasciata statunitense di Bagdad (la stessa che il candidato Repubblicano Ron Paul fa notare essere uno dei più costosi presidi diplomatici statunitensi nel mondo. Costo: cinque miliardi di dollari annui).

Il presidente americano della speranza, Barak Obama, ci ha messo più di tre anni a chiudere la vergognosa pratica irachena che ha ottenuto un solo risultato vero e concreto: l’eliminazione del dittatore Saddam Hussein.

L’11 gennaio 2007, lo stesso Barack Obama, allora senatore Democratico dall’Illinois, durante un’audizione davanti al Foreign Relations Committee del Senato americano, a guida Joe Biden (oggi suo vice-presidente), rivolgendosi a Condoleezza Rice in veste di Segretario di Stato di una declinante amministrazione Bush Jr., diceva: “Questa amministrazione ha fatto una scommessa ovvero che si potesse andare in Iraq, buttare giù un dittatore e restaurare la democrazia. Ogni volta che si è fatto un bilancio della situazione irachena, si è dovuto fare i conti con un fallimento”.

Ecco cosa lo stesso Obama ha detto, annunciando la fine della guerra in Iraq: “Ciò che è accaduto in Iraq negli ultimi anni, ha rafforzato i legami tra gli Stati Uniti e l’Iraq in modo che non è importante solo sulla base delle nostre relazioni ma che è importante per l’intera regione”. Obama 1 e Obama 2?

STRAGE DI USTICA: IL MISTERO A BRUXELLES

di Giusi Marcante

Una verità indicibile può essere finalmente raccontata dopo 31 anni? Che un aereo civile sia stato abbattuto nel corso di una battaglia aerea non dichiarata si può affermare? Soprattutto quando il probabile bersaglio, Gheddafi, è addirittura morto. Daria Bonfietti la presidente dell’associazione parenti delle vittime della strage di Ustica fa quasi una domanda retorica. Alle sei del pomeriggio nell’ufficio di Martin Schulz al Parlamento Europeo (proprio quello chiamato kapo da Silvio Berlusconi) si parla di quel Dc9 caduto nel mar Tirreno il 27 giugno 1980 e i familiari chiedono all’Europa di fare qualcosa per buttare giù il muro di gomma che in questi anni è stato scalfito ma non completamente abbattuto.

Colui che con tutta probabilità diventerà il prossimo presidente dell’assise di Bruxelles riflette: «Sappiamo tutto di quello che è accaduto a Lockerbie ma non conosciamo le responsabilità su Ustica».

La vicenda del Dc9 esce dai confini italiani. E’ stato questo il primo obiettivo raggiunto dalla delegazione di familiari che, grazie al lavoro degli europarlamentari del Pd Salvatore Caronna, Sergio Cofferati e David Sassoli, hanno incontrato e raccontato la strage di Ustica ad alcuni esponenti del parlamento europeo. L’obiettivo più importante è però quello di trovare adeguati strumenti di pressione verso quei paesi, Francia in testa, che non rispondono alle rogatorie dei pubblici ministeri romani che stanno ancora indagando sulla strage.

«Quella di Ustica non è una storia italiana, italiane sono solo le vittime. E’ una pagina oscura per tutta l’Europa», è stata la frase ripetuta più volte da Cofferati nel corso dei colloqui con i colleghi. I familiari – con Bonfietti c’erano Fortuna Pirico e Lina Gambino che 31 anni fa persero i rispettivi mariti – hanno incontrato i socialdemocratici Fernando Lopez Aguilar (presiede la commissione Libe) e Catherine Trautmann, l’italiano Roberto Gualtieri (fa parte della delegazione che ha rapporti con l’assemblea parlamentare della Nato) e Erminia Mazzoni del Pdl che presiede la commissione petizioni. Proprio a questa è stata inviata la petizione dall’avvocato Daniele Osnato, uno dei legali che ha portato avanti la causa civile per cui sono stati condannati i ministeri della Difesa e dei Trasporti ad un risarcimento da 100 milioni di euro (il 22 ottobre l’avvocatura dello stato ha presentato ricorso per bloccare la sentenza).

La possibilità di una commissione d’inchiesta a livello di parlamento europeo sembra scartata perché sulla vicenda di Ustica non ci sarebbe violazione del diritto europeo ma la petizione, considerato uno dei diritti fondamentali dei cittadini europei, potrebbe essere attuata consentendo l’apertura di un’istruttoria su Ustica e chiamando anche i governi a rispondere. Il lavoro delle prossime settimane sarà quello di creare un consenso il più bipartisan possibile su questa iniziativa e presentare un’interrogazione urgente al consiglio e al parlamento europeo.

Fonte: Il Manifesto

STRAGE DI OSLO: BREIVIK NON RESPONSABILE

Anders Behring Breivik, il responsabile dei massacri di Oslo e dell’isola di Utoya che il 22 luglio scorso uccise a sangue freddo 77 persone, ferendone 151 e che sconvolse le certezze di un intero paese fondato sulla tolleranza è affetto da “schizofrenia paranoide”, secondo la perizia psichiatrica depositata al Tribunale di Oslo il 29 novembre scorso. In altre parole, è un malato incapace di intendere e di volere.

La perizia, 243 pagine, è stata redatta dagli psichiatri Synne Serheim e Torgeir Husby sulla base di 13 incontri per un totale di 36 ore di interviste con lo stesso Breivik, rinchiuso nella prigione di massima sicurezza di Ila, nei pressi di Oslo.

Il testo integrale della perizia psichiatrica è stato secretato, ma il procuratore Inga Bejer Engh ne ha resi noti i punti principali.

I medici descrivono Breivik come una persona che vive chiuso nel suo mondo di delusioni, convinto di aver ucciso per amore del suo popolo, arrogandosi il diritto di decidere chi dovesse vivere o morire. In più, sottolineano aspetti esposti dallo stesso Breivik nel delirante “manifesto” di 1500 pagine postato in rete poche ore prima di piazzare il furgone bomba sotto il palazzo del governo a Oslo e andare a far strage nel campus dei giovani laburisti. Un documento che considera se stesso come un Cavaliere Templare che voleva mettere in atto un progetto di “allevamento” della gioventù novergese.

La perizia non impedirà che il processo contro Breivik cominci regolarmente il prossimo 16 aprile. Ma se il Tribunale, come normalmente succede nella giurisprudenza norvegese, ne terrà pienamente conto, Breivik non potrà essere condannato ad una pena detentiva.

Dal canto suo Anders Behring Breivik preferisce il marchio di spietato assassino freddo e calcolatore a quello di persona affetta da disturbi mentali. E per un paradosso della legislazione norvegese, mantenere il punto sulla propria salute mentale potrebbe consentirgli di “cavarsela” con 21 anni di carcere, sempre meglio della prospettiva del manicomio a vita.

Secondo Breivik, il limite dei medici che lo hanno esaminato è di non capire nulla della sua ideologia.

GRANDI OPERE: 600 MILIONI AL MOSE, ZERO A VENEZIA

Il 18 novembre 2010 il Cipe (Comitato Interministeriale Prezzi) aveva approvato un aumento dei costi del Mose di ben 1,3 miliardi di euro, portando il totale da 4,2 a 5,5 miliardi.

Il 5 maggio 2011 il Comitato, vista la penuria di fondi, era ritornato su quella decisione e aveva dichiarato che il Mose doveva “stare nel preventivo 2005 di 4,271 miliardi”. Nel dare la notizia, il Sole 24 ore si chiedeva se si potesse ritirare uno stanziamento già concesso ed esprimeva dubbi sul futuro della vicenda.

Nel luglio 2011 si ritorna a 5,5 miliardi. Vengono anzi promessi 50 milioni per la legge speciale per Venezia, che da tempo era a secco di fondi.

Il sindaco Orsoni ritorna soddisfatto dal viaggio a Roma: Enrico Letta gli ha personalmente promesso i 50 milioni, di cui 40 per Venezia e 10 per gli altri comuni della gronda lagunare.
L’8 dicembre 2011: l’aumento è confermato, e viene anzi pagata una delle rate promesse, di ben 600 milioni (è la nona rata). Ma non ci sono più i 50 milioni per Venezia e Chioggia. Orsoni, fortemente contrariato, dichiara: “Mi pare che gli impegni del governo siano stati disattesi: ne chiederò conto”.  Sono invece “raggianti” (secondo il Corriere del Veneto) le imprese del Consorzio Venezia Nuova. Dopo questa rata di contanti, ne mancheranno solo due: una di 470 milioni nel 2012 e l’ultima, di 450 milioni, nel 2013.

Evidentemente il governo Monti non ritiene il Mose né inutile, né dannoso, ma anzi una infrastruttura che contribuirà allo sviluppo del Paese.

Fonte: www.italianostra-venezia.org

GRANDI OPERE (2): IL DECALOGO DEL WWF

La legge obiettivo, varata dieci anni fa dal governo secondo Berlusconi, è fallita. Lo afferma il WWF, ma lo sottolineano i dati ufficiali: dai 115 progetti originari ora siamo a 390 con un costo completivo triplicato da 125,8 miliardi a 367,4. Ma solo 30 opere sono state effettivamente realizzate (meno del 10%) per una spesa di 4 miliardi e 467 milioni, cioè appena l’1% delle somme investite.

Per superare i limiti della Legge Obiettivo (che in realtà andrebbe completamente riscritta) il WWF propone una sorta di decalogo che punta alla revisione delle figure, come il general contractor, cui affidare i lavori, riducendo al contempo i poteri dei concessionari, favorendo la trasparenza, superando il programma delle mega infrastrutture, inutili, costose e spesso pericolose, puntando soprattutto sul potenziamento delle opere esistenti.

La conseguenza – secondo il WWF – è una maggior attenzione al rischio idrogeologico cui l’Italia è esposta (si vedano le alluvioni autunnali), stimato in appena 825 milioni di euro che andrebbero subito sbloccati. Mentre per quanto riguarda il potenziamento dell’esistente il WWF indica alcuni progetti da realizzare subito: le linee ferroviarie Milano-Chiasso e Milano-Domodossola, i collegamento stradali della E45 Orte-Ravenna, dell’Aurelia e della Pontina, il completamento della famigerata Salerno-Reggio Calabria e le linee ferroviarie siciliane. No quindi alla Tav Torino-Lione e al Ponte sullo Stretto.

GRANDI OPERE (3): IL PROGETTO CINESE DI UN AEROPORTO IN SICILIA

Mentre aumentano i dubbi sull’effettiva priorità del ponte sullo Stretto, un’altra grande infrastruttura, dai costi molto più bassi, è in divenire. È il nuovo aeroporto intercontinentale, interamente made in China, che dovrebbe essere costruito in provincia di Enna, nella pianura di Centuripe, ad una cinquantina di chilometri da Catania.

Si tratta di una struttura high-tech dalle dimensioni simili allo scalo di Malpensa, con una pista lunga 4 chilometri, ed un terminal realizzato con materiali eco-compatibili e architetture che ricalcano le forme sinuose della zagara, il fiore degli alberi di agrumi che accomuna il paesaggio agricolo siciliano a quello cinese.

Di questo progetto, funzionale allo sviluppo di un sistema intermodale che includerà lo scalo catanese di Fontanarossa, dal quale dista 12 chilometri, il porto di Augusta e l’interporto di Catania (in fase di costruzione), si è tornati a parlare nelle scorse settimane, a seguito di un’inchiesta giornalistica di RaiNews24.

A farsi avanti per realizzare l’avveniristica struttura, dal costo stimato in 350 milioni di euro, è stato un emergente gruppo imprenditoriale cinese, attivo nel settore aeronautico. Si tratta della Grand China Air, società pubblico-privata con sede sull’isola di Hainan che, a nemmeno 3 anni dalla sua costituzione, è diventata la terza compagnia aerea cinese e ha già diversi interessi sia nel settore alberghiero sia in quello della costruzione di porti turistici.

L’idea del nuovo aeroporto di Centuripe è frutto della ricerca universitaria. Nasce infatti nel 2008 nei laboratori del Kore, di Enna, il quarto ateneo della Sicilia, attivato alla fine degli anni ’90.

Ma ci sono altre questioni aperte. Per esempio, quella che il futuro aeroporto sorgerebbe a pochi chilometri dalla base militare di Sigonella, gestita dalla Marina americana e dall’Aeronautica militare italiana. Situazione che il mese scorso ha indotto il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, a chiedere spiegazioni al governo cinese.

Fonte: Il Sud

ALTA VELOCITA’: ANONYMUS ATTACCA IL SITO DELLA TORINO – LIONE

La chiamano “Operation Green Rights”. E indica una svolta “verde” degli Anonymous. Così, dopo la casa farmaceutica Bayer e la compagnia petrolifera Exxon, nel mirino degli hacker c’è la Tav. I pirati informatici si sono intrufolati nel server del sito della Torino- Lione, postando un messaggio nella sezione “Mappa dei sondaggi” contro la linea. Perché è “un’opera costosa, non necessaria e che farà male alla salute”.

A sostegno del movimento No Tav, che da anni si batte contro la costruzione della ferrovia ad alta capacità, arriva pure il collettivo informatico perché “nessun vantaggio economico potrà mai essere barattato con la bellezza della natura incontaminata”. Un appoggio “alle popolazioni della Val Susa” per dire no a un’opera che “devasta le montagne, montagne che al loro interno contengono amianto ed uranio, che una volta polverizzati a causa dei lavori non possono certo giovare alla salute”.

Fonte: Benedetta Argentieri Twitter: @benargentieri

TRAGEDIA DEL VAJONT: 3 FAMIGLIE ANCORA IN ATTESA DEL RISARCIMENTO

TRAGEDIA DEL VAJONT: 3 FAMIGLIE ANCORA IN ATTESA DEL RISARCIMENTO

Sono passati quasi 50 anni e non hanno ancora ricevuto quanto spetta loro per legge: tre famiglie di Erto e Casso stanno ancora attendendo il saldo della ricostruzione delle loro abitazioni a seguito del disastro del Vajont del 1962.

I lavori sono terminati negli anni Ottanta, eppure la burocrazia ha bloccato l’iter dei pagamenti. Fino al 2009 le famiglie interessate all’intoppo erano dieci. Poi il sindaco Luciano Pezzin ha chiesto aiuto al deputato Manlio Contento che ha presentato in parlamento due interrogazioni (alla prima era stato risposto con una clamorosa svista, facendo il resoconto delle opere pubbliche realizzate dallo Stato dopo la sciagura).
L’intervento di Contento ha permesso di chiudere sette pratiche. Per le altre tre è scattata una nuova interpellanza, sollecitata da Pezzin. Andando per ordine: nel 1985 sono state ultimate le nuove case, nelle quali sono andati a risiedere gli abitanti del paese sfollati all’indomani della tragedia. All’epoca gli aventi diritto avevano già ricevuto circa il 75 per cento dei  contributi promessi per la ricostruzione delle unità abitative. La legge prevedeva infatti l’erogazione del cinquanta per cento al momento dell’apertura del cantiere e di un altro 25 per cento in corso d’opera. Mancava all’appello il saldo finale e i residenti di Erto e Casso si misero in fila per avere quanto spettava loro. Sono trascorsi decenni da quel momento ed esistono ancora richiedenti in religiosa attesa di ricevere l’assegno statale.

Fonte: messaggeroveneto.gelocal.it

MOSTRO DI FIRENZE: ANNULLATA LA CONDANNA DI MIGNINI E GIUTTARI

La Corte d’Appello di Firenze ha dichiarato l’incompetenza territoriale per quanto riguarda il procedimento a carico del pm di Perugia Giuliano Mignini (lo stesso ampiamente sconfitto nel processo d’Appello per il delitto di Meredith Kercher e “inventore” del doppio cadavere del medico perugino Francesco Narducci) e il poliziotto-scrittore Michele Giuttari (che da anni cerca, senza trovarli, i mandanti del mostro di Firenze). In primo grado, nel gennaio 2010, i due erano stati condannati rispettivamente ad un anno e 4 mesi e a 6 mesi per abuso d’ufficio in concorso tra di loro. L’accusa era quella di svolto indagini illecite su giornalisti e funzionari di polizia con lo scopo di intimorirli perché – con atteggiamenti, provvedimenti o articoli – avevano espresso critiche all’inchiesta che i due investigatori stavano conducendo sulla morte del medico perugino Francesco Narducci, indagine collegata a quella toscana sul mostro di Firenze.

L’incompetenza territoriale è stata stabilita, però, sulla base di un’altra imputazione, per la quale in primo grado Mignini e Giuttari erano stati assolti: la procura di Firenze

contesta loro anche di aver svolto un’indagine parallela a quella che la procura di Genova stava conducendo su uno scambio di accuse fra lo stesso Giuttari e il pm fiorentino Paolo Canessa. Secondo la tesi della difesa, accolta dal giudice d’Appello, il fatto che la vicenda riguardasse magistrati sia fiorentini sia genovesi implicava un’incompetenza a indagare delle procure toscana e ligure e un obbligo a trasmettere gli atti a Torino. Adesso i pm piemontesi dovranno studiare le carte e decidere il destino dell’inchiesta.

PANAMA: NORIEGA “FACCIA D’ANANAS” ESTRADATO DALLA FRANCIA

Manuel Noriega, detto “Faccia d’ananas”, l’ex dittatore di Panama, è tornato nel suo Paese dopo essere stato estradato dalla Francia.

Ex capo dei servizi segreti, salito al potere alla guida di una giunta militare nel 1983, Noriega ha governato Panama fino all’invasione degli Stati Uniti nel 1989. Dopo la caduta, l’ex dittatore ha trascorso 21 anni di prigione a Miami per traffico di droga ed è stato in seguito trasferito in Francia, dove scontato altri sei anni per riciclaggio del denaro proveniente dai traffici del cartello di Medellin.

A Panama dovrebbe scontare altri vent’anni per il rapimento di tre esponenti dell’opposizione (l’ex vice ministro della Sanità Hugo Spadafora nel 1985, il capitano Moises Giroldi nel 1989 e il sindacalista Heliodoro Portugal nel 1970), ma le leggi locali consentono ai condannati che abbiano compiuto 70 anni di scontare la pena agli arresto domiciliari.

Una commissione di indagine ha scoperto almeno 110 casi di omicidi e sparizioni di oppositori del regime di Noriega durante il periodo della sua dittatura, alla quale pose termine il presidente George Bush senior ordinando l’invasione di Panama il 20 dicembre del 1989, con la motivazione di difendere i cittadini americani, mettere in sicurezza il canale e combattere il traffico di droga.

Noriega, che era stato sul libro-paga della CIA fin dai primi anni Settanta e poi era stato scaricato dagli americani, ufficialmente per colpa del suo coinvolgimento nel business degli stupefacenti, trovò rifugio presso la nunziatura apostolica, la sede diplomatica del Vaticano. Le truppe statunitensi accerchiarono l’edificio e “Faccia d’ananas” si arrese il 3 gennaio e fu trasferito immediatamente negli Usa.

BIN LADEN: QUANDO MORI’ NON ERA PIU’ AL TIMONE DI AL QAEDA

Quando fu ucciso dalle forze speciali americane, il 2 maggio scorso, Osama bin Laden di fatto non era più al timone di Al-Qaeda, pur restandone nominalmente il leader: è quanto emerge dall’analisi dei documenti trovati nel covo di Abbottabad, una cinquantina di chilometri a nord di Islamabad, dove lo “sceicco del Terrore” si nascondeva. Fonti dell’anti-terrorismo Usa, che hanno preteso l’anonimato, hanno riferito che, dopo aver esaminato circa duecento tra taccuini, dischetti per computer, chiavette Usb e hard-disk recuperati dai soldati autori del blitz, ne hanno ricavato la convinzione secondo cui “era già passato un bel pezzo da quando bin Laden non aveva più la gestione quotidiana dell’organizzazione” da lui fondata.

FRANCIA: TUTTI GLI SCANDALI DI SARKOZY

di  Paride Broggi

I computer dei giornalisti che indagano su di lui rubati, i loro domicili violati, le intimidazioni a testimoni scomodi: questi i metodi utilizzati da Nicolas Sarkozy con chi lo critica. E il presidente francese ha spesso monopolizzato l’attenzione dei media. Alcune volte per il suo discutibile stile di vita, altre per gli scandali in cui è stato coinvolto. Ecco i maggiori affaire del Presidente francese: dalla controversa cena nella notte della sua elezione, alle recenti inchieste giornalistiche che gli riconoscerebbero un ruolo nell’affaire Karachi.

Negli ultimi cinque anni Nicolas Sarkozy ha spesso monopolizzato l’attenzione dei media. Alcune volte per il suo discutibile stile di vita, altre per gli scandali in cui secondo i suoi detrattori sarebbe di volta in volta coinvolto. Ecco i maggiori “affaires” del Presidente francese: dalla controversa cena nella notte della sua elezione, alle recenti inchieste giornalistiche che gli riconoscerebbero un ruolo nell’affaire Karachi: lo scandalo che dall’estate scorsa divide l’opinione pubblica.

2007 – La notte di Fouquet’s. Il 6 maggio 2007 Sarkozy festeggia la vittoria elettorale cenando da Fouquet’s, un lussuosissimo hotel di Parigi, in compagnia dei suoi fedelissimi dell’Ump e di molti uomini facoltosi tra cui Bernard Arnault, proprietario dell’impero del lusso Lvmh; Martin Bouygues, proprietario dell’omonimo colosso con interessi nelle infrastrutture, telecomunicazioni e primo azionista di Tf1; Serge Dassault, esponente dell’industria delle armi e presidente della società che controlla Le Figaro; Stéphane Courbit, produttore televisivo; Jean-Claude Darmon, patron dei diritti Tv del calcio e alcune star dello spettacolo tra cui Johnny Hallyday. La lista degli invitati fece molto discutere, e viene tuttora considerata come il primo atto di una nuova era politica, basata sulla spettacolarizzazione mediatica e l’ostentazione della ricchezza.

2009 – Jean Sarkozy all’Epad. Jean Sarkozy, figlio cadetto di Nicolas, si candida alla presidenza dell’Epad, il quartiere più importante di Parigi e primo centro finanziario d’Europa. Il curriculum con cui si presenta è quello di un ventitreenne non troppo brillante negli studi superiori, iscritto al secondo anno di una laurea in giurisprudenza per corrispondenza, ma che nel frattempo è già consigliere generale dell’Hauts-de-Seine, il dipartimento più ricco di Francia dove il padre è stato sindaco per vent’anni. La notizia della candidatura mobilita l’opinione pubblica, che obbliga il rampollo a fare marcia indietro. Sarkozy Junior evoca il complotto mediatico e si difende in un’intervista che ricorda molto quelle del padre.

2010 – Woerth-Bettencourt. Il quotidiano online Mediapart entra in possesso di alcune registrazioni clandestine che proverebbero rapporti poco limpidi tra Liliane Bettencourt ed Eric Woerth, ministro del governo Fillon e tesoriere dell’Ump. I reati ipotizzati sono frode fiscale, pressioni dell’Eliseo sulla causa che vede contrapposte l’ereditiera L’Oréal e sua figlia e il presunto finanziamento illecito della campagna di Sarkozy del 2007. A poche settimane dalla notizia, Le Monde accusa l’Eliseo di aver ricorso ai servizi segreti interni – diretti da Bernard Squarcini, amico del presidente – per individuare le sue fonti. David Sénat, consigliere del ministero delle Giustizia, è considerato responsabile della fuga di notizie e viene invitato a dimettersi e ad accettare una missione di “sopralluogo” in Guyana.

Da parte sua, l’Eliseo smentisce ogni coinvolgimento. Nei mesi successivi vengono rubati i computer dei giornalisti che seguono la vicenda, Gérard Davet (Le Monde) e Philippe Lhomme (Mediapart) e i loro domicili violati. Altro materiale sensibile è trafugato dalle redazioni dei rispettivi giornali. Secondo il giudice Isabelle Prévost-Desprez, inizialmente incaricata del caso che poi è stata trasferita al tribunale di Bordeaux, l’ex-infermiera dell’ereditiera avrebbe ammesso di aver visto Sarkozy stesso intascare denaro contante, ma si sarebbe rifiutata di metterlo a verbale. In un’intervista l’infermiera smentisce, ma aggiunge di aver subìto intimidazioni da quando è scoppiato lo scandalo. Il Presidente liquida tutte le voci come calunnie. Le indagini sono ancora in corso.

2011 – Karachi. Mediapart e Le Monde sostengono che Nicolas Sarkozy, all’epoca in cui era ministro del Bilancio, abbia garantito commissioni milionarie al mercante d’armi Ziad Takieddine, nell’ambito del contratto “Agosta” relativo alla fornitura di sottomarini al Pakistan. Per pagare le commissioni la Dcn (Direction des contruction navale) ha creato nel 1994, in Lussemburgo, una società-schermo chiamata Heine. Sarkozy avrebbe avallato la scelta e collaborato alla creazione. Successivamente, una parte delle commissioni sarebbe ritornata in Francia sottoforma di finanziamento illecito alla campagna elettorale di Balladur, di cui Sarkozy era portavoce. I giornalisti sono entrati in possesso di documenti che ricostruirebbero pagamenti segreti effettuati da Takieddine tra il 2003 e il 2008 e alcuni scatti che proverebbero come il mercante d’armi abbia offerto vacanze di lusso ad almeno quattro stretti collaboratori del presidente: il segretario generale dell’Ump Jean-François Copé, al consigliere dell’Eliseo ed ex-ministro degli interni Brice Hortefeux, al consulente più o meno ufficiale Pierre Charon e a Thierry Gaubert, ex-collaboratore del Presidente. Gaubert e Hortefeux sono già stati messi sotto esame, come del resto Nicolas Bazire, testimone di Sarkozy nelle nozze con Carla Bruni. Sebbene al momento il Presidente non risulti tra gli indagati, fanno molto discutere le implicazioni del suo entourage più stretto.

Il 28 novembre scorso, Gérard Davet e Philippe Lhomme, i due giornalisti più critici verso l’Eliseo, hanno presentato il loro libro sull’affaire Woerth-Bettencourt alla scuola di giornalismo di Parigi. Inevitabilmente dal pubblico è arrivata una domanda che paragonava le ombre di Nicolas Sarkozy a quelle di Silvio Berlusconi. Davet ha risposto laconicamente: “Preferisco avere Sarkozy che Silvio Berlusconi”. Al suo posto, come avrebbero risposto gli italiani?

EDITORIA: LE FINTE DIMISSIONI DI ENRICO MENTANA

Enrico Mentana, il “piccolo direttore” del Tg de La Sette, poco amante dei diritti sindacali dei suoi giornalisti, dopo dieci anni, ci ha riprovato e questa volta gli è andata meglio. Già perché pochi sanno che dietro l’atteggiamento professionale di un “giornalista democratico” come lui c’è un profondo disprezzo per il sindacato.

Era già accaduto sul finire del 2001 quando dirigeva il Tg5 ed in occasione di uno sciopero indetto dalla Fnsi, l’organizzazione sindacale dei giornalisti italiani, Mentana, nonostante la massiccia adesione allo sciopero stesso, aveva deciso di mandare in onda il telegiornale delle 20. Anche in quell’occasione il Comitato di Redazione (CdR), ossia il sindacato interno, era insorto, preannunciando una denuncia alla magistratura per “comportamento antisindacale”, una misura molto dura e certamente pregiudizievole per la reputazione di chi si atteggia a giornalista indipendente. In quell’occasione le cose andarono diversamente perché la maggior parte dei giornalisti si schierò a difesa del suo sindacato. Gli stessi giornalisti si confrontarono in un’accesa assemblea in cui prevalse la volontà di riconfermare la fiducia al CdR che decise di ritirare la denuncia a fronte di un accordo che stabilisse nuove regole per la messa in onda del telegiornale in presenza di scioperi. Venne stabilito che, nonostante la volontà del direttore, in caso di adesione agli scioperi della metà più uno dei giornalisti, il Tg non sarebbe andato in onda. Un accordo che nei fatti svuotava lo strapotere del “piccolo direttore”.

Al Tg de La Sette purtroppo non è andata così. Con la minaccia di dimissioni subito rientrata Mentana ha vinto a mani basse ai danni della componente sindacale. Alla faccia delle regole democratiche.

Aggiornamenti prima metà di Dicembre 2011

IL MOSTRO DI MERANO
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IL DELITTO DELL’UOMO IN BLU
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Aggiornamenti seconda metà Novembre 2011

Erica e Omar
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La nascita del partito del golpe e gli interventi al Primo Convegno dell’Istituto Alberto Pollio
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Gli amanti diabolici di Torino
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Il biondino di Piazzale Lotto
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Il delitto della Cattolica
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Aggiornamenti di ottobre 2011

Riordinata la sezione dell’attacco dell’11 settembre 2001
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Riordinato il caso dell’Omicidio della contessa Bellentani
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Riordinato il caso dell’Assassinio del piccolo Lavorini
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Misteri d’Italia, anno XII, n. 151, SPECIALE PROCESSO DI PERUGIA (DELITTO MEREDITH KERCHER)

Questo numero speciale è interamente dedicato ad una ampia riflessione sulla sentenza del processo d’Appello per l’assassinio di Meredith Kercher che ha assolto con formula piena Amanda Knox e Raffaele Sollecito.

DELITTO DI PERUGIA: NON SI CONDANNA SENZA PROVE

Ha suscitato molto clamore l’assoluzione con formula piena in Appello di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, condannati in primo grado rispettivamente a 26 e 25 anni per il brutale assassinio, avvenuto a Perugia nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre del 2007, della studentessa inglese Meredith Kercher.

Un clamore sprecato dal momento che per la legge italiana nessuno può essere condannato in assenza di prove (ma purtroppo questo avviene raramente). E di prove nel processo ai due, sia in primo che in secondo grado, non c’era neppure l’ombra. Così come non è mai stato chiarito il movente del delitto. Né sono mai stati trovati eventuali testimoni. Anzi, per la verità, i due scovati dagli investigatori erano entrambi fasulli.

Va quindi apprezzato fino in fondo il lavoro della corte di Appello di Perugia che ha rimediato ad un imperdonabile errore giudiziario commesso nel primo processo e prima ancora dalla procura di Perugia che ha intentato un giudizio tutto indiziario, fondato su perizie sbagliate, ed improntato ad alcune fantasie investigative che non sono state neppure state in grado di definire il movente del delitto.

DELITTO DI PERUGIA (2): LA SCONFITTA DELLA PROCURA

Chi esce platealmente sconfitto dalla sentenza della corte di Appello di Perugia è la procura della città purtroppo, spiace dirlo, non nuova a simili incidenti di percorso basti ricordare la clamorosa (questa sì) assoluzione del senatore a vita Giulio Andreotti nel processo svoltosi a Perugia nel per il delitto del giornalista Mino Pecorelli.

Ma lo sconfitto per eccellenza è il pubblico ministero Giuliano Mignini che attorno al processo Kercher aveva costruito un teorema fantasioso fatto di baccanali, droga, sesso e orge che non ha minimamente retto alla prova dell’Appello, anche se ha ancora una volta colpito la ricerca del sensazionale di buona parte della stampa italiana che, infatti, non ha mancato, almeno per qualche tempo, di sostenerlo. Basti pensare che sulle prime Mignini aveva sostenuto che Meredith sarebbe stata violentata, mentre è ormai pacifico che ebbe un rapporto consenziente con Rudi Guede.

A dimostrazione di come, fin dall’inizio, tutto fosse incerto ed indeterminato nell’inchiesta della procura basta ripercorrere i risultati ottenuti otto mesi dopo la morte di Meredith, alla vigilia della chiusura delle indagini.

Ora della morte: tra le 20 del 1° novembre 2007 e le 4 del giorno dopo per il prof. Luca Lalli che ha eseguito l’autopsia. Lasso di tempo ancora più ampio (tra le 18.50 e le 4.50) per gli esperti Mariano Cingolani, Anna Aprile e Giancarlo Umani Ronchi. Come dire: non abbiamo l’ora del delitto.

Cause della morte: meccanismo combinato (lesione alla carotide con una lama e asfissia con il proprio sangue) per il primo; stesso meccanismo con in più lo strangolamento per gli altri.

Arma del delitto: genericamente un coltello. Però per Lalli non è possibile fornire indicazioni precise sulle caratteristiche del coltello (lunghezza e larghezza), ma solo che il lato tagliente non era dotato “di particolari asperità o grossolane seghettature”, mentre Cingolani, Aprile e Umani Rochi si limitano a stabilire una “non incompatibilità” con uno dei tre coltelli sequestrati a Sollecito. Si badi bene: i tre non dicono che l’arma del delitto è il coltello di Sollecito, non dicono neppure, il che significherebbe comunque pochissimo, che i due coltelli sono “compatibili”, quindi soltanto simili, ma sfumano tutto nel concetto ancora più astratto della “non incompatibilità”. Come dire: potrebbe essere quello il coltello, ma potrebbe anche non esserlo. Cioè zero.

Violenza sessuale: su questo le perizie concordano. Entrambe infatti ammettono che Meredith ha avuto un rapporto sessuale prima di morire, ma entrambe non riscontrano segni di stupro. E allora perché tre mesi dopo la procura di Perugia, nell’atto di chiusura delle indagini, parla di violenza sessuale?

Droghe e alcool? Meredith, per entrambe le perizie non ha fatto uso di droghe. ma il mistero sta nell’alcool. Secondo l’autopsia Meredith era assolutamente sobria, ma esaminando i reperti i tre esperti del Gip hanno trovato una concentrazione di etanolo di sette volte superiore a quello dell’autopsia, il che dimostrerebbe che Meredith era invece ubriaca. Ma aggiungono: questa discordanza è impossibile. Forse i reperti sono stati conservati male o hanno subito un inquinamento.

Morale della vicenda: a quasi otto mesi del delitto la procura di Perugia non era ancora riuscita a stabilire né l’ora della morte di Meredith, né l’arma che l’ha uccisa, né se fosse stata violentata, né se fosse ubriaca. Per non parlare del movente del delitto. All’atto della chiusura delle indagini la procura di Perugia, infatti, ne elencò addirittura due di una vaghezza sconcertante: la pista sessuale e quella dei soldi rubati da Amanda a Meredith.

Anche Mignini, come la procura a cui appartiene, d’altronde, non è nuovo ad errori sensazionali e teoremi fantasiosi. Basti pensare al tempo e al denaro sprecati nella sua ricerca ostinata – assieme al “superinvestigatore” Michele Giuttari, anche lui dotato di una fantasia degna di miglior causa – di un collegamento tra gli orrendi delitti del mostro di Firenze e la morte del medico perugino Francesco Narducci, presunto trafficante di feticci sessuali assieme al farmacista di San Casciano Francesco Calamandrei (peraltro assolto a Firenze). Mignini arrivò a teorizzare l’esistenza di due cadaveri, l’uno vero e l’altro falso, del medico il cui corpo venne ripescato dal lago Trasimeno, ipotesi che lo spinse ad incriminare x persone, tra cui perfino il questore di Perugia, ritenendo l’esistenza di un depistaggio opera della massoneria cittadina.

Come è noto la vicenda Narduci/mostro di Firenze si è conclusa con un’altra clamorosa sconfitta di Mignini che in questa vicenda è finito anche sotto processo …

Che dire poi, sempre nell’ambito di questa inchiesta, della assurda detenzione cui fu sottoposto il giornalista fiorentino Mario Spezi, reo di aver sviluppato un’altra tesi investigativa sui delitti del mostro e per questo accusato di depistaggio e, addirittura, in concorso di omicidio. Oggi anche Spezi è libero e la sua estraneità è stata ampiamente dimostrata.

Anche dopo l’assoluzione dei due imputati Mignini ha manifestato la sua convinzione contraria alla corte d’Appello, aggrappandosi a questioni procedurali e alla condanna di Amanda per la calunnia di Patrick Lumumba.

PROCESSO DI PERUGIA (3): LA CONDANNA DI AMANDA PER CALUNNIA

Qualcuno ha voluto osservare che esiste una incongruenza tra l’assoluzione di Amanda Knox per il delitto Kercher e la sua condanna a tre anni di reclusione (condanna già ampiamente scontata) per la calunnia nei confronti di Patrick Lumumba, accusato ingiustamente di trovarsi sulla scena del delitto.

La domanda è: perché Amanda, innocente, ha accusato un altro innocente?

La risposta è semplice: Amanda, che quando venne arrestata non conosceva che poche parole di italiano, venne sottoposta ad un lungo ed estenuante interrogatorio che lei ha definito durissimo e pieno di violenze da parte degli investigatori. Un interrogatorio inoltre illegale perché svoltosi in assenza di un legale difensore. E’ possibile che la ragazza, che conosceva la passione di un ragazzo nero, Rudi Ghede, per Meredith, anche se non lo conosceva, sotto la pressione di chi la interrogava abbia fatto il nome di un altro ragazzo di colore, Lumumba, che invece conosceva bene.

E’ pacifico però che Amanda, la quale lo ripetiamo veniva interrogata in italiano e rispondeva in inglese, lingua conosciuta a stento dai nostri investigatori, poche ore dopo la fine dell’interrogatorio abbia scritto un memoriale in cui, invece, scagionava Lumumba. Il guaio è che quel memoriale Amanda lo aveva scritto in inglese e che probabilmente (questa è un’ipotesi) nessun investigatore o inquirente lo abbia mai letto.

La gravità sta nel fatto che Lumumba è stato arrestato solo sulla base della confessione (falsa) di Amanda e su di lui, prima dell’arresto, non sia stata fatta alcuna indagine. Più grave ancora che Lumumba sia rimasto 15 giorni in cella anche in presenza di ben 12 testimoni che lo scagionavano, affermando che, all’ora dell’assassinio di Meredith, Lumumba era al bancone del suo pub a servire i clienti. Patrick Lumumba, infatti, venne scarcerato solo quando si presentò il tredicesimo testimone, un cittadino svizzero, che aveva conservato lo scontrino della sua consumazione con impressa l’ora, coincidente con quella della morte di Meredith.

Assai singolare, nei giorni dell’inchiesta, anche che il Gip di Perugia, Claudia Matteini, anziché riconoscere il suo errore si sia scagliata contro Amanda Knox quando era stata proprio lei ad ordinare l’arresto di Lumumba.

DELITTO DI PERUGIA (4): LA SCONFITTA DELLA POLIZIA SCIENTIFICA

Se è ormai pacifico e dimostrato che i carabinieri del Ris sulla scena del delitto combinano un sacco di errori (basti ricordare le vicende di Cogne e Garlasco), i loro colleghi della polizia scientifica nel delitto di Perugia sono riusciti a dare il peggio di loro. E’ tutta della polizia scientifica la sconfitta più grave.

Sarebbe lungo ricostruire tutti gli errori commessi dalla polizia scientifica nello svolgersi delle indagini per l’omicidio Kercher. Basti dire che prima ancora che intervenissero i periti terzi (cioè non legati né all’accusa, né alla difesa) un’impronta di scarpa repertata nell’appartamento di via della Pergola dove avvenne il delitto, oggi definitivamente attribuita a Rudi Ghede, fu a lungo attribuita a Raffaele Sollecito, pur avendo i due imputati numeri di piede assolutamente differenti. Ma più avanti tutte le acquisizioni da loro date per certe in fase di inchiesta sono miseramente crollate al vaglio dei periti nominati dal presidente della corte di Appello di Perugia.

A cominciare dal coltello lungo 13 cm dalla polizia scientifica ipotizzato come arma del delitto non compatibile con le numerose ferite trovate sul corpo della vittima certamente inferte da un coltello più corto di ben 5 cm.

Sulla lama di quello stesso coltello – che nonostante la diversità tra lunghezza dell’arma e profondità delle ferite inferte – è rimasto “compatibile” con l’arma del delitto, coltello sequestrato in casa di Sollecito, in primo grado i periti della polizia scientifica avevano affermato che erano stati isolati i profili genetici della Knox, vicino al manico, e della Kercher, sulla punta. Nel corso del nuovo esame, però, la polizia scientifica è stata smentita, dal momento che i periti della corte d’Appello hanno ricavato solo pochi picogrammi di materiale genetico da campioni prelevati in diversi punti. Quantità ritenuta assolutamente insufficiente per identificare eventuali profili genetici.

E che dire del gancetto del reggiseno che questa indossava al momento del delitto e che – a dimostrazione della assoluta trascuratezza delle indagini – venne repertato addirittura 46 giorni dopo l’omicidio e sul quale non è stato possibile ripetere l’esame del Dna, che invece la polizia scientifica ha attribuito a Sollecito, perché quell’oggetto era arrugginito e sporco. Un’altra figuraccia per la polizia scientifica che ha reso di fatto impossibile il lavoro dei periti della corte d’Appello.

Si sono quindi dimostrati decisamente più attendibili i risultati ottenuti dai periti Stefano Conti e Carla Vecchitti, entrambi dell’Istituto di medicina legale dell’Università di Roma La Sapienza.