LA   NEWSLETTER   DI   MISTERI   D'ITALIA

Anno 6 - n. 97                                                      21 FEBBRAIO 2005

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GIULIANA RESISTI!

IN QUESTO NUMERO:

- Mafia: quanto scandalo per Mori e "Ultimo" rinviati a giudizio
- Mafia (2): la ricostruzione della cattura di Totò Riina
- Anni di piombo: parte male il dibattito sul superamento
- Delitto di Cogne: spariti nuovi reperti
- Pantano Iraq: verso quota 1.500 le perdite americane
- Pantano Iraq (2): sulle torture l'esercito nega l'accesso a prove segrete
- Pantano Iraq (3): processo regime Saddam, fratellastro sarà il primo
- Pantano Iraq (4): soldi da Bush ai polacchi per rimanere
- Pantano Iraq (5): presto in servizio il soldato robot
- Nuovo terrorismo: diffide ai difensori, legali sotto protezione
- Fatti di Genova: Giulietto Chiesa e la cronaca degli scontri
- Caso Alpi-Hrovatin: genitori giornalista sentiti da pm Perugia
- Mafia (3): per protegge i "pentiti" spesi nel 2003 61,6 milioni di euro
- Mafia (4): maggiori tutele per i testimoni
- Mafia (5): e' assolto, ma gli confiscano i beni
- Strage di via Palestro: ergastolo per i fratelli Formoso
- Delitto di Arce: nessun altro indagato oltre Belli
- Carceri: nel 2004 94 morti, 52 per suicidio"
- Cecenia: la guerriglia possiede una bomba nucleare?
- Serbia: pensione a Mira Markovic Milosevic, ma la vuole anche il marito

DOCUMENTAZIONE

- Elezioni in Iraq: anche in Vietnam l'affluenza era stata buona
Strage di Primavalle: dopo la prescrizione nuovi indagati

 

MAFIA:
QUANTO SCANDALO PER MORI E "ULTIMO"
RINVIATI A GIUDIZIO

Circola da tempo, nel linguaggio di certa stampa e di certi uomini politici, una nuova formuletta magica utile solo a confondere le idee e a mescolare le carte. La formuletta è l'espressione "sentire comune".

E' una formuletta becera e populista che sta a significare, in pratica, questo: la gente ha sempre ragione, le istituzioni, a cominciare dalla magistratura, invece sono residui arcaici, pesi morti.

Di recente la formuletta magica è stata applicata alla decisione del giudice Caterina Forleo di scarcerare due presunti terroristi arabi e ancor più di recente per attaccare il giudice di Palermo Marco Mazzeo che ha rinviato a giudizio due personaggi in vista dello schieramento antimafia accusati di collusione con Cosa nostra per aver omesso di fare il loro dovere: perquisire l'appartamento in cui nel 1993 viveva il capo dei capi della mafia siciliana Totò Riina appena arrestato.

I fatti dicono che quel covo, lasciato senza sorveglianza, sia stato letteralmente svuotato di ogni cosa, con ogni probabilità importanti documenti compresi.

Ora accade che il "sentire comune" - grazie soprattutto ad alcune operazioni editoriali, ad una stampa superficiale e sensazionalistica e ad una fiction televisiva - abbia in grande considerazione due uomini dell'antimafia, il direttore del SISDE, il servizio segreto civile, Mario Mori, già ai vertici del ROS dei carabinieri ed il "capitano Ultimo", alias il col. Sergio De Caprio, ritenuto - a torto o a ragione - colui che materialmente catturò Riina. L'altro fatto è che il tribunale di Palermo, nella persona del GUP Marco Mazzeo, voglia vederci chiaro nel pasticciaccio brutto del covo di Riina e che quindi abbia deciso di rinviare a giudizio i due supereroi dell'antimafia.

Basterebbe attendere le risultanze processuali. Invece no: la destra più sciocca insorge: il "sentire comune" ha già assolto Mori e De Caprio. Lo stato di diritto che obbliga i magistrati all'azione penale in presenza di gravi indizi e impone ai giudici di applicare la legge, una legge uguale per tutti, non conta. La "gente" pensa bene dei due e quindi ogni accertamento giudiziario non solo è superfluo, ma addirittura offensivo.

Noi, invece, vogliamo solo sapere - proprio sulla base delle regole dello stato di diritto - se Mori e De Caprio, pur dall'alto dei loro meriti - hanno commesso delle irregolarità oppure solo delle omissioni. Noi chiediamo di sapere la verità su uno degli episodi più oscuri della lotta alla mafia: la cattura, appunto, di Totò Riina. 

Il resto è "sentire comune" e non ci interessa.

 

MAFIA (2):
LA RICOSTRUZIONE
DELLA CATTURA DI TOTŮ RIINA

Una cattura che sembra la sceneggiatura di un film.

Quella che pubblichiamo è la ricostruzione ufficiale dell'arresto di Totò Riina avvenuta a Palermo il 15 gennaio 1993, guarda caso lo stesso giorno in cui il nuovo procuratore di Palermo, Giancarlo Caselli, si insediò a palazzo di giustizia. Una cattura, peraltro, annunciata alcuni giorni prima da interviste ed articoli di giornali.

"Ultimo" e il ROS per catturare il capo di Cosa nostra avevano cercato di ricostruire tutte le sue abitudini e tutti i legami conosciuti. Quasi per caso erano incappati nella lettura di un interrogatorio fatto molti anni prima dall'ex capo della squadra mobile di Palermo Bruno Contrada - da oltre dieci anni sotto processo - al primo e forse unico vero "pentito" di mafia, Leonardo Vitale. Quest'ultimo aveva raccontato, fra le altre cose, che quando, nel 1973, fra la famiglia mafiosa della Noce e quella di un altro quartiere di Palermo era sorto un contenzioso su chi doveva trattenere i soldi del pizzo pagato da un imprenditore della città siciliana, Riina - chiamato a decidere - sentenziò che il soldi andavano a "quelli della Noce perché stanno nel mio cuore".
Una traccia che si rivelerà importantissima. L'ex capitano "Ultimo", questo lo pseudonimo preso da De Caprio nel corso delle indagini, cercò di scoprire per quale motivo Riina avesse particolarmente a cuore quelli della Noce e si convinse che quel quartiere e quella famiglia mafiosa lo proteggevano. Dal settembre del ‘92 cominciò a battere a tappeto la zona, casa per casa, avvalendosi dei tabulati Telecom, Enel e della società palermitana del gas: "Ultimo" e il ROS dell'allora col. Mario Mori  monitorarono la presenza nel quartiere della Noce di ogni eventuale indizio e incapparono negli imprenditori Sansone, che altri "pentiti" avevano sostenuto fossero vicini a Riina. Individuarono in via Bernini 54, appunto alla Noce, alcune abitazioni a loro intestate, anche se i Sansone all'anagrafe risultavano residenti in altre parti di Palermo.

Il 14 gennaio del '93 i carabinieri parcheggiarono sul posto un furgoncino, dotato di telecamere. Dentro, un paio di carabinieri filmavano ogni persona. La sera del 14 i video furono fatti visionare anche al "pentito" Baldassarre Di Maggio (quello del bacio tra lo stesso Riina e Andreotti), l'unico "collaboratore di giustizia" allora in grado di riconoscere Riina, perché lo aveva accompagnato più volte in giro per Palermo. Lo prelevava e lo lasciava in posti sempre diversi e lontani dal covo.

Di Maggio riconobbe Antonietta Bagarella, la moglie del boss, mentre usciva dal complesso residenziale di via Bernini, composto da una serie di villette. Alle 7 del giorno dopo, il 15 gennaio, nascosto con i carabinieri dentro il furgone, Di Maggio riconobbe Riina.

Gli investigatori e i magistrati decisero di agire lontani dal covo per non bruciarlo e infatti Riina fu catturato da "Ultimo" (questo dice sempre la versione ufficiale)  qualche ora dopo in una strada di Palermo.

Nel pomeriggio del 15, diverse ore dopo la sua cattura, succesivamente alle ore 16, il ROS spostò il furgone che era stato parcheggiato vicino all'ingresso del complesso residenziale. Il covo comunque non era stato esattamente individuato e non si sapeva ancora in quale delle villette fosse ubicato. "In una strada dove è quasi impossibile parcheggiare, quel furgone avrebbe destato molti sospetti se fosse stato lasciato in sosta altri giorni", questa la giustificazione dei carabinieri che, sotto il naso, lasciarono che i boss di Riina svuotassero l'appartamento del loro contenuto.

Il sospetto ora è che le cose no andarono come fin qui raccontate ma che in realtà Riina sia stato la contropatrtita di una lunga trattativa tra i carabinieri e la mafia siciliana. In altre parole Riina sarebbe stato "venduto". Da chi è facile immaginarlo. Basta ricordare chi comanda oggi a Palermo Cosa Nostra.

 

ANNI DI PIOMBO:
PARTE MALE IL DIBATTITO
SUL SUPERAMENTO

Di Sandro Provvisionato

Sotto la spinta emotiva delle rivelazioni di Achille Lollo a proposito del rogo di Primavalle (ne parliamo nella DOCUMENTAZIONE) tornano nuovamente ad affacciarsi i fantasmi degli anni di piombo e riemergono i nodi mai sciolti di quel periodo di profonde e radicate ideologie che generarono sangue e disperazione.

Ancora una volta, quindi, si ripropone la questione degli anni Settanta e Ottanta sui quali esiste solo una verità giudiziaria parziale, confusa e spesso contraddittoria e nessuna volontà politica di arrivare ad una soluzione di pacificazione.

Per chiudere quegli anni non servono accuse reciproche tra destra e sinistra, non servono anatemi sui fascisti stragisti e i comunisti sanguinari. L'unico modo, vero, reale, concreto per cominciare è un grande confronto politico che sappia in primo luogo storicizzare e contestualizzare quel periodo.

In secondo luogo è necessario lo sforzo di spogliarsi dei miliardi di pregiudizi radicati e ottiche divergenti per tentare una sintesi comune. La terza cosa da fare è cominciare da tutte le parti, Stato e forze politiche comprese, a dire la verità. A raccontare - a fronte di un'iniziativa politica che chiuda tutte le pendenze giudiziarie - come davvero sono andati i fatti.

Il metodo che invece sembra prevalere e più interessare non solo uomini politici e protagonisti di allora, ma anche e soprattutto i media è quello di spettacolarizzare e, soprattutto, isolare i singoli episodi, astraendoli dal contesto in cui sono accaduti.

Prendiamo proprio la strage di Primavalle. Oggi un atto come quello che tolse la vita ai fratelli Mattei (l'incendio della porta d'ingresso di un palazzo in cui vivevano il segretario della sezione missina del quartiere e la sua numerosa famiglia, moglie e sei figli) non sarebbe neppure lontanamente prevedibile nell'ambito della normale lotta politica. In quegli anni, invece, la lotta politica non era affatto normale. In quegli anni esistevano, come pratica quotidiana, sia l'antifascismo militante, sia l'anticomunismo militante.

Non è questa la sede - per questo c'è il sito www.misteriditalia.com - per una ricostruzione dettagliata di quanto accadde tra il 1968 e l'inizio degli anni Ottanta o anche semplicemente nel solo 1973. Ma basterebbe una semplice cronologia dei fatti per inquadrare cosa stava accadendo in Italia in quegli anni. Una cronologia, un susseguirsi di fatti e avvenimenti, non giustifica certo atti di sangue, ma serve a capire perché la malapianta della violenza e spesso di una violenza assurdamente criminale crebbe con tanto rigoglio di frutti e di semi.

Chi volesse davvero capire quegli anni e dopo averli letti e compresi decidesse di voltare pagina, davvero, dovrebbe porsi le seguenti domande:

E questo per limitarsi solo alle domande iniziali, quelle che servirebbero ad aprire un vero dibattito.
Un dibattito lungo, intendiamoci. Un dibattito difficile nel quale ognuno deve mettere la verità che conosce sul tavolo.

Eppure anche in questo caso il dibattito sugli anni di piombo è cominciato male.
Sul Giornale, l'attuale ministro dell'Agricoltura Gianni Alemanno, sembra volersi limitare ad una conta dei morti. Chi ha ammazzato di più è il più cattivo. Facciamo la somma e poi diciamo chi è stato il peggiore, a destra o a sinistra.

La questione è un'altra. O ammettiamo che i terroristi, gli stragisti, i "gambizzatori", i sequestratori, i tanti neofascisti e i tantissimi comunisti dalle varie sfaccettature sono tutti - nessuno escluso - dei marziani che, scesi dalla loro astronave hanno cominciato, appunto, a terrorizzare, ad ammazzare nel mucchio, a sequestrare, ad alzare il braccio teso o il pugno chiuso, oppure dobbiamo fermarci a riflettere.

Di chi sono figli costoro? Che Italia era quella degli anni Settanta? Cosa è stata la Democrazia Cristiana? Ed il Partito comunista ha colpe? Il Msi ebbe un ruolo?
Studiare, riesaminare, vagliare, interrogare ed interrogarsi.
Questo non vuol dire cercare la solita, sciocca, memoria condivisa, operazione impossibile e anche questa di mera contabilità mortuaria.
Questo vuol dire mostrare che l'Italia è finalmente un paese a democrazia matura che non ha paura di fare i conti con la propria storia e anche con i propri errori.

L'alternativa è parlare della strage di Primavalle da parte di giovani militanti di Potere operaio o dell'assassinio dell'agente Marino ad opera di una manifestazione neofascista (avvenuto solo pochi giorni prima) senza comprendere il perché l'una e l'altro sono accaduti.
Perché tre o sei ragazzi decidono di spaventare (con il rischio di uccidere, come poi è avvenuto) una famiglia di sottoproletari neofascisti? Perché due neofascisti (Loi e Murelli) scelgono di portare bombe a mano ad un corteo politico?
Senza queste risposte quei fantasmi resteranno sempre al loro posto, utili solo a far polemica sui giornali, fantasmi a puro uso politico. Fantasmi per sempre.

 

DELITTO DI COGNE:
SPARITI NUOVI REPERTI

Il RIS dei carabinieri - oggi sugli scudi per la fortunata serie televisiva trasmessa su Canale 5 - ne avrebbe combinata un'altra delle sue. Avrebbe smarrito un importantissimo reperto dell'inchiesta sul delitto di Cogne. Tanto importante che la procura di Aosta è stata costretta ad aprire un'inchiesta contro ignoti.

I fatti: la difesa di Anna Maria Franzoni, la donna già condannata in primo grado per l'omicidio del figlio Samuele (gennaio 2002) si è accorta che un piccolo frammento osseo della testa del bambino - affidato dalla procura di Aosta al col. Luciano Garofano perché lo analizzasse nei laboratori del RIS di Parma - è sparito. Quel frammento è tanto importante perché è una prova irripetibile e serviva a dimostrare che il famoso pigiama indossato dall'assassino in realtà non sarebbe stato indossato da nessuno.

Il RIS dei carabinieri si è giustificato, affermando che il frammento sarebbe stato distrutto durante gli esami dal "vento elettronico".

 

 

PANTANO IRAQ:
VERSO QUOTA 1.500 LE PERDITE AMERICANE

Continua a crescere il macabro bilancio delle perdite americane in Iraq. Al 13 febbraio i caduti sono 1.455. 1.621 se si contano tutti i caduti della 1.621.I dati vengono dal Pentagono: 1.113 sono morti in combattimento e 342 vittime di incidenti o di fuoco amico. Delle perdite alleate, 86 sono state britanniche e 20 italiane.Il numero dei feriti americani ufficialmente dichiarati dal Pentagono s'avvicina ai 10.900 con una media di circa nove ogni morto.Il mese di novembre 2003, che ha visto 137 militari USA morti, resta il mese più letale di tutto il conflitto per le forze armate americane, peggiore dell'aprile dello stesso anno quando i morti USA sono stati 135. Subito dopo viene il gennaio 2005 con 102 caduti.

Dal passaggio dei poteri al governo iracheno ad interim, avvenuto il 28 giugno, il numero delle perdite americane è stato elevatissimo: 595 soldati USA hanno perso la vita in appena sette mesi, con una media di oltre 80 al mese, mentre la media nei 15 mesi precedenti era stata di poco superiore alle 50 unità.Negli ultimi dieci mesi, ci sono stati molti più feriti USA che nei 13 mesi precedenti (quasi 7.600 contro circa 3.300, sempre secondo i dati del Pentagono): una media di quasi 800 al mese, contro una media di meno della metà.Non esiste invece un'indicazione ufficiale sulle perdite irachene, militari e civili: le stime variano da migliaia a decine di migliaia (fino a oltre 100 mila, in valutazioni britanniche) e continuano ad aggravarsi di giorno in giorno.

 

PANTANO IRAQ (2):
SULLE TORTURE
L'ESERCITO NEGA L'ACCESSO A PROVE SEGRETE

L'Esercito americano ha rifiutato agli avvocati del quotidiano Detroit Post l'accesso a prove coperte da segreto nel processo a quattro soldati accusati dell'omicidio per soffocamento di un generale iracheno.

Gli avvocati avevano chiesto che il processo dei quattro militari per l'assassinio del generale Abed Mowhoush fosse aperto al pubblico, ma le Forze Armate hanno rifiutato l'accesso alle prove in base alle quali hanno chiesto e ottenuto di celebrare il processo a porte chiuse.

Mowhoush morì durante un interrogatorio a Qaim, in Iraq, il 26 novembre 2003.

Javal Davis, uno dei secondini di Abu Ghraib, è stato condannato a sei mesi di reclusione dopo avere patteggiato una parziale ammissione di colpevolezza con le autorità militari. Un giudice di Fort Hood, in Texas, ha invece derubricato l'accusa più grave, quella di atti indecenti, nei confronti di un'altra guardia di Abu Ghraib, Sabrina Harman.

Sabrina deve tuttora rispondere di complotto, maltrattamenti di detenuti e abbandono del servizio per non aver denunciato le sevizie. Rischia fino a un massimo di sei anni di prigione nel processo che si aprirà il 7 marzo.

 

PANTANO IRAQ (3):
PROCESSO REGIME SADDAM,
FRATELLASTRO SARň IL PRIMO

Dopo molti annunci e smentite, il processo ai massimi dirigenti del deposto regime di Saddam Hussein dovrebbe finalmente prendere l'avvio "non più tardi dell'inizio del mese di marzio", ma a comparire davanti ai giudici non ci sarà l'imputato numero uno: alla sbarra sarà chiamato Barzan al Tikriti, fratellastro dell'ex rais ed ex ambasciatore iracheno presso la sede ONU di Ginevra.

Secondo quanto ha scritto il diffuso quotidiano internazionale arabo Asharq al Awsat, Barzan sarà processato per l'uccisione di oltre 150 persone, la deportazione di oltre 200 famiglie e per aver ordinato illegalmente l'arresto di oltre 500 persone.

Citando fonti a Baghdad che hanno chiesto di restare anonime, il giornale afferma che la presenza di testimoni "delle feroci azioni commesse contro civili inermi" ha facilitato l'istruzione del processo contro Barzan, che ha comunque ammesso molte delle accuse rivolte contro di lui, cosa che "ha permesso di portarlo in giudizio prima del previsto".

Al contrario, le indagini sul "pù' complesso e grave caso" di Ali Hassan al Majid sono ancora in corso e stanno ritardando l'inizio del processo a suo carico.

Le indagini sulle malefatte di al Majid, più noto come Ali il Chimico per il suo ruolo nello sterminio di oltre 5.000 curdi nel 1988 con i gas nervini, "saranno comunque concluse in un tempo non troppo lungo", hanno aggiunto le fonti.

Quanto a Saddam - non c'è da stupirsene -  ancora non ci sono indicazioni sui tempi del suo processo. Il primo luglio 2004 l'ex rais è comparso davanti ai giudici che gli hanno notificato l'avvio delle indagini a suo carico. Era dimagrito e invecchiato, ma dall'aspetto curato, barba brizzolata ben modellata, scarpe lucidissime. La sua tracotanza intatta. "Sono il presidente dell'Iraq e voi chi siete?", aveva domandato ai suoi accusatori incerti e intimiditi.

Alla fine dello scorso anno il governo provvisorio iracheno aveva fatto sapere che Saddam Hussein sarà processato entro il 2005.

Un paio di settimane fa, i suoi avvocati hanno peraltro denunciato che in Iraq sono stati creati tre "squadroni della morte" per uccidere i legali che hanno dato vita ad un collegio chiamato Isnad (sostegno) per difendere gli ex alti gerarchi dall'accusa di crimini contro l'umanità.

L'Isnad raggruppa circa 1.500 avvocati di tutto il mondo, tra i quali Ramsey Clark, ex ministro della giustizia americano, e afferma che il tribunale speciale che celebrerà il processo è illegale e che il procedimento stesso sarà privo di validità. Senza contare che, secondo quanto ha affermato in un rapporto l'organizzazione Human Rights Watch, i consiglieri USA avrebbero "sbagliato" la preparazione del processo, lasciando la corte "senza prove documentali e legali, e anche senza alcuni testimoni chiave", poiché le forze americane non hanno preservato le prove e i documenti, né hanno protetto i luoghi dei massacri da possibili inquinamenti delle prove, durante la loro invasione.

PANTANO IRAQ (4):
SOLDI DA BUSH AI POLACCHI PER RIMANERE

Il presidente degli Stati Uniti, George Bush, ha incontrato alla Casa Bianca il suo omologo polacco, Aleksander Kwasniewski, al quale ha chiesto di mantenere la propria presenza militare in Iraq. Come bonus, in caso il governo di Varsavia accetti di rimanere nel Paese mediorientale, Bush ha promesso al leader polacco che chiederà al Congresso americano cento milioni di dollari da spendere quest'anno per aiutare la Polonia ad ammodernare le proprie forze armate.

In Iraq, ad oggi, vi sono 2.500 militari polacchi, ai quali è affidato il comando della divisione centro-sud. Però recentemente Varsavia ha annunciato un piano di rientro che prevede, entro fine febbraio, di ridurre i militari a 1.700, ed entro la fine del 2005 di riportare tutti in patria.

Il presidente Bush ha bisogno più che mai di alleati in Iraq, soprattutto nella divisione centro-sud.

A parte i polacchi, anche i militari ucraini (1.589) dovrebbero lasciare il teatro delle operazioni entro metà anno. Se entro breve non si troveranno nuove forze da schierare, oppure se gli attuali alleati non decideranno di rimanere, c'è il rischio elevato che la zona rimanga sguarnita, rimanendo solamente il contingente bulgaro (462 unità), non in grado di gestire un territorio così ampio.

 

PANTANO IRAQ (5):
PRESTO IN SERVIZIO IL SOLDATO ROBOT

"Non hanno fame. Non hanno paura. Non dimenticano gli ordini. E non risentono della morte di quello che fino a poco prima combatteva al loro fianco. Saranno soldati molto migliori degli esseri umani".

Gordon Johnson, del comando degli stati maggiori riuniti americano, ha presentato al New York Times il progetto dell'esercito che riceverà maggiori finanziamenti nella storia, 127 miliardi di dollari, quello per il soldato robot (Future Combat Systems, la definizione formale). In meno di dieci anni, i sistemi automatizzati costituiranno la principale forza di combattimento degli Stati Uniti, nelle intenzioni dei pianificatori.

Ed entro il mese di aprile, il primo esemplare sarà dispiegato a Baghdad: una macchina controllata da lontano in tempo reale da un soldato con un laptop, non solo in grado di neutralizzare un ordigno esplosivo (robot con questa funzione sono già in azione in Iraq), ma anche di sparare mille colpi al minuto, insomma di combattere in prima linea.

Sarà una rivoluzione vera e propria che porterà il bilancio del Pentagono dagli attuali 419,3 miliardi di dollari (questa quantomeno è la richiesta della Casa Bianca per il prossimo anno fiscale) a 502,3 entro i prossimi cinque anni, escluse le spese delle guerre. E il costo annuale dell'acquisto di nuovi sistemi d'arma, da 78 miliardi a 118,6, con un aumento del 52 per cento. Nel 2000 infatti il Congresso ha richiesto che entro dieci anni un terzo dei veicoli e un terzo degli aerei da combattimento siano automatizzati.

Potrebbe essere necessario aspettare fino al 2035 prima di poter disporre di robot che "sembrano, pensano e combattono" come un soldato. "L'obiettivo del Pentagono è chiaro, ma il percorso per arrivarci non è del tutto chiaro", ammonisce Robert Finkelstein, presidente della Robot Technology, mettendo le mani avanti. Ma qualcosa è già stato fatto. In Iraq sono in azione diverse centinaia di robot che cercano ordigni esplosivi sui margini delle strade e in Afghanistan perlustrano grotte alla ricerca di depositi di armi. E ad aprile verrà schierato il primo robot in prima linea. Eppoi, come assicura Johnson, "i militari americani avranno questo genere di robot, non è questione di se, ma di quando".

Fonte : Adnkronos

 

NUOVO TERRORISMO:
DIFFIDE AI DIFENSORI,
LEGALI SOTTO PROTEZIONE

Saranno sotto protezione i due avvocati d'ufficio di Nadia Lioce e Roberto Morandi, i due brigatisti che nei giorni scorsi a Bologna hanno "diffidato" qualsiasi legale da assumerne la difesa, nella prima udienza del processo per l'omicidio di Marco Biagi.

Lo ha deciso il Comitato provinciale dell'ordine e la sicurezza pubblica del capoluogo emiliano.

Gli avvocati Addolorata Pastore e Barbara Paoletti erano state nominate dopo che Lioce e Morandi, in una dichiarazione spontanea, avevano revocato il proprio legale, l'avv. Alessandro Clementi.

 

FATTI DI GENOVA:
GIULIETTO CHIESA E LA CRONACA DEGLI SCONTRI

E' durata oltre tre ore la deposizione di Giulietto Chiesa, all'epoca inviato della Stampa (ora deputato europeo eletto nella lista Occhetto/Di Pietro), davanti al tribunale di Genova che sta processando 28 no global per devastazione e saccheggio, fatti accaduti durante il G8 del luglio 2001.

Chiesa ha fatto la cronaca di tutti gli avvenimenti a cui ha partecipato come testimone nelle giornate del 20 e del 21 luglio: "Il 20 luglio - come lui stesso ha raccontato - uscii dall'albergo di fronte alla stazione Brignole e la situazione era normale. C'era un doppio spiegamento di polizia e i viali che andavano verso il mare erano bloccati dai container. Decisi così di andare a fare un giro nella zona circostante e in piazza Paolo da Novi trovai molti giovani tra cui un gruppo comprendente francesi e tedeschi vestiti di nero che stavano disselciando la strada. Mi sorprese che non vi fosse alcun presidio della polizia. Preoccupato della situazione ho cercato invano di mettermi in contatto con il capo delle tute bianche Casarini per avvisarlo della situazione, ma non ci sono riuscito. Son tornato indietro e poi sono ritornato sui miei passi appena in tempo per vedere che gruppi di nero vestiti erano diventati di diverse centinaia di persone che tiravano sassi, incendiavano cassonetti, devastavano la banca e anche alcune macchine bruciate".

Poco tempo dopo Chiesa si sposta verso corso Castaldi dove si stava formando il corteo delle cosiddette tute bianche. "Mi sono portato all'interno della testuggine, cioè delle paratie di plastica che coprivano la testa del corteo e non ho visto nessun tipo di arma, solo caschi e delle coperture difensive - ha raccontato ancora il giornalista - poi più tardi all'incrocio con corso Torino senza alcun preavviso è cominciato un lancio di lacrimogeni a cui è seguita una carica. Si è formata così un'imbottigliatura e chi si è trovato in mezzo è rimasto per forza coinvolto. Per tre ore, tre ore e mezza, la zona è stata un campo di battaglia. C'era un caos totale e ritengo sia stato un miracolo che anche lì non ci sia scappato il morto".

"In seguito - ha continuato Chiesa - mentre arretravo verso piazza Tomaseo mi son dovuto riparare da un lancio di sassi ed evitare i cassonetti incendiati che venivano lanciati in discesa contro un gruppo di carabinieri. Nel frattempo veniva assaltato e incendiato un furgone dei carabinieri. Seguivano poi scontri violenti tra polizia e manifestanti e ho visto massacrare due ragazzi che non c'entravano niente".

La testimonianza di Chiesa è proseguita poi con quello che ha visto in piazza Alimonda dove il giornalista arrivò poco dopo l'uccisione di Carlo Giuliani: "C'era una tensione molto alta in molti gridavano assassini assassini, poi ad un certo punto Giuliani è stato portato via e la polizia si è ritirata".

Infine Chiesa ha raccontato quello che ha visto il giorno dopo nel corso del lungo corteo che si svolgeva sul lungomare: "C'era una marea di gente, l'inizio degli scontri è nato quando la polizia ha fatto un nutrito lancio di lacrimogeni. La testa del corteo stava girando in via Rimassa ma tre quattro mila persone si erano fermate poco prima e davanti a loro un gruppo di qualche centinaia di persone stava attaccando proprietà e polizia. Erano gruppi organizzati che avevano fra di loro persone di 25-40 anni con spranghe e oggetti contundenti e spaccavano le vetrine e incendiavano. La gente intorno reagiva e apostrofava con frasi tipo ‘ma siete pazzi, maledetti', uno che cercava di fermarli venne sprangato. Erano squadre molto decise che agivano in modo molto coordinato e tra cui ho sentito parlare tedesco, che fanno durare questa azione mezz'ora o forse più. A questo punto avanza la polizia, prima con un lancio di lacrimogeni, poi con lo schieramento ed entra in contatto con i manifestanti che non avevano partecipato alle devastazioni, tanto è vero che viene presa la decisione di far svoltare il corteo in una strada prima di quella prevista, ma la carica era comunque violentissima, era praticamente spaccato in due il corteo".

Infine, nella fase finale della sua deposizione, Giulietto Chiesa ha raccontato come fosse arretrato fino a Punta Vagno (sempre in corso Italia): "La polizia continuava ad avanzare. E' allora iniziata una caccia all'uomo individuale che ha colpito tutta gente che non c'entrava niente con gli scontri".

 

CASO ALPI-HROVATIN:
GENITORI GIORNALISTA
SENTITI DA PM PERUGIA

I genitori di Ilaria Alpi, la giornalista uccisa in Somalia nel marzo del 1994 insieme alL'operatore Miran Hrovatin, sono stati sentiti come persone informate dei fatti dalla procura di Perugia che ha aperto un fascicolo sulla vicenda.

"Non possiamo assolutamente dire niente sul contenuto delle deposizione", hanno detto al termine Giorgio e Luciana Alpi.

"Quando parliamo con magistrati seri come questi - ha detto Luciana Alpi intervistata dal Tg3 dell'Umbria - ci si allarga il cuore. E' una speranza in piu' per conoscere la verità sulla morte di nostra figlia".

Il fascicolo sarebbe stato aperto dal sostituto procuratore Sergio Sottani in seguito all'attività svolta dalla commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte della Alpi e di Hrovatin. Il reato ipotizzato sarebbe quello di falsa testimonianza.

Alcuni magistrati romani - secondo indiscrezioni - sarebbero stati già iscritti nel registro degli indagati. La procura di Perugia è infatti competente a occuparsi di tutte le indagini che coinvolgono i pm della capitale.

 

MAFIA (3):
PER PROTEGGE I "PENTITI"
SPESI NEL 2003 61,6 MILIONI DI EURO

Ammontano a 61.607.933 euro le spese complessivamente sostenute dallo Stato nel 2003 per proteggere i "collaboratori di giustizia". Le principali voci di spesa sono rappresentate dalle sistemazioni alloggiative e dagli assegni mensili.

Il dato emerge dalla relazione al Parlamento del ministero dell'Interno sulle speciali misure di protezione.

Al 31 dicembre 2003 i "collaboratori di giustizia" sottoposti a programmi di protezione erano 1.119, cui si aggiungono 3.441 familiari. Contando anche i testimoni di giustizia ed i loro familiari, la popolazione protetta ammonta a 4.806 persone.

Tra i collaboratori, 401 provengono da gruppi dell'area mafiosa siciliana e 253 da gruppi camorristici; quelli riconducibili alla 'Ndrangheta sono invece 155. Quanto ai familiari, la fascia di età più numerosa è rappresentata dai minori (47% del totale).

Nel secondo semestre del 2003, il Servizio centrale di protezione ha fornito ai collaboratori ed ai testimoni 707 documenti con nomi di copertura: per 33 c'è stato il cambiamento definitivo delle generalità.

Per quanto riguarda il capitolo sanzioni, nel secondo semestre del 2003 sono stati comunicati alla Commissione centrale 63 casi di violazioni comportamentali (tra reati e violazione delle regole di riservatezza) riferiti a 34 "collaboratori di giustizia" o loro congiunti. A seguito di queste segnalazioni la Commissione ha revocato prima della scadenza o non prorogato ulteriormente sette programmi di protezione; erano stati cinque nel precedente semestre. E' stato anche revocato un programma nei confronti di un testimone, che aveva abbandonato la località in cui era stato trasferito, rinunciando alle misure di protezione.

 

MAFIA (4):
MAGGIORI TUTELE PER I TESTIMONI

Il nuovo regolamento che regola la protezione dei "pentiti" e dei testimoni di mafia stabilisce regole nuove a vantaggio di questi ultimi: oltre alla sistemazione alloggiativa e alle spese mediche, sono previste per i cittadini che testimoniano su delitti di mafia, misure "volte a garantire un tenore di vita personale e familiare non inferiore a quello precedente l'avvio del programma" o, in alternativa, una "capitalizzazione" dei costi, riferita ad un periodo tra i due e i dieci anni, mediante l'erogazione di una somma di denaro al termine del programma di protezione.

Alla "capitalizzazione" si aggiunge l'importo forfettario di 10.000 euro, rivalutabile secondo gli indici Istat, come contributo per la sistemazione alloggiativa. E' poi prevista la "corresponsione di una somma a titolo di mancato guadagno" derivante dalla eventuale cessazione dell'attività lavorativa del testimone e dei suoi familiari nella località di provenienza.

Per il reinserimento economico e sociale, il testimone di giustizia potrà accedere a mutui agevolati e, in caso di trasferimento in un'altra località, avrà diritto ad ottenere l'acquisizione al patrimonio dello Stato dei beni immobili dei quali è proprietario "dietro corresponsione dell'equivalente in denaro a prezzo di mercato".

Nel nuovo mregolamento è stabilito che il testimone si impegna, tra l'altro, ad evitare ogni azione "che comporti la rivelazione e la divulgazione della nuova identità, della sede di residenza o dello status di persone sottoposte a programma di protezione". Necessario anche "prestare la più ampia collaborazione con il personale addetto alla loro protezione" ed evitare ogni iniziativa "non rispettosa delle prescrizioni impartite che metta in pericolo la sicurezza delle persone sottoposte al programma di protezione e del personale che le tutela".

 

MAFIA (5):
E' ASSOLTO, MA GLI CONFISCANO I BENI

Un nuovo ricorso alla Corte Europea per i diritti dell'uomo è stato presentato da Benedetto Labita, di Alcamo, che, nonostante sia stato assolto dall'accusa di associazione mafiosa, continua ad avere i beni confiscati.

La Corte di Strasburgo (che ha accolto il ricorso, riservandosi di esaminarlo in una delle prossime sedute) nel 2000 aveva già condannato lo Stato italiano per aver confiscato i beni a Labita, basandosi solo sul sospetto di mafiosità.

Nonostante la sentenza della Corte europea, nel 2003, la Corte d'Appello di Palermo ha respinto la domanda di revisione del procedimento di confisca. Stessa decisione è stata adottata dalla Cassazione.

Labita denuncia lo Stato italiano "per non aver dato esecuzione - spiega l'avvocato Baldassare Lauria - alla sentenza pronunciata nel 2000 dalla Corte di Strasburgo". Intanto, lo scorso 19 gennaio, l'Agenzia del demanio ha notificato a Labita lo sfratto esecutivo dall'abitazione di Alcamo dove risiede con moglie e figli.

Sono complessivamente una decina nel Trapanese i casi analoghi a quello di Benedetto Labita.

 

STRAGE DI VIA PALESTRO: ERGASTOLO PER I FRATELLI FORMOSO

La Corte d'Appello di Milano ha confermato la sentenza di primo grado del dicembre del 2003 con la quale i fratelli Giovanni e Tommaso Formoso sono stati condannati all'ergastolo per la strage di via Palestro a Milano, dove il 27 luglio 1993 persero la vita cinque persone (4 vigili del fuoco e un cittadino del Marocco).

Giovanni e Tommaso Formoso sono ritenuti anche dai giudici d'appello rispettivamente il coordinatore ed il basista della strage.

Giovanni Formoso, già condannato per mafia e omicidio, è coinvolto anche negli attentati al Vicariato e alla chiesa di San Giorgio in Velabro a Roma, contro le quali vennero fatte esplodere due autobomba, proprio come a Milano in via Palestro davanti al Padiglione di Arte Contemporanea.

Il processo milanese è stato uno stralcio di quello celebrato a Firenze negli anni scorsi a mandanti ed esecutori delle stragi della primavera-estate del 1993.

A Firenze i giudici hanno inflitto 15 ergastoli, confermati dalla Cassazione nel 2002, alla Cupola di Cosa Nostra: Totò Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro. Il "pentito" Giovanni Brusca venne condannato invece a 20 anni di reclusione.

Il movente degli attentati, compreso quello di Milano avvenuto in piena inchiesta Mani pulite resta quanto mai debole ed evanescente: costringere lo Stato a scendere a patti sul carcere duro e leggi sui "pentiti".

Giovanni e Tommaso Formoso vennero arrestati nel gennaio del 2002, dopo che vennero ritrovate nel pollaio del secondo, a Caronno Pertusella (Varese), tracce di pentrite e T4, gli esplosivi utilizzati per le stragi.

Secondo gli inquirenti, il locale sarebbe stato utilizzato come base logistica per imbottire di esplosivo la Fiat uno che saltò in aria la notte del 27 luglio del 1993 in via Palestro.

Il nome di Giovanni Formoso era stato fatto in modo generico da alcuni "pentiti". Secondo l'accusa, sarebbe stato incaricato da Giuseppe Graviano di collaborare alla preparazione delle stragi di Milano e Roma e di trovare un basista per via Palestro, identificato poi nel fratello Tommaso.

 

DELITTO DI ARCE:
NESSUN ALTRO INDAGATO OLTRE BELLI

"Non ci sono altri indagati per l'omicidio di Serena Mollicone. Abbiamo presentato ricorso in appello proprio perché siamo convinti che l'unico colpevole sia Carmine Belli".

I procuratori di Cassino, Carlo Morra e Maurizio Arcuri, inquirenti nell'indagine per l'uccisione della 18enne di Arce, smentiscono categoricamente la notizia apparsa su un quotidiano locale che dà per certo l'imminente fermo di tre persone residenti in paese. "Se avessimo avuto altri indagati per noi sarebbe stato più facile. Avremmo dato un nome e un volto ad eventuali complici di Belli. Purtroppo non è così", affermano ancora gli inquirenti, non nascondendo un certo accanimento giudiziario dopo che nel processo è stata ampiamente dimostrata una notevole inconsistenza delle prove a carico del Belli.

Serena Mollicone venne uccisa nel giugno del 2001 e ritrovata abbandonata in un bosco due giorni più tardi. Dopo alcune piste seguite dai Carabinieri, l'UACV, sezione speciale della Criminalpol, dopo 17 mesi di accurate indagini raccolse diversi elementi a carico del carrozziere di Rocca D'Arce. Elementi che però non sono stati sufficienti per il tribunale di Cassino che il 7 luglio del 2004, dopo quasi due anni di carcere, ha assolto il presunto assassino di Serena. Da allora l'indagine è completamente ferma.

 

CARCERI:
NEL 2004 94 MORTI, 52 PER SUICIDIO

Morire di carcere, suicidandosi o per malattia oppure in seguito a overdose o per mal definite " cause naturali": accade sempre più spesso. In un anno - stando ad un dossier di Ristretti Orizzonti, sito web di informazione realizzato da detenuti e operatori volontari della Casa di Reclusione di Padova e dall'Istituto di pena femminile della Giudecca (Venezia) - i casi sono cresciuti quasi del 30 per cento.

Nel corso del 2004, secondo il dossier, nelle carceri italiane sono morte, per cause diverse, 94 persone: 52 per suicidio (47 uomini e 5 donne, 36 italiani e 16 stranieri), 26 per malattia, 10 per "motivi non accertati", 4 per overdose, 2 per omicidio.

L'anno precedente i decessi erano stati 75, dei quali 51 per suicidio, 6 per overdose, 9 per malattia e altrettanti per "cause non chiare".

Nel 2002, su un totale di 75 decessi, i suicidi erano stati 43, i morti per overdose 3.

E la tendenza è ad un ulteriore incremento: nel solo mese di gennaio 2005, secondo i dati raccolti da Ristretti Orizzonti, si sono verificati 12 nuovi casi, tra i quali 10 suicidi: Fiorenzo, varesino di 44 anni, si impicca nella sua cella nel carcere di Lodi dopo che gli è stato negato di poter tornare a casa per le festività natalizie; Francesca, quarantenne sieropositiva e tossicodipendente, condannata a 20 anni di reclusione, si uccide lanciandosi nel vuoto da una rampa di scale nel carcere di Messina; Giuseppe, siciliano di 53 anni, si impicca con un lenzuolo alle sbarre della sua cella nel carcere di Augusta (Siracusa) pochi mesi prima di tornare libero.

Sono queste alcune delle terribili storie raccolte nel dossier, e visibili sul sito www.ristretti.it . Quasi tutti i suicidi avvenuti in carcere nel 2004 sono stati attuati mediante impiccagione; qualcuno tramite inalazione di gas, più rare le cadute o le ferite da taglio. Innumerevoli, infine, i casi di tentato suicidio.

Gli istituti di pena - dove nel biennio 2002-2003 si sono verificati più decessi - sono: il carcere romano di Rebibbia (9), seguito da Cagliari, San Vittore (Milano) e Sassari (8), quindi Marassi (Genova) con 6 decessi e Poggioreale (Napoli) con 5.

Dei detenuti che, nello stesso periodo, si sono suicidati, il 40 per cento aveva una condanna definitiva e il 36 era in attesa di giudizio. Sul totale dei decessi, il 35 per cento aveva tra 21 e 30 anni, il 27 tra 31 e 40 anni; il 79 erano italiani e il 21 stranieri.

 

CECENIA:
LA GUERRIGLIA POSSIEDE
UNA BOMBA NUCLEARE?

L'oligarca in esilio Boris Berezovski agita lo spettro del terrorismo atomico nella speranza di spingere il presidente russo Vladimir Putin all'apertura di negoziati di pace con il leader indipendentista ceceno Aslan Maskhadov.

"La guerriglia cecena è entrata in possesso di una bomba nucleare portatile. Manca ancora qualche elemento, ma si tratta di dettagli. L'ho saputo da persone affidabili", avverte il miliardario, fuggiasco a Londra dal 2000, dopo la rottura con con Putin, che a differenza del suo predecessore Boris Ieltsin non tollerava di averlo al Cremlino come eminenza grigia.

In un'intervista al tabloid Komsomolskaya Pravda, Berezovski rivela che lo scorso autunno ha passato ai servizi segreti russi (Fsb) tutte le allarmanti notizie sui progetti atomici della guerriglia cecena.

L'oligarca non ha dubbi: Putin farebbe meglio, molto meglio ad accettare il ramoscello di ulivo offerto dall'ex-presidente della repubblica autonoma cecena Mashkadov, che nei giorni scorsi ha proclamato un "cessate-il-fuoco" unilaterale fino al 22 febbraio e si dice pronto a negoziati di pace tramite un "emissario all'estero" da lui designato nella persona di Umar Khambiev.

"Quello che succede in Cecenia - argomenta Berezovski - finirà male per la Russia. Perderemo il Caucaso, il Tatarstan e così via. Quando la crisi cecena si aggraverà, l'occidente finirà per mandare con piacere forze di pace in quella regione e per la Russia sarà la sconfitta totale".

Il Cremlino non ne vuole però assolutamente sapere di trattative con i "terroristi ceceni uccisori di bambini", anche nella convinzione che sta vincendo la guerra ormai in corso dall'autunno 1999.

L'FSB ha reagito in modo sprezzante alle esternazioni di Berezovski che - nella seconda metà degli Anni Novanta - quando era vicesegretario generale del Consiglio Nazionale per la sicurezza - si è molto occupato del problema ceceno, al punto da essere adesso accusato a Mosca di "connivenza con il nemico".

"Non riteniamo utile - hanno tagliato corto i servizi segreti russi - commentare le dichiarazioni deliranti, soprattutto quelle fatte da persone ricercate dall'Interpol".

Il ministero degli Esteri ha smentito che i ceceni possano disporre di ordigni atomici e ha accusato l'oligarca di "voler disseminare in Russia il nervosismo e un complesso di  vulnerabilità".

Da parte sua il Comando generale delle forze federali per la Cecenia ha definito "una menzogna totale" la tregua proclamata da Maskhadov che, tra l'altro, ha chiesto ai paesi occidentali di "uscire dal loro silenzio" e premere su Putin per l'apertura di negoziati di pace: "Quello di Maskhadov è soltanto un espediente per guadagnare tempo. Una settimana dopo l'entrata in vigore della tregua le bande guerrigliere continuano a operare come al solito, sparando contro le forze federali, compiendo attentati a spese anche dei civili".

Intanto il capo-guerrigliero ceceno Shamil Basaiev, responsabile dell'attacco alla scuola di Beslan sfociato a settembre in una terribile strage di bambini, ha smentito le voci circolate negli ultimi giorni sulla sua morte nella seconda metà di gennaio vicino alla città di Gudermes, in seguito ad un problema di reni o di un violento diverbiio con alcuni "mercenari arabi".

"Sono vivo e voglio vivere ancora a lungo", dice la primula rossa cecena in un'intervista video di 4 minuti diffusa da un sito Internet che fa da megafono alla causa indipendentista.

Basaiev conferma la sua intenzione di rispettare la tregua decisa da Maskhadov, ma ancora una volta mette in evidenza che continuerà nella lotta armata fino a quando la Cecenia - adesso una repubbblica autonoma all'interno della federazione russa - non diventerà a tutti gli effetti "un paese indipendente e sovrano".

Fonte: ANSA

 

SERBIA:
PENSIONE A MIRA MARKOVIC MILOSEVIC,
MA LA VUOLE ANCHE IL MARITO

di Beatrice Ottaviano (ANSA)

Due anni fa lasciava il paese alla chetichella, pochi giorni prima della scadenza del suo mandato parlamentare e della relativa immunità: ma oggi Mira Markovic, moglie dell'ex presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, ha per lo stato serbo diritto a una pensione, sia per i suoi 33 anni di insegnamento all'università di Belgrado, sia come ex deputato. E' un reddito non esorbitante, 25.000 dinari mensili (circa 312 euro), ma è comunque maggiore di quello del postino Aleksander Rakovic, incaricato di recapitare la pensione che ha bussato all'ultimo indirizzo conosciuto della famiglia, una villa loro intestata a Dedinje, nei quartieri alti di Belgrado.

Al campanello, ha poi raccontato, ha risposto un guardiano, che ha detto che "in questo momento la signora non può uscire". La busta è tornata quindi indietro.

Per uscire, Mira in realtà è uscita da tempo: si trova a Mosca, ospite dal 23 febbraio 2003, più o meno in incognito, del cognato ed ex ambasciatore jugoslavo in Russia Boris Milosevic.

Due settimane prima, era stata dichiarata defunta la Federazione jugoslava della quale la ex first lady era rappresentante parlamentare, due settimane dopo la giovane democrazia serba avrebbe vissuto il trauma devastante dell'uccisione del primo ministro Zoran Djindjic.

Mira, considerata dal pubblico serbo come l'anima nera del marito, è ricercata in patria dalla polizia per un reato marginale, un abuso di autorità per un favore fatto a una baby sitter: "Come fermare un serial killer perché ha parcheggiato in doppia fila", commentano i giovani del movimento storico di resistenza Otpor di Pozarevac, vecchio feudo della famiglia Milosevic nella Serbia centrale. Ma per lei circola anche un mandato Interpol, il cui contenuto è meno pubblicizzato.

Sarebbe citata come "testimone informata" in due clamorosi casi di omicidio, l'uccisione nell'aprile del 1999 - nel pieno dei raid NATO - del giornalista ed editore Slavko Curuvija e il rapimento e assassinio dell'ex presidente serbo Ivan Stambolic, scomparso da Belgrado nell'agosto del 2000 e i cui resti vennero alla luce solo nel 2003.

Come la madre, è scomparso nelle grandi strade moscovite il figlio di Slobo, Marko. In patria, erano leggendarie la sua passione per le auto sportive di lusso e per i contatti definiti "pericolosi". Nella notte che seguì alla resa di Milosevic, il 6 ottobre del 2000, un suo amico in odore di mafia venne ucciso in Grecia: poche ore dopo Marko era a bordo del volo di linea per Mosca, e da lì se ne sono perse le tracce. Per lui, i giudici hanno in sospeso un processo per minacce ed estorsione - aveva picchiato e torturato assieme a delle guardie del corpo un giovane dell'opposizione - che in prima istanza si era concluso in farsa, con una condanna a sei mesi, ma che per la corte d'appello va interamente rifatto.

Resta Marija Milosevic, la figlia ex ribelle divenuta la più strenua sostenitrice di papà: è da qualche parte in Bosnia, pare in contatto con i gruppi più nostalgici e nazionalisti.

Slobodan, invece, si sente solo: dalla sua cella di Scheveningen, le carceri del Tribunale penale internazionale in Olanda, rivendica il suo diritto alle visite dei familiari, che una, a suo dire, "ingiusta persecuzione" tiene lontani dalle frontiere patrie ed europee. Ha chiesto aiuto ai nuovi beniamini del Partito radicale fondato dal compagno di prigione Vojislav Seselj, ora assurto al rango di primo partito del parlamento serbo. Questi non si sono fatti pregare: vogliono una risoluzione dei deputati per amnistiare di fatto i Milosevic, congelando tutti i processi che li riguardano. Una risoluzione che comunque non hanno i numeri per imporre, e che gli esperti ritengono incostituzionale.

Nel frattempo, anche Slobo esige la sua pensione: non quella, misera, di anzianità, che pure lo stato è disposto a riconoscergli, ma quella da presidente. E non per i circa 100.000 dinari (1.250 euro, quasi sette volte il salario medio mensile in Serbia) che comporta, ma per il principio. Potrà però averli solo se otterrà una condanna inferiore ai sei mesi di reclusione, risponde adamantina la burocrazia.

 
DOCUMENTAZIONE

ELEZIONI IN IRAQ:
ANCHE IN VIETNAM L'AFFLUENZA ERA STATA BUONA

Le similitudini con la propaganda sulle elezioni irachene di domenica scorsa sono tali e tante da risultare surreali. di Sami Ramadani

Il 4 settebre 1967, il New York Times pubblicò un articolo ottimistico sulle elezioni presidenziali indette dal regime fantoccio del Vietnam del Sud in piena guerra del Vietnam. Intitolato "US encouraged by Vietnam vote: Officials cite 83% turnout despite Vietcong terror" [Gli Usa incoraggiati dal voto in Vietnam: funzionari parlano di un'affluenza dell'83%, nonostante il terrorismo dei Vietcong], l'articolo raccontava come gli americani fossero stati "sorpresi e rincuorati" dalla grande affluenza, "nonostante una campagna terroristica dei Vietcong, mirante a sovvertire il processo elettorale". Il successo elettorale, continuava l'articolo, "è sempre stato considerato la chiave di volta della politica del presidente Johnson, tesa a incoraggiare lo sviluppo di processi costituzionali nel Vietnam del Sud". Le similitudini con la propaganda sulle elezioni irachene di domenica scorsa sono tali e tante da risultare surreali.

Data la valanga di messaggi propagandistici degli ultimi giorni, qualcuno potrebbe persino aver pensato che il 30 gennaio 2005 l'occupazione statunitense dell'Iraq sia terminata, e che il popolo iracheno abbia finalmente ottenuto libertà e democrazia. Si è trattato di una campagna a più strati, che ricorda da vicino il delirio sulle armi di distruzione di massa o le fantasie sui fiori con cui gli iracheni avrebbero accolto le forze di occupazione. Non è stato mai permesso che il tentativo di conciliare le parole democrazia, libertà e giustizia con la realtà brutale dell'occupazione, delle leggi marziali, di una commissione elettorale nominata dagli Stati Uniti e con la segretezza sui candidati rovinasse tutta la montatura.

Se la verità è la prima vittima della guerra, allora le cifre affidabili devono essere le prime vittime di elezioni controllate dagli occupanti.

Il secondo strato di propaganda è stato studiato per convincerci che la stragrande maggioranza degli iracheni ha preso parte alle elezioni. Le cifre iniziali, che stimavano l'affluenza attorno al 72 per cento, sono state rapidamente ridimensionate al 58 per cento degli iscritti alle liste elettorali. Allora, che percentuale della popolazione adulta è iscritta all e liste elettorali?

L'ambasciatore iracheno a Londra non è stato in grado di illuminarmi su questo. Infatti, come confermano fonti delle Nazioni Unite, non è mai stata pubblicata una lista degli iscritti. Tutto quello che sappiamo è che circa 14 milioni di persone avevano diritto a votare.

Per quanto riguarda gli iracheni all'estero, la comunità di espatriati, che conta circa 4 milioni di persone (di cui forse poco più di 2 milioni aventi diritto al voto) ha prodotto solo 280 mila iscritti. Di questi, 265 mila hanno votato.

L'Iraq meridionale, più religioso di Baghdad, ha risposto positivamente alla posizione del grande Ayatollah al-Sistani: costringere gli Stati Uniti a scoprire le proprie carte e votare per una lista dichiaratamente ostile all'occupazione.

I sostenitori di Sistani hanno dichiarato che considerano il voto di domenica il primo passo per mandar via a calci gli occupanti. I mesi che seguono metteranno queste dichiarazioni a dura prova. Nel frattempo, è probabile che il movimento popolare di Moqtada al-Sadr, che ha rifiutato di partecipare alle elezioni come una farsa, torni a fare resistenza aperta all'occupazione.

L'affluenza massiccia nel Kurdistan riflette in primo luogo la richiesta del popolo curdo di autodeterminarsi. L'amministrazione statunitense ha, fino a questo momento, represso queste aspirazioni. La recente proposta di dividere l'Iraq in tre stati, avanzata da Henry Kissinger, riflette un importante cambio di prospettiva tra i membri più influenti dell'establishment americano che, capeggiati da Kissinger quando questi era segretario di Stato, negli anni '70, abbandonarono i curdi al loro destino e incoraggiarono un'alleanza tra Saddam e lo Scià iraniano.

Il 30 gennaio scorso George Bush e Tony Blair hanno pronunciato discorsi eroici, lasciando intendere che gli iracheni sono andati a votare per appoggiare l'occupazione. Chi insiste che gli Usa stanno cercando disperatamente una vita d'uscita dall'Iraq non hanno ben capito quali sono le loro intenzioni. I fatti, inclusa la costruzione in Iraq di enormi basi militari, indicano che gli Stati Uniti hanno tutte le intenzioni di instaurare e appoggiare un duraturo regime-fantoccio. Per questa ragione, la presenza statunitense continuerà, con tutte le sue terribili conseguenze in termini di carneficine e distruzioni.

Nei giorni precedenti le elezioni, gran parte dei media occidentali le hanno presentate come un duello senza esclusione di colpi tra il terrorista Zarqawi e il popolo iracheno, con le forze di occupazione impegnate a dare il meglio di sé per permettere alla gente di sconfiggere lo spiegato assassino giordano. In realtà, non solo la violenza settaria di Zarqawi e soci è condannata da tutti gli iracheni a prescindere dal colore politico, inclusi i sostenitori della resistenza, ma sono in molti a pensare che sia tacitamente appoggiata dalle forze occupanti. Questi atteggiamenti non sono presi in considerazione dagli osservatori esterni, ma il curriculum di John Negroponte, l'ambasciatore statunitense a Baghdad, che negli anni '80 appoggiava le squadre della morte in America centrale, non fa che alimentare questi timori, così come gli articoli di Seymour Hersh sulle squadre assassine e l'entusiasmo del Pentagono per l'"opzione salvadoregna".

Un'analisi onesta della mappa sociale e politica dell'Iraq rivela che gli iracheni sono sempre più uniti nella determinazione di porre fine all'occupazione. Che abbiano partecipato alle elezioni di domenica o le abbiano boicottate questo legame politico non tarderà a manifestarsi - esattamente com'è accaduto in Vietnam - nonostante le differenze tattiche e nonostante i tentativi delle forze occupanti di dominare gli iracheni alimentando le divisioni etniche e religiose

Fonte: The Guardian, 1 febbraio 2005 in http://www.zmag.org/Italy/ramadani-affluenza-vietnam.htm

 

STRAGE DI PRIMAVALLE:
DOPO LA PRESCRIZIONE NUOVI INDAGATI

"Non siamo stati in tre ad organizzare l'attentato. Eravamo in sei. Ho rispettato un silenzio di oltre trent'anni, ma oggi non ha più senso. Voglio dire tutta la verità sul rogo e sulla morte dei fratelli Mattei".

Con queste parole Achille Lollo ha riaperto il caso Primavalle, riportando sul tavolo degli inquirenti di Roma il fascicolo sulla strage dei fratelli Mattei.

Era la notte tra il 15 e il 16 aprile del 1973, quando due figli del segretario della locale sezione del MSI, Mario Mattei, Stefano e Virgilio, 22 e 8 anni, morirono nell'incendio della loro abitazione.

Un caso risolto con la condanna per Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo, latitanti da sempre e dichiarati colpevoli con una condanna non eseguibile a 18 anni di reclusione. Una condanna che si è prescritta il 28 gennaio scorso. Lollo scontò all'epoca due anni di carcere preventivo, mentre gli altri due, che si diedero quasi subito alla latitanza grazie anche all'aiuto dei compagni di allora, non trascorsero una sola notte in carcere, ma furono condannati a una vita in esilio.

Ed è proprio dal suo esilio in Brasile che Lollo ha deciso, a 32 anni dalla strage, di raccontare finalmente la "sua verità".

Aveva annunciato un memoriale, ha scelto invece un'intervista al Corriere della Sera per svelare i nomi degli altri tre presunti esecutori della strage, due donne e un uomo coperti per trent'anni da quello che lui stesso definisce un "silenzio ideologico": Elisabetta Lecco, Diana Perrone e Paolo Gaeta.

Il 14 febbraio la procura di Roma, dopo aver valutato per alcuni giorni le dichiarazioni fatte da Lollo e aver ascoltato in Brasile il giornalista che lo ha intervistato, ha deciso di indagare per strage i tre ex di Potere Operaio.

In realtà i nomi di Lecco, Perrone e Gaeta erano già emersi pochi giorni dopo la strage in cui morirono i fratelli Virgilio e Stefano Mattei. A chiamarli in causa la prima volta fu Marino Clavo che, a un paio di settimane dall'attentato, in un'intervista al settimanale L'Espresso, disse che la notte della strage, compiuta tra il 15 e il 16 aprile del 1973, era tornato a casa intorno alla mezzanotte, insieme a Paolo Gaeta e a Diana Perrone, con cui condivideva l'appartamento di via Segneri a Roma.

Gaeta e la Perrone vennero indagati, ma divennero quasi subito testimoni. Secondo quanto ha raccontato Achille Lollo nell'intervista al Corriere della Sera, la Lecco, la Perrone e Gaeta "facevano parte di un collettivo che avevamo creato qualche mese prima, vicino a Potere operaio" e organizzarono l'attentato insieme a lui, Clavo e Grillo.

"Attorno a mezzanotte - ha detto Lollo, ricordando la dinamica dei fatti - ci incontrammo tutti vicino a piazza Farnese. Avevamo due Cinquecento, io e Grillo con una e gli altri quattro sull'altra. Ci mettiamo d'accordo sull'azione e ci separiamo. Verso l'una e mezzo, io e Grillo ripassiamo a prendere Clavo ed Elisabetta Lecco, i due erano fidanzati. Loro avevano la tanica per l'attentato. Ci fermiamo da un benzinaio, un distributore automatico, e dividiamo a metà mille lire tra la tanica e il serbatoio della macchina".

"Arrivammo in quattro sotto casa Mattei, verso le due e un quarto di notte – prosegue Lollo - ma le luci nell'appartamento erano ancora accese. Decidiamo di fare un altro giro. Verso le tre meno un quarto, infine, io e Clavo saliamo le scale della palazzina, arriviamo dietro la porta dei Mattei con tanica, innesco e cartello di rivendicazione. E lì avviene il disastro".

"Se tutto avesse funzionato – ricorda Lollo - avremmo provocato un botto e annerito la porta dell'appartamento. Invece io sbaglio, l'acido mi cola tra le mani e scappiamo, lasciando la tanica inesplosa. Da quel giorno ho il dubbio su cosa sia davvero successo dopo".

Secondo Lollo, dunque, in via Bibbiena c'erano lui, Grillo, Clavo e la sua ragazza, Elisabetta Lecco, mentre Gaeta e Diana Perrone "erano rimasti a casa". Anche se, ha tenuto a sottolineare l'ex di Potere operaio "anche loro parteciparono a tutta l'operazione: furono loro a preparare il cartello di rivendicazione".

Poi, il 17 aprile 1973, ci fu la riunione di Potere operaio in via del Boschetto, con l'intero vertice romano dell'organizzazione.

"Io e gli altri - ha raccontato Lollo - eravamo tra i sospettati, ci sommersero di domande. Negammo tutto. Poi noi sei ci ritirammo in una stanza appartata e facemmo un giuramento, lo chiamammo silenzio ideologico". Il giorno dopo, prosegue, "venni arrestato".

"Nessuno degli altri cinque scappò - ha ricordato Lollo - erano strasicuri che non avrei parlato. Clavo e Grillo fuggirono all'estero qualche tempo dopo. Gli altri tre non ne ebbero mai bisogno, qualcuno o qualcosa li salvò dall'accusa".

Lollo, dunque, fu il primo a finire in carcere, mentre Manlio Grillo e Marino Clavo si diedero alla latitanza. E fu proprio dal suo rifugio segreto che Clavo diede l'intervista a L'Espresso, chiamando in causa la Perrone, Gaeta e la Lecco. La Perrone, che in un primo momento, nell'interrogatorio del 3 maggio, aveva confermato l'alibi di Clavo, solo tre giorni dopo, con una dichiarazione spontanea al giudice istruttore, fece dietrofront e disse che la notte del 15, a tornare a casa intorno alla mezzanotte, furono solo lei e Gaeta, mentre lo stesso Gaeta riferì al magistrato che Marino Clavo gli aveva detto che "sarebbe venuto a casa più tardi".

In soccorso di Clavo arrivò la sua fidanzata dell'epoca, Elisabetta Lecco, che viveva con gli altri tre nell'appartamento di via Segneri e l'8 maggio disse ai magistrati che Marino era rientrato a casa poco dopo Gaeta e Perrone e che fu lo stesso Gaeta ad aprirgli il portone. Una versione smentita però con decisione dagli altri due.

In particolare, la Perrone, messa a confronto con la Lecco, non solo restò ferma sulla sua posizione, ma disse al giudice che Clavo l'aveva invitata a fornirgli un alibi falso 24 ore dopo il rogo ancora prima che la testimonianza di un netturbino del quartiere, Aldo Speranza, indirizzasse le indagini verso lui e Lollo, una testimonianza che poi inchiodò i tre e che, insieme alla vicenda dei falsi alibi, condusse i giudici a emettere la sentenza di condanna nel 1986.

Secondo Lollo, Gaeta e Perrone avrebbero "svenduto" lui e i suoi compagni ai giudici in cambio dell'impunità, forti del "silenzio ideologico", ossia del giuramento che i sei avrebbero fatto due giorni dopo la strage di mantenere il silenzio per 30 anni "sui fatti e sui compagni coinvolti".

Dietro la manovra, per l'ex di Potop, c'era anche una divisione di classe: "Gaeta, la Perrone e la Lecco - spiega - venivano da un certo ambiente sociale, figli di professionisti e intellettuali. Io, Grillo e Clavo eravamo della piccola borghesia".

La reazione di Potere operaio alla ritrattazione di Gaeta e della Perrone fu pesante. I due furono etichettati come "traditori" e la versione che passò fu che a far loro cambiare idea fossero state le pressioni esercitate dalla potente famiglia di lei, proprietaria del quaotidiano della capitale, Il Messaggero.

Per i due scattò l'espulsione dell'organizzazione dopo un assemblea che si tenne presso la sede di Centocelle del gruppo.

D'altra parte, a sostegno della sua versione dei fatti, ossia del "tradimento" di Gaeta e della Perrone e dell'accordo con il procuratore, Lollo ha ricordato che uno dei membri del collegio difensivo, l'avv. Adolfo Gatti, improvvisamente si ritirò per diventare il legale di Gaeta e della Perrone, chiamati come testimoni.

Ma anche che il PM dell'epoca, il procuratore Sica, "venne a trovarmi in carcere - racconta Lollo - proponendomi di denunciare l'intero vertice di Potop, i vari Morucci, Piperno e Pace, come mandanti della strage di Primavalle, in cambio della liberà provvisoria".

A trentadue anni di distanza, effettivamente, Valerio Morucci, Franco Piperno e Lanfranco Pace sono stati denunciati. A farlo, però, è stata la famiglia Mattei, che, a mezzo del suo legale, l'avv. Luciano Randazzo, ha chiesto che si proceda contro i tre come mandanti della strage. E anche in questo caso a occuparsi della vicenda sarà il pubblico ministero Franco Ionta.

Nella denuncia il legale ha fatto riferimento anche a "tutti coloro che ebbero a concorrere nell'esecuzione della strage", Gaeta, la Perrone e la Lecco compresi.

 

 


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