LA   NEWSLETTER   DI   MISTERI   D’ITALIA

Anno 6 - n. 96                                                      28 GENNAIO 2005

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IN QUESTO NUMERO:

- I confini tra guerriglia e terrorismo: una sentenza
- Terrorismo internazionale: per gli USA “in casi estremi la tortura è legittima
- Terrorismo internazionale (2): secondo un rapporto della CIA l’Iraq è un nuovo Afghanistan
- Terrorismo internazionale (3): FBI abbandona progetto spionaggio sul web
- Terrorismo internazionale (4): strage di Beslan, uccisi sette sospetti
- Pantano Iraq: storie di elicotteri italiani
- Pantano Iraq (2): storie di disertori
- Pantano Iraq (3): perdite USA 1358, coalizione 1516
- Pantano Iraq (4): militare USA condannato per omicidio giovane iracheno
- Pantano Iraq (5): inchiesta morte Baldoni
- Terrorismo italiano: Banelli, “esiste un altro gruppo che agisce a Roma
- Terrorismo italiano (2): anche Maj e Czeppel latitanti
- Caso Moro: il “covo” di via Gradoli “bruciato” dalla STASI?
- Mafia: l’assassinio di Don Puglisi in un film di Roberto Faenza
- Mafia (2): ricordato a Palermo il sacrificio dell’agente Mondo
- Mafia (3): “covo” Riina, rinviata udienza preliminare contro Mori e “capitano Ultimo”
- Caso Alpi: le informative del SISMI
- Strage in Vaticano: per Imposimato “aspetti oscuri vanno chiariti
- Desaparecios argentini: l’ex capitano Scilingo alla sbarra in Spagna

DOCUMENTAZIONE

- Iraq: sequestrati e uccisi

 

I CONFINI TRA GUERRIGLIA E TERRORISMO:
UNA SENTENZA

Quando un’inchiesta giudiziaria si trasforma in un teorema accusatorio privo di riscontri, il risultato è quello che è stato di recente sancito da una sentenza pronunciata da un Giudice per l’Udienza Unica (GUP) di Milano. Una difficile, quanto sottile distinzione che cerchi di riportare la realtà della legge con i piedi per terra.

Se da una parte ci sono magistrati che interpretano la caccia ai terroristi islamici in Italia come una caccia alle streghe, dall’altra, forse per eccesso di zelo, si reagisce con sacrosante sottigliezze che finiscono con il turbare una buona componente dell’opinione pubblica nazionale, in realtà la più soggetta a semplicismi per i quali la giustizia vale un tanto al chilo

Una cosa è la guerriglia, altra cosa è il terrorismo. Un conto sono le attività violente messe a punto nell'ambito di contesti bellici, un altro è seminare terrore indiscriminato verso la popolazione civile in nome di un credo ideologico o religioso.

Il giudice di Milano, Clementina Forleo, che ha assolto tre imputati islamici accusati di terrorismo internazionale per aver arruolato kamikaze da inviare in Iraq ed ha revocato la custodia cautelare in carcere nei confronti di altri due indagati, deve aver ragionato proprio così. Difendere la certezza del diritto, cavillando. Ma questo perché le accuse contro i tre islamici poggiavano sull’acqua. 

Per la Forleo, infatti, non è affatto provato che il gruppo, o la cellula, in questione avesse obiettivi “trascendenti quelli di guerriglia”, che - oggettivamente - sono altra cosa rispetto al terrorismo.

Può creare dolore che la guerriglia irachena abbia appena fatto la sua ennesima vittima italiana, ma la legge è la legge.

L’assoluzione disposta, con rito abbreviato, dalla Forleo fa parte di un processo più ampio avviato dalla procura di Milano nei confronti di un gruppo di islamici legati -  per l'accusa - alle strategie terroristiche dello sceicco Abderrazak, che sarà processato a parte, a febbraio, dalla Corte d'Assise di Milano. Strategie tese ad inviare kamikaze in Iraq e per questo “nutrite” di un po' di tutto: dalla falsificazione di documenti al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.

A giudizio, oltre a due islamici per i quali - per competenza - sarà Brescia a decidere, c'erano anche Bouyahia Maher, Toumi Alì Ben Sassi e Mohamed Daki, tutti arrestati nel 2003.

Al termine del suo processo, il giudice Forleo ha riconosciuto che gli imputati “avevano come precipuo scopo il finanziamento, e più in generale, il sostegno di strutture di addestramento paramilitare site in zone mediorientali, presumibilmente stanziate nel nord dell'Iraq”. E anche che, a tal scopo “erano organizzati sia la raccolta e l'invio di somme di denaro, sia l'arruolamento di volontari, tutti stranieri e tutti di matrice islamico-fondamentalista”. Ma “non risulta invece provato - aggiunge il giudice - che tali strutture paramilitari prevedessero la concreta programmazione di obiettivi trascendenti attività di guerriglia da innescare in detti (cioè in Iraq, NDR) o in altri prevedibili contesti bellici e dunque incasellabili nell'ambito delle attività di tipo terroristico”.

 

TERRORISMO INTERNAZIONALE:
PER GLI USA
IN CASI ESTREMI LA TORTURA E’ LEGITTIMA

Tom Ridge, responsabile uscente della Homeland Security statunitense, ha affermato che, in casi estremi, utilizzare la tortura per ottenere informazioni da presunti terroristi è legittimo. Ridge ha fatto questa gravissima affermazione in una intervista alla BBC.

Nell'intervista, Ridge ha precisato che la tortura come metodo per ottenere informazioni è considerata una pratica illegale dagli Stati Uniti, ma che “in caso di circostanze estreme”, quali per esempio la minaccia di un attacco nucleare, “potrebbe accadere. In casi come questo, se il tempo a disposizione degli inquirenti fosse limitato, si cercherebbe di utilizzare tutti i mezzi a disposizione per ottenere le informazioni necessarie a salvare centinaia o migliaia di vite umane”, ha spiegato Ridge, pur ammettendo che è estremamente dubbio, “data la natura del nemico”, che l'utilizzo di tali metodi sui terroristi darebbe dei risultati.

Ridge ha anche affermato che la minaccia di un attacco terroristico sugli Stati Uniti è una questione “di quando, non di se”. “Ci comportiamo in base a questa valutazione: condividiamo giornalmente con tutti gli alleati nel mondo le informazioni sui terroristi e sui possibili obbiettivi”.

Il Segretario uscente ha parlato il giorno dopo la pubblicazione di un rapporto dell'organizzazione Human Rights Watch, secondo la quale la commissione Bush dovrebbe creare una commissione indipendente che indaghi sugli abusi ai prigionieri nelle carceri di Abu Ghraib e Guantanamo, abusi che avrebbero severamente indebolito la capacità di proteggere i diritti umani nel mondo per le mutate leggi internazionali in materia di terrorismo.

Ridge ha ribattuto che il rapporto riflette “una percezione comune all'estero” sul presunto utilizzo da parte degli Stati Uniti di metodi differenti dopo gli attacchi dell'11 settembre del 2001.

 

TERRORISMO INTERNAZIONALE (2):
SECONDO UN RAPPORTO DELLA CIA
L’IRAQ E’ UN NUOVO AFGHANISTAN

C'è un nuovo Afghanistan nel mondo, un paese che attrae terroristi in cerca di addestramento e può dar vita nei prossimi anni a un'ondata di “professionisti del terrore” analoga a quella creata in passato da Al Qaida sotto il regime dei Talebani.

La nuova università dei terroristi - manco a dirlo - si chiama Iraq ed è la CIA a lanciare l'allarme sui pericoli che rappresenta per il futuro su scala internazionale.

Il National Intelligence Council (NIC), un organismo di saggi che ha il compito di consigliare il direttore della CIA e di elaborare strategie d'intelligence di lungo periodo, ha appena pubblicato un rapporto di 123 pagine, intitolato Mapping the Global Future, che cerca di immaginare come sarà il mondo nel 2020.

Tra analisi sugli effetti della globalizzazione galoppante e scenari sulla crescita della potenza economica asiatica, grande spazio viene riservato al pericolo del terrorismo e all'impatto che può avere nel prossimi 15 anni.

Gli esperti prevedono che nel 2020 Al Qaida non esisterà più nella forma attuale - ammesso, aggiungiamo noi, che la forma attuale sia davvero quella conosciuta - e sarà stata rimpiazzata da una serie di gruppi estremisti islamici ispirati a quello di Osama bin Laden, che potrebbero fondersi in molti paesi con movimenti separatisti.

Ma è l'Iraq a preoccupare particolarmente i saggi della CIA, soprattutto perché nel paese del Golfo gli scenari neri appartengono non tanto al futuro, quanto già al presente.

L'Iraq offre ai terroristi un terreno d'addestramento, una base di reclutamento e l'opportunità di raffinare le proprie doti tecniche”, ha sostenuto, nel presentare il rapporto, David Low, il responsabile della sezione minacce transnazionali del NIC.

Nel corso del tempo - secondo Low - c'è anche, nel migliore degli scenari, la possibilità che alcuni tra i jihadisti che non restino uccisi in Iraq tornino a casa (dovunque sia casa loro) e si disperdano quindi in altri paesi”.

Una realtà che ricorda l'itinerario seguito da parte dei mujaheddin arabi dopo la fine della guerra contro i sovietici nell'Afghanistan degli anni Ottanta e che fu all'origine della nascita di Al Qaida. L'Iraq odierno, per la CIA, esercita l'attrattiva che l'Afghanistan dei Talebani ha avuto negli anni Novanta per migliaia di aspiranti jihadisti di tutto il mondo, che furono addestrati nei campi gestiti da Al Qaida: tra loro, anche i protagonisti dell'attacco all'America dell'11 settembre 2001.

L'Iraq è un magnete in questo momento per l'attività terroristica internazionale”, ha commentato Robert Hutchings, il presidente del National Intelligence Council.

Quello che il NIC ha evitato di evidenziare nel rapporto, per le conseguenze politiche che una simile analisi avrebbe, è il sempre più evidente dato di fatto che la trasformazione dell'Iraq in un'accademia per il terrorismo internazionale ha una causa ben precisa ed incontestabile: è avvenuta in seguito alla guerra decisa dall'amministrazione Bush, mentre i presunti legami tra il regime di Saddam Hussein e i terroristi - che della guerra sono stati uno dei principali motivi - non sono mai stati dimostrati.

La Casa Bianca ha reagito ridimensionando la portata dello studio. “Si tratta di un rapporto speculativo che riguarda cose che potrebbero accadere nel mondo”, ha detto Scott McClellan, portavoce di Bush. “Il rapporto conferma - ha aggiunto McClellan - che abbiamo la giusta strategia per vincere la guerra al terrorismo”.

Quanto alle ipotesi sull'Iraq come campo d'addestramento del terrore, per la Casa Bianca si tratta di conclusioni “che presuppongono che i terroristi sarebbero stati semplicemente seduti a non far niente se noi non fossimo stati all'offensiva”.

Con l'aiuto delle comunicazioni globali, l'estremismo musulmano - secondo il NIC - creerà la cornice adeguata per la diffusione di ideologie islamiche radicali dentro e fuori dal Medio Oriente, inclusi il Sudest asiatico, l'Asia centrale e l'Europa occidentale, “dove l'identità religiosa per tradizione non è altrettanto forte”.

L'intelligence americana teme anche la possibilità di sempre più stretti contatti, se non vere e proprie fusioni, tra le organizzazioni terroriste e movimenti separatisti palestinesi, ceceni e di Iraq, Kashmir, Mindanao e Thailandia del sud.

 

TERRORISMO INTERNAZIONALE (3):
FBI ABBANDONA PROGETTO
DI SPIONAGGIO SUL WEB

L'FBI ha definitivamente dato l'addio al programma “Carnivore”, un sistema di sorveglianza tecnologica disegnato per spiare email e intercettare comunicazioni online tra sospetti criminali e terroristi.

Il software ficcanaso era stato criticato fin da quando, alcuni anni fa, ne era emersa l'esistenza ed è stato utilizzato pochissimo. In un rapporto presentato al Congresso, l'FBI ha reso noto di aver rinunciato all'idea di “Carnivore” e di aver optato per un software commerciale di assai minore potenza che non dovrebbe suscitare analoghe riserve sul piano della difesa dei diritti civili.

I vertici del Bureau, nel rapporto congressuale, hanno spiegato di aver utilizzato programmi di intercettazione online solo otto volte nel corso del 2003 e cinque nel 2002, in entrambi i casi senza mai ricorrere a “Carnivore”, che in tutto sarebbe stato utilizzato circa 25 volte tra il 1998 e il 2000.

 

TERRORISMO INTERNAZIONALE (4):
STRAGE DI BESLAN,
UCCISI SETTE SOSPETTI

Sono stati uccisi in una speciale operazione di sicurezza sette persone indicate come “sospette” di essere coinvolte nel sequestro alla scuola elementare numero 1 di Beslan (Ossezia del Nord) avvenuto ai primi dello scorso settembre e che costò la vita a 344 ostaggi.

A renderlo noto Nikolai Shepel, procuratore generale facente funzioni. Sempre a seguito della stessa operazione due persone sono state arrestate, altri sei nomi sono stati messi sulla lista dei ricercati federali, mentre è stato aperto un fascicolo giudiziario contro cinque poliziotti accusati di negligenza.

In precedenza, fonti ufficiali avevano indicato in 32 il numero dei terroristi che facevano parte del commando che prese in ostaggio più di mille bambini e adulti a Beslan, proprio il primo giorno di scuola. Del gruppo di ribelli, 31 risultavano ufficialmente morti.

 

PANTANO IRAQ:
STORIE DI ELICOTTERI ITALIANI

Proprio nei giorni in cui una sciocca polemica affronta la sfortunata vicenda della morte del maresciallo Simone Cola (AB 412 o Mangusta il problema non sono gli elicotteri da usare, ma la protezione fisica degli uomini a bordo), torna alla ribalta il caso dei due elicotteristi italiani morti in un'altra missione militare, quella del Kosovo. Secondo il PM di Roma Maria Bice Barborini, fu l'inadeguato addestramento a provocare la morte, nell'agosto del 2001, dei caporali maggiori del Reggimento Alpini Susa in Pinerolo Giuseppe Fioretti, di Tuscania (Viterbo) e Dino Paolo Nigro, della provincia di Cosenza, precipitati da un elicottero della marina militare durante una missione in Kosovo, dopo avere creduto di essere fermi in un volo stazionario e non ad un'altezza di circa 50 metri.

Con questa accusa, il ten. Dino Mora, vicecomandante della 35/a compagnia del terzo Reggimento alpini e il cap. Stefano De Rosa, facente funzione di capo cellula operazioni-addestramento, rischiano di finire sotto processo a Roma per omicidio colposo plurimo.

L'incidente avvenne il 9 agosto 2001 a Passo di Morines, in Kosovo, durante un'operazione addestrativa notturna compiuta a bordo di un elicottero SH3D della Marina Militare. I due alpini si lanciarono nel vuoto mentre l' elicottero era circa a 50 metri di altezza.

Secondo l' accusa, il ten. Mora non si sarebbe curato che il personale della squadra di alpini che partecipò a quella missione, avesse effettuato il previsto e preventivo addestramento sull'elicottero SH-3D usato e non avrebbe quindi addestrato adeguatamente il personale in relazione a una missione ritenuta di difficoltà  elevato.

Il cap. De Rosa, per l'accusa, avrebbe preso autonomamente l'iniziativa di dare informazioni non riferite a quel tipo di missione.

Queste condotte avrebbero ingenerato nei due militari che morirono l'errata convinzione di essere fermi e a distanza ravvicinata dal terreno e a balzare fuori dal portellone dell'elicottero mentre lo stesso era in volo.

 

PANTANO IRAQ (2):
STORIE DI DISERTORI

di Alessandra Baldini (ANSA)

Poliziotto uccidimi che laggiù non ci torno”: un marine in licenza, dopo sette mesi trascorsi in Iraq, si è fatto ammazzare in una sparatoria pur di non rientrare nei ranghi della sua unità dislocata nell'inferno di Fallujah.

In una drammatica e caotica roulette russa, Andres Reya, 19 anni, ha attirato due agenti in un negozio di liquori di Ceres, vicino a Modesto, in California. Un agguato premeditato, durante il quale uno dei due poliziotti ha perso la vita e l'altro è rimasto gravemente ferito.

Doveva rientrare alla base a Camp Pendleton dopo il fine settimana di licenza”, ha detto la polizia, invece, armato di un fucile semiautomatico, Andres Reya si era appostato fuori dal negozio George's Liquors, su Caswell Avenue, dopo aver chiesto al padrone di chiamare la polizia perché qualcuno - aveva detto - lo aveva ferito.

Era tornato diverso dall'Iraq”, ha raccontato tra le lacrime Julia, la madre. “Non voleva tornare al fronte”, le ha fatto eco il ten. Bill Heyne, portavoce dello sceriffo della contea.

La scena è stata ripresa dalle telecamere della sicurezza: Reya cammina nervosamente avanti e indietro fuori dal negozio poi, quando arriva la polizia, estrae il fucile da sotto un poncho e spara contro i due agenti, inseguendo la morte tante volte sfuggita. “E' evidente che voleva impegnare i poliziotti in uno scontro a fuoco, che non si preoccupava che le pallottole fischiassero nella sua direzione”, ha riferito Jason Woodman, il portavoce della polizia di Ceres.

Reya era un autista, più volte decorato, del Secondo Battaglione dei Marines di Camp Pendleton.

Sappiamo che voleva morire, che non voleva tornare in Iraq”, ha detto ancora il ten. Heyne. “Aveva molta paura. Mi aveva detto: sono stanco di essere proprietà del governo. Farei qualsiasi cosa per non dover tornare”, ha testimoniato Sabrina Rodriguez, un'amica ed ex compagna di liceo di Reya.

Una storia incredibile, in un clima da sindrome del Vietnam che ricorda la sorte dei tre reduci nel film Il cacciatore di Michael Cimino e che però incredibile non è nel quadro del malessere dei militari inviati a combattere in una guerra controversa come quella in corso in Iraq. Una guerra che non ispira canzoni patriottiche, il cui orrore si deposita lentamente sull'animo dei protagonisti e che genera proteste e tentativi di fuga a fronte della durata protratta delle ferme, l'assenza di veicoli corazzati, di attrezzature adeguate, di addestramento insufficiente.

E' stata questa una delle ragioni che ha indotto a disertare Stephen Jacobo, 46 anni, soldato della Guardia Nazionale dell'Esercito e padre di due figli, che ha abbandonato la sua unità per non partire per il Kuwait e poi l'Iraq alla fine della settimana.

Jacobo, come Reya, viene da Modesto, la cittadina della California che soltanto il mese scorso ha perso in battaglia ben due soldati: uno di loro, Oscar Sanchez, aveva appena 19 anni come Reya; l'altro, Michael Anderson, di due anni maggiore, era un marine come lui, di base anche lui a Camp Pendleton, come il protagonista della sparatoria suicida.

Per Jacobo, il soldato della Guardia Nazionale che l'anno scorso aveva deciso di riarruolarsi perché credeva nella missione in Iraq e che conclude il messaggio sulla segreteria telefonica  del suo cellulare con il motto dei marines “Semper Fidelis”, i titoli di giornali listati a lutto per Sanchez e Anderson sono suonati come campane a morte.

L'ordine di partenza per il fronte di lì a pochi giorni gli deve essere apparso come una morte annunciata: “Ci danno vecchie armi che si inceppano. Che nessuno è in grado di riparare”, si è lamentato Jacobo in un’intervsita al Los Angeles Times.

Un numero sorprendente di soldati negli ultimi mesi ha deciso di fare come lui: dopo sette mesi in Iraq, Marquise Roberts di Hinesville, in Georgia, si è fatto sparare da un cugino a una gamba durante una licenza per evitare di dover tornare in prima linea.

C'è chi fugge in Canada, chi, semplicemente, si fa inghiottire dall'anonimato di un paese vasto come l'America. Il numero dei soldati che non si sono ripresentati all'appello è stato di circa 5.500 nel 2004. Tranne che in rari casi, il Pentagono evita di processarli per diserzione, preferendo azioni disciplinari interne che non provochino eccessiva pubblicità.

La guerra e i suoi orrori hanno lasciato cicatrici indelebili nella psiche dei combattenti. Il riservista Jeffrey Lucey di Belchertown, in Massachusetts, tornato in patria ha cominciato ad avere incubi ricorrenti e sensi di colpa per avere ucciso civili iracheni inermi. Si è ucciso in giugno, a 23 anni, impiccandosi nella cantina della casa dei genitori. E così, negli ultimi sette mesi, la morte di 17 soldati Usa in Iraq è stata attribuita a suicidio. Decine di altri casi sono attualmente sotto inchiesta e il numero dei suicidi potrebbe essere molto più alto.

Secondo stime dell'Associated Press oltre 500 soldati sono stati di recente evacuati dall'Iraq per problemi mentali.

L'Esercito ha inviato un team di psicologi per valutare la portata di crescenti denunce di casi di depressione e di suicidio.

PANTANO IRAQ (3):
PERDITE USA 1413,
COALIZIONE 1572

La tragedia dell'elicottero caduto a Rutba, nell'Ovest dell'Iraq, il 26 gennaio scorso fa bruscamente salire a oltre le 1.400 le perdite americane in Iraq.Sono infatti 1.413 i soldati americani che hanno perso la vita in Iraq. Le perdite alleate sono state 159, fra cui 74 britannici e 20 italiani.Il numero dei feriti americani ufficialmente dichiarati dal Pentagono ha superato i 10.600, in Iraq, con una media di circa nove feriti ogni morto. Negli ultimi nove mesi, ci sono stati molti più feriti USA che nei 13 mesi precedenti (oltre 7.300 contro circa 3.300, secondo i dati del Pentagono): una media di oltre 800 al mese.Il mese di novembre 2004, che ha visto morire 137 militari USA, è stato il mese più letale di tutto il conflitto per le forze armate americane, peggio dell'aprile di sangue quando i morti USA erano stati 135.Le cifre del Pentagono non tengono conto delle vittime civili, ostaggi o altro. Non c'è indicazione ufficiale delle perdite irachene militari e civili: le stime variano da migliaia a decine di migliaia (fino oltre 100 mila, secondo valutazioni britanniche) e s'aggravano di giorno in giorno.Il totale delle perdite americane in Iraq è di quasi quattro volte il bilancio della Guerra del Golfo del '91.Oltre un anno e mezzo fa, il primo maggio 2003, il presidente Bush dichiarò la fine della guerra. Da allora, gli Stati Uniti hanno perso 1.274 militari, oltre nove volte di più che durante la guerra. Dal 28 giugno, cioè dal passaggio dei poteri al governo fantoccio iracheno, i soldati americani morti in Iraq sono stati oltre 550. Gli alleati degli USA in Iraq hanno complessivamente perso 159 soldati così ripartiti: 74 britannici, 20 italiani, 17 ucraini, 16 polacchi, 11 spagnolo, sette bulgari, tre slovacchi, due tailandesi, due olandesi, due estoni, un danese, un lettone, un kazako, un ungherese, un salvadoregno.

 

PANTANO IRAQ (4):
MILITARE USA
CONDANNATO PER
OMICIDO GIOVANE IRACHENO

Un giudice militare statunitense ha condannato per omicidio il sergente maggiore Jonathan Alban-Cardenas, colpevole di aver ucciso un sedicenne iracheno nel corso dei combattimenti avvenuti nell'agosto scorso a Sadr City, principale quartiere sciita di Baghdad.

Insieme ad un commilitone, il pari grado Johnny Horne - già condannato a tre anni di detenzione lo scorso mese di dicembre - Alban-Cardenas trovò il giovane gravemente ferito all'interno di un furgone in fiamme: i militari decisero che le ustioni e le ferite all'addome rendevano impossibile salvare il ragazzo e - come fosse un cavallo azzoppato – decisero che “la miglior cosa da fare era porre fine alle sue sofferenze”, come affermato dagli inquirenti.

Alban-Cardenas è stato degradato a soldato semplice, condannato a un anno di prigione e congedato per cattiva condotta.

 

PANTANO IRAQ (5):
INCHIESTA MORTE BALDONI

E' prevista per la prossima settimana, salvo cambiamenti dell'ultima ora, la trasferta a Parigi di almeno un magistrato della procura di Roma nell'ambito della rogatoria internazionale, firmata dai PM Franco Ionta, Pietro Saviotti ed Erminio Amelio, titolari dell'indagine sull'omicidio del giornalista free-lance Enzo Baldoni, sequestrato e assassinato da miliziani dell'Esercito Islamico in Iraq il 26 agosto scorso.

Scopo della missione in Francia degli inquirenti romani è l'audizione dei giornalisti transalpini Christian Chesnot e Georges Malbrunot, sequestrati dalla stessa banda il 20 agosto e liberati il 21 dicembre 2004.

Chi indaga vuole sapere se i due reporter francesi sono stati detenuti, sia pure per pochi giorni, nella stessa “prigione” di Baldoni (una fattoria a sud di Baghdad) e se sono in grado di fornire indicazioni utili per identificare il gruppo dei sequestratori.

Stando a quanto dichiarato al momento del loro rilascio, Chesnot e Malbrunot spiegarono di non aver mai visto Baldoni durante la prigionia e di aver appreso della sua morte alcune settimane dopo. Secondo i giornalisti, i sequestri sarebbero stati gestiti dalla stessa banda, composta da vari elementi, che prendeva di mira gli occidentali: “Baldoni - affermarono - fu ucciso perché considerato una spia, ma lui non lo era affatto”.

 

TERRORISMO ITALIANO:
BANELLI,
ESISTE UN ALTRO GRUPPO CHE AGISCE A ROMA

Esiste un altro gruppo terroristico che è o è stato attivo a Roma e che, dopo l'omicidio di Massimo D'Antona, ha cercato di confluire nell'organizzazione madre: sono gli Organismi Rivoluzionari Combattenti.

A rivelarne l'esistenza è stata Cinzia Banelli, l'ex “compagna So” delle nuove BR, “pentitasi” nell'agosto scorso. Durante gli interrogatori di questi giorni con i PM romani Pietro Saviotti e Erminio Amelio ed il pubblico ministero bolognese Paolo Giovagnoli, la Banelli ha parlato di un nucleo nuovo, sconosciuto agli investigatori anche come sigla.

A questo nucleo si riferiva anche un file trovato nei pc aperti grazie alle password rivelate dalla Banelli. Il file si chiama  Orga2wor”, un documento, successivo all'omicidio D'Antona, all'interno del quale si dà conto di una discussione tra gli Organismi Rivoluzionari Combattenti e le stesse Brigate Rosse.

L'ex “compagna So” ha spiegato che si tratta di “un'organizzazione separata che era in contatto con la sede romana” delle BR.

Secondo lei, che però militava a Pisa e dunque sapeva queste cose solo per sentito dire, “il gruppo intendeva confluire in blocco nelle BR, ma non aveva alcuna pratica militare”. Erano anche state preannunciate delle iniziative di cui poi non si è mai saputo nulla.

La Banelli ha rivelato anche altri particolari sull'organizzazione e sulle sigle dei militanti. Gli investigatori della Digos le hanno mostrato anche i tre fogli firmati BR-PCC trovati a Modena il primo gennaio scorso. “E' una firma assolutamente irreale”, ha avrebbe risposto la Banelli che ha parlato di “termini che non appartengono al patrimonio delle BR” e di “compagni non interni all'organizzazione”, negando anche che si tratti di “compagni esterni in confronto dialettico con l'organizzazione”.

 

TERRORISMO ITALIANO (2)
ANCHE MAJ E CZEPPEL LATITANTI

Giuseppe Maj e Giuseppe Czeppel, due appartenenti all'estrema sinistra italiana rifugiati in Francia, sono considerati ufficialmente latitanti dal dicembre del 2004.

Lo scrive il quotidiano francese Le Figaro, sostenendo che i due non si sono presentati al commissariato per i controlli giudiziari previsti.

I due si aggiungono così a Cesare Battisti, l'ex leader dei Proletari armati per il comunismo, condannato in Italia all'ergastolo e resosi latitante nell'agosto 2004.

Maj, 65 anni, e Czeppel, 44, il primo leader e fondatore dei CARC (Comitato di appoggio alla resistenza per il comunismo), erano stati arrestati a Parigi e messi sotto inchiesta il 27 giugno 2003 dal PM dell'antiterrorismo Gilbert Thiel con l'accusa di “associazione per delinquere con scopi terroristici” e possesso di documenti falsi. I due erano rimasti sei mesi in detenzione provvisoria, poi rimessi in libertà vigilata dalla Corte d'Appello di Parigi, con obbligo di recarsi a scadenze regolari in un commissariato a firmare.

Lo scorso dicembre Maj e Czeppel avevano annunciato che avrebbero violato i loro obblighi. In un comunicato firmato dal Nuovo partito comunista italiano e indirizzato alle “organizzazioni del partito e alle forze protagoniste della rivoluzione socialista” si sosteneva infatti che “su indicazione della commissione provvisoria, i due compagni avrebbero abbandonato la residenza obbligata alla quale le autorità francesi li avevano costretti, per riprendere il loro lavoro negli organi centrali del partito”.

Maj e Czeppel, scrive ancora Le Figaro, citando il comunicato, “hanno ripreso la loro lotta”: si tratta di “una ribellione, che è un diritto e un dovere”.

Maj e Czeppel non sono ricercati per fatti risalenti alla loro militanza nelle formazioni di estrema sinistra e relativi agli anni Ottanta o Novanta, bensì per fatti più recenti: i due, è detto nell'articolo, sono sospettati dalla procura di Napoli di far parte di una nuova “associazione sovversiva”, dopo la scoperta nel febbraio 2001 di un documento in cui il Nuovo partito comunista si proponeva di compiere “atti e violenze per sovvertire l'ordine democratico”.

E c'è poi un'inchiesta della procura di Bologna, che riguarda il solo Maj, per associazione sovversiva, comunque non legata all'omicidio di Marco Biagi.

 

CASO MORO:
IL “COVO” DI VIA GRADOLI
“BRUCIATO” DALLA STASI?

Fu la STASI, il servizio segreto della Germania est, a rivelare, il 18 aprile 1978, l’esistenza del “covo” brigatista di via Gradoli durante il sequestro Moro,  costringendo così il capo delle Brigate Rosse, Mario Moretti, a stringere i tempi per l'assassinio del presidente della DC?

Questa la segnalazione che un agente di Gladio, Francesco Cangedda, avrebbe avuto proprio dal servizio segreto della ex DDR, che indicò “Gradoli strasse”, ossia proprio via Gradoli come la cabina di regia del sequestro di Aldo Moro.

Sulla vicenda, Falco Accame, ex presidente della commissione Difesa della Camera e presidente dell'associazione delle vittime delle Forze Armate, si è rivolto al Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, chiedendo chiarezza su due aspetti del caso Moro. Il primo riguarda l'ipotesi che “qualche organo dello Stato - scrive Accame - in base ad un preavviso, avesse inviato a Beirut un agente (Antonino Arconte) con un ordine a 'distruzione immediata', datato 2 marzo 1978, cioè 14 giorni prima del sequestro. Si chiedeva ad un rappresentante dei servizi segreti a Beirut, il colonnello Stefano Giovannone, di intervenire presso l'OLP perché a sua volta intervenisse presso le BR per la liberazione di Aldo Moro”.

I due agenti, che si definiscono gladiatori di una Gladio diversa da quella conosciuta, nel senso di quella resa nota in Parlamento composta di 622 civili), una Gladio che poteva contare - scrive ancora Accame - anche su agenti armati operanti all'estero, hanno con le loro affermazioni, indicato problematiche di rilevantissimo interesse”.

Nel caso i gladiatori affermino il falso - osserva ancora Accame - ritengo debbano rispondere di frode alla giustizia per ciò che hanno affermato. Vi è stato un interrogatorio da parte del ROS dei carabinieri fin dal novembre 2000, ma non ne conosciamo l'esito. Invece se quanto hanno affermato corrisponde al vero, ritengo che sulle vicende debba aprirsi una adeguata inchiesta, data anche la gravità delle conseguenze che si sono verificate”.

Per quanto riguarda la vicenda di via Gradoli e la famosa segnalazione che portò a bruciare “la cabina di regia” del sequestro Moro, il gladiatore che l'avrebbe raccolta da un funzionario della STASI, ha chiesto di essere ascoltato dalla commissione Mitrokhin.

 

MAFIA: L’ASSASSINIO DI DON PUGLISI
IN UN FILM DI ROBERTO FAENZA

Un colpo di pistola per togliere di mezzo un prete scomodo, che minava il potere della mafia nel rione Brancaccio di Palermo, cercando di educare i bambini della zona alla legalità.

La vicenda di don Pino Puglisi (ucciso il 15 settembre del 1993) raccontata nell'ultimo film di Roberto Faenza. Titolo: Alla luce del sole, un lavoro prodotto dalla Jean Vigo Italia in collaborazione con Mikado e con Rai Cinema, in uscita nelle

sale il prossimo 21 gennaio.

Luca Zingaretti, il “commissario Montalbano”, veste i panni del sacerdote.

Un film duro, essenziale, affilato come un rasoio. La cronaca di un delitto annunciato, la fine di un uomo solo e disarmato che si era messo in testa di cambiare la mentalità della sua gente, di quegli uomini che da bambino aveva avuto per compagni di giochi.

Don Puglisi era tornato nel rione palermitano a Brancaccio nel 1990 chiamato dal vescovo di Palermo. In quel quartiere periferico, nella zona industriale della città, priva di strutture e di spazi verdi, riuscì ad aprire in meno di due anni un centro di accoglienza grazie all'aiuto di un gruppetto di volontari e alla missione di due suore. Quel centro - allestito in un seminterrato che fino ad allora era un punto di ritrovo della malavita locale - fu l'ancora di salvezza per decine di piccoli innocenti che lì ritrovarono la serenità perduta. Ma l'apertura di quella struttura segnò anche l'inizio della fine del povero parroco.

Il suo impegno, come era facile immaginare, non fu affatto gradito dai boss locali che, dopo minacce e intimidazioni, ordinarono il suo delitto.

Ma il film non racconta solo la vita e la morte del parroco di Brancaccio, racconta anche con efficacia cosa è la mafia del quotidiano.

 

MAFIA (2):
RICORDATO A PALERMO
IL SACRIFICIO DELL’AGENTE MONDO

Prima venne, sospettato di torbidi collusioni mafiose, diffamato ed isolato. Oggi, 17 anni dopo, viene ricordato come un eroe dell’antimafia.

L'agente di polizia Natale Mondo, ucciso il 14 gennaio 1988, davanti al negozio di giocattoli della moglie a Palermo, era stato uno dei collaboratori del vicequestore Ninni Cassarà ed era sfuggito all'agguato in cui tre anni prima il dirigente era stato assassinato da Cosa Nostra assieme all'agente Roberto Antiochia. Proprio il fatto che Mondo si fosse salvato dall’agguato mafioso, gettandosi sotto un’auto aveva fatto scattare uno dei più atroci riflessi condizionati che spesso condiziona l’attività dell’antimafia: il sospetto. 

Il delitto Mondo è ancora oggi un delitto pieno di ombre e misteri. Sono stati identificati soltanto due dei tre killer, Salvo Madonia e Agostino Marino Mannoia, ma nessuno dei “collaboratori di giustizia” ha saputo fornire indicazioni sul movente.

 

MAFIA (3):
COVO RIINA,
RINVIATA UDIENZA PRELIMINARE
CONTRO MORI E “CAPITANO ULTIMO”

E' stata rinviata al prossimo 3 febbraio l'udienza preliminare per l'inchiesta sulla ritardata perquisizione del covo del boss Totò Riina dopo il suo arresto che vede indagati il capo del SISDE, Mario Mori e il “capitano Ultimo”, il col. Sergio De Caprio, accusati di favoreggiamento aggravata a Cosa Nostra.

Secondo indiscrezioni, il PM Antonio Ingroia e Michele Prestipino chiederanno al GUP di non processare il prefetto e il colonnello De Caprio. Gli stessi PM avevano già chiesto, per due volte consecutive, l'archiviazione, sostenendo che non c'erano elementi per sostenere l'accusa in giudizio.

Ma il giudice per le indagini preliminari, Vincenzina Massa, aveva respinto la prima richiesta, imponendo nuove indagini, mentre davanti alla seconda proposta di archiviazione aveva ordinato “l'imputazione coatta”. Secondo il GIP Massa, ci sarebbe stato infatti un presunto “patto segreto” tra i due ufficiali e i mafiosi nemici di Riina. Adesso la decisione spetterà al giudice per le udienze preliminari, Marco Mazzeo.

 

CASO ILARIA ALPI:
LE INFORMATIVE SISMI

All'ambasciatore italiano in Somalia, Mario Scialoja - a Mogadiscio durante la missione Restore Hope - sarebbero arrivati ordini precisi da Roma di non avventurarsi a fare ipotesi sull'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

E' quanto è emerso dalla lettura di alcune informative del SISMI, il servizio segreto militare, nell'ambito di una audizione fatta a palazzo San Macuto dell'ex colonnello del servizio segreto militare, Luca Rajola Pescarini, ascoltato dalla Commissione di inchiesta parlamentare che indaga sull’oscura fine dei due giornalisti RAI.

Il presidente della Commissione, Carlo Taormina ha sottoposto all'attenzione di Rajola Pesacrini una serie di informative redatte dal SISMI e in particolare una in cui si legge che all'ambasciatore Scialoja è stato fatto divieto di fare ipotesi sull'omicidio dei due italiani.

Nello stesso documento, stilato a Mogadiscio dopo l'omicidio Alpi da un dipendente dello stesso Rajola Pescarini, veniva anche spiegato che sarebbe stata accreditata la tesi fatta da UNOSOM (la forza multinazionale dell'ONU presente a Mogadiscio), tesi secondo la quale il duplice omicidio sarebbe scaturito casualmente, nell'ambito di una lotta tra bande locali.

Nelle informative redatte dal servizio segreto militare italiano si fa preciso riferimento alla esistenza in Somalia, dopo la caduta del governo di Siad Barre, di gruppi islamici di tipo fondamentalista, nonché dell’esistenza di campi di addestramento sempre di matrice islamica.

All'ex dirigente del SISMI Rajola Pescarini è stata sottolineata la contraddizione scaturita dalle informative redatte in Somalia dopo l'omicidio Alpi-Hrovatin con un documento firmato dal direttore del SISMI dell'epoca, in cui, in risposta ad una richiesta dell'autorità giudiziaria di Roma si spiegava al PM Andrea De Gasperis, all'epoca titolare delle indagini sul duplice delitto, che il SISMI stesso non era in possesso di alcun elemento utile alla scoperta dei mandanti. Il presidente Taormina ha inoltre sottolineato l'esistenza - su queste informative - di evidenti cancellature.

Sempre in merito alla esistenza di enclave fondamentaliste a Mogadiscio ed in Somalia, Rajola Pescarini, dopo aver spiegato il ruolo delle corti di giustizia islamica presenti nell'area, ad una precisa domanda dei commissari, ha fatto riferimento ad una presenza di Bin Laden in Somalia, presenza immediatamente successiva alla sua cacciata dal Sudan e precedente alla sua permanenza in Afghanistan.

Roma, davanti alla commissione di inchiesta per l'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

Rispetto alle affermazioni di Rajola Pescarini, secondo il quale né i servizi segreti, ne' altri organismi investigativi che nel '94 erano in Somalia hanno mai svolto indagini, il presidente Taormina ha commentato: “la morte di un cane avrebbe avuto più attenzione”.

 

STRAGE IN VATICANO:
PER IMPOSIMATO
ASPETTI OSCURI VANNO CHIARITI

Doppio omicidio più suicidio oppure triplice omicidio? E' questa la domanda alla quale si dovrebbe dare una risposta certa ed è giusto che l'autorità giudiziaria svizzera svolga un'indagine sulla morte di Cedric Tornay”.

Lo afferma l'ex giudice istruttore dell'attentato al Papa, Ferdinando Imposimato.

L'apertura dell'inchiesta per omicidio sulla morte del viceporale Tornay da parte del Tribunale distrettuale di Martigny, a suo giudizio, “può contribuire a chiarire alcuni aspetti della tragica vicenda”, avvenuta il 4 maggio 1998, che vide coinvolti, oltre al vicecaporale anche il comandante delle Guardie Svizzere, Alois Estermann e la moglie venezuelana, Glady Meza Romero.

Dalla documentazione che mi venne mostrata a suo tempo dai legali della madre di Tornay, Jacques Verges e Luc Brossolet, rilevai - ha spiegato Imposimato all’Adnkronos - che ulteriori indagini medico legali e balistiche andavano fatte, data anche la limitatezza dei mezzi a disposizione degli investigatori del Vaticano ed il poco tempo impiegato per svolgerle”.

 

DESAPARECIDOS ARGENTINI:
L’EX CAPITANO SCILINGO
ALLA SBARRA IN SPAGNA

Il tenente Vaca mi avvicinava i corpi addormentati e io li spingevo uno a uno nel vuoto”. L'ex capitano di corvetta argentino Adolfo Scilingo descriveva così in un suo libro come, nel 1977, aveva gettato da un aereo nel Rio de la Plata, in Argentina, tredici persone precedentemente drogate, ma ancora vive. Fu quello uno dei tantissimi “voli della morte” a cui ammise di aver partecipato e per i quali ora - quasi 30 dopo - è seduto a Madrid nel banco degli accusati dell'Audiencia Nacional, la più alta istanza giudiziaria spagnola, dove viene processato per genocidio, terrorismo e torture.

Scilingo, 58 anni, confessò la sua partecipazione ai crimini dell'ultima dittatura argentina (1976-83) prima nel suo paese e più tardi in Spagna dove il giudice Baltasar Garzon aveva aperto un'inchiesta sui desaparecidos di origine spagnola.

Sono venuto in Spagna perché questo è l'unico posto dove si tratterà seriamente il caso dei desaparecidos”, disse Scilingo al suo arrivo all'aeroporto di Madrid-Barajas, il 5 ottobre 1997. “Entrare in prigione per me è un rischio calcolato. Non mi importa rischiare, voglio su questa storia sia fatta chiarezza totale”, aggiunse.

Nel libro scritto da Scilingo, Por Siempre Nunca Mas (Per Sempre Mai Più), l'ex militare descrive tutti i particolari sui “voli della morte” (nel primo morirono 13 persone e nel secondo 17): “Vaca ed io li spogliammo uno a uno. Le 13 persone erano nude, addormentate, appoggiate le une alle altre, nel lato sinistro dell'aereo. Come fosse una scena di un campo di concentramento della Seconda Guerra Mondiale. Non dimenticherò mai più quelle immagini. Soprattutto quella di due ragazze di 18-20 anni, bionde, magre e con visi angelici. Che avevano fatto? Non sembravano pericolose - scrive  Scilingo - Quel giorno, la mia vita cambiò. Non sono mai più riuscito a dormire senza l'aiuto di sedativi o dell'alcool”.

Circa un anno dopo aver scritto quel libro, Scilingo confessò la sua partecipazione ai “voli della morte” al giudice Garzon, il quale decise di arrestarlo. In prigione, Scilingo è ancora adesso. Nell'aprile del 1999, l'ex militare si pentì di essersi pentito e cominciò a ritrattare le sue dichiarazioni, così come negò di aver mai scritto quel libro.

Nella prima udienza processuale, svoltasi nei giorni scorsi, Scilingo si è presentato in

precario stato di salute. “Finge di stare male, finge di stare nello stesso stato di salute delle vittime che gettava dall'aereo. Utilizza la salute per cercare di rinviare il processo, proprio quello che i militari argentini negarono alle vittime sotto la dittatura”, ha commentato uno degli avvocati, Manuel Ollè. I medici hanno stabilito che era in condizioni di seguire il processo.

Scilingo è il primo militare argentino ad essere processato all'estero non in contumacia (Alfredo Astiz in Francia e Suarez Mason e Santiago Riveros in Italia sono stati condannati in contumacia, modalità non prevista dalla giustizia spagnola).

Contro Scilingo sono stati chiesti 6.626 anni di carcere.

Fonte: ANSA

 
DOCUMENTAZIONE

IRAQ: SEQUESTRATI E UCCISI

In un video, reso pubblico io 25 gennaio scorso, sono state mostrate immagini di Roy Hallums, rapito il 1 novembre, mentre il ministero degli esteri Brasiliano ha mandato in Iraq un inviato speciale per trattare il caso di Jose' Vasconcelos, l'ingegnere rapito la scorsa settimana.

In tutto sono cinque gli ostaggi occidentali nelle mani di sequestratori in Iraq.

Segue un elenco delle persone tuttora sequestrate in Iraq e di quelle che dopo il rapimento sono state uccise.

La scheda non tiene conto delle decine di persone che sono state rapite e successivamente liberate.

NOME                                     NAZIONALITA'               DATA DI CATTURA

Mohammed Rifat                           Canada                            8  aprile

Wael Mamduh                              Giordania                        12  aprile

Saad Saadun                                  Kuwait                           5  giugno

Ali Ahmed Musa                             Somalia                         29  luglio

ostaggio n.i.                                 Giordania                          1 settembre #

quattro ostaggi n.i.                       Giordania                          5 settembre #

due ostaggi n.i.                                 Asia                           13 settembre #

Khalifa al Breizat                            Giordania                       14 settembre #

due ostaggi n.i.                               Turchia                         14 settembre

un ostaggio n.i.                                 Siria                           16 settembre

Un ostaggio n.i.                               Turchia                          9 ottobre

Due ostaggi n.i.                               Turchia                        14 ottobre

Noureddin Zakaria                            Sudan                         30 ottobre

Roy Hallums                                      Usa                            1 novembre  *

Roberto Tarongoy                            Filippine                        1 novembre

Radim Sadiq                                      Usa                            2 novembre

Ghazi Abu Hamzeh                           Libano                        13 novembre  #

Kahraman Sadikoglu                        Turchia                        25 dicembre

due ostaggi n.i.                               Turchia                        25 dicembre

Hassan Haider                                 Libano                         29 dicembre

Ghazi Haider                                    Libano                         29 dicembre

due ostaggi n.i.                            Corea del sud                     9 gennaio #

uno ostaggio n.i.                              Turchia                        13 gennaio #

Florence Aubenas                             Francia                        13 gennaio #

Sayed Abdel Khalek                           Egitto                         13 gennao #

uno ostaggio n.i.                              Turchia                        13 gennaio

Gebrayel Adib Azar                            Libano                         18 gennaio #

Jose' Vasconcelos                              Brasile                         19 gennaio

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NOME                                       NAZIONALITA'               DATA UCCISIONE

Fabrizio Quattrocchi                            Italia                          14 aprile

Nick Berg                                            USA                          11 maggio

Hussein Ali Alyan                                Libano                        12 giugno

Kim Sun-il                                     Corea del Sud                   22 giugno

Keith Matthew Maupin                           USA                          28 Giugno +

Georgi Lazov                                       Bulgaria                      13 luglio

Ivailo Kepov                                        Bulgaria                   22 luglio ++++

Raja Azad Khan                                   Pakistan                      28 luglio

Sajjad Naim                                        Pakistan                      28 luglio

Murat Yuce                                         Turchia                       2 agosto  ++

Osman Alisan                                      Turchia                     5 agosto  +++

Mohammed Mutawalli                            Egitto                      10 agosto ++

Enzo Baldoni                                         Italia                       26 agosto

12 ostaggi n.i.                                      Nepal                       31 agosto ++

Nasser Juma                                         Egitto                        5 settembre

Durmus Kumdereli                               Turchia                  13 settembre ++

Eugene Armstrong                              Stati Uniti               20 settembre ++

Jack Hensley                                      Stati Uniti               21 settembre ++

Akar Besir                                            Turchia                  21 settembre

Ajad Anwar Wali                                  Iraq/Italia                 2 ottobre

Bareh Daud Ibrahim                                 Iraq                     2 ottobre ++

Yalmaz Dabja                                       Turchia                    2 ottobre

Kenneth Bigley                                          GB                      7 ottobre ++

Ostaggio n.i.                                         Turchia                   11 ottobre ++

Ramazan Elbu                                        Turchia                  14 ottobre

Dalibor Lazarevski                                   Macedonia             22 ottobre ##

Dragan Markovic                                     Macedonia             22 ottobre ##

Zoran Naskovski                                      Macedonia             22 ottobre ##

Shosei Kyoda                                          Giappone               29 ottobre

uno ostaggio n.i.                                     Giordania                 2 novembre

Margaret Hassan                                  iraco-britannica          16 novembre

Salvatore Santoro                                     Italia                 16 dicembre ++

# data di annuncio del sequestro
## data conferma avvenuta esecuzione
+ al Jazira ha trasmesso un video dell'uccisione di un soldato americano, ma gli Usa non hanno confermato che fosse Maupin
++ su sito Internet video esecuzione
+++ ministero Esteri turco ha dato notizia della morte
++++ corpo trovato il 22 luglio, ma identificato solo l'11 agosto.
* video sequestro mostrato il 25 gennaio.


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