LA   NEWSLETTER   DI   MISTERI   D’ITALIA

Anno 5 - n. 95                                                    22 DICEMBRE 2004

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LA REDAZIONE DI MISTERI D’ITALIA AUGURA BUONE FESTE E,
SOPRATTUTTO, BUON 2005 A TUTTI I SUOI LETTORI.

IN QUESTO NUMERO:

-       Mostro di Firenze: e adesso spunta “Ulisse”, l’americano
-       Terrorismo italiano: per il giudice Lupacchini gli omicidi Biagi e Petri si potevano evitare
-       Strage di Bologna: nuova condanna per Ciavardini
-       Fatti di Genova: c’erano bandiere e non spranghe in quel furgone
-       Fatti di Genova (2): per l’assalto alla Diaz solo agenti alla sbarra
-       Pantano Iraq: le perdite americane toccano quota 1.313
-       Pantano Iraq (2): gli incubi del sergente Massey
-       Pantano Iraq (3): documenti marines provano altre torture oltre Abu Ghraib
-       Pantano Iraq (4): problemi mentali per i soldati reduci
-       Archivio Mitrokhin: la maggioranza approva la relazione di metą legislatura
-       Archivio Mitrokhin (2): Accame, non si vuole indagare su Moro
-       Mafia: Dell’Utri, un processo durato sette anni
-       Omicidio Gucci: PG chiede conferma condanna Reggiani
-       Criminalitą: in aumento i reati commessi dalle donne
-       Terrorismo internazionale: sull’attentato dell’11 marzo, Aznar menti’. Parola di Zapatero
-       Medioriente: secondo un esponente Hamas esiste un contatto con USA e UE
-       Medioriente (2): per un deputato Likud “gli arabi sono dei vermi”
-       Terrorismo italiano (2): la Cassazione annulla ordinanza liberta' per Micaletto
-       Terrorismo italiano (3): Persichetti in sciopero della fame
-       Stragi nazifasciste: rubati gli appunti del presidente della commissione
-       Kosovo: corte Aja respinge istanza Serbia contro paesi NATO

DOCUMENTAZIONE

-       20 anni fa la strage del Rapido 904. I misteri continuano


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MOSTRO DI FIRENZE:
E ADESSO SPUNTA “ULISSE”,
L’AMERICANO

La ricerca dei mandanti dei delitti del mostro (o dei mostri?) di Firenze si sta facendo spasmodica.

Mentre resta aperta la pista Narducci, dal nome del medico perugino trovato morto due volte, spunta un’altra ipotesi investigativa, anche questa quanto mai fantasiosa ed alambiccata: quella che dietro Pietro Pacciani, Giancarlo Lotti e Mario Vanni, i primi due deceduti, il secondo ed il terzo condannati quali esecutori materiali solo, perė, di alcuni degli otto duplici omicidi, potrebbe nascondersi anche un fantomatico “nero americano”, chiamato “Ulisse”, che si sarebbe poi ucciso sparandosi un colpo di pistola alla testa in un bosco nel territorio di San Casciano.

Mario Vanni, l'unico dei “compagni di merende” ancora vivo, condannato all'ergastolo, si Ź lasciato andare a una serie di considerazioni - che l'accusa ritiene molto importanti - parlando a piĚ riprese, nel carcere Don Bosco di Pisa, senza sapere di essere intercettato, con Lorenzo Nesi, amico degli imputati e poi diventato uno dei principali testi d'accusa al primo processo Pacciani.

Le novitą su “Ulisse” vengono dall’udienza dedicata a un incidente probatorio disposto dal GIP Antonio Crivelli per raccogliere eventuali dichiarazioni di Vanni che Ź gravemente malato. E’ stato il PM Paolo Canessa ad annunciare in aula il deposito di una serie di atti, fra cui la trascrizione delle intercettazioni di quei colloqui, avvenuti nell' estate del 2003.

Parlando con Nesi, Vanni continua a difendersi, sostenendo di non aver partecipato assolutamente ai delitti del mostro, ma mostra di sapere qualcosa in piĚ. Conferma, sostanzialmente, le responsabilitą di Pacciani e di Lotti. E in piĚ parla di due pistole che avrebbero sparato (un elemento che qualcuno aveva ipotizzato negli anni scorsi ma che ora entra ufficialmente fra le carte dell'inchiesta) e introduce sulla scena un nuovo personaggio, un “nero americano”, soprannominato Ulisse, che sarebbe stato vicino ai mandanti dei delitti e che, sostiene Vanni, si sarebbe suicidato in un bosco nei pressi di San Casciano.

L’ex postino, con le sue nuove “ammissioni”, finisce con l’internazionalizzare i deliti del mostro. Lo descrive come un uomo alto e grosso, un “omone”, un “nero americano” che stava in America, ma di cui non conosceva la residenza fiorentina.

Nella conversazione del 30 giugno con Nesi - che cerca di farlo sbottonare quanto piĚ e' possibile, facendogli balenare la possibilita' di uscire dal carcere - Vanni collega Ulisse a Lotti e gli attribuisce un ruolo attivo nei delitti (“c'Ź stato anche il Pacciani con le pistole, ma i morti li ha fatti il nero”).

Dopo quella conversazione - probabilmente ispirata da qualcuno degli investigatori, ormai ossessionati dalla ricerca dei mandanti, senza i quali il teorema della procura di Firenze non sarą mai diomostrato - ce ne sarebbero state altre, fino a settembre 2003, che non sarebbero state depositate e in cui l'ex postino avrebbe via via attribuito al fantomatico Ulisse ruoli di maggior peso nei delitti, fino ad avvicinarlo ai presunti mandanti.

Sulla base dei racconti di Vanni gli investigatori del GIDES - il gruppo investigativo sui delitti seriali guidato da Michele Giuttari - hanno lavorato in questi mesi per cercare di chiarire il profilo di questo Ulisse. L' uomo sarebbe stato identificato. Sarebbe morto alcuni anni fa, ma non si sa se con un colpo di pistola alla testa, come racconta Vanni.

Una conferma della sua esistenza e dei suoi legami con gli ambienti che si muovono intorno alla vicenda del mostro era gią venuta da Gabriella Ghiribelli, una prostituta altra “testimone” assai discutibile nell'inchiesta sui “compagni di merende”, che - secondo un rapporto depositato ancora una volta dal PM Canessa - avrebbe parlato di un americano che abitava a San Casciano certo “Uli” (diminutivo di Ulisse) come di un uomo “non nero nero, ma piĚ chiaro, con un orecchino al lobo sinistro” e che il Lotti avrebbe definito, parlando con lei, un po' “strano”.

Colmo dei paradossi, l'efficacia delle dichiarazioni di Vanni Ź stata perė contestata dal suo stesso difensore, l'avvocato Nino Filastė, che ha protestato vivacemente per il modo con cui sono state raccolte. Gli interrogativi di Filastė sono tutt’altro che peregrini. Dice Filastė: “Come puė un testimone d'accusa andare in carcere a trovare un condannato detenuto e a parlargli? Chi gli ha dato il permesso? Che cosa Ź andato veramente a fare?”.

Il mio assistito, tra l’altro, Ź un pover'uomo che regge il fiato con i denti e che per due volte siamo riusciti a stento a tirare fuori dal coma. E' probabile - ha detto ancora Filastė - che non capisse niente durante quei colloqui”.

Altri particolari su questa fosca vicenda li avremo nell’udienza per l’incidente probatorio del 28 dicembre.

Fonte: ANSA


 

TERRORISMO ITALIANO:
PER IL GIUDICE LUPACCHINI
GLI OMICIDI BIAGI E PETRI
SI POTEVANO EVITARE

Attraverso un'operazione piĚ incisiva nelle indagini, gli omicidi del professor Biagi e del sovrintendente Petri si sarebbero potuti evitare”. La Newsletter di Misteri d’Italia lo aveva Gią scritto, ma ora a sostenerlo Ź un’autorevole magistrato, oggi ispettore generale capo del ministero della Giustizia, Otello Lupacchini, gią GIP al tribunale di Roma.

Il nome di Mario Galesi - ha spiegato Lupacchini - emerge gią una quindicina di giorni dopo l'omicidio di Massimo D'Antona, quello di Desdemona Lioce addirittura nell'immediatezza dell'attentato, mentre il nome di Jerome Cruciali unitamente a quello di Galesi. I nomi degli imputati erano, quindi, gią noti, ma qualcosa ha fatto sď che il gruppo potesse ricostituirsi e portare a termine l'omicidio di Marco Biagi e del sovrintendete della Polizia Emanuele Petri. Tutto ciė emerge, semplicemente, rileggendo oggi gli atti immediati di allora della polizia giudiziaria”.


 

STRAGE DI BOLOGNA:
NUOVA CONDANNA PER CIAVARDINI

La sezione minori della corte d'Appello di Bologna ha condannato a 30 anni di reclusione l'ex militante dei NAR Luigi Ciavardini per la strage alla stazione di Bologna, che il 2 agosto 1980 provocė 85 morti e 200 feriti. Nel 1980 Ciavardini era diciassettenne.

Il processo era tornato alla Corte d'Appello di Bologna dopo che la Cassazione, un anno fa, il 12 dicembre, aveva annullato con rinvio la precedente condanna a 30 anni decisa nel marzo 2002 a Bologna.

In primo grado il tribunale dei minori aveva assolto dal reato di strage Ciavardini, condannandolo solo per il reato di banda armata a 3 anni e 6 mesi.

La condanna per la banda armata era passata in giudicato, ma la Corte d'Appello di Bologna, sezione minori, l'ha ritenuta in continuazione con il reato di strage.

La condanna prevede anche l'interdizione per 5 anni dai pubblici uffici. Un anno fa, il 17 dicembre, la conclusione della Corte di Cassazione che aveva rinviato il processo alla corte di Appello fu assai diversa: “L'impugnata sentenza (la prima di appello, ndr) - aveva sottolineato la Cassazione - presenta evidenti difetti argomentativi in ordine al punto - essenziale nella relativa impostazione motivazionale, ai fini delle conclusioni assunte - riguardante i compiti attribuiti al Ciavardini in riferimento, oltre che alla attivitą preparatoria (rimasta per quanto lo riguarda incerta), alla fase propriamente esecutiva dell'attentato, nella quale Ź stato materialmente inserito attraverso un iter logico viziato. Essa deve pertanto essere annullata, con rinvio al giudice di merito, che dovrą procedere ad un nuovo giudizio sulla responsabilitą dell’imputato per la strage e i reati connessi, attraverso un percorso valutativo argomentativo indenne dai vizi sopra evidenziati”.


 

FATTI DI GENOVA:
C’ERANO BANDIERE E NON SPRANGHE
IN QUEL FURGONE

C'erano aste di bandiera, stereo, zainetti, non spranghe e bastoni, nel furgone bianco della Iveco perquisito dalla polizia durante il G8 del luglio 2001 a Genova.

Lo ha dichiarato Vincenzo D'Agnano, primo dirigente della polizia, durante l'udienza del processo per devastazione e saccheggio a carico di 26 manifestanti. Nel corso dell’udienza del 4 dicembre scorso, il testimone dell'accusa ha ricostruito le veritą dell’aneddoto del furgone, visto e rivisto in numerosi filmati.

Secondo la testimonianza di D'Agnano, sabato 21 luglio 2001 gli fu ordinato di perquisire il furgoncino, segnalato il giorno prima da un elicottero come pieno di spranghe destinate ad offendere le forze dell'ordine. All'atto della perquisizione, davanti al centro di accoglienza di via Maggio, nel quartiere di Genova Quarto, il dirigente, accompagnato da cinquanta agenti del reparto mobile di Padova, trovė invece solo oggetti relativi a cortei e manifestazioni: aste di bandiera, sterei, casse, zainetti.

Cade cosď miseramente una delle speculazioni cui si erano abbandonati diversi organi di stampa.


 

FATTI DI GENOVA (2):
PER L’ASSALTO ALLA DIAZ
SOLO AGENTI ALLA SBARRA

28 poliziotti, tra cui alcuni dirigenti all’antiterrorismo, sono stati rinviati a giudizio dal GUP Daniela Faraggi per il sanguinoso blitz nelle scuole Diaz e Pascoli, avvenuto la notte del 21 luglio del 2001, durante il G8.

Il processo Ź stato fissato per il prossimo 6 aprile davanti alla terza sezione del tribunale di Genova.

Le accuse nei loro confronti sono, a vario titolo, falsitą ideologica, calunnia, lesioni gravi, violenza privata, danneggiamenti, perquisizione arbitraria, percosse.

Tre anni di indagini, sei mesi di udienza preliminare. La vicenda giudiziaria sul blitz alla scuola Diaz della notte tra il 21 e il 22 luglio 2001 a Genova si avvia quindi verso il dibattimento.

E' questo l'unico esito giudiziario che rimane in piedi a oltre tre anni da quella notte, quando, dopo due giornate di scontri di piazza con un morto (Carlo Giuliani), reparti di agenti in assetto antisommossa fecero irruzione nella scuola Diaz, diventata, in quei giorni, dormitorio per i no global.

Dalla scuola uscirono giovani in barella, davanti agli occhi dei parlamentari dell'opposizione, della stampa, degli attivisti accorsi sul posto. In molti, la chiamarono “mattanza”, altri “notte cilena”.

I dirigenti delle forze dell'ordine spiegarono il blitz,  denunciando la presenza nella Diaz dei Black Bloc. 72 furono i feriti tra i noglobal, 93 gli arrestati: a maggio dell'anno scorso sono stati tutti prosciolti dalle accuse di resistenza aggravata, detenzione di coltelli e armi improprie. Il GIP Anna Ivaldi concluse che non ci fu alcun atto di resistenza da parte dei noglobal contro i poliziotti protagonisti dell'irruzione.

L'archiviazione di quella tranche dell'inchiesta fu, di fatto, un primo segnale da parte dei magistrati, non convinti della versione del blitz fornita dai poliziotti indagati.

Gią nel 2002, i PM di Genova erano giunti alla conclusione che le due molotov esibite dalla polizia come pezzi sequestrati nel blitz alla Diaz, in realtą erano state portate nella scuola proprio dagli agenti. Per il fatto specifico sono ora imputati il vicequestore aggiunto del reparto mobile di Roma Pietro Troiani e l'ex agente della mobile di Genova Michele Burgio. E poi l'altra accusa di falso: la coltellata che l'agente scelto del reparto mobile di Roma Massimo Nucera raccontė di aver subito nell'irruzione.

Tra gli altri imputati, diversi nomi di spicco: l'ex capo della Digos di Genova Spartaco Mortola; Francesco Gratteri, all'epoca dei fatti capo dello SCO e ora al vertice dell'antiterrorismo; Nando Dominici, gią capo della Squadra Mobile di Genova; Giovanni Luperi, all'epoca del G8 vice capo dell'Ucigos; Vincenzo Canterini, comandante del Settimo Nucleo Sperimentale di Roma,; Gilberto Caldarozzi, vice di Gratteri durante il G8; Michelangelo Fournier, all'epoca vice di Canterini; Fabio Ciccimarra, vice questore aggiunto di Napoli; Carlo Di Sarro, vice questore aggiunto di Genova.

Rimangono da chiarire le responsabilitą politiche e la catena di comando che furono a monte del blitz alla Diaz.


 

PANTANO IRAQ:
LE PERDITE AMERICANE
TOCCANO QUOTA 1313

Le perdite americane in Iraq, dall'inizio del conflitto, sono salite a 1313, secondo i dati del Pentagono. Ma altri computi ne calcolano 1317. Le perdite alleate in Iraq sono state 146 (17 i militari italiani).

Delle 1313 perdite americane ufficiali in Iraq, 1034 sono caduti e 279 vittime di fuoco amico o incidenti.

Il totale delle perdite della coalizione in Iraq Ź di 1459.

Il mese di novembre, che ha visto 137 militari Usa morti ufficialmente contati, Ź stato il mese piĚ letale di tutto il conflitto per le forze armate americane, peggio dell'aprile di sangue quando i morti USA erano stati 135. Aprile e novembre sono gli unici mesi, dei venti di guerra, in cui le forze armate degli Stati Uniti hanno perso oltre 100 elementi.

A dicembre, sono finora morti 59 militari statunitensi, compresi i 13 della strage di Mosul.

Dal passaggio dei poteri al governo iracheno ad interim, avvenuto il 28 giugno, le cose sono sempre andate peggiorando, con l'eccezione di ottobre quando c'erano state 62 perdite.

Le cifre del Pentagono non tengono conto delle vittime civili, ostaggi o altro. Non c'Ź indicazione ufficiale delle perdite irachene militari e civili: le stime variano da migliaia a decine di migliaia (fino a 100 mila, secondo valutazioni britanniche) e s'aggravano di giorno in giorno.

I militari americani feriti in Iraq sono ormai oltre 9.800 e almeno la metą hanno perso un arto.

Negli ultimi otto mesi, ci sono stati molti piĚ feriti USA che nei 13 mesi precedenti (oltre 6500 contro 3300 circa, secondo i dati del Pentagono.

Gli alleati degli Usa in Iraq hanno complessivamente perso 146 soldati cosď ripartiti: 74 britannici; 17 italiani; 13 polacchi; 11 spagnoli; nove ucraini; sette bulgari; tre slovacchi; due thailandesi; due olandesi; due estoni; un danese, un lettone; un ungherese e un salvadoregno.

Le cifre, inoltre, non tengono conto dei civili statunitensi o di altri Paesi (come i due italiani vittime dell'attentato di Nassiriya) morti in Iraq, ad eccezione dei dipendenti civili del ministero della difesa Usa (tre) e neppure degli ostaggi.


 

PANTANO IRAQ (2):
GLI INCUBI DEL SERGENTE MASSEY

Il sito di un giornale canadese in lingua italiana Ź apparso questo articolo.
E’ il racconto di soldato americano.
Lo riportiamo cosď come c’Ź stato segnalato da un nostro lettore:

«Civili uccisi senza un perchéÈ


Gli Stati Uniti stanno compiendo un genocidio e lo stanno facendo volontariamente. 100.000 morti? Nessuno saprą mai il numero esatto. é stato un massacro. Il mio battaglione era stato dispiegato in una zona periferica di Baghdad. Qui avevamo allestito un posto di blocco. Gli ordini erano precisi: sparare alle macchine che non si fossero fermate al nostro segnale di alt. Nel giro di quarantotto ore abbiamo ucciso trenta civili.Dentro le loro automobili non abbiamo trovato nessuna arma. Abbiamo finito il lavoro gettando i loro corpi in una fossa, come ci era stato ordinato dai nostri superiori”.

Jimmy Massey parla con distacco dell'inferno che ha visto e vissuto in prima persona in Iraq. Le sue parole sono misurate, il tono della sua voce Ź calmo e piatto, il suo sguardo molto spesso si abbassa a guardare le sue mani, mani che hanno sparato e ucciso altri esseri umani.

Quando venne richiamato negli Stati Uniti, nel dicembre del 2003, il sergente Massey del corpo dei Marines venne colpito da una forte crisi depressiva: “Non ci sono medicine per poter curare le ferite dell'anima: sono sfregi interiori che rimarranno per sempre”.

Jimmy Massey, 33 anni, dodici dei quali spesi nell'Esercito, Ź giunto a Toronto in occasione dell'inizio delle udienze presso l'Immigration and Refugee Board di Jeremy Hinzman, il soldato americano che, dopo essersi rifiutato di partire per l'Iraq, Ź fuggito dagli Stati Uniti e sta cercando ora di ottenere asilo politico in Canada.

Massey porterą le sue esperienze vissute in Iraq di fronte alla commissione, per ribadire che “la guerra fatta dagli Stati Uniti Ź illegale e rifiutare di parteciparvi Ź un diritto”. “Ho fatto parte del corpo dei Marines per dodici anni - racconta l'ex soldato - in questo periodo ho avuto molti compiti, ho partecipato a varie missioni. Nell'inverno del 2002, nella nostra base nel North Carolina, iniziammo un'esercitazione specifica sulla guerriglia urbana che durė parecchie settimane. Quindi la preparazione venne incentrata sulla chiusura e il sabotaggio di pozzi petroliferi: nelle esercitazioni utilizzavamo le mappe di Ar Rumaylah, una localitą meridionale dell'Iraq. Il 2 gennaio ricevetti la telefonata dai miei superiori: sarei stato dislocato in Kuwait, in una missione top secret”.

Arrivammo in Kuwait il 22 gennaio. In tutto eravamo circa 1.200 marines. Qui iniziė la nostra preparazione specifica per l'invasione dell'Iraq. A metą febbraio 2003 eravamo pronti, aspettavamo da un giorno all'altro l'ordine per iniziare l'attacco”.

Le operazioni di guerra partirono il 22 marzo e Massey si trovė sin da subito in prima linea: “Non ci furono grossi problemi - ricorda - la resistenza che ci trovammo di fronte era male armata, disorganizzata. I vertici militari hanno parlato dell'uso di armi intelligenti, capaci di centrare obiettivi specifici con grande precisione. In realtą, fin dall'inizio del conflitto, l'esercito americano fece un largo utilizzo di cluster bomb e  di bombe al napalm: era facile vedere civili iracheni morti sui bordi delle strade, completamente dilaniati, sfigurati, divorati dai vermi e dalle mosche”.

Il punto di vista di Massey sull'intervento in Iraq ha vissuto con il passare dei mesi una parabola tipica di molti altri suoi commilitoni. Partito dagli Stati Uniti con la convinzione “che l'Iraq avesse armi di distruzione di massa e che il regime di Saddam andasse neutralizzato”, con il passare delle settimane la sua posizione Ź radicalmente cambiata: “La nostra avanzata verso nord procedeva senza troppi intoppi - ricorda l'ex sergente - il mio battaglione fu assegnato alla presa di Salman Pak, quello che secondo la stampa americana doveva essere un campo d'addestramento per terroristi e che in realtą era il centro dell'intelligence irachena: la struttura era occupata solamente da civili, ma questo lo scoprimmo solamente in un secondo momento. Il blitz scattė di notte, entrammo dentro e iniziammo a sparare all'impazzata, come cowboy, uccidendo chiunque vedessimo di fronte a noi”.

Nei dintorni di Salman Pak, la mattina seguente, le mie convinzioni iniziarono a vacillare. Ci stavamo riposando, io ero stremato, stavo cercando di scaricare tutta l'adrenalina accumulata la notte precedente. Un uomo iracheno mi venne incontro, con il figlio in braccio. Il bambino avrą avuto non piĚ di due anni. L'uomo si avvicinė e mi mise in braccio il figlio. In quel momento realizzai l'assurditą di quello che stavo facendo: l'umanitą di quel gesto, fatto da uno sconosciuto contro il nostro folle atteggiamento, mi aprď gli occhi. Mi guardai allo specchio. Avevo il volto completamente sporco di sabbia, il sudore che mi colava dalla fronte e le mani impastate di sangue: ero un mostro, ero un demone e lo sarei stato per sempre”.

Ma per il sergente Massey il precipizio che porta dritto all'inferno non finď quel giorno: “Con il passare delle settimane la situazione continuė a peggiorare. Durante una manifestazione pacifica organizzata su un ponte nella zona dell'aeroporto della capitale sentimmo esplodere alcuni colpi che passarono sopra le nostre teste: aprimmo il fuoco sulla folla fino a quando non si mosse piĚ nulla. Andammo a controllare i cadaveri: erano tutti civili disarmati. Tra loro c'era un bambino di sei anni, colpito da un proiettile in mezzo alla fronte. Il giorno successivo, nel consueto briefing con la stampa, i vertici militari definirono l'episodio come “un'azione contro un gruppo di ribelli” e i media lo riportarono come tale. Ora la mia domanda Ź questa: come si puė definire quello che abbiamo fatto come “un'azione contro dei ribelli”? Cosa ci farebbe un bambino di sei anni in mezzo a dei terroristi? Il signor Bush puė forse darmi una risposta? Lo possono fare i vertici militari?”.

Il giorno successivo accadde un nuovo, sconvolgente episodio: “Eravamo di turno in un posto di blocco su una autostrada, nella periferia di Baghdad. Una Kia con quattro persone a bordo non si fermė al nostro segnale di stop: aprimmo il fuoco contro i quattro occupanti. Solo uno rimase ferito di striscio, gli altri tre morirono poco dopo. Ho ancora di fronte l'immagine di questo uomo, la rabbia e la dignitą del suo volto: uscď dalla macchina con le mani in alto e si avvicinė a noi. “Perché avete ucciso mio fratello? - chiese - Cosa vi abbiamo fatto? Perché avete sparato?”. Nessuno di noi rispose, nessuno di noi avrebbe potuto farlo. Controllammo a fondo il veicolo, dentro non c'era nessuna arma. Queste persone non erano ribelli, non erano terroristi, non costituivano alcuna minaccia. Sono state semplicemente assassinate”.

Il tono di Massey diventa piĚ duro. Non riesce piĚ a controllarsi, a tenere dentro il senso di colpa e la rabbia: “Dobbiamo uscire da un luogo comune che ci viene ripetuto tutti i giorni: non siamo portatori di pace, non siamo liberatori. I marines hanno un unico scopo: uccidere e distruggere. Questo Ź il nostro lavoro, questo Ź il nostro mestiere, questo Ź ciė che ci insegnano. Non abbiamo compiti umanitari, non facciamo azioni di peacekeeping: il nostro obiettivo Ź semplicemente uccidere e distruggere, siamo pagati per fare questo”.

Il calvario di Massey finď nel dicembre del 2003, quando fu rispedito a casa a causa di “una forte depressione e disordini dovuti a stress post-traumatico”.

Da quel momento ha lasciato il corpo dei Marines e ha deciso di aderire al movimento pacifista: “Gli Stati Uniti stanno diventando una nazione di guerra. I ragazzi e le ragazze delle classi sociali a basso reddito si arruolano perché Ź l'unico modo per poter guadagnare qualche soldo: per poter studiare, per poter essere indipendenti dai genitori. In certe realtą locali la scelta di entrare nella Guardia Nazionale o di fare carriera nell'esercito Ź l'unico modo per potersi costruire una vita. Io sono stato per dodici anni nel corpo dei Marines: anche nel mio caso la scelta non fu dettata da convinzioni ideologiche, ma dalla situazione economica. Avevo semplicemente bisogno di soldi”.

L'esperienza vissuta in Iraq segnerą per sempre Jimmy Massey. Ma non sono stati solamente gli episodi di sangue a sconvolgere il suo modo di pensare: “é assurdo come si sta comportando la stampa in Iraq. Nessuno sta raccontando veramente il conflitto, ma semplicemente vengono riportate le notizie che sono passate dall'esercito. La maggior parte di queste sono finzioni, bugie, dati e numeri sbagliati. I giornalisti sono incorporati nell'esercito, seguono le azioni dei soldati dall'interno dei carri armati e vengono portati laddove hanno deciso i vertici militari”.

Il numero dei civili uccisi a causa del nostro intervento Ź altissimo - conclude Massey - alcune stime parlano di almeno 100.000 vittime. Credo che un dato certo e definitivo non potremo mai averlo. Bisogna tenere conto delle decine di migliaia di persone che muoiono di stenti. Di una cosa comunque sono certo: in Iraq stiamo commettendo un genocidio, e lo stiamo facendo volontariamente”.


 

PANTANO IRAQ (3):
DOCUMENTI MARINES
PROVANO ALTRE TORTURE
OLTRE ABU GHRAIB

Marines dell'esercito americano che costringono giovani iracheni a inginocchiarsi mentre altri soldati gli scaricano vicino un'arma in una finta esecuzione, altri che usano scosse elettriche su un prigioniero e danno fuoco a una pozza di solvente che ne ustiona un altro.

Sono solo alcuni casi di abusi che emergono da nuovi documenti della Navy e che l'associazione libertaria American Civil Liberties Union ha ottenuto grazie al Freedom of Information Act. I documenti mostrano casi di sevizie su prigionieri in Iraq che vanno oltre quelli di Abu Ghraib, la prigione vicino a Baghdad al centro dello scandalo delle torture sui prigionieri di guerra la scorsa primavera.

I nomi sui documenti sono stati censurati in neretto. “Questo tipo di abusi cosď diffusi era impossibile senza un'assenza di leadership dall'alto”, ha commentato il direttore esecutivo dell'Aclu Anthony D. Romero.

Il Pentagono ha replicato che l'esistenza dei documenti dimostra che le Forze Armate USA prendono sul serio le denunce di abusi, indagano e puniscono i responsabili.

Alcuni documenti includono accuse di esecuzioni di prigionieri. Il Pentagono le ha definite “non sostanziate” ed ha chiuso il caso.

Fonte: ANSA


 

PANTANO IRAQ (4):
PROBLEMI MENTALI
PER I SOLDATI REDUCI

di Alessandra Baldini

Tornando a casa, come negli anni del Vietnam: migliaia di soldati che hanno servito in Iraq e Afghanistan rientrano in patria disadattati e afflitti da gravi problemi mentali e alcuni di loro sono gią finiti negli ospizi per senzatetto.

Gli addetti ai lavori della National Coalition for Homeless Veteran temono una nuova generazione di reduci senza casa come accadde negli anni del Vietnam: “Ho parlato con molti ospizi: tutti hanno segnalazioni da farci. Ma il problema Ź che non sono pronti, la nazione non Ź pronta”, ha dichiarato Linda Boone, direttore esecutivo dell’associazione.

Secondo le stime della Homeless Veteran Coalition, un'altra organizzazione di reduci, circa 300 mila ex combattenti non hanno casa: per metą sono ancora i vecchi soldati sopravvissuti fisicamente, ma non psicologicamente, alla guerra nelle giungle di Indocina. Molti di loro finirono sulla strada per gravi problemi mentali indotti dal combattimento, la cosiddetta sindrome da stress post traumatico che spinge sulla via della depressione, della droga, della violenza domestica, per alcuni del suicidio.

Lo stesso percorso dalla grinta di Rambo alla disperata fragilitą del Luke (John Voight) del film Tornando a casa si sta replicando in questi giorni per decine di migliaia di ex combattenti dell'Iraq e dell'Afghanistan: i primi reduci segnalati negli ospizi per senzatetto da Washington a Seattle potrebbero essere, secondo gli addetti ai lavori, solo la cresta dell'onda. Uno studio dell'Esercito ha calcolato qualche mese fa che un soldato su sei dislocati in Iraq ha gravi problemi di depressione, ansia e della cosiddetta sindrome del Vietnam, ma questo dato - secondo alcuni esperti - potrebbe essere riduttivo: c'Ź chi prevede che salirą a uno su tre, la stessa proporzione che venne riscontrata tra gli ex combattenti che tornavano devastati dalle esperienze vissute combattendo contro i Vietcong nel sud est asiatico.

Un milione di soldati circa hanno combattuto in Iraq e Afghanistan secondo le stime del Pentagono: studi riportati dal New York Times calcolano che il numero di ex soldati costretti a chieder aiuto psicologico per problemi mentali potrebbe superare i centomila.

C'Ź in arrivo un treno pieno di gente che avrą bisogno di aiuto per i prossimi 35 anni”, ha denunciato al quotidiano Stephen Robinson, un veterano dell'Esercito che adesso dirige il National Gulf War Resource center.

Stephen Jones, ex assistente segretario alla difesa per la salute negli anni Novanta, Ź d'accordo con lui: “Le conseguenze per la salute mentale saranno la storia medica della guerra in Iraq”.

Secondo gli psichiatri l'esperienza della guerra in Iraq rispecchia e ricalca quella del conflitto in Vietnam: doveva essere un'impegno breve, contenuto, ma che invece sta impegnando le truppe USA ormai da venti mesi.

Il tipo di combattimento che ha coinvolto i militari americani - imboscate a ogni angolo di strada, impossibilitą di distinguere tra iracheni amici o nemici - creano situazioni ad alto contenuto di adrenalina che poi lasciano pesanti cicatrici emotive. Non migliorano il quadro le continue proroghe della ferma: non sapere quando si tornerą a casa per molti soldati Ź altrettanto devastante del rischio della vita in combattimento.

E' come stare in un acquario. Non ti senti mai sicuro. Non ti puoi mai rilassare”, ha detto al New York Times Paul Rieckhoff che ha servito in Iraq per dieci mesi con una unitą della Guardia Nazionale della Florida. Al ritorno a casa, dei 38 compagni d'armi del suo plotone, otto hanno divorziato. Uno della sua compagnia di 120 soldati si Ź suicidato.

Al tempo del Vietnam, negli anni Settanta, la sindrome da stress post traumatico non era stata ancora diagnosticata. Ora Ź diverso e sono molti i militari che ricorrono alle cure degli psicologi. ”Solo che noi non siamo pronti”, ha detto Evan Kanter del Pudget Sound Veterans Hospital di Seattle al New York Times. In settembre un rapporto del Government Accountrability Office aveva riscontrato la stessa situazione in sei ospedali per veterani su sette i cui medici avevano fatto sapere di non sentirsi attrezzati a far fronte alla crescente domanda di assistenza da parte dei reduci dal fronte.


 

ARCHIVIO MITROKIN:
LA MAGGIORANZA APPROVA LA RELAZIONE
DI META’ LEGISLATURA

La maggioranza nella commissione Mitrokhin ha approvato la relazione di mezza legislatura, presentata a giugno dal presidente Paolo Guzzanti.

Le opposizioni hanno lasciato l'aula della commissione e hanno consegnato ai giornalisti una controrelazione.

Per Guzzanti il lavoro fin qui svolto conferma che, contravvenendo alla legge, i responsabili del SISMI di allora non indagarono e ricorsero anche ai sotterfugi per nascondere le informazioni ottenute dai servizi segreti inglesi. Furono omesse informazioni decisive anche ai magistrati della procura della Repubblica di Roma che successivamente indagarono alcune delle persone coinvolte dalle 261 schede del rapporto Impedian.

Secondo Guzzanti, i nostri servizi segreti gią prima del '95 avevano ricevuto informative sul rapporto dell'ex spia del KGB, ma i documenti non sono mai stati trovati, nonostante il SISMI abbia cercato praticamente dappertutto. Unica possibilitą di sapere se quelle carte precedenti alle 261 schede del rapporto Impedian siano mai giunte a Roma, Ź che l'MI6, il servizio segreto britannico, collabori con la commissione.

Tentativi in tal senso sono gią stati effettuati, ma ancora con pochi risultati, anche se c'Ź da dire che gli inglesi non hanno mai respinto con un secco “no o non esiste” le richieste di Guzzanti. Adesso, comunque, se ne occupa il SISMI, il servizio segreto militare che - come la commissione parlamentare d'inchiesta - Ź molto interessato a conoscere la veritą su quei dossier.

Il SISMI Ź riuscito a ricostruire buona parte delle vie percorse dalle schede, ma non Ź riuscito mai ad accertare cosa sia accaduto prima del '95, anche se da alcuni atti di archivio si comprende che l'arrivo delle schede fu successivo a qualche altra informazione. E' proprio sul contentuo di queste informazioni che si appuntano le curiositą di Guzzanti e del SISMI.

L'attivitą della commissione nei prossimi mesi e fino al termine della legislatura sarą rivolta quasi esclusivamente alla ricerca dei documenti che mancherebbero e, poi, alla ricostruzione dei rapporti fra le Brigate Rosse, il terrorista Carlos e i servizi segreti degli ex paesi del Patto di Varsavia.

Intanto, stanno arrivando tutti i documenti dalla Francia, dove Carlos Ź in carcere e ce ne sono moltissimi che potrebbero chiarire il ruolo dell'Unione Sovietica nel sequestro e nell'uccisione del presidente della Dc Aldo Moro.


 

ARCHIVIO MITROKHIN (2):
ACCAME,
NON SI VUOLE INDAGARE SU MORO

La commissione Mitrokhin non vuole approfondire alcune vicende legate al caso Moro.

A questa conclusione Ź giunto Falco Accame, ex presidente della commissione Difesa della Camera.

Dopo l'approvazione della relazione, Guzzanti - nota Accame - ha detto che si Ź sulle tracce di veritą scomode sugli anni '70 e '80, sul caso Moro e sulla genesi del terrorismo rosso e altro'”. Ma Guzzanti non ha mai voluto prendere posizione su una vicenda piĚ volte sollevata, e cioŹ che “due gladiatori hanno fatto affermazioni rilevanti sulla vicenda Gradoli e piĚ in generale sulla questione Moro. Mi riferisco - sottolinea Accame - in particolare alle dichiarazioni rese dall'agente Cangedda, oggetto pochi giorni fa di un ennesimo attentato, che ha piĚ volte dichiarato di aver ricevuto, mentre operava nella Germania est durante i 55 giorni del sequestro Moro, una informazione che proveniva dalla Stasi, che indicava la base brigatista come situata in Gradoli Strasse, ossia via Gradoli a Roma. Cangedda ha visto incendiata nuovamente la sua macchina nei giorni scorsi. L'altro militare, Antonino Arconte, ha piĚ volte chiesto di essere ascoltato, perché ha fatto riferimenti a un'attivazione della sua rete, collegata a Gladio, per intercettare il terrorista internazionale Carlos. Recentemente la commissione Mitrokhin e il magistrato romano Ionta si sono recati a Parigi per avere delucidazioni sul ruolo di Carlos nel rapimento Moro. O i due gladiatori sono dei falsari, mitomani, e vanno perseguiti dalla magistratura, oppure si deve tener conto di quello che dicono, dato che Bettino Craxi ebbe a incontrarli e a invitarli alla riservatezza sul ruolo da loro giocato”.

Accame ricorda anche una dichiarazione del 10 giugno 1991 di Francesco Cossiga, all'epoca presidente della Repubblica, nella quale affermava che l'utilizzo di forze speciali militari come Folgore, San Marco e Comsubin era previsto ”nell'ambito della Rete antinvasioni della NATO”, cioŹ Gladio.


 

MAFIA:
DELL'UTRI,
UN PROCESSO DURATO SETTE ANNI

Con una sentenza di condanna a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa si Ź concluso l’11 dicembre scorso, dopo 7 anni, il processo a carico di Marcello Dell'Utri.

Dell'Utri viene iscritto nel registro degli indagati - con la sigla di copertura “M” per non essere identificato - nel 1994. A fare per la prima volta il suo nome ai magistrati della Procura il “pentito” Salvatore Cancemi il quale riferisce notizie apprese nell'ambito della famiglia mafiosa di Porta nuova. Il “collaboratore di giustizia” parla di “versamenti di denaro dal gruppo Fininvest alla mafia”.

Dopo di lui arrivano molti altri collaboratori di giustizia, tra cui Angelo Siino, l'ex “ministro dei Lavori pubblici di Cosa nostra” che parla di presunti incontri tra Dell'Utri e il boss Stefano Bontade. E ancora, Francesco Di Carlo e Vincenzo La Piana.

Altri “collaboratori di giustizia” scagionano, invece, l'imputato, sostenendo di non avere saputo di suoi rapporti con Cosa nostra. Tra questi spiccano il nome di Tommaso Buscetta, ma anche di Francesco Marino Mannoia, tra i primi boss mafiosi a rompere il muro dell'omertą, ma anche Giovanni Brusca, il “boia di Capaci” e Gioacchino Pennino.

Dopo due anni, il 21 ottobre 1996, la Procura di Palermo, allora diretta da Gian Carlo Caselli, chiede il rinvio a giudizio di Marcello dell'Utri e del secondo imputato, mai apparso in aula, Getano Ciną.

La prima udienza preliminare si svolge il 20 novembre dello stesso anno e termina con il rinvio a giudizio dell'ex manager Fininvest per concorso esterno in associazione mafiosa.

Il primo processo comincia un anno dopo, il 5 novembre del 1997.

Da quel giorno vengono celebrate 256 udienze, con centinaia di testimoni ascoltati in aula, tra cui Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del Cosniglio; Alfredo Biondi, vice presidente del Senato, ma anche alcuni giornalisti come Maurizio Costanzo ed Enrico Mentana. Il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, sentito come testimone, si avvale della facoltą di non rispondere.

Questi, invece, i “collaboratori di giustizia” ascoltati, tra cui alcuni in sedi esterne: Tommaso Buscetta, poco prima della sua morte; Francesco Marino Mannoia, collegato dagli Stati Uniti; Salvatore Cancemi; Gaspare Mutolo; Francesco Onorato; Giuseppe Marchese; Gioacchino Pennino; Tullio Cannella; Emanuele Di Filippo; Calogero La Piana; Giovanni Brusca; Vincenzo Sinacori; Salvatore Galliano; Salvatore Contorno; Maurizio Svola; Giuseppe Pulvirenti; Giuseppe Guglielmini; Ciro Vara e piĚ  recentemente anche l'ultimo boss “pentito”, Antonino GiuffrŹ, ex “braccio destro” di Bernardo Provenzano.

Pesanti le accuse della procura, rappresentata dai PM Nico Gozzo e Antonio Ingroia.

In diciotto udienze di requisitoria, terminate con la richiesta di condanna a undici anni di carcere, i due magistrati, alternati in una sola udienza dal pm Mauro Terranova, i magistrati sottolineano i presunti rapporti tra Dell'Utri e la mafia. Rapporti che sarebbero cominciati “negli anni Sessanta” e si sarebbero protratti “fino al 1995”.

In quel periodo, secondo i magistrati, Dell'Utri, che ha sempre respinto le accuse, sarebbe stato un “canale di collegamento tra Cosa nostra, il mondo economico milanese e il sistema istituzionale”. Questo ruolo di cerniera si sarebbe sviluppato in un conteso di relazioni con esponenti di spicco della mafia. I magistrati citano boss di piccolo, medio e grosso calibro come Girolamo Teresi, Stefano Bontade, Vittorio Mangano, Totė Riina e Raffaele Ganci.

Mangano, lo “stalliere di Arcore”, proprio grazie al “decisivo apporto di Dell'Utri” avrebbe avviato operazioni di riciclaggio.

Due in particolare gli affari citati dai magistrati dai quali emergerebbero le connessioni tra l'imputato e la mafia: investimenti immobiliari in Sardegna e nel centro storico di Palermo. Si tratta di accuse che la difesa di Dell'Utri, rappresentata dai legali Enzo ed Enrico Trantino, Roberto Tricoli, Giuseppe Di Peri e Francesco Bertorottta, respingono con determinazione.

In 23 udienze di arringhe difensive, il collegio difensivo ribadisce che “l'accusa Ź fondata sul deserto probatorio”. Di fronte alle accuse dei “pentiti”, i difensori sostengono che “l'accusa ha portato in aula personaggi decisamente scadenti, sia come criminali, che come collaboranti”. Sul presunto aiuto elettorale ottenuto da Dell'Utri, i legali attaccano: “Nel '99 Dell'Utri non Ź neppure stato eletto al Parlamento europeo in Sicilia, anzi ha avuto un risultato scadente”.

La sentenza pronunciata a carico di Dell’Utri gli infligge nove anni di reclusione con l'accusa di concorso esterno per associazione mafiosa. Condannato anche il coimputato Gaetano Ciną alla pena di sette anni di reclusione ed entrambi, in solido, al pagamento delle spese processuali. Ciną anche a quelle del proprio mantenimento in carcere durante la custodia cautelare.


 

OMICIDIO GUCCI:
PG CHIEDE CONFERMA
CONDANNA REGGIANI

Per la Procura generale di Venezia il processo di revisione a carico di Patrizia Reggiani finisce qui. Chiedo il rigetto dell'istanza di revisione”.

Cosď il procuratore generale Gabriele Ferrari ha chiesto la conferma della condanna a 26 anni di carcere (gią passata in giudficato) per Patrizia Reggiani, accusata di aver commissionato il delitto dell'ex marito Maurizio Gucci, assassinato a Milano nel marzo del '95.

A differenza di quanto sostenuto dall'avvocato Danilo Buongiorno secondo il quale l'intervento chirurgico al cervello subito dalla donna tre anni prima del delitto avrebbe pregiudicato la luciditą mentale della Reggiani.

Anche secondo il noto criminologo Francesco Bruno, consulente tecnico della difesa, Patrizia Reggiani non era e non Ź imputabile. Si attende ora la sentenza.


 

CRIMINALITA’:
IN AUMENTO I REATI
COMMESSI DALLE DONNE

I reati al femminile in Italia - pur restando in numero nettamente inferiore rispetto a quelli commessi dagli uomini - registrano, in termini generali, un aumento percentuale superiore a quello segnato dall'universo maschile. Lo dimostrano i dati diffusi dalla Criminalpol, relativi al primo semestre del 2004.

Secondo le cifre, le donne sono colpevoli soprattutto di furti e truffe (in termini assoluti)  ma si rendono sempre piĚ responsabili anche di omicidi e di reati a sfondo sessuale, compresa la pornografia minorile. Sembrerą incredibile, ma nella violenza sessuale le donne addirittura superano di gran lunga gli uomini, cosď come nel favorire l'immigrazione clandestina, nei maltrattamenti, nelle rapine e nella ricettazione.

In particolare, nei primi sei mesi dell'anno sono state in totale 81.985 le donne che hanno commesso un reato (contro i 426.350 mila uomini autori di illeciti) ma la loro percentuale, rispetto allo stesso periodo del 2003, Ź cresciuta del 7,6%, contro il 4,4% in piĚ segnato dagli uomini nello stesso periodo.

Tra i crimini in aumento commessi dalle donne - sempre stando ai dati della Criminalpol - si contano 81 omicidi nel periodo gennaio-giugno 2004 (contro i 1.305 commessi dagli uomini), il 118% in piĚ rispetto allo stesso semestre dell'anno scorso.

Hanno registrato un aumento del 161%, invece, i reati in rosa che riguardano la riduzione in schiavitĚ (47 casi nel primo semestre 2004); gli episodi di violenza sessuale (37 casi) sono cresciuti dell'85% (contro il 13,9% a carico degli uomini), quelli di estorsione (352 casi) del 64,5%.

Tra i reati di cui le donne si sono rese responsabili non mancano episodi di sfruttamento della prostituzione minorile: sono stati 30 quelli registrati nei primi sei mesi dell'anno, il 57,9% in piĚ rispetto allo stesso periodo del 2003 (quando erano stati 19). E di pornografia minorile: sono stati 45 i casi di donne che hanno prodotto o messo in circolazione tale materiale, con una percentuale in aumento del 125% sul 2003.

Quanto ai maltrattamenti, si sono contati 276 casi; 851 di rapina; 3.159 invece quelli di minaccia, 2.479 di ricettazione.

In termini assoluti, tra le diverse tipologie di reato in rosa, il numero piĚ alto riguarda i furti, seguiti dalle truffe: sono rispettivamente 8.199 e 5.015 i casi schedati nell'arco dei primi sei mesi dell'anno. Infine, 650 donne sono state fermate per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina (+23%).

Tra i dati in calo, sempre riferiti alle donne, vi sono invece l'associazione di tipo mafioso (-55% sul 2003) e lo sfruttamento della prostituzione in termini generali (-78%).


 

TERRORISMO INTERNAZIONALE:
SULL’ATTENTATO DELL’11 MARZO,
AZNAR MENTI’.
PAROLA DI ZAPATERO

Dal pomeriggio dell'11 marzo, subito dopo le stragi dei treni a Madrid, il governo di JosŹ Maria Aznar mentď e tenne in piedi un “inganno massiccio” sulla paternitą degli attentati.

In una lunghissima deposizione durata tutta la giornata davanti alla commissione parlamentare che indaga sull'11 marzo, il primo ministro JosŹ Luis Rodriguez Zapatero ha attribuito la responsabilitą “esclusiva” delle azioni che insanguinarono la capitale spagnola - 191 morti e circa 2.000 feriti – “all'integralismo islamico radicale” e ha accusato il governo di Aznar di essere passato dall'inganno iniziale alla “confusione” attuale per “tentare di salvare la faccia”.

La seduta-fiume della commissione parlamentare d'inchiesta Ź durata 14 ore e mezza. Durante l'audizione, Zapatero, primo capo di governo spagnolo a comparire davanti a una commissione parlamentare d'inchiesta, ha tra l'altro risposto per oltre quattr'ore - invece dei 50 minuti previsti - alle domande del capogruppo del Partito Popolare (PP, destra, la formazione di Aznar), Eduardo Zaplana.

Gli autori non erano nelle montagne, né nei deserti; erano qui, a Lavapies, a Leganes e a Morata di Taluna”, ha detto Zapatero, citando quartieri e sobborghi di Madrid, ed ha lanciato una bordata di critiche al governo del suo predecessore. “La pianificazione e l'esecuzione degli attentati - ha aggiunto - sono opera di quelli stessi che hanno compiuto gli attacchi dell'11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti, dell'ottobre 2002 a Bali (Indonesia), del maggio-novembre 2003 a Casablanca (Marocco) e Istanbul (Turchia)”.

Secondo Zapatero, “dal momento in cui si seppe che l'esplosivo usato dai terroristi non era titadine (utilizzato di solito dai guerriglieri separatisti baschi, NDR) c'era solo una linea d'indagine e non era quella dell'ETA”. Il governo dell'allora premier Aznar ritenne invece “prioritaria” la pista dei terroristi baschi come presunti autori delle stragi, e tuttora c'Ź anche chi - come ha fatto Aznar davanti alla stessa commissione - non esclude un eventuale legame tra gli islamici e gli Etarras nel preparare l'azione.

Durante l'audizione, Zapatero ha letto integralmente recenti rapporti della polizia che escludono, per l'11 marzo, qualsiasi collusione tra il terrorismo basco e quello di matrice integralista islamica. “Le prime conclusioni di tutte le inchieste di tutti i servizi di sicurezza sono che tutti gli attori dell'11 marzo appartenevano alle reti del terrorismo integralista islamico”, ha insistito il premier.

Tutto quello che Ź stato detto tra il pomeriggio dell'11 marzo e il 14 marzo (giorno delle elezioni, vinte dai socialisti) Ź stato un inganno di massa, diffuso addirittura mediante un telegramma inviato dal ministero degli Esteri all'ONU e a diverse ambasciate”, ha sottolineato Zapatero che aveva annunciato tre mesi fa la sua disponibilitą a comparire davanti alla commissione.

Zapatero ha contestato anche coloro che sostengono che gli spagnoli hanno, con il loro voto, ceduto ai terroristi e che una concessione ad essi Ź stata anche il ritiro delle truppe dall'Iraq. “I terroristi hanno colpito il Paese piĚ refrattario alle loro ambizioni, i cittadini piĚ avvertiti contro i loro metodi”, ha detto, in un riferimento alle trentennale esperienza dell'ETA.

Nell'audizione - piĚ lunga della gią interminabile comparizione di Aznar lo scorso 29 novembre, durata otto ore - Zapatero ha anche accusato il governo Aznar di aver cancellato dai computer tutti i documenti riguardanti i giorni tra gli attentati e le elezioni: “alla presidenza del governo non c'Ź una sola carta, un solo dato su un supporto informatico perché c'Ź stata una cancellazione massiccia da tutto il gabinetto della presidenza del governo”. Zapatero ha anche sottolineato che inviare truppe in Iraq “senza ascoltare i cittadini spagnoli” - massicciamente contrari all'intervento - e senza consultare il Parlamento era stato un “errore gravissimo” che aveva “elevato il rischio terroristico” in Spagna.


 

MEDIORIENTE:
SECONDO UN ESPONENTE HAMAS
ESISTE UN CONTATTO CON USA E UE

Stati Uniti e Unione Europea sarebbero segretamente in contatto con Hamas, malgrado abbiano inserito il gruppo palestinese nella lista delle organizzazioni terroristiche.

Lo ha affermato, in un'intervista alla BBC, un alto esponente di Hamas, il capo dell'ufficio politico Khaled Mashal. Stati Uniti ed Unione Europea hanno smentito.

L'Unione Europea, che ha posto Hamas sulla lista delle organizzazioni terroriste, continua con le comunicazioni e gli incontri”, ha detto Mashal. E ha aggiunto: “L'amministrazione americana, che pure ci ha messo in una lista di terroristi e ci critica, ci ha contattato nei mesi passati”.


 

MEDIORIENTE (2):
PER UN DEPUTATO LIKUD
“GLI ARABI SONO DEI VERMI”

Quando sentirete parlare di antisemitismo, ossia di odio razziale verso gli ebrei, tenete bene a mente cosa pensa degli arabi un deputato del Parlamento israeliano.

Secondo Yehiel Hazan, un parlamentare del Likud, il partito del premier israeliano Ariel Sharon, “gli arabi sono dei vermi, ovunque si trovino sono dei vermi, sia sotto terra che sopra”. Hazan ha dato saggio della sua cultura razzista in un discorso di fronte alla Knesset, il parlamento dello Stato ebraico.

Hazan, che Ź un capofila delle lobby favorevoli alle colonie in Cisgiordania, ha poi rincarato la dose, aggiungendo: “Questi vermi non hanno smesso di attaccare gli ebrei da un secolo e noi tendiamo loro la mano”.

Hazan si Ź poi rifiutato di ritornare sulle sue affermazioni, come aveva chiesto il presidente della seduta.

Fonte: France Press


 

TERRORISMO ITALIANO (2):
LA CASSAZIONE ANNULLA
ORDINANZA LIBERTA' PER MICALETTO

I giudici della Corte di Cassazione hanno annullato l'ordinanza di libertą condizionale per l'ex brigatista rosso Rocco Micaletto, concessa il 18 febbraio scorso dal tribunale di sorveglianza di Genova.

A decidere la liberazione condizionale di Micaletto era stato il giudice Lino Monteverde, presidente del tribunale di sorveglianza che, in precedenza, per due volte aveva respinto la richiesta dell'ex brigatista, rimasto in carcere per 24 anni, di cui sei in regime di semilibertą.

A presentare opposizione in Cassazione contro la liberazione condizionale era stato il PG presso la corte d’Appello di Genova, Domenico Porcelli.

Micaletto, condannato a tre ergastoli per la partecipazione ad alcuni omicidi delle Brigate Rosse, rischia di tornare in carcere in regime di semilibertą.

Nel ricorso per Cassazione, il PG aveva sostenuto che non era stata raggiunta la prova, prevista dalla legge, del “sicuro ravvedimento” di Micaletto. Secondo il procuratore generale, inoltre, l’ex brigatista non ha ripudiato i suoi “trascorsi politici”, né ha cercato, “seppur percettore di un reddito minimo” di risarcire le parti offese o almeno di interessarsi alla loro sorte.


 

TERRORISMO ITALIANO (3):
PERSICHETTI IN SCIOPERO DELLA FAME

Paolo Persichetti, l'ex brigatista rosso arrestato in Francia nell'estate del 2002 con ancora 20 anni da scontare per il concorso nell'omicidio del generale Licio Giorgieri, Ź in sciopero della fame nel carcere di Viterbo dove Ź stato recluso subito dopo l'estradizione.

La mia rinnovata condizione di detenuto - ha spiegato Persichetti in una lettera inviata all'’ANSA - cela, in realtą, la volontą di trasformarmi in ostaggio di una ritorsione contro i fuoriusciti riparati in Francia”.

La decisione di Persichetti Ź arrivata dopo un doppio rifiuto - prima da parte del tribunale di sorveglianza di Viterbo e poi da quello di Roma - della concessione di un permesso. Rifiuto, ha spiegato l'ex terrorista, motivato con la mancanza delle informazioni richieste all'Interpol sui suoi dieci anni trascorsi in Francia.

Sembra che l'intera questione - ha detto ancora Persichetti - abbia di gran lunga oltrepassato gli stretti ambiti giuridici per assumere un rilievo unicamente politico”. Ecco dunque “la ritorsione: attraverso di me si vuole sanzionare ciė che i fuoriusciti rappresentano da oltre 20 anni. Un'anticipazione del possibile futuro italiano, di ciė che avrebbe potuto essere se fosse stata varata un'amnistia per gli anni Settanta. Una smentita cocente per i fautori dell' Emergenza, un modello fin troppo scomodo, da cancellare”. In gioco, dunque, “non sono piĚ quelle poche ore di libertą vigilata” che il permesso gli avrebbe concesso, ma “la mia identitą, la mia storia, un'esistenza condotta alla luce del sole secondo le regole della dottrina Mitterand”.

Dopo aver oltrepassato un terzo della pena, resto un sospettato permanente, sottoposto ad un processo senza fine”.

Per questo, “per sottrarmi a questa congiura dell'ipocrisia e della menzogna - ha aggiunto Presichetti - non resta altro che mettere in gioco l'unica cosa che un prigioniero ha, il proprio corpo”.

Due le richieste di Persichetti per interrompere lo sciopero della fame: al GIP di Bologna, affinché archivi l'inchiesta che lo ha visto coinvolto per l'omicidio Biagi (archiviazione sollecitata dalla stessa procura) e al ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu, perché “renda note le ragioni che da oltre un anno impediscono all'Interpol” di fornire le informazioni chieste dai tribunali di Viterbo e Roma.


 

STRAGI NAZIFASCISTE:
RUBATI GLI APPUNTI
DEL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE

Rubati gli appunti riservati del presidente della Commissione parlamentare sulle stragi nazifasciste. Flavio Tanzilli, dell'UDC, al rientro nella sua casa romana nei pressi di piazza Navona, ha trovato l'abitazione sottosopra: ignoti, forzando la porta d'ingresso, si sono impossessati, perė, soltanto di alcuni fogli relativi a una serie di appunti sul lavoro di indagine da lui compiuto in varie parti d'Italia e che sarebbero stati oggetto, il giorno successivo, della riunione gią fissata dell'ufficio di presidenza della Commissione.

Tanzilli ha deciso di verificare i documenti di quello che Ź stato definito “l'armadio della vergogna”, rinvenuto presso la procura militare di Roma durante il processo Pribke del '94 e che contiene i fascicoli di indagine compiuta dagli inglesi durante i due anni di occupazione nazifascista del nostro paese, nel corso dei quali sarebbero state uccise almeno 15 mila persone.

Il presidente della Commissione ha gią subito altre tre intimidazioni e perfino un tentativo di aggressione. “Se pensano che io possa arretrare si sbagliano, anche se non mancano le preoccupazioni. Ma la commissione – ha detto al quotidiano on line Il Velino Tanzilli - andrą avanti nella ricerca dei responsabili dell'occultamento di quella indagine e dei protagonisti degli eccidi”.


 

KOSOVO:
CORTE AJA RESPINGE
ISTANZA SERBIA CONTRO PAESI NATO

La Corte internazionale di giustizia dell'Aja ha respinto le accuse di genocidio presentate dalla Serbia e Montenegro contro otto paesi della Nato, fra i quali l'Italia, per la loro partecipazione alla guerra del Kosovo del 1999.

Il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite ha di fatto dato ragione alla posizione degli otto paesi (oltre a Italia, Belgio, Francia, Canada, Germania, Olanda, Portogallo, Gran Bretagna), secondo i quali il tribunale dell'Aja non ha alcuna competenza nel caso.

Il presidente della Corte, il cinese Shi Jiuyong, ha reso noto che i 15 giudici del tribunale hanno “all'unanimitą” dichiarato di “non avere competenza” nei confronti delle istanze presentate dalla Serbia e Montenegro contro i paesi dell'Alleanza Atlantica nell'aprile del 1999. Si tratta, ha precisato il presidente, di una decisione finale, contro la quale non c'Ź pertanto possibilitą di appello.

Un’altra dimostrazione che la giustizia appartiene solo ai vincitori.


 

DOCUMENTAZIONE

20 ANNI FA LA STRAGE DEL RAPIDO 904.
I  MISTERI CONTINUANO

20 anni dopo, ora c’Ź una targa di marmo bianco al binario 11 della stazione Centrale di Napoli. Quindici nomi in fila. Le 15 vittime della strage di Natale, quella del treno 904. Un attentato terroristico assolutamente anomalo, che, il 23 dicembre 1984, portė via la vita a 15 persone.

Un decennio di processi per cinque pronunce dei tribunali. 367 furono feriti, numerosi i morti per le conseguenze del trauma. Due ergastoli e tante, troppe, zone d'ombra. Particolari che rimangono da chiarire, punti oscuri sui quali non si Ź voluto far luce.

A un ventennio da quella strage Ź Antonio Cercola, presidente del Comitato vittime della strage del 904, a riportare alla memoria quella tragedia. Lui era lď, sotto le lamiere del convoglio squarciato. Il destino, racconta in una lunga intervista con l'ADNKRONOS, ha voluto fargli salva la vita e in cambio lui ha stretto un patto con se stesso: non lasciare che la memoria vada perduta.

E' il 23 dicembre 1984. Mancano due giorni a Natale. E' mezzogiorno in punto all'orologio della stazione di Napoli. La voce dell'altoparlante annuncia: treno Rapido 904 in partenza al binario 11. La folla si accalca alle porte dei vagoni. Le carrozze sono stracolme di gente. Tutti occupati i sedili. Gli scompartimenti invasi, i corridoi sommersi dalle valigie, fin quasi dentro i bagni.

Ci sono i sacchetti dei regali impacchettati. Ci sono i bambini. Ci sono grandi scatole di cartone, salumi e pane buono del Sud. Quello fatto in casa. E c’Ź, soprattutto, l'ansia di arrivare, di incontrare i parenti partiti, quelli che per lavoro, per fame, da Napoli sono andati a lavorare al Nord. Quelli che si incontrano solo una volta l'anno.

Antonio Cercola ha 22 anni. Suo fratello, Francesco, vive a Milano. Sua sorella, invece,  a Parigi. Lui, con la mamma, Rosaria, e il padre, Giovanni, occupa un sedile nel vagone 10. Sui due sedili di fronte, i suoi genitori. Di strada ne hanno tanta da fare in pochi giorni. Per Natale a Milano, poi partiranno per la Francia. E' un viaggio che hanno in programma da tempo.

Quel convoglio pesante di gente, di vite, corre lungo la tratta Napoli-Milano. Chi legge, chi dorme, chi guarda fuori dai finestrini appannati. Il Rapido 904 Ź carico come un mulo. Di chilometri ne ha macinati tanti prima di quella sera.

Alla Stazione di Firenze qualcuno scende, altri salgono. Un uomo sulla quarantina ha in mano una grande valigia. Sale di fretta sul vagone 10. La lascia lď. E va via.

Nessuno lo nota, mentre sul vagone 9 salgono Pierluigi Leoni e Valeria, la sua fidanzatina. Hanno appena 18 anni, stanno insieme da qualche tempo. Sono diretti a Milano per le vacanza. Le prime da quando hanno finito la scuola.

Sono le 18.35 e il treno porta un lieve ritardo. Lo dice il capoconvoglio al microfono. Una ventina di minuti, non di piĚ. Normale amministrazione, pensano i passeggeri. Per una tratta cosď lunga, un piccolo intoppo Ź la routine.

Il tempo scorre lentamente, mentre il treno percorre gli ottanta chilometri tra Firenze e Bologna. Lascia la stazione di Santa Maria Novella, sfiora Prato con i capannoni delle industrie tessili. Taglia a metą le colline toscane. Verdi e buie. Fa freddo. E ne farą sempre di piĚ ora che quel convoglio ha iniziato la sua salita lungo le creste del tratto appenninico.

In alcuni scompartimenti le luci sono spente. Gli altri passeggeri provano a tenere bassa la voce. Il sole Ź tramontato gią da tre ore, e c’Ź chi vuole dormire, mentre i bambini piangono.

Il Rapido 904 continua a correre. Vuole recuperare il ritardo. Alle 18,55 imbocca la galleria tra Vernio e San Benedetto Val Di Sambro, diciotto chilometri, la piĚ lunga d'Italia. Dentro quella gola, lungo la montagna, il buio Ź intermittente. Ogni 50 metri le fotoelettriche abbagliano i visi dei passeggeri. La galleria sembra non finire mai, il rumore Ź assordante.

Antonio Cercola si alza a fumare una sigaretta. Guarda fuori dal finestrino.

Le 19.08. Un colpo sordo corre lungo tutto il convoglio. Un vento caldo, sempre piĚ denso, rovente, investe i vagoni. Uno squarcio tra le lamiere ha aperto il ventre del treno. Esattamente a metą. Fumo, fuoco, ressa. E sangue.

E' il caos, la gente rompe i vetri dei finestrini. Topi in gabbia. Intorno Ź il buio assoluto, tagliato solo dalle alte vampate delle fiamme. Cercando una via d'uscita, la folla impazzita travolge tutto quello che gli finisce tra i piedi. Valigie, scatole, borse, persone. Inizia a correre lungo la galleria. Non sa neppure da che parte andare, ma corre. Disperata. Non Ź importante dove. L'importante Ź che sia lontano da lď.

Qualcuno riesce ad uscire dal tunnel e, in preda al panico, si inerpica su per la collina alle porte di San Benedetto. Lď, almeno, c'Ź silenzio. Pianti disperati ovunque. Dentro il treno rimangono in quindici. Quindici corpi a pezzi, irriconoscibili, arsi dalle fiamme.

Antonio Ź sommerso dal ferro caldo delle lamiere. La terra gli Ź entrata in bocca, su dentro il naso. Non riesce a muoversi. Non riesce a respirare. E rimane lď per molto tempo ancora, fino a quando i soccorritori non riescono a sgombrare la galleria, e ad arrivare al vagone esploso.

Passa un'ora, forse di piĚ. Lui, dice, non riesce a ricordare nulla. Non sa dove si trova quando riapre gli occhi all'ospedale Maggiore di Bologna. Non sa chi Ź e non lo sa nessuno.

Al pronto soccorso Ź arrivato come “ferito numero 1”. Il primo di una lista che conta 267 nomi. Ha il 65% del corpo ustionato. Ulcere su tutta la pelle. Ha un edema polmonare. E' gravissimo. I medici non sanno se riuscirą a farcela.

Suo cognato, a Parigi, il giorno dopo la strage, compra un quotidiano. In prima pagina, su una barella, c'Ź il viso sfigurato di Antonio. Sua sorella non sa ancora nulla. Il marito nasconde quelle pagine. Giovanni, il padre di Antonio Cercola, morirą di lď a poco. E' anziano e non Ź riuscito a sopravvivere al colpo. Ma il nesso di causalitą tra la sua morte e l'attentato, non Ź mai stato riconosciuto.

Non Ź il solo. Il giorno dopo la strage, un vigile del fuoco, che ha lavorato tutta la notte in quella galleria, non regge allo shock. Era stato a Bologna, alla strage della stazione, a portare via i cadaveri, a spegnere gli ultimi focolari. Dieci anni prima, in quella stessa galleria, aveva assistito all'eccidio dell'Italicus. Scriverą una lettera ai familiari, prima di farla finita.

Venti anni dopo, Antonio Ź ancora alle prese con le conseguenze dell'incidente. Ma la feritą piĚ grande Ź quella che nessun intervento puė guarire. Lo si percepisce quando parla al telefono di quel maledetto 23 dicembre. “Lo faccio - spiega - perché i nostri cari non siano morti invano”.

Vittime della mafia, hanno detto le sentenze dopo quindici anni di processi. Ai familiari Ź stato riconosciuto, dopo una serie di ricorsi e il coinvolgimento del presidente della Repubblica, un risarcimento del fondo per le vittime dei delitti mafiosi.

Passa un anno intero da quella notte, per vedere il primo intervento della giustizia. E' il 9 gennaio 1986, quando l'allora pubblico ministero, Pierluigi Vigna, firma una serie di ordini di cattura contro il cassiere di Cosa Nostra, Pippo Calė, ma anche contro Giuseppe Misso, boss camorrista del rione Sanitą di Napoli.

Nell'ordinanza di rinvio a giudizio, i giudici di Firenze scrivono che la strage sul Rapido 904 sarebbe stata suggerita “con lo scopo pratico di distogliere l'attenzione degli apparati istituzionali dalla lotta alle centrali emergenti della criminalitą organizzata che in quel tempo subiva la decisiva offensiva di polizia e magistratura per rilanciare l'immagine del terrorismo come l'unico, reale nemico contro il quale occorreva accentrare ogni impegno di lotta dello Stato”.

Un movente debolissimo, assolutamente fantasioso, per non dire risibile.

Che c’entra la lotta la mafia in Sicilia, nel 1984 ancora maldestra e disorganizzata, con un attentato che avviene nel nord del Paese e che, tutt’al piĚ, impiegherebbe le forze dell’antiterrorismo?

L'iter giudiziario Ź complesso e si scontra con una serie di punti irrisolti, sui quali, a distanza di anni, non si Ź ancora riusciti a fare chiarezza.

Nell'ultima sentenza, quella definitiva, che condanna all'ergastolo Pippo Calė e il suo braccio destro, Guido Cercola, i giudici scrivono che c'Ź un'alleanza stretta tra settori di Cosa nostra e della Camorra napoletana, alla base dell'eccidio sul Rapido 904 .

Ma esistono ancora zone grigie e altre ancora piĚ buie: sono quelle che portano ai mandanti della strage di Natale. Neppure cinque processi hanno saputo spiegare la motivazione reale e profonda di quell'eccidio.

Perché un gruppo di criminali mafiosi decide di mettere una bomba su di un treno? Qual Ź il loro progetto? Perché la criminalitą organizzata sceglie una strada chiaramente eversiva? Una azione “anomala”, spiegano le migliaia di pagine delle motivazioni delle sentenze. Nel 1984 - stando alle sentenze che si arrampicano sui vetri - qualcosa si sarebbe rotto nell'equilibrio tra mafia e politica. I magistrati siciliani battono a tappeto il palermitano. Inizia la vera lotta alla mafia. I boss hanno le mani legate, non riescono a muoversi con la liberą che gli era tacitamente riconosciuta fino solo a qualche tempo prima. L'era degli attentati terroristici Ź finita, pensano, e gli inquirenti possono concentrarsi nella guerra alle associazioni malavitose.

Ecco il movente, ricostruito nelle pagine della sentenza: “l'organizzazione mafiosa dovette compiere un gesto clamoroso e gravissimo al fine di distogliere momentaneamente da essa l'impegno repressivo ed investigativo dello Stato”. Lo dice la pronuncia della Corte di Appello di Firenze del 14.3.1992 passata in giudicato.

Una strage anomala, “con un movente debole - dice Antonio Cercola - dove, certo, si intravede l'ampiezza delle logiche criminali, i collegamenti tra esse. Un attentato nel quale, al fine eversivo, fa da sfondo l'ombra inquietante dell'elemento mafioso; un nemico nascosto, con molte facce”.

Cosa nostra, insomma, avrebbe affidato a quella bomba un messaggio depistante, rivolto anche allo Stato. E' come se dicesse: “la stagione degli attentati non Ź finita, non vi illudete che possiate tornare a prendervela con noi, allentate la tensione e vedrete che la situazione tornerą tranquilla”. Questa ipotesi - lo ripetiamo - assolutamente fantasiosa sarą confermata, qualche anno dopo, dal “pentito”, buono per tutte le stagioni, Tommaso Buscetta, uno che Ź stato sempre preso per un oracolo, anche nei due processi (associazione mafiosa e delitto Pecorelli) contro Giulio Andreotti. Fallace in entrambi i casi, manco a dirlo.

Dopo il sangue, il terrore, il vuoto, i familiari delle vittime hanno affrontato la vicenda processuale. In primo e in secondo grado la magistratura, in base alle risultanze raccolte dagli inquirenti, condanna all'ergastolo Pippo Calė ed i suoi uomini per l'esecuzione materiale del reato di strage, mentre un'accertata fattiva collaborazione di elementi di spicco della camorra, tra cui Giuseppe Misso, porta nei suoi confronti, ed in quelli dei suoi uomini, a pesanti condanne detentive, ma per reati diversi, che vanno dalla detenzione di esplosivo all'associazione mafiosa con l'aggravante dell'eversione.

La Cassazione, con molto acume, annulla quelle decisioni, ignorando tutto il castello accusatorio sostenuto dalle prove raccolte dagli inquirenti e per mano di Corrado Carnevale annulla la sentenza nei confronti di Calė e Misso, rinviando il giudizio ad altra sezione della Corte di Appello di Firenze.

E' a Firenze che la sentenze viene parzialmente riformata. I giudici condannano per strage Calė, ma assolvono Misso, condannandolo solo per detenzione abusiva di esplosivo e riducendone la pena a soli tre anni. Alla fine di questo giudizio di rinvio, due figure chiave del processo, Galeota, braccio destro di Misso, e sua moglie, vengono uccisi in un agguato.

In un secondo giudizio di rinvio, a seguito di stralcio, un deputato missimo, Massimo Abbatangelo, gią condannato in primo grado per strage alla pena dell'ergastolo, viene assolto da tale accusa per non aver commesso il fatto, e condannato, invece, per porto e detenzione abusiva di esplosivi.

La Corte di Cassazione rigetta, successivamente, i ricorsi proposti dai familiari delle vittime contro la sentenza di secondo grado nei confronti di Abbatangelo, e li condanna, tra le proteste, al pagamento delle spese processuali.

Ma sono altri i punti oscuri della vicenda. E sono moltissimi.

La commissione parlamentare sulle Stragi, presieduta dal senatore Libero Gualtieri, nel 1994 evidenzia un “chiaro contesto in cui sono maturate le azioni terroristiche riportabili alla strategia della tensione, senza riuscire in alcuni casi, come questo del Rapido 904, ad individuare un piĚ ampio ambito di responsabilitą, avvertendo che restano non pienamente chiariti i contesti diversi e i piĚ ampi disegni strategici cui le stragi sono state funzionali”.

Il lavoro della commissione parlamentare punta il dito sulla distrazione e sull'assenza dei servizi SISMI e SISDE che avrebbero dovuto cogliere e segnalare ogni attivitą di tipo terroristico; sottolinea la possibilitą della “reiterazione di atti criminali allo scopo di turbare e condizionare lo svolgimento della vita democratica del Paese”.

Ma non scioglie i dubbi che ancora oggi vanno a formare le zone d'ombra di questa vicenda. Per esempio, l'esplosivo, un’”impronta digitale” sulla scena di un crimine per i tecnici della scientifica: tritolo miscelato ad altre sostanze, un mix che, nell'esplosione, provoca fiammate dalle temperature elevatissime. Una sostanza penetrante, devastante, che uccide anche attraverso le inalazioni. “Lo stesso materiale, la stessa composizione delle bombe trovate nei misteriosi depositi attribuiti alla Gladio - dice un altro dirigente dell'associazione vittime della strage del treno 904, Antonio Calabrė - perché nessuno ne ha mai fatto parola?”.

Fonte: ADNKRONOS


 

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