LA   NEWSLETTER   DI   MISTERI   D'ITALIA

Anno 6 – Numero doppio (101-102)                      25 giugno 2005

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Direttore: Sandro Provvisionato
Webmaster: Matteo Fracasso

 

IN QUESTO NUMERO:

- Libano: smascherata la bufala dell'attentato all'ambasciata italiana

- Libano (2): l'incerto destino del Paese dei Cedri

- Rogo di Primavalle: bloccata in Nicaragua rogatoria per estradizione Grillo

- Sequestro Soffiantini: ispettore NOCS Donatoni ucciso da "fuoco amico"

- Caso Izzo: perché l'assassino è detenuto in una sezione per "pentiti"?

- Mafia: la procura di Palermo insiste contro ten. Canale

- Mafia (2): l'arresto di Riina secondo i carabinieri

- Procura Antimafia: 18 candidati, due soli favoriti

- Caso Calvi: chiesto rinvio a giudizio per Silvano Vittor

- Attentato al Papa: commissione Mitrokhin vuole sentire Agca

- Attentato al Papa (2): per Marini Agca non ha sparato da solo

- Stragi: il governo non applica la legge sui risarcimenti

- Terrorismo italiano: scarcerati gli anarchici

- Corpi dello Stato: esami psichici sull'uso delle armi

- Pantano Iraq: verso 1.700 le perdite americane

- Afghanistan: il nuovo governo e le donne

- Uranio Impoverito: segretario commissione parlamentare, "Il governo mente"

- Guantanamo: per Garzon è un fallimento

- Terrorismo internazionale: gli USA desistono su controllo liste passeggeri

- Terrorismo internazionale (2): l'aviazione segreta della CIA

- Terrorismo internazionale (3): le mani di Negroponte sull'FBI

- Terrorismo internazionale (4): il futuro della base di Sigonella

- Terrorismo internazionale (5): Il Kuwait e la tortura

- Strage di Madrid: si poteva evitare

- Medioriente: contatti tra UE ed Hamas

- Siria: vaghi tentativi di riforma

- Armamenti: crescono ancora le spese militari nel mondo

- Crimini di guerra: annullato il mandato cattura per moglie Milosevic

- Ku Klux Klan: condannato 41 anni dopo

DOCUMENTAZIONE

- Tragedia Moby Prince: il caso non è chiuso. un libro     di Stefania Limiti

 

LIBANO:
SMASCHERATA LA BUFALA
DELL'ATTENTATO ALL'AMBASCIATA ITALIANA

Si sta rivelando ogni giorno di più nei suoi esatti contorni la bufala del presunto attentato che un gruppo libano-islamico avrebbe messo in atto contro l'ambasciata italiana a Beirut, un bluf mediatico, architettato dai servizi segreti siriano-libanesi in cui era caduto (o aveva fatto finta di cadere), il SISMI, il servizio segreto militare italiano, come già denunciato dalla Newsletter di Misteri d'Italia nel n. xx, del. Di recente tre uomini che erano stati arrestati perché sospettati di aver pianificato quell'attentato dinamitardo lo scorso settembre sono stati rilasciati dietro il pagamento di una cauzione versata - e qui sta la sorpresa - dalla famiglia dell'ex premier defunto Rafik Hariri, il cui figlio, Saad, è destinato, tra breve, a diventare il nuovo premier del governo libanese.Il rilascio di Khaled Mustafa, Mohammad Abdel Khaleq e Jamal Abdel Wahed ha suscitato sorpresa, soprattutto perché avvenuto nel mezzo di una campagna elettorale che la famiglia Hariri sta conducendo con molta forza. Altri due sospetti ancora in prigione per la stessa vicenda dovrebbero essere rilasciati tra giorni.

I cinque sospetti, integralisti islamici del villaggio di Majdal Anjar, nella valle della Bekaa, erano stati accusati di far parte di una organizzazione fondamentalista sunnita ritenuta vicina all'organizzazione terroristica al Qaida di Osama bin Laden. Accuse che essi hanno respinto, dichiarandosi innocenti e affermando di essere stati sottoposti a "torture psicologiche e fisiche". Uno dei sospetti, arrestato per la stessa vicenda, Ismail al Khatib, è morto in prigione, ufficialmente per infarto, ma molto probabilmente per le torture subite.

Da parte italiana, almeno per il momento, non ci sarà né una formale protesta, né la pur minima protesta diplomatica.

Il sospetto è che il presunto attentato all'ambasciata italiana a Beirut sia stato una montatura dei servizi segreti siriano-libanesi per ingraziarsi la collaborazione italiana.

 

LIBANO (2):
L'INCERTO DESTINO DEL PAESE DEI CEDRI

di Stefano Poscia*

Capeggiata da Saad Hariri, figlio ed erede politico dell'ex premier ucciso nell'attentato di San Valentino, l'opposizione antisiriana ha dominato l'ultimo dei quattro turni elettorali in Libano e si è aggiudicata la maggioranza assoluta in Parlamento nelle prime legislative in 33 anni senza la soffocante tutela delle truppe di Damasco.

Cominciata il 29 maggio scorso, la maratona elettorale che si è sviluppata lungo quattro domeniche è stata caratterizzata - a detta degli osservatori dell'Unione europea - da "un  clima pacifico e addirittura festoso" ma, tra accuse e controaccuse  di asseriti mercati dei voti, ha messo anche in luce alcune "carenze", legate al sistema d'attribuzione dei seggi su base confessionale.

E con l'emergere di tre blocchi parlamentari, rispettivamente guidati dal sunnita Hariri, dall'alleanza sciita Hezbollah-Amal e dal generale cristiano Michel Aoun, le elezioni  sembrano aver risvegliato in Libano proprio lo spettro delle antiche divisioni confessionali.

"Il voto su base confessionale apre la porta a un delicato periodo in cui nessuno sa come superare le tensioni settarie che hanno caratterizzato le elezioni", ha commentato il quotidiano di sinistra libanese As-Safir.

Il giovane vincitore, che a 35 anni farà adesso il suo esordio in Parlamento, ha intanto dedicato lo schiacciante successo della lista dell'opposizione antisiriana (72 seggi su 128) alla memoria del "martire Rafik Hariri", ma anche al suo alleato Samir Geagea, il leader della disciolta milizia cristiana delle Forze libanesi, condannato a quattro ergastoli nel 1994 e che - ha annunciato – "uscirà presto di prigione".

Un omaggio volutamente destinato a suscitare il fastidio del generale a riposo Aoun, il leader cristiano antisiriano, tornato meno di due mesi fa in Libano dopo 15 anni d'esilio in Francia ed entrato subito in rotta di collisione con il resto dell'opposizione, fino al punto di stringere un'alleanza con  noti esponenti filosiriani e di presentare una propria lista separata che ha conquistato 21 seggi.

Nella fase finale della guerra civile libanese (1975-1990), Aoun si era sanguinosamente contrapposto a Geagea e l'odierno richiamo del giovane Hariri al suo rivale incarcerato ha avuto il chiaro sapore della sfida per l'anziano generale (70 anni) che nutre la dichiarata ambizione d'imporsi come leader supremo della comunità cristiana.

La risposta al vetriolo di Aoun è arrivata a stretto giro di posta. "Saremo all'opposizione. Non possiamo far parte di una maggioranza che si è imposta con la corruzione", ha detto, alludendo pesantemente all'asserito mercato di voti con cui Hariri e i suoi alleati antisiriani - il leader druso Walid Jumblatt e i gruppi cristiani delle Forze libanesi e di Kornet Shewan - si sarebbero aggiudicata tutti i 28 seggi in palio nella tornata elettorale finale nella circoscrizione del nord del Libano.

In attesa della convocazione del nuovo Parlamento entro 15 giorni, gli osservatori sottolineano intanto che l'alleanza dei due movimenti sciiti Hezbollah e Amal è destinata a giocare, con i suoi 35 seggi, il ruolo di ago della bilancia.

Una prima verifica di questo loro accresciuto ruolo politico si avrà con l'elezione del presidente del Parlamento, carica riservata a un esponente sciita e ininterrottamente ricoperta dal 1992 dal leader di Amal, Nabih Berri, che ancora una volta sembra essere il favorito, anche se all'ultimo momento potrebbe emergere un candidato di Hezbollah.

Ma i veri giochi politici cominceranno quando si dovranno affrontare le due questioni più scottanti sul tappeto: il destino del presidente filosiriano Emile Lahoud (cristiano) - la contestata estensione del cui mandato (appoggiata da Damasco) aveva gettato nel settembre scorso le basi dell'attuale crisi - e il disarmo di Hezbollah, richiesto dal Consiglio di sicurezza dell'ONU nella risoluzione 1559 che ha già portato al ritiro  delle truppe siriane dal Libano.

Sulla richiesta di dimissioni di Lahoud, Hariri ha rinviato una decisione a futuri colloqui con i suoi alleati, ma anche con il patriarca maronita Nasrallah Sfeir, mentre per la scottante questione del disarmo di Hezbollah ha ribadito che una soluzione andrà ricercata nel "dialogo interno tra libanesi".

* giornalista ANSA

 

ROGO DI PRIMAVALLE:
BLOCCATA IN NICARAGUA
ROGATORIA PER ESTRADIZIONE GRILLO

Rogatoria italiana bloccata al ministero degli Esteri del Nicaragua.

E' quella avanzata dalla procura di Roma per poter interrogare Manlio Grillo, latitante, condannato a 15 anni per il rogo di Primavalle in cui morirono i fratelli Mattei.

Un'altra rogatoria bloccata è quella chiesta per Achille Lollo, anche lui condannato e fuggito in Brasile da molti anni.

Era stato proprio Lollo a coinvolgere, alcuni mesi fa, nella strage alcuni ex militanti di Potere Operaio che erano a suo tempo riusciti a restare estranei all'inchiesta, limitandosi al ruolo di testimoni d'accusa.

Grillo è cittadino nicaraguense da venti anni ed è molto conosciuto negli ambienti politici del paese centroamericano perchè per molto tempo è stato un collaboratore del leader sandinista Daniel Ortega. Lo stesso vale per Alessio Casimirri - fuggito anche lui in Nicaragua perchè condannato in Italia all'ergastolo per il caso Moro - su quale di recente si è espressa la Corte suprema nicaraguense che ha negato l'estradizione.

Grillo potrà presto tornare in Italia da libero cittadino perché la sua latitanza supererà del doppio la pena che dovrebbe scontare nel nostro paese.

 

SEQUESTRO SOFFIANTINI:
ISPETTORE NOCS DONATONI
UCCISO DA "FUOCO AMICO"

L'assoluta improvvisazione e l'impreparazione con cui, il 17 novembre 1997, fu condotta l'operazione per la liberazione dell'imprenditore bresciano Giuseppe Soffiantini ha trovato la sua dimostrazione nel risultato di una perizia: Samuele Donatoni, ispettore dei NOCS, non è caduto in uno scontro a fuoco con i banditi, ma morì a causa di "fuoco amico", cioè fu un suo collega, per errore, ad ucciderlo.

La circostanza, sempre negata, è stata confermata da un'analisi svolta da tre esperti, nominati dalla 4/a corte di assise di Roma che sta processando il bandito Giovanni Farina, (già condannato a 28 anni e sei mesi di carcere per il sequestro) proprio per l'omicidio dell'ispettore dei Nocs.

Secondo i periti Gerardo Capanesi, Antonio D'Arienzo e Stefano Moriani, Donatoni fu ucciso da un colpo di pistola calibro 9 parabellum, in dotazione alle forze di polizia, da una distanza di circa 50 centimetri. L'ispettore dei NOCS morì per uno choc emorragico conseguente a lacerazione della aorta e fu colpito da un solo proiettile.

Secondo gli esperti nominati dal collegio, presieduto da Mario Almerighi, la vittima, quando fu colpita, si trovava in una posizione raccolta, mentre lo sparatore era alla sua sinistra. In base alle conclusioni dei periti il proiettile fu sparato dal basso verso l'alto: il colpo raggiunse Donatoni ad una coscia ed uscì dal petto.

Le conclusioni degli esperti smentiscono la precedente versione balistica secondo la quale l'ispettore dei NOCS sarebbe stato ucciso da un colpo di kalashnikov, sparato da Mario Moro, uno dei rapitori di Soffiantini, ucciso successivamente durante un altro conflitto a fuoco avvenuto a conclusione di un rocambolesco inseguimento da parte della polizia.

Per il sequestro di Soffiantini  e l'omicidio di Donatoni sono già stati condannati in via definitiva il latitante Attilio Cubeddu, ergastolo, nonché Osvaldo Broccoli e Giorgio Sergio, 25 anni di carcere ad entrambi.

Per il rilascio dell'imprenditore bresciano furono pagati oltre 5 milioni di dollari, gran parte dei quali recuperati.

Farina è l'ultimo dei banditi ad essere processato poiché la sua posizione fu stralciata dal troncone principale del processo sul rapimento di Soffiantini, dal momento che l'Australia, paese dove fu arrestato nel '98, dopo un anno di latitanza, concesse l'estrazione prima per il sequestro e molto tempo dopo anche per l'uccisione dell'ispettore di NOCS.

La perizia era stata disposta dalla corte d'assise alla luce di numerose contraddizioni emerse, nel corso del processo, nella ricostruzione del conflitto a fuoco.

Alla base delle conclusioni dei periti la quantità di antimonio rilevata sui fori d'ingresso e di uscita del proiettile, ritenute compatibili con la pistola calibro 9 parabellum e le prove di sparo sulla tuta indossata dalla vittima. Tutti elementi - hanno sottolineato i periti - che portano all'esclusione del kalashnikov come arma responsabile della morte di Donatoni.

Farina, per il quale il pm Franco Ionta ha già sollecitato la pena dell'ergastolo per l'omicidio Donatoni, ha assistito impassibile in video conferenza dal carcere di Ascoli Piceno alla esposizione delle conclusioni peritali.

 

CASO IZZO:
PERCHE' L'ASSASSINO
E' DETENUO IN UNA SEZIONE
PER "PENTITI"?

Angelo Izzo, il massacratore del Circeo (1975), arrestato di recente per l'omicidio di due donne (30 maprile 2005), è detenuto nel carcere di Velletri, in una particolare sezione, riservata ai "collaboratori di giustizia". Come mai?

"Pentito" ritenuto inattendibile da diverse Corti d'Assise, ma incredibilemnte creduto da alcuni magistrati, Izzo forse spera di continuare nei suoi giochetti di sempre. Ora ha "confessato" che progettava un sequestro lampo a Roma, ai danni di un suo compagno di scuola, titolare di una gioielleria nei pressi di Piazza di Spagna. A Luca Palaia e Guido Palladino, ritenuti suoi complici nel duplice omicidio di Carmela e Valentina Maiorano, aveva chiesto di procurare le pistole per il colpo.

C'è da aggiungere che nel corso dello stesso interrogatorio, Izzo ha parlato anche del suo rapporto con Luca Palaia: "Di lui ero innamorato - ha detto - anche se non abbiamo mai avuto rapporti sessuali".

 

MAFIA:
LA PROCURA DI PALERMO INSISTE
CONTRO TEN. CANALE

La procura di Palermo ha depositato il ricorso in appello contro la sentenza di assoluzione del tenente dei carabinieri, Carmelo Canale, accusato di concorso in associazione mafiosa ed prosciolto il 15 novembre scorso, in primo grado, dalla seconda sezione del tribunale, presieduta da Antonio Prestipino.

La richiesta d'appello, firmata dal procuratore Pietro Grasso, dall'aggiunto Sergio Lari e dal pm Massimo Russo, consta di 540 pagine e punta a smontare, passo dopo passo, la motivazione della sentenza di assoluzione, sottolineando e criticando ogni passaggio scritto dai giudici.

L'ufficiale, per anni al fianco di Paolo Borsellino e cognato del maresciallo Antonino Lombardo, tra i fautori della cattura del boss Totò Riina, morto sucida,  venne indagato nel 1996, mentre era in servizio al ROS dei carabinieri. Oggi, dopo una lunga sospensione, è tornato a lavorare alla compagnia dei carabinieri di Reggio Calabria.

Ex maresciallo, poi divenuto tenente per meriti di servizio, Canale era, secondo il Pm Massimo Russo (anche lui allievo di Borsellino alla Procura di Marsala) "un investigatore che godeva della fiducia e della stima di magistrati e colleghi". Russo e Canale, che avevano lavorato insieme al fianco di Borsellino, al processo si sono invece ritrovati su due fronti opposti, uno sul banco dell'accusa e l'altro su quello degli imputati.

L' ufficiale, ritenuto un profondo conoscitore delle cosche mafiose trapanesi, secondo il Pm sarebbe sceso a patti con i boss.

Canale, che ha sempre respinto con sdegno queste accuse, avrebbe "tradito" fra il 1979 e il 1993 per denaro.

Come molti misteri che circondano l'attività della procura di Palermo, anche il processo Canale ha alla sua origine i segreti della cattura di Riina. 

 

MAFIA (2):
L'ARRESTO DI RIINA
SECONDO I CARABINIERI

L'arresto di Totò Riina, avvenuto il 15 gennaio 1993, è stato di recente oggetto di una ricostruzione da parte di due sottufficiali dei carabinieri che, all'epoca, collaborarono con l'allora capitano dei carabinieri Sergio De Caprio, meglio conosciuto come "Ultimo".

I militari, che provenivano da Milano e Torino e facevano parte del gruppo operativo al comando di "Ultimo", hanno ricordato le fasi delle indagini, gli accertamenti e i pedinamenti, fino alla mattina del 15 gennaio, quando è stata messa la parola fine alla lunga latitanza di Riina.

I due sottufficiali, Pinuccio Calvi (che ha materialmente messo le manette al capomafia insieme a De Caprio) e Riccardo Ravera, nel corso del processo per la mancata perquisizione dell'appartamento del boss corleonese di Cosa nostra, hanno risposto alle domande dei pm Antonio Ingroia e Michele Prestipino, ribadendo la versione ufficiale già nota.

Nessuno dei due testi ha saputo spiegare ai pm, davanti ai giudici del tribunale, per quale motivo sia stata interrotta l'osservazione davanti alla villa, dopo l'arresto di Riina, vicenda per la quale sono sotto accusa sia "Ultimo" che l'attuale capo del SISDE, il gen. Mario Mori, all'epoca colonnello dei ROS.

Calvi ha avanzato un'ipotesi assai generica e cioè che per De Caprio "non vi erano più le condizioni per proseguire l'appostamento".

Molto più incisiva la testimonianza del generale dei carabinieri, oggi in pensione, Domenico Cagnazzo che, invece, a ribadito il ruolo centrale del maresciallo Antonio Lombardo (il comandante della caserma CC di Terrasini, morto suicida nel marzo del '95) nelle indagini che portarono alla cattura del superboss.

Esaminato dal pm Antonio Ingroia, il gen. Cagnazzo, che nel '93 era vice comandante operativo della Regione CC Sicilia, ha riferito che "l'individuazione del covo di via Bernini fu merito esclusivo del mar. Lombardo che portò le prime notizie sui Sansone e dopo di De Caprio che le trasformò in indagini operative sul campo".

Cagnazzo ha raccontato che la prima riunione per la cattura di Riina si tenne nel giugno del '92 nella caserma di Terrasini. "Lombardo - ha detto il generale - era un profondo conoscitore della storia di mafia e aveva buoni agganci, qualcosa di sostanzioso, per arrivare alla cattura di Riina".

In quella riunione, fu costituita una squadra con elementi del ROS ed uomini dell'Arma territoriale, che doveva occuparsi della caccia al super latitante. "Allora - ha riferito Cagnazzo - venne dato incarico a Lombardo di attivare le sue fonti".

Nella riunione successiva, nel settembre del '92, Lombardo riferì le prime notizie sulla famiglia Ganci della Noce e sui Sansone, "le informazioni - ha sottolineato Cagnazzo - che poi portarono effettivamente alla cattura di Riina".

Il teste ha quindi ricordato che, dopo l'arresto del super boss, encomi solenni furono concessi solo a coloro che materialmente misero le mani su Riina. "Lombardo era amareggiato - ha detto - non aveva capito che lo si teneva distante dai riflettori per tutelarlo".

Sul ruolo avuto dal maresciallo Lombrado nella cattura di Riina, diversa è stata la posizione del col. Sergio De Caprio, ossia "Ultimo": "La figura di Lombardo è stata presentata come quella di un esperto e come tale io l'ho conosciuto, però devo riferire che tutte le volte che l'ho incontrato non ha mai indicato i Sansone; ha detto solo che i Ganci tenevano Riina".

"Dire che i Ganci tenevano Riina - ha sostenuto De Caprio - era un'affermazione ovvia. Fin da allora infatti tutti gli operatori giudiziari e i magistrati che si occupavano di mafia sapevano che Raffaele Ganci, parente di Giacomo Giuseppe Gambino, era un personaggio di spicco di Cosa nostra. E tutti sapevano che lo stesso Riina aveva affermato che il quartiere dei Ganci, la Noce, l'aveva nel cuore".

"Quando il mio comandante - ha proseguito molto ingenerosamente - mi disse che Lombardo aveva queste notizie su Ganci replicai: certo sono notizie ottime, ma sono cose che ci consegna la stessa storia di mafia. Successivamente chiesi a Lombardo se poteva indicarmi, per averlo saputo dalle sue fonti, come si vestiva Ganci, o se poteva farmi avere almeno un numero di targa delle autovetture su cui si muoveva. Non ci fu mai risposta. Mi resi conto che il profilo informativo di cui disponeva il maresciallo Lombardo era generico". Su questo punto, ovviamente, Lombrado non può replicare, essendo morto.

"Ricordo - ha aggiunto ancora "Ultimo" - che il generale Cagnazzo mi convocava in ufficio con Lombardo. Il rapporto tra loro era molto intenso, dal punto di vista umano, tanto che mi colpì. Cagnazzo mi chiedeva di sapere i risultati da me acquisiti sui Ganci, segnalai che avevamo individuato l'autista di Raffaele Ganci, ma vedevo che di fronte alle mie informazioni da parte loro non c'era alcuna indicazione".

"La grande occasione perduta di questa indagine - ha sottolineato De Caprio - è quella di non avere seguito ulteriormente i Sansone e il circuito politico finanziario che hanno sempre protetto Cosa nostra. Aliquò, ben sostenuto da Cagnazzo, diede ordine di perquisire il fondo Gelsomino e tutti i luoghi indicati da Di Maggio come luoghi frequentati da Riina. Tra questi non c'era via Bernini. Per me era una scelta suicida".

"I miei maestri - ha proseguito De Caprio, eveidentemente disturbato dal fatto che si potessero mettere in discussione i suoi meriti nella cattura di Riina - mi avevano insegnato che le indicazioni dei collaboratori devono essere considerate come punto di partenza delle indagini. Mi sono scontrato con quella cultura. Cagnazzo faceva l'occhiolino a gente di grado più elevato di me, sostenendo che nel filmato del fondo Gelsomino si vedevano delle auto ma non era vero, io vedevo solo fichidindia. In via Bernini siamo arrivati con il pedinamento di Ganci e tramite una intercettazione di Sansone".

Sulla cattura di Riina il mistero rimane.

 

PROCURA ANTIMAFIA.
18 CANDIDATI,
DUE SOLI FAVORITI

E' salito a 18 il numero dei magistrati che si sono candidati per la poltrona di procuratore nazionale antimafia che Piero Luigi Vigna lascerà il primo agosto prossimo. Ma i favoriti restano solo due: il procuratore di Palermo Piero Grasso e il suo predecessore, Giancarlo Caselli, attualmente procuratore generale a Torino.

La riapertura dei termini del concorso - ormai scaduti improrogabilmente - è stata decisa dal CSM circa un mese fa, in conseguenza del provvedimento governativo che ha prorogato Vigna nell'incarico sino al compimento dei 72 anni di età.

Il nome nuovo è quello di Mariano Lombardi, procuratore di Catanzaro, il più anziano tra i candidati. Mentre non è arrivata la candidatura di Giovanni Tinebra, oggi a capo del Dipartimento per l'Amministrazione Penitenziaria (DAP), che avrebbe potuto sparigliare le carte.

In base ai criteri di anzianità Caselli e Grasso sono quasi alla fine della graduatoria. Li precedono quattordici candidati (nel caso di Caselli, 15 in quello di Grasso): oltre a Lombardi, il consigliere di Cassazione, Claudio Vitalone (sì proprio lui, imputato ed assolto al processo per l'omicidio Pecorelli); il pg di Bari, Riccardo Di Bitonto; il procuratore aggiunto di Roma, Italo Ormanni; il procuratore di Viterbo, Giancarlo Armati; l'ex procuratore di Napoli, Agostino Cordova; il procuratore aggiunto di Firenze, Francesco Fleury; il capo del Dipartimento minori del ministero della Giustizia, Rosario Priore; il procuratore di Messina, Luigi Croce; il procuratore di Civitavecchia, Consolato Labate; il procuratore di Brescia, Giancarlo Tarquini; il sostituto procuratore generale della Cassazione, Giuseppe Febbraro; il presidente di sezione della Corte d'appello di Catanzaro, Marcello Vitale; e il sostituto procuratore nazionale antimafia, Lucio Di Pietro.

Chiudono l'elenco il sostituto procuratore alla procura nazionale antimafia, Emilio Ledonne e il procuratore di Asti, Sebastiano Sorbello.

E' possibile che si arrivi del plenum del CSM prima della chiusura del Consiglio per la pausa estiva.

 

CASO CALVI:
CHIESTO RINVIO A GIUDIZIO
PER SILVANO VITTOR

Finirà quasi certamente sotto processo Silvano Vittor, accusato di concorso nell'omicidio di Roberto Calvi, il banchiere, ex presidente del Banco Ambrosiano, trovato morto, impiccato a Londra sotto il ponte dei Frati Neri, il 18 giugno del 1982.

I pm Luca Tescaroli e Maria Monteleone hanno infatti chiesto il rinvio a giudizio per l'uomo che accompagnò il banchiere nella sua fuga a Londra dall'Italia.

Silvano Vittor, ex contrabbandiere triestino, originariamente solo testimone del delitto, è ora ufficialmente imputato di concorso in omicidio. Vittor è considerato dall'accusa l'uomo che, per conto di Flavio Carboni, aveva il compito di controllare Roberto Calvi durante il suo soggiorno londinese e che aiutò gli assassini ad eliminarlo.

Il suo nominativo va ad aggiungersi a quello dell'ex cassiere della mafia Pippo Calò, dello stesso Carboni, dell'ex convivente di quest' ultimo, Manuela Kleinszig, e dell'ex boss della banda della Magliana, Ernesto Diotallevi (tutti già rinviati a giudizio). E dalle stesse nebbie era già rispuntato, circa un anno fa, anche il nome di Licio Gelli come mandante dell'omicidio.

Il nome dell'ex venerabile della loggia massonica P2, e quello di altre tre persone, fanno parte del fascicolo stralcio tuttora all'esame dei pubblici ministeri.

Ora l'auspicio dei pm romani è che la posizione di Vittor possa essere definita in tempo per l'eventuale riunione (in caso di rinvio a giudizio) al processo che comincerà il prossimo 6 ottobre davanti alla seconda Corte d'Assise della capitale.

Alla base dell'imputazione vi sono gli incontri di Vittor con l'antiquario Sergio Vaccari, ucciso a coltellate tre mesi dopo l'assassinio di Calvi e considerato un altro responsabile del delitto, le dichiarazioni di alcuni testimoni, una serie di intercettazioni e le contraddizioni nella sua ricostruzione dei fatti quandoancora era un semplice testimone. Accuse respinte dall'indagato il quale ha sempre rivendicato la propria estraneità all' omicidio, sottolineando che il suo ruolo fu solo quello di accompagnare Calvi a Londra.

Per la procura, invece, Vittor e gli altri quattro imputati "avvalendosi delle organizzazioni di tipo mafioso - è detto nel capo di imputazione - denominate Cosa nostra e Camorra cagionavano la morte di Roberto Calvi al fine di punirlo per essersi impadronito di notevoli quantitativi di denaro appartenenti ale predette organizzazioni; conseguire l'impunità, ottenere e conservare il profitto dei crimini commessi all'impiego e alla sostituzione di denaro di provenienza delittuosa; impedire a Calvi di esercitare il potere ricattatorio nei confronti dei referenti politico-istituzionali della massoneria, della Loggia P2 e dello IOR (la banca del Papa, ndr), con i quali avevano gestito investimenti e finanziamenti di cospicue somme di denaro".

La richiesta di giudizio per Vittor è successiva alle conclusioni dell'inchiesta londinese. Calvi, per la City of London Police, fu strangolato da due o più persone con una corda e impiccato ad un'impalcatura collocata sotto il ponte dei Frati Neri. Nel 1982 il caso era stato archiviato come suicidio e solo a 20 anni di distanza riaperto.

 

ATTENTATO AL PAPA:
COMMISSIONE MITROKHIN
VUOLE SENTIRE AGCA

L'Ufficio di Presidenza della Commissione parlamentare d'inchiesta Mitrokhin ha deciso una proposta di rogatoria alle autorità turche per poter sentire Ali Agca, l'attentatore di Giovanni Paolo II, attualmente detenuto in Turchia.

 

ATTENTATO AL PAPA (2):
PER MARINI
AGCA NON HA SPARATO DA SOLO

Antonio Marini, pubblico ministero nel secondo processo sull'attentato al Papa, ascoltato dalla Commissione parlamentare Mitrokhin, resta convinto che si possano trovare, oltre ad Agca, "gli altri corresponsabili" dell'attentato, anche perché quel reato è "imprescrittibile".

Secondo Marini la sentenza del secondo processo stabilisce che "ci fu un complotto" contro il Papa e che gli altri imputati furono assolti "per insufficienza di prove".

"I giudici di secondo grado - ha ricordato il magistrato - hanno stabilito che vi fu un'ideazione ed una organizzazione che mosse il braccio armato di Agca".

Il pubblico ministero ha voluto ripercorrre le tappe di quel processo. Dopo che Agca in aula cominciò a fare il pazzo, affermando di essere Gesù Cristo, i giudici italiani provarono a chiedere l'estradizione dalla Bulgaria di Bekir Celenk. "La Bulgaria tergiversava - ha ricordato Marini - poi apprendemmo che Celenk era stato dato alla Turchia. Facemmo la richiesta di estradizione alla Turchia, ma qualche mese dopo Celenk morì in carcere". Secondo Marini, Celenk è "l'anello di congiunzione fra i servizi segreti bulgari e la mafia turca, che a sua volta si serviva dei Lupi grigi".

Marini ha rivelato inoltre che i francesi non dissero alle autroità ialiane che Oral Celik era detenuto a Versailles per traffico di droga sotto falso nome. "I francesi - ha detto - sapevano però che si trattava di Celik. Ottenemmo dalla Francia una estradizione temporanea ma anche Celik si rivelò un fallimento ed il suo comportamento fu addirittura peggiore di quello di Agca: fu inaffidabile ed inattendibile. Celik fu assolto perché non riuscimmo neppure a provare la sua presenza a Roma nei giorni dell'attentato".

"Monsignor Stanislao, segretario di Papa Giovanni Paolo II - ha ricordato ancora il Pm - ritiene che i colpi a Piazza San Pietro furono tre. Il caricatore della pistola di Agca fu trovato con 10 colpi a disposizione e quel caricatore ne contiene al massimo 12. Io non ho mai smesso di sperare che si possano trovare gli altri corresponsabili".

 

STRAGI:
IL GOVERNO NON APPLICA
LA LEGGE SUI RISARCIMENTI

In un comunicato, l'Associazione italiane vittime del Terrorismo ha protestato perché, nonostante "il 29 luglio 2004 veniva approvata all'unanimità dal Parlamento Italiano la legge 206 dal titolo Nuove norme in favore delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice, oggi  tale legge  è di fatto inapplicata ed interpretata in modo riduttivo e irrazionale".

Secondo l'Associazione il risultato è che "il contenzioso tra i familiari ed il Governo è amplificato da nuove umiliazioni per i familiari  delle vittime, che sono costretti a elemosinare i propri diritti e a richiedere insistentemente quanto previsto dalla legge stessa".  

 

TERRORISMO ITALIANO:
SCARCERATI GLI ANARCHICI

Il Tribunale del riesame di Bologna ha annullato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere delle sette persone arrestate, alla fine di maggio, nell'operazione della procura di Bologna contro l'anarco-insurrezionalismo. Due di loro restano in carcere, ma solo perché detenuti nell'ambito di un'altra inchiesta.

Il tribunale, presieduto da Liviana Gobbi, ha ritenuto insussistenti i gravi indizi necessari alla custodia cautelare.

In particolare, i giudici hanno deciso di liberare Danilo Emiliano Cremonese, pescarese di 29 anni; Valentina Speziale, 28, pure di Pescara (i due restano comunque in carcere per episodi al vaglio della magistratura di Roma); Mattia Bertoni, 28, di Modena ma residente a Bologna; Elsa Caroli, 29, di Scandiano (Reggio Emilia) ma domiciliata nel capoluogo emiliano-romagnolo; Tirteo Tavarnese, 23, di Locri (Reggio Calabria), residente a Bologna; Marco Bisesti, 22, di Pontecorvo (Frosinone), domiciliato a Roma; Lucia Rippa, 36 anni, di Napoli, ma pure abitante a Bologna.

I sette sono accusati di associazione "diretta a sovvertire violentemente gli ordinamenti economici e sociali". In particolare, l'accusa riguarda la pentola esplosiva in via dei Terribilia, vicino alla questura di Bologna e gli attentati con plichi esplosivi inviati nel periodo del G8 di Genova, nel luglio 2001, e rivendicati dalla Cooperativa artigiana fuoco e affini (occasionalmente spettacolare).

Cremonese e Bertoni sono anche accusati di una tentata rapina, assieme a Carlo Tesseri e Horst Fantazzini (molto noto sul finire degli anni '70, morto in carcere pochi giorni dopo l'arresto) ai danni della Banca Agricola Mantovana di Porta Mascarella, sempre a Bologna.

 

POLIZIA:
VISITE PSICOLOGICHE
PER POTER USARE LE ARMI

Un provvedimento che era atteso da tempo. Quello che impone visite psicologiche per valutare l'attitudine all'uso delle armi da parte degli appartenenti al corpo della Polizia di Stato.

La decisione, encomiabile, presa dal capo della Polizia, Gianni De Gennnaro, fa seguito agli ormai inumerevoli casi di agenti e funzionari coinvolti in vicende di omicidio-suicidio o di tragedie familiari, almeno una decina solo nella prima parte di questo anno.

Il provvedimento impone verifiche periodiche sulla situazione clinica, sotto l'aspetto delle patologie di carattere psicologico, ogni sei anni se il dipendente ha meno di 45 anni e ogni tre anni se il poliziotto ha suerato i 45 anni di età. Controlli annuali, invece, se il polizioto appartiene alla sezione specializzata dei NOCS, il Nucleo di pronto intervento.

 

PANTANO IRAQ:
VERSO 1.700
LE PERDITE AMERICANE

Complessivamente, le perdite USA in Iraq hanno superato le 1.690 unità e quelle della coalizione sono 184.

La coalizione in Iraq ha, dunque, perso complessivamente quasi 1.900 militari, fra cui 89 britannici e 25 italiani.

Il numero dei feriti americani, ufficialmente dichiarati dal Pentagono in Iraq supera i 12.800, con una media, elevatissima, di quasi otto feriti ogni morto. Nella stragarande maggioranza si tratta di soldati che hanno perso almeno un arto.

Il novembre 2004, che ha visto 137 militari USA morti, resta  il mese più letale di tutto il conflitto per le forze armate americane, peggiore dell'aprile di sangue 2004 quando i morti USA erano stati 135.

Dal passaggio dei poteri al governo ad interim, il 28 giugno 2004, il numero delle perdite americane è sempre stato alto:complessivamente, sono state almeno 820 in 11 mesi e mezzo, in media oltre 70 al mese, mentre la media, nei 15 mesi precedenti, era stata di poco piu' di 50 al mese.

Il numero dei feriti è molto cresciuto, da quando i ribelli hanno intensificato le loro azioni e - dicono i generali Usa - ne hanno aumentato l'efficacia militare.

Le cifre del Pentagono non tengono conto delle vittime civili, ostaggi o altro, anche se è accertato che quelle americane sono almeno 250

Il totale delle perdite americane in Iraq è quasi cinque volte il bilancio della Guerra del Golfo del '91.

Da quando, il 1° maggio 2003, il presidente Bush dichiarò cessate le ostilità, paradossalemnte, gli Stati Uniti hanno perso 1.546 militari, 11 volte di più che nella prima fase del conflitto.

Gli alleati degli Usa in Iraq hanno complessivamente perso 184 soldati così ripartiti: 89 britannici; 25 italiani e, inoltre, 18 Ucraina; 17 Polonia; 11 Spagna; 10 Bulgaria; tre Slovacchia; due Thailandia, Olanda, Estonia; uno Danimarca, Lettonia, Kazakhstan, Ungheria, El Salvador.

 

AFGHANISTAN:
IL NUOVO GOVERNO E LE DONNE

La vita quotidiana delle donne afghane continua a essere segnata da violenze e la caduta del regime talebano sembra aver mutato di poco uno scenario di oppressione "pervasiva".

L'ultima sulla condizione delle donne afghane viene da Amnesty International che nell'ultimo rapporto sul Paese ha accusato "l'inadeguatezza" del governo di Kabul e ha invitato la comunità internazionale a inserire questa emergenza tra le priorità di intervento in Afghanistan.

Le violenze contro le donne avvengono soprattutto in famiglia. "Mariti, fratelli e padri restano i principali attori. Ma il controllo sociale e il potere da loro esercitato trova un sostegno nell'atteggiamento delle autorità statali e nel sistema giudiziario", tanto che si può parlare, si legge nel rapporto, di "sistematico fallimento nei doveri di protezione delle donne dagli abusi e dalle violenze che avvengono dentro e fuori la famiglia".

Prima del crollo del regime talebano, le donne afghane erano costrette in un sistema di oppressione del quale il burqa era uno degli elementi più visibili. Le cose non sono cambiate molto nel 2001, con l'arrivo nel paese di una ventata democratica dopo la caduta dei talebani. Sono rimasti, afferma Amnesty, "i codici sociali che, invocati nel nome della tradizione e della religione, sono usati per negare alle donne la possibilità di usufruire dei loro diritti fondamentali". Molte di loro continuano a essere costrette al matrimonio, rapite e barattate per risolvere dispute o sanare debiti.

I termini usati da Amnesty International sono gli stessi che l'organizzazione per i diritti umani adottò lo scorso 27 aprile per condannare l'assassinio di Amina, la ventinovenne giudicata colpevole di adulterio da un consiglio religioso locale e lapidata dai propri familiari: "Le autorità del Paese hanno il dovere di impedire le violazioni dei diritti umani e di proteggere le donne dalla violenza non solo quando questa è compiuta dai pubblici ufficiali, ma anche quando è perpetrata da individui e gruppi privati".

L'organizzazione ha sollecitato la "riforma del sistema penale" in modo da poter fornire alle donne "garanzie legali" e ha chiesto ai Paesi donatori di "sostenere e incoraggiare" in questo senso il governo di Kabul.

Fonte: AGI

 

URANIO IMPOVERITO:
SEGRETARIO COMMISSIONE PARLAMENTARE,
"IL GOVERNO MENTE"

"Confermo tutte le denunce fatte dall'UNAC e la falsità delle affermazioni sostenute dal ministro della Difesa, Martino e dalle gerarchie militari: tutti i militari malati ci raccontano le stesse cose".

Così Luigi Malabarba, capogruppo di Rifondazione comunista al Senato e segretario della Commissione d'inchiesta sull'uranio impoverito, intervenendo al congresso nazionale dell'UNAC, Unione Nazionale Arma dei Carabinieri, ha contestato le affermazioni tranquillizzanti di governo ed esercito sulla mancanza di effetti dannosi dei proiettili sul nostro contingente in zone di guerra.

"I 33 morti accertati e gli almeno 300 contaminati dopo aver partecipato a missioni all'estero e le nascite di bambini deformi vicino ai poligoni militari - ha aggiunto Malabarba - per questi casi, l'assassino ha un nome: uranio impoverito". Ed è "micidiale" l'atteggiamento del ministero della Difesa e delle gerarchie militari che, oltre a negare il nesso causa effetto tra tumori e uranio, affermano che non viene utilizzato dalle nostre truppe.

Il ministro della Difesa Martino, secondo Malabarba, "si è preparato all'audizione, cui si è presentato, con dati manipolati, e cercando di imbonire malati e famiglie con promesse, ma poi, quando questi ragazzi si ammalano, come minimo ottengono dai loro superiori un atteggiamento ricattatorio".

Per quanto riguarda le cause di servizio riconosciute, sottolinea il senatore del PRC, "negli unici, rari, casi in cui sono state concesse, ciò è avvenuto solo in seguito a cause legali contro il ministero della Difesa".

 

GUANTANAMO:
PER GARZON è UN FALLIMENTO

"Guantanamo non è l'esempio, ma è il fallimento della lotta contro il terrorismo".

Così, il magistrato spagnolo ed esperto di terrorismo, Baltazar Garzon, è intervenuto, al termine dell'ultima sessione, dedicata proprio a Guantanamo, della seconda conferenza su "Lotta al terrorismo: la sfida globale", organizzata nei giorni scorsi a Firenze, a Villa La Pietra, dalla New York University.

Dopo aver ascoltato alcuni interventi in cui si era parlato di bilanciamento tra necessità di sicurezza e compressione dei diritti dei cittadini, il giudice spagnolo ha osservato: "Non vorrei si trasmettesse l'idea che il sistema di garanzie dello Stato di diritto non sia in grado di combattere il terrorismo. Io non sono d'accordo, credo si possano arrestare i terroristi anche senza modificarlo. Io non ho dubbi: l'unica forma per lottare contro il terrorismo è lo Stato di diritto".

Garzon ha ricordato l'esperienza vissuta dalla Spagna con l'istituzione dei GAL, i Gruppi Antiterrorismo di Liberazione, scatenati negli anni '80 per combattere l'indipendentismo basco. "Nel mio paese - ha ricordato Garzon - si sta pagando duramente per il terrorismo. Ad un certo punto, anni fa, si è affermata la tentazione di combatterlo fuori dalla legalità, creando i GAL, che hanno sequestrato, messo esplosivi, ucciso innocenti. Questa situazione è stata corretta dallo Stato di diritto, sono stati processati i responsabili e anche l'allora ministro degli Interni. Oggi possiamo avere degli attentati, ma possiamo anche arrestare i terroristi".

Dopo aver riaffermato la sua "fede incrollabile" nella capacità dello Stato di diritto di fare fronte anche alle peggiori emergenze, Garzon ha concluso il suo intervento con una citazione da Beniamino Franklin: "Chi rinuncia alla libertà per la sicurezza non ha diritto di fruire né della libertà, né della giustizia".

 

TERRORISMO INTERNAZIONALE:
GLI USA DESISTONO
SU CONTROLLO LISTE PASSEGGERI

Gli Stati Uniti hanno ritirato la richiesta che le compagnie aeree internazionali consegnino al Dipartimento per la sicurezza interna la lista dei passeggeri 60 minuti prima del decollo dei voli diretti in aeroporti americani.

La decisione è arrivata dopo le proteste delle compagnie, sia europee che statunitensi, per le quali la misura - che finora era circolata in modo informale - avrebbe provocato disagi e ritardi negli aeroporti di partenza in Europa.

Si calcola, infatti, che è necessaria almeno un'ora per completare il raffronto tra la lista dei passeggeri e la famosa "no fly list", la "lista nera" stilata dalle autorità americane, in cui sono inseriti i nomi di sospetti terroristi e quelli di persone ritenute, genericamente, un pericolo durante un volo.

Ora i controlli avvengono mentre l'aereo è già in volo e si sono già verificati numerosi casi in cui il volo è stato bloccato e deviato perché dal confronto sono emerse delle corrispondenze, nella maggior parte dei casi risultato di omonimie o veri e propri errori del sistema.

 

TERRORISMO INTERNAZIONALE (2):
L'AVIAZIONE SEGRETA DELLA CIA

Nell'era della lotta al terrorismo anche la CIA deve mettere le ali.

La Aero Contractors Airlines, una piccola compagnia di voli charter, che opera nella contea di Johnston, in Carolina del Nord, sarebbe in realà l'aviazione della Central Intelligence Agency (CIA), specializzata in trasferimenti di sospetti terroristi da un angolo all'altro del pianeta e nel trasportare agenti e strumentazioni dagli Stati Uniti alla prima linea della "battaglia" contro gli estremisti islamici.

La rivelazione è del programma 60 minutes dell'emittente americana CBS, che ha mandato in onda un servizio sul mistero del gigantesco hangar azzurro, immerso in una tranquilla cornice di pinete, piantagioni di tabacco e patate dolci.

Il New York Times ha rilanciato la notizia, chiamando in causa piani di volo, documentazioni aeronautiche e interviste con ex agenti della CIA e piloti. Non solo l'agenzia di spionaggio controlla la compagnia della Carolina del Nord, ma questa conta ben 26 aerei, dieci dei quali acquistati dopo gli attentati terroristici dell'11 settembre 2001.

A vederli decollare e perdersi sull'orizzonte verde dei campi, scrive il Times, non si direbbe che a bordo dei jet si stia combattendo la guerra al terrorismo, "con missioni segretissime a Baghdad, al Cairo, a Tashkent e Kabul".

In particolare gli impegni della compagnia si sarebbero moltiplicati dopo gli attentati suicidi contro New York e Washington. Quando la CIA ha bisogno di trasportare un sospetto di al Qaida in un altro Paese, fa una telefonata a Jonhston e la Aero Contractors porta a termine la missione. Lo stesso se le forze americane o le intelligence di governi alleati arrestano un potenziale terrorista: il jet decolla, fa scalo al Dulles Airport di Washington per far salire un team di agenti e via verso il Medio Oriente o l'Asia.

Il New York Times scende nei dettagli: gli aerei della Aero Contractors hanno portato truppe paramilitari CIA in Afghanistan nel 2001, hanno fatto arrivare a Karachi, in Pakistan, un team di esperti dopo l'attentato al consolato americano nel 2002, hanno servito la base di Guantanamo Bay, a Cuba, trasportando prigionieri di primissimo piano.

In via ufficiale, tuttavia, la compagnia organizza semplicemente voli ad hoc a chi voglia "affittare un aereo con pilota". L'ACA fu fondata nel 1979 da un pilota di Air America, l'aviazione della CIA ai tempi della guerra in Vietnam. Le sue attività si sono moltiplicate in maniera esponenziale con il raggio delle attività americane nell'ambito della lotta ad al Qaida.

Oltre ai 26 aerei, la società utilizza i jet di due altre compagnie della Florida, la Pegasus Technologies e la Tepper Aviation. I voli, mascherati in questo modo, possono arrivare anche dove i voli di linea americani non sarebbero bene accetti.

I voli possono inoltre consentire alla CIA di portare a termine operazioni controverse sul piano della legalità internazionale, come ad esempio prelevare prigionieri catturati nell'ambito di indagini anti terrorismo e trasportarli in Paesi dove possano essere interrogati liberamente e, magari persino torturati, e dove sia in vigore la pena di morte.

Le autorità italiane e svedesi hanno aperto indagini, ipotizzando un coinvolgimento della CIA nell'arresto di sospetti poi trasferiti in Egitto per essere interrogati.

Fonte: APC

 

TERRORISMO INTRENAZIONALE (3):
LE MANI DI NEGROPOPNTE
SULL'FBI

di Marcello Campo*

Per l'FBI, la potentissima polizia federale americana, si tratta di una svolta storica: mai un alto dirigente di altre amministrazioni ha messo il becco nella scelta dei suoi capi. Ma dopo l'11 settembre è tutta un altra storia.

Così dietro le pressioni della Casa Bianca anche i Feds, i Federali, dovranno inchinarsi al fatto che sarà il direttore nazionale dell'intelligence, John Negroponte, meglio per aver creato gli squadroni della morte in centro-america, ad avere potere decisionale nella nomina del nuovo capo dell'Intelligence dell'FBI. Sulla carta, a lui toccherà solo "aiutare", "dare un consiglio" sulla scelta del nome, è questa la formula scelta per descrivere l'attribuzione di questo potere.

Tuttavia è chiaro che si tratta di un ulteriore passo importante verso una maggiore concentrazione delle leve del comando per combattere il terrorismo, che è poi il vero obiettivo della riforma dei servizi di sicurezza americani, concepita dopo l'attacco alle Torri gemelle.

Secondo quanto riferito da fonti dell'amministrazione Bush al New York Times, Negroponte deciderà chi sarà a ricoprire questo incarico, un uomo che di fatto sarà il numero tre del Bureau, congiuntamente al capo della FBI, Robert Mueller.

La proposta che Negroponte avesse poteri decisionali era contenuta nelle raccomandazioni della commissione d'inchiesta indipendente sulla riforma dell'intelligence. Il fatto che l'FBI l'abbia accettata rappresenta implicitamente una sua resa.

La gelosia con cui i Feds hanno difeso finora il loro territorio da incursioni esterne, lascia il passo alle crescenti pressioni perché vi sia un cambiamento, soprattutto dopo le aspre critiche rivolte al Bureau per non essere riuscito a prevenire le stragi dell'11 settembre.

"Abbiamo accolto lo spirito della riforma", ha spiegato John S. Pistole, vice direttore dell'FBI, che però ha preferito glissare riguardo alle voci sul coinvolgimento di Negroponte. "L'evoluzione della nostra intelligence - ha aggoiunto Pistole - continua a fianco del lavoro del direttore nazionale e del Dipartimento di giustizia perché gli apparati di sicurezza siano sempre più fortemente integrati tra loro".

In effetti, riuscire a creare un organizzazione efficiente ed efficace che sappia far dimenticare le mancanze del passato e si opponga a nuove minacce resta l'obbiettivo principale al centro del dibattito negli USA. Solo qualche giorno fa, una relazione dell'ispettore generale del Dipartimento di Giustizia sull'attività dell'FBI nei mesi precedenti l'11 settembre riscontrò che erano state perse ben cinque possibilità di trovare due dei 19 dirottatori che si spostarono da San Diego per preparare l'attacco.

E che le minacce siano sempre alla porta è dimostrato da quanto pubblica il settimanale Time, secondo cui le centrali nucleari americane "restano vulnerabili ad attacchi terroristi, malgrado i rafforzamenti dei loro sistemi di sicurezza dopo l'11 settembre".

* giornalista ANSA

 

TERRORISMO INTERNAZIONALE (4):
IL FUTURO DELLA BASE DI SIGONELLA

L'ipotesi è chiara. Ad avanzarla, dalle colonne del quotidiano spagnolo El Pais, una fonte autorevole: il capo delle forze USA in Europa, il generale dei marines James Jones.

La base militare siciliana di Sigonella dovrebbe diventare una postazione avanzata nella lotta al terrorismo internazionale.

A conferma che l'ipotesi è concreta ecco arrivare il commento del ministro della Difesa Antonio Martino: "L'idea mi piace - aveva dichiarato all'Ansa - perché può offrire nuove opportunità di lavoro in Sicilia orientale". 

Si tratterebbe di trasformare la base militare di Sigonella, attaulamente divisa in due, con una parte sotto amministrazione americana, in una base logistica dell'antiterrorismo nel Mediterraneo, con la creazione di una sorta di campo di concentramento riservato ai prigionieri islamici, insomma una specie di Guantanamo europea.

L'ipotesi di trasformare la base militare siciliana in base di supporto per le forze speciali antiterrorismo non è nuova. Già nel 1986 la stampa statunitense aveva rivelato le intenzioni del Pentagono di trasformare Sigonella in una centrale antiterroristica. A tal fine era stata richiesta specifica autorizzazione a insediare nella base alcuni reparti della Delta Force destinati ad operazioni contro il terrorismo e a far arrivare all'ombra dell'Etna 20 mila marines specificamente addestrati.

Un progetto rientrato dopo la caduta dell'Unione Sovietica. Ora l'11 settembre ha riproposto la questione, per la posizione strategica di Sigonella: dallo scorso anno la base ha già assunto un ruolo di primo piano nella lotta al terrorismo, con il cosiddetto PSI, Proliferation Security Initiative, un piano di interdizione dei trasferimenti di armi di massa che coinvolge Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Germania, Gran Bretagna, Usa, Polonia, Australia, Giappone e Olanda. In tutto 11 Paesi, in cui, ovviamente, gli USA hanno un ruolo centrale.

 

TERRORISMO INTERNAZIONALE (5):
IL KUWAIT E LA TORTURA

Terrorizzati durante gli interrogatori e costretti a rilasciare false dichiarazioni, dopo aver visto le foto del loro leader torturato e sotto la minaccia di ritorsioni nei confronti dei propri parenti.

E' quello che hanno sostenuto di aver subito otto imputati al processo in corso in Kuwait per associazione terroristica finalizzata ad attentati contro truppe americane e agenti di sicurezza kuwaitiani: sono stati accusati di aver ucciso poliziotti in una serie di cruenti scontri nel Paese.

Il leader del gruppo, Amer al Enezi, fu catturato in uno di questi conflitti a gennaio e morì poco dopo in ospedale: per attacco cardiaco, in base alla versione ufficiale del ministero dell'Interno, in realtà a causa delle torture subite.

"Mi hanno fatto vedere Amer al Enezi - ha affermato Majed Mayyah al Mutairi dal banco degli imputati - Giuro su Allah che non sono umani, era ridotto a pezzi".

L'imputato, 33 anni, ha spiegato che "fu sufficiente" per lui vedere le condizioni in cui era stato ridotto il suo capo per firmare una deposizione falsa.

Hussam Youssef Abdul Rahim, imputato giordano, ha riferito che gli agenti hanno minacciato di violentare sua moglie, reclusa in un'altra stanza, se non avesse testimoniato che gli esponenti dell'organizzazione - per un periodo ospiti nel suo appartamento - erano stati coinvolti in scontri con la polizia. "Ho chiesto loro di avere pietà di me perchè ho subito un'operazione al testicolo destro, così mi hanno colpito proprio in quella zona con un bastone", ha dichiarato Rahim alla corte criminale.

La maggior parte degli imputati - venticinque kuwaitiani, sette apolidi, due giordani, un saudita, un australiano e un somalo - è accusata di far parte dei Leoni della Penisola.

 

STRAGE DI MADRID:
SI POTEVA EVITARE

Secondo il direttore del Centro nazionale servizi di informazione spagnolo, Alberto Saiz, i servizi segreti iberici fornirono al governo di José Maria Aznar informazioni che "se ben utilizzate" avrebbero potuto evitare il massacro dell'11 marzo 2004 alle stazioni di Madrid.

Per Saiz i servizi segreti "fecero il loro lavoro", mentre "le autorità politiche non furono capaci di valutare sufficientemente quell'informazione che, se ben utilizzata, sarebbe potuta servire per evitare quei massacri".

 

MEDIORIENTE:
CONTATTI TRA UE ED HAMAS

L'Unione Europea ha deciso di permettere a suoi diplomatici di non alto livello di avere contatti incondizionati con esponenti del movimento islamico palestinese Hamas che figura nella lista delle organizzazioni terroristiche stilato sia dell'UE, sia degli Stati Uniti.

Una fonte diplomatica europea ha dichiarato all'agenzia France Press che si tratta di "incontri tecnici" imposti dalla necessità di avere rapporti sia con municipi diretti da Hamas, che nei Territori beneficiano di programmi assistenziali europei, sia di sorvegliare il corretto comportamento elettorale dei candidati di questo movimento.

D'altronde Hamas è in forte crescita, si è molto rafforzato nelle recenti elezioni amministrative ed è attualemnte la maggiore forza politica in opposizione ad Al Fatah.

La notizia ha visibilmente urtato gli israeliani. Il portavoce del ministero degli Esteri israeliano, Mark Regev, in una dichiarzione all'Ansa ha detto: "Chi aspira a facilitare il processo di pace non può considerare Hamas un interlocutore e noi pensiamo che la comunità internazionale debba piuttosto cercare il dialogo con i palestinesi moderati".

Aperture verso Hamas sono da registrare anche da parte della Gran Bretagna. Alcuni giorni fa il ministro degli esteri britannico, Jack Straw, ha ammesso che diplomatici britannici si erano incontrati con sindaci palestinesi legati a Hamas.

L'esistenza di questi contatti è stata confermata dal portavoce di Hamas a Gaza, Mushir Al Masri, secondo il quale sindaci legati al movimento, eletti nelle recenti elezioni amministrative in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, hanno discusso con diplomatici europei della tregua nei Territori e di programmi di assistenza.

"Hamas - ha aggiunto Al Masri - è pronto a un dialogo con tutti gli stati meno che col nemico sionista, che occupa la nostra terra e uccide la nostra gente".

 

SIRIA:
VAGHI TENTATIVI DI RIFORMA

Il presidente siriano Bashar Assad è uscito rafforzato dal decimo congresso del partito Baas al potere in Siria. Il Rais è riuscito ad eliminare dalla direzione del partito la "vecchia guardia", sostituendola con i suoi uomini più fidati (in prevalenza i capi dei servizi segreti e alcuni dei suoi consiglieri più stretti). La cerchia di potere si è rimpicciolita: da 21 membri è scesa a 14. Ma il presidente siriano non è riuscito a imprimere una svolta decisa alla linea politica del partito.

Resta, ad esempio, in vigore la legge di emergenza che permette di perseguitare e processare gli oppositori davanti ai tribunali militari. Assad ha però promesso di liberalizzare in futuro i partiti politici, anche se questo non avverrà su basi confessionali, etniche e regionali. Il che impedisce all'opposizione islamica dei Fratelli musulmani e alla minoranza curda di uscire dalla clandestinità.

Piccoli passi anche sulla strada delle libertà individuali. Solo promesse, ad esempio, sulla pubblicazione di giornali indipendenti. Promesse di cui non si fida l'opposizione, dal momento che impegni simili Assad le aveva già fatte al suo arrivo al potere nel 2000.

Quanto all'economia, (secondo le statistiche ONU, un decimo della popolazione vive con meno di due dollari al giorno), l'obiettivo resta quello di coniugare l'iniziativa privata al settore pubblico. Resta il gravissimo problema della corruzione, conseguenza diretta del monopolio del potere da parte del partito Baas.

In politica estera, dovrebbe continuare il dialogo con gli Stati Uniti e con l'Europa. Mistero, invece, sulla soluzione crisi libanese dopo il ritiro delle truppe siriane dal paese.

 

ARMAMENTI:
CRESCONO ANCORA
LE SPESE MILITARI NEL MONDO

Le spese militari nel mondo sono cresciute ancora, per il sesto anno consecutivo, nel 2004, e hanno raggiunto i 1.035 miliardi di dollari - pari a 162 dollari per ogni abitante del pianeta - in virtù dei massicci stanziamenti statunitensi per la guerra al terrorismo. In questo modo il fatturato dei cento principali produttori di armi è diventato l'equivalente del prodotto interno lordo dei 61 paesi più poveri del mondo.

A rendere note le cifre, nel suo rapporto annuale, è l'Istituto internazionale di Stoccolma per la ricerca sulla pace (Sipri).

Il 47 per cento dei 1.035 miliardi di dollari (841 miliardi di euro) speso per armamenti lo scorso anno è rappresentato dai costi sostenuti dagli Stati Uniti (455 miliardi di dollari) e complessivamente le spese di USA, Gran Bretagna, Francia, Giappone e Cina rappresentano il 64 per cento del totale mondiale.

L'incremento nel 2004, dell'otto per cento, è stato comunque inferiore a quello registrato nel 2003 dell'undici per cento. Le spese statunitensi hanno subito un'impennata tra il 2002 e il 2004 a causa degli importanti stanziamenti dedicati alla "guerra al terrorismo", in particolare in Afghanistan e in Iraq.

Le spese militari USA hanno rappresentato lo scorso anno il 3,9 per cento del prodotto interno lordo, ben lontano quindi dal picco del sei per cento raggiunto durante la guerra fredda. L'Italia risulta al settimo posto (27,8 miliardi di spesa).

Il rapporto del Sipri per il 2004 registra 19 conflitti di una certa rilevanza, la maggior parte dei quali dura da molti anni mentre solo tre - le operazioni contro al Qaida, la guerra in Iraq e il conflitto nel Darfur - sono in corso da meno di tre anni.

 

CRIMINI DI GUERRA:
ANNULLATO MANDATO CATTURA
PER MOGLIE MILOSEVIC

La giustizia serba ha ritirato il mandato di cattura internazionale che aveva emesso nei confronti di Mira Markovic, moglie dell'ex presidente jugoslavo Slobodan Milosevic.

Lo ha annunciato il portavoce della Corte municipale di Belgrado, precisando che i giudici hanno accolto le richieste dei difensori della donna. Così facendo, gli avvocati della ex first lady jugoslava hanno promesso che essa si presenterà davanti ai giudici a settembre.

Mira Marcovic aveva lasciato la Serbia nel febbraio del 2003, pochi giorni prima che il suo mandato di deputato jugoslavo scadesse con il cessare della Federazione. Si ritiene che sia ospite del cognato Borislav Milosevic, ex ambasciatore jugoslavo a Mosca, rimasto nella capitale russa dopo il crollo del regime guidato dal fratello.

Sui motivi per i quali era stato emesso un mandato di cattura internazionale nei confronti di Mira esistono solo ipotesi: l'unico atto formale di accusa nei suoi confronti è di malversazione e abuso di potere per avere concesso un appartamento statale a una sua baby-sitter, ma gli inquirenti serbi vorrebbero interrogarla sulla morte dell'ex presidente serbo Ivan Stambolic, scomparso da Belgrado nell'agosto del 2000, alla vigilia del crollo di Milosevic, e i cui resti sono stati ritrovati in un pozzo di calce nel 2003. La donna, stando al tamtam belgradese, sarebbe anche implicata nel fallito attentato del 1999 contro l'attuale ministro degli esteri Vuk Draskovic.

I media serbi hanno scritto di un accordo fra i partiti della coalizione di governo e il Partito socialista (Sps) - fondato dallo stesso Milosevic - come reale motivo dell'annullato mandato di cattura.

Fonte: ANSA

 

KU KLUX KLAN:
CONDANNATO 41 ANNI DOPO

A 41 anni di distanza dall'assassinio di tre giovani attivisti per i diritti civili nel Mississipi, l'ex leader del Ku Klux Klan, Edgar Ray Killen, è stato riconosciuto colpevole da una giuria di Filadelfia.

Killen, 80 anni, era già stato processato nel 1967 per l'assassinio di Michael Schwerner, Andy Goodman e James Chaney (due ebrei bianchi e un nero), ma la giuria composta solo da bianchi lo aveva assolto.

Il caso ha guadagnato fama internazionale quando, nel 1988, uscì il film di Alan Parker, Mississipi burning, interpretato da Gene Hackman e Willem Dafoe.

Del delitto erano stati accusati 18 membri del Klan, incluso Killen. ma solo sette furono quelli condannati a pene fra i 3 e i 10 anni di carcere.

 

DOCUMENTAZIONE

 

TRAGEDIA MOBY PRINCE:
IL CASO NON È CHIUSO.
UN LIBRO

di Stefania Limiti

 La tragedia del traghetto Moby Prince, 140 vittime, è il più grave incidente nella storia della marina mercantile italiana, a parte il lontano precedente del battello a vapore Sirio (4 agosto 1906) sul quale, al largo di Cipro, morirono 350 persone.Come bilancio di vittime, precede anche il naufragio dell'Andrea Doria, affondato il 26 luglio 1956 al largo dell'isola di Nantucket, nel Massachusets (52 morti). La collisione avviene alle 22.26 del 10 aprile 1991, a 2,6 miglia al largo del porto di Livorno. Venti minuti prima dalla banchina passeggeri si era staccato il Moby Prince, il secondo traghetto della flotta Navarma Lines, presieduta da Achille Onorato: una nave varata nel 1967, lunga 131 metri e larga 20, con 6.187 tonnellate di stazza e la capacità di trasportare 1.490 passeggeri e 360 veicoli. Al comando della nave c'è Ugo Chessa, ex comandante del Nabila di Kashoggi, un marinaio spezzino di 56 anni con una lunga esperienza. Il Moby si avvia subito su quella rotta per Olbia che percorre ormai da quattro anni, guidato fuori dal porto dal pilota portuale Federico Sgherri. Quest' ultimo scende dal traghetto alle 22.14, ad un miglio dalla costa (racconterà poi che in quel momento la visibilità era buona). Alle 22.27 la Capitaneria di porto riceve il "May day" (il segnale internazionale d'allarme) da una nave in rada, l'Agip Abruzzo, una delle 17 navi-cisterna della Snam (gruppo Eni), 280 mila tonnellate e 28 uomini di equipaggio. La nave, comandata da Renato Superina, in quel momento è carica di 82 mila tonnellate di "crude oil" iraniano. L'SOS parla della collisione con una nave sconosciuta (in un primo momento si parla di una piccola bettolina). La petroliera in fiamme - l' incendio sarà domato il 17 aprile - viene raggiunta da una motovedetta della Guardia di Finanza alle 23.05. Il traghetto viene avvistato poco dopo le 23.30 da una barca di ormeggiatori. Sul Moby c'é un solo superstite, il mozzo Alessio Bertrand, 25 anni, di Ercolano (Napoli). Tutti salvi invece i marinai dell'Abruzzo. Mille tonnellate di greggio finiscono in mare, duemila si riversano sul traghetto, trasformandolo in una massa metallica rovente. La mattina dopo, il traghetto, ancora avvolto dal fumo, viene trasportato nella darsena del porto: il recupero dei corpi richiede molti giorni e la loro identificazione è difficilissima. A Livorno, per incontrare i familiari delle vittime, arrivano molti mebri del Governo ed il presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Parte subito l'inchiesta della magistratura, affiancata in breve tempo da quella di una commissione ministeriale presieduta da Aldo Quartulli, presidente di sezione del Consiglio di Stato. L'esito giudiziario è sconfortante:il 5 febbraio 1999 la III Sezione della Corte d'appello di Firenze dichiara prescritti i reati e la tragedia rimarrà senza colpevoli. Ma la storia del più grave incidente della marineria civile italiana assume da subito i connati del mistero, con tutto l'armamentario di manipolazioni, depistaggi, verità nascoste e verità non dette. Il libro di Federico Fedrighini, Moby Prince, un caso ancora aperto (Edizioni Paoline) è la storia di quel che accadde la sera del 10 aprile del 1991 e la ricostruzione minuziosa di quanto avvenne dopo: un pezzo di giornalismo d'inchiesta che usa documenti e carte processuali, fornendo una versione scientifica dei fatti. Così almeno ha definito il libro un magistrato che di ricostruzioni dei misteri d'Italia ha tentato di farne molte, Guido Salvini, che ha partecipato alla presentazione del lavoro di Fedrighini, organizzata dal parlamentare dei Verdi Mauro Bulgarelli alla Camera dei Deputati. Salvini ha sostenuto che la vicenda del Moby Prince ha moltissime somiglianze con i casi che rientrano nella categoria Misteri, che poi sono avvenimenti di cui si sa moltissimo, anche se non hanno un padre riconosciuto. Le carte, gli atti, parlano tanto: "Le prime ipotesi formulate, la fitta nebbia, una manovra incauta del comandante, una grave distrazione dovuta ad una partita di calcio, hanno impresso un marchio indelebile nella memoria collettiva", scrive Fedrighini. Ma proprio da quelle fonti emerge un'altra verità: "la rotta di navigazione seguita dal traghetto era prudente, nessun apparecchio televisivo era presente in plancia comandi. E la nebbia, smentita da diverse attendibili testimonianze e dai bollettini meteomarini, forse, serviva a occultare altro".Quella sera le acque del porto di Livorno sembravano appartenere ad un altro Stato: c'era un via vai di navi USA di ritorno dall'Iraq - dove avevano finalmente concluso il loro micidiale compito contro i popoli del Golfo. Erano infestate di armi, di navi fantasma (almeno due), alcune trasbordavano materiale bellico su altre ignote imbarcazioni e c'era anche di un elicottero, non identificato, ma non italiano, da cui qualcuno ha potuto vedere la tragedia del Moby Prince che si consumava. E' lì che qualcosa va storto, un'esplosione, un incendio. Alcuni testimoni parlano di vampate e bagliori che si sviluppano prima dell'impatto del Moby Prince contro la petroliera. Insomma, quella non era una zona qualunque: e senz'altro questo può essere il motivo che ha dato il via ad una serie impressionante di occultamenti che ricordano - ha detto Salvini - il lavaggio di Piazza della Loggia a Brescia o la seconda bomba ritrovata a piazza della Scala, il 12 dicembre del 1969, e fatta urgentemente brillare, o lo spostamento di quei cadaveri martoriati, senza la presenza di un medico legale. A Livorno quella sera, subito dopo la collusione, i radar impazziscono, le comunicazioni radio vengono disturbate, uno strano "cono d'ombra" mette il silenziatore ai disperati appelli del Moby. E così il relitto viene manomesso, i tracciati radar sono illegibili, l'unico filmato amatoriale che riprende la tragedia è contraffatto: il nastro viene tagliato e incollato con una parte vergine dello stesso nastro… Tutto ciò è minuziosamente ricostruito da Fedrighini il quale non può non dedicare un capitolo alla base americana di Camp Derby, il principale deposito logistico del SETAF (Southern European Task Force) dell'esercito a stelle e strisce. Camp Derby è anche un macigno che pesa sulla memoria delle vittime del Moby Prince: è lì che vengono depositate armi di qualsiasi tipo al di fuori dei controlli delle autorità italiane, è lì che i neofascisti piazzano le loro basi paramilitari, come affermano negli anni davanti ai magistrati gli ordinovisti Vincenzo Vinciguerra e Carlo Diglio e proprio in un covo di Ordine Nuovo viene ritrovata la mappa di Camp Derby. E' lì che un uomo di nome Guido Garelli ha piena libertà di accesso perché è lui che segue il Progetto Urano, la raccolta di materiale radiottivo destinato all'Africa: è lui il personaggio, che insieme al faccendiere Giancarlo Marocchino, vuole sviluppare il Progetto Urano nel Corno D'Africa, in Somalia… E spuntano intrecci internazionali inquietanti: spiega Fedrighini che "fu il sultano di Bosaso, città a nord est della Somalia, a riferire al pm romano Pititto un dettaglio interessante sulle presunte attività illecite della flotta Shifco, donata al Paese africano dalla cooperazione italiana. A una domanda precisa su presunti traffici d'armi, la risposta del sultano fu: "Ricordo solo un traffico di armi e carburante nella primavera del '91". Il 10 aprile di quell'anno la 21 Oktobaar, nave della flotta Shifco, guarda caso, si trovava nel porto di Livorno. Forse varrebbe la pena approfondire l'argomento"Anche Giovanni Minoli si è impegnato molto per contribuire a far luce sul mistero dle Moby: prima con Mixer e poi con Rai Educational, rete su cui ha mandato in onda, lo scorso aprile, uno speciale di straordinaria importanza dal titolo Il porto delle nebbie di Michele Buono e Piero Riccardi, dal quale emergono palesi incongruenze nella versione ufficiale; basti pensare agli unici testimoni oculari, l'equipaggio dell'Agip Abruzzo, costretti al silenzio e tenuti lontani dai giornalisti, alle foto satellitari negate e alla Accademia Navale di Livorno, la cui sede sta proprio davanti al luogo dell'incidente, che non ha fornito alcuna informazione. Ed ora anche il coinvolgimento, in quella zona, di una nave della flotta Shifco, quella stessa flotta coinvolta anche nell'inchiesta realizzata da Ilaria Alpi e Miran Hrovtin,  forse, alla loro morte. C'è materiale sufficiente, insomma, per una commissione parlamentare di inchiesta, quella che chiedono ora i parlamentari Valerio Calzolaio, Giovanni Bianchi e Mauro Bulgarelli, una "commissione silenziosa", l'ha definita il giudice Guido Salvini, "che appuri le finalità di chi ha organizzato questa messinscena, facendo volontariamente calare una nebbia che altrimenti non ci sarebbe mai stata". E che dica magari qualcosa in più su cosa si fa dentro il CISAM, il Centro di Ricerche Militari, situato accanto alla base di Camp Derby, quello che ha ospitato anche un reattore nucleare e dove vengono studiati i fenomeni elettromagnetici: possibile che da lì non abbiano visto proprio niente mentre il Moby Prince affondava?

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