IL COMMISSARIO SONERI E LA LEGGE DEL CORANO

Incipit. 1. Gatti che ronfano nei pomeriggi d’inverno: sono così le città di pianura. Neghittose e morbide nella loro indolenza festiva, conservano un cuore crudele e scattante. Per mimetismo, come a caccia, stanno acquattate nella cova dei loro palazzi, dove si predica caritatevoli e si progetta l’agguato. Sono introspettive, silenziose e meditabonde, votate a ruminare nevrosi dentro le loro nebbie. Dal vetro sudato della cucina, Soneri scrutava i tetti di Parma che emergevano come scogli sull’orizzonte grigio nel muto dopopranzo domenicale, mentre Angela scorreva le immagini di una pubblicità tutta sole e mare. Improvvisamente lei richiuse il depliant e lo lanciò sul tavolo.

Un romanzo-verità, com’è nello stile di Valerio Varesi, cronista di nera presso La repubblica, uno degli autori italiani più amati. Ancora una volta il protagonista è Soneri, il commissario che nei fortunati serial televisivi Nebbie e delitti, andati in onda anni fa, aveva il volto di Luca  Barbareschi. L’ambiente è sempre quello di Parma, città di provincia atipica per via del suo passato di nobiltà ed eleganza, della sua tradizione di tolleranza, della sua riservatezza, della sua grande dignità, del senso del dovere dei cittadini, dell’alta qualità di vita, delle eccellenze culinarie… E si potrebbe continuare a lungo ad elencare virtù, tutte meritate, sennonché … Sennonché capita che a Parma girino le ronde. Gruppi di volontari che pattugliano le strade tenendo gli occhi aperti per difendere i bravi cittadini. Anche se poi succede che puntino l’attenzione da una parte sola: quella degli immigrati e dei poveri cristi. «Qui di pericoloso ci sono gli stranieri che rubano, minacciano e spacciano tirandosi dietro quegli sfigati dei tossici che per una dose assaltano chiunque passi.» Per tacere di strani gruppi che girano nelle periferie su gipponi, in parata come soldati vittoriosi: «si fanno vedere per dimostrare che sono loro i padroni.» Fanno azioni dimostrative e «qualche volta si fermano davanti ai bar frequentati da stranieri e inveiscono. Li minacciano anche…»

Ma allora, che ne è stato della tradizione di tolleranza e buona educazione dei parmigiani? E’ proprio questo il tema di fondo di questo romanzo. Partendo dalle indagini del suo commissario Soneri sull’omicidio del giovane tunisino Hamed, assassinato nella casa di un anziano cieco, l’autore svolge personalmente una vera indagine arrivando fin dentro il cuore della comunità islamica di Parma, nello sprofondo delle periferie dei diritti negati e del degrado, per sentire sulla propria pelle le scintille della tensione fra i “bravi cittadini”, non più così tolleranti,  e gli immigrati non sempre grati e rispettosi. Sembrerebbe una storia di insofferenza estrema questo romanzo. In realtà è molto di più. Risale alle origini del malessere e della diffidenza che pervadono in uguale misura sia i parmigiani che gli immigrati e porta alla luce una grande verità: nell’odio e nel disagio tutto si confonde e si mescola  in un impasto indistinto di avidità, furbizia, desiderio di approfittare a vicenda gli uni degli altri. Tutto questo mentre il pericolo, quello vero che porta morte e terrore, è sempre in agguato e può nascondersi dovunque. Anche dentro il caveau di una banca.

Valerio Varesi

IL COMMISSARIO SONERI E LA LEGGE DEL CORANO

Frassinelli, 336 pagine, € 15,72 anziché 18,50 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 9,99

IL SEGRETO DI PIAZZA NAPOLI. La prima indagine di Totò Maraldo

Incipit. Prefazione di Daniele Biacchessi. C’è di tutto in questo nuovo romanzo di Gino Marchitelli: il mistero, il giallo, il noir, la tensione emotiva, l’impatto sociale della storia. Poi ci sono luoghi che Gino descrive, a me cari perché li ho abitati per 17 anni. Piazza Napoli non è centro e neppure periferia. E’ una delle fermate del filobus della circonvallazione. Una piazza dove generalmente si accompagnano i cani a fare i bisogni e si passa con la macchina, veloci, generalmente verso altre destinazioni.

 Prologo. Il tavolo della cucina era illuminato flebilmente da una vecchia lampadina da pochi watt.  L’uomo ogni tanto roteava il collo per contrastare il gran fastidio che le vertebre, ormai logore, gli provocavano.Tutti i giorni, sempre e inesorabilmente. Aveva cenato in modo frugale: un po’ di riso in brodo, qualche foglia di lattuga recuperata tra le erbacce dell’orto abbandonato nella casa della vicina, mezz’etto di prosciutto, una scorza di formaggio rinsecchito.  Era tutto quello che poteva permettersi con le sue magre finanze. E poi c’era l’uva… a quella non avrebbe mai potuto rinunciare. L’uva doveva esserci sempre, anche fuori stagione.

Piazza Napoli, sì, proprio quella a cui è toccato l’onore delle cronache di recente, dopo il rinvenimento del cadavere di una ragazza impiccata ad un albero del giardino pubblico. Una storia salita alla ribalta molto dopo l’uscita del romanzo, ma che con quella narrata nel libro ha più di un punto in comune. Un caso? Certamente, ma sta a dimostrare che la realtà non è mai lontana dalla fantasia e tutto quello che si narra nei romanzi è già capitato o capiterà da qualche parte. Soprattutto se i romanzi, come questo di Gino Marchitelli, un tempo valoroso sindacalista sulle piattaforme petrolifere dell’Eni e oggi fortemente impegnato nella difesa della memoria e dei diritti civili, puntano sempre al risveglio delle coscienze.

In questo romanzo, agile, dalla prosa fluida, l’indagine non autorizzata di Totò Maraldo, brigadiere dei carabinieri in pensione, sulla morte di un ragazzo rinvenuto cadavere in una stalla abbandonata nella campagna dell’Oltrepò pavese, porta alla scoperta di inconfessabili intrecci fra potenti interessati a insabbiare un vecchio omicidio e un’omertà diffusa che arriva a lambire la metropoli con i suoi silenzi sospesi, pieni di attenzione verso chi ha i soldi o possiede gli strumenti per esercitare ricatti e pressioni. Dunque, niente di nuovo sotto il sole.

«L’indagine portò alla luce una serie interminabile di pratiche di corruzione (…) in vari settori della società, dell’imprenditoria, della magistratura e delle stesse forze dell’ordine. Il depistaggio organizzato dal maresciallo, in cambio di una notevole somma, era del tutto simile a quello che si era verificato a opera di un alto funzionario dei carabinieri, sospeso dal servizio e messo sotto inchiesta, per i fatti dell’omicidio di Garlasco. «Emerse un retroscena disgustoso, fatto di corruzione e ricatti, prostituzione e fatti illeciti.» Parole che potrebbero adattarsi a parecchi casi di nera, passati e recenti, dai quali è emersa la pessima gestione della giustizia. Basta ricordare le indagini sull’omicidio di Serena Mollicone, nonché quelle seguite alla scoperta del cadavere di Chiara Poggi. Perché non sempre chi fa le indagini, chi rinvia a giudizio, chi emette sentenze, chi decide una carcerazione preventiva prima ancora del rinvio a giudizio anche in mancanza delle condizioni previste dalla legge, e chi invece si ostina a tenere fuori dal carcere condannati in primo grado che avrebbero i mezzi per filarsela, non sempre decide in base a un intimo, personale convincimento. Un bellissimo romanzo, ma anche una precisa metafora di come (non) funziona la giustizia da noi.

Gino Marchitelli

IL SEGRETO DI PIAZZA NAPOLI. La prima indagine di Totò Maraldo

Fratelli Frilli editori,190 pagine, € 10,12 anziché 11,90 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 4,99 

SILENZI DI STATO

Incipit: Prefazione di Gian Antonio Stella. Tryckfrihetsförordningen è impronunciabile? Provate con «l’art.2, commi da 36-terdecies a 36-duodevicies, del decreto legge 13 agosto 2011, n.138, convertito…». Qual è la differenza? Chi parla lo svedese la parola Tryckfrihetsförordningen la capisce benissimo: è il diritto alla libertà di stampa e alla trasparenza. Chi parla l’italiano davanti ai nostri codicilli stramazza: quel linguaggio iniziatico è una barriera che impedisce l’accesso.

Questo libro. Caro lettore, hai pagato questo libro ma non hai il diritto di leggerlo. Alcune persone, invece ce l’hanno e, in determinate circostanze, potranno decidere di raccontartelo. Se lo faranno dovrai fidarti di loro ciecamente o decidere a priori che mentono perché non avrai nessun modo per verificare ciò che affermano.

Il nostro non è mai stato il paese della trasparenza. Silenzi, opacità, depistaggi, dilazioni, insabbiamenti hanno contraddistinto dalle origini del Regno d’Italia in poi, fino alla Seconda Repubblica, i rapporti dei sudditi/cittadini con le istituzioni. Ma da quando la difesa della privacy è entrata nel codice civile e penale l’opacità è diventata addirittura impenetrabilità, buio totale. Gran cosa la difesa della privacy. In tutta Europa è uno strumento prezioso per la salvaguardia dei cittadini, delle loro famiglie, della loro onorabilità. Da noi viene brandita spesso, anche contro le norme vigenti, come una clava per difendere diritti supposti e privilegi immeritati. Per esempio: quanto guadagnano i parlamentari? Quanto spendono realmente per la loro missione? Come vengono compilate le graduatorie dei concorsi pubblici? Quanto spende il sindaco in viaggi e cene? Quanto sono sicuri gli edifici scolastici, ammesso che ne esistano le certificazioni? E i ‘derivati’ pubblici? Quanti ne sono stati acquistati dal ministero e dalle amministrazioni? E con quali profitti/perdite?. E non parliamo poi delle informazioni sui fatti oscuri soggetti al segreto di Stato che da noi, a dispetto della legge che ne ha fissato la durata in trent’anni, è pressoché permanente.

E’ esemplare a questo proposito la vicenda del  giornalista Claudio Gatti che, grazie al Freedom of Information Act in vigore negli Usa dal 1978, ha ottenuto dal governo statunitense “migliaia di pagine su alcuni dei fatti più oscuri della nostra storia recente, dal terrorismo alle stragi. Compresa la sciagura di Ustica.”  Come dire che è più facile per noi ottenere dalla Cia le carte secretate relative ai grandi misteri internazionali che non l’elenco dei partecipanti a un’asta pubblica, per non parlare delle cifre offerte dai partecipanti. Gatti, infatti, nonostante le estenuanti trafile a cui si è dovuto sottoporre, compreso un ricorso al Tar del Lazio, si è visto respingere sistematicamente tutte le richieste di informazioni. Anche quelle riguardanti documenti non secretati e quindi, in teoria, pubblici.

Ernesto Belisario Guido Romeo

SILENZI DI STATO

Prefazione di Gian Antonio Stella

Chiarelettere, 166 pagine, € 11,90 anziché 14,00 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 9,99

I BOSS DI CHINATOWN

Incipit. Introduzione.  Anche parlando della mafia cinese in Italia è obbligatorio partire da un aureo principio. Se c’è una cosa che non si può fare, che non si può più fare, di fronte all’insorgenza di un fenomeno criminale, è perdere tempo. Perdere tempo a vederlo, a rilevarlo nelle mappe cittadine, negli intrichi di affari che nascono, nei delitti di tipo nuovo che irrompono o si insinuano nelle cronache giudiziarie, nelle dinamiche demografiche retrostanti.

 Ombre cinesi. Piccolo prologo. La prima ronda inizia la mattina presto, quando le saracinesche dei negozi con le insegne ricamate da ideogrammi sono serrate e sotto i portici di piazza Vittorio ancora non si sentono cinguettare le commesse dagli occhi a mandorla. Il sey kow jai dà una sistemata al ciuffo vermiglio che gli ondeggia sulla testa di pece e si abbottona il giubbotto di pelle scura. Monta sulla motocicletta e sobbalza sull’incrocio di binari che solcano come cicatrici le strade del quartiere.

I sey kow jay, sono i soldati dell’Organizzazione, ragazzi smaniosi di mettersi in luce, totalmente privi di sentimenti a parte quello della fedeltà al boss e accomunati dalla ferocia. Vengono affiliati con un rito macabro. «Il Heung Chu, il Maestro di cerimonia, trancia di netto la testa a un gallo ancora vivo e raccoglie il sangue in una coppa. Aggiunge vino, cinabro, zucchero e agita lentamente il calice. Poi incide con una lama il dito dell’iniziato e mescola il sangue umano con il resto della mistura. Il novizio poggia le labbra sull’orlo della coppa e beve. Quindi solleva la pergamena che tiene in mano e legge: “Se un membro della Società si troverà in difficoltà tutti accorreranno in suo aiuto. Se io romperò il giuramento, le spade cadranno e mi uccideranno.” La pergamena brucia nell’incenso, l’iniziato passa sotto un arco di daghe e recita le trentasei promesse di fedeltà e fratellanza. II novizio assume il rango di sey kow jai. La triade è la sua nuova famiglia.». A queste bande di adolescenti con i capelli colorati o le cinture rosse, pronti a fare a pezzi chiunque a un’alzata di sopracciglio del boss, vanno aggiunte le bande sciolte che si contendono i quartieri delle Chinatown a colpi di coltello e di machete. Poi ci sono reti di trafficanti che importano merci di contrabbando e proibite,  le più pregiate delle quali sono uomini e donne dalla Cina all’Italia;  che lucrano sui viaggi dei disperati in cerca di fortuna; che ricattano e minacciano di morte i familiari dei clandestini per ottenere i soldi del viaggio di un congiunto. Poi bisogna tenere conto della “banca fantasma” che opera solo con i cinesi. Dell’importazione illegale di farmaci della medicina tradizionale cinese ma anche di quella occidentale. Delle cliniche abusive che curano esclusivamente cinesi al di là di ogni legalità. E che dire delle prostitute sulle strade, stivate in appartamenti minuscoli, nei centri per i massaggi? Dell’import export senza regole? Dei raid nei negozi per taglieggiare i commercianti? Dell’espansione attraverso l’acquisizione legale di appartamenti, negozi, bar, ristoranti? Su tutte queste attività dominano i clan organizzati, con boss di rango che vedono aumentare di settimana in settimana il proprio potere e le loro ricchezze, che stringono alleanze d’affari con le mafie italiane e cercano amicizie politiche.

I cinesi che vivono nelle nostre città sono silenziosi, laboriosi, schivi e riservati, impenetrabili. Si fanno gli affari loro (e si ammazzano fra di loro) evitando il più possibile il contatto con gli occidentali e questo ha fatto nascere la leggenda secondo la quale sarebbero gli immigrati ideali, quelli che non creano mai problemi, che portano soldi se ci si dimentica della concorrenza sleale ai commercianti per i prezzi bassissimi delle loro merci. In realtà questa è solo apparenza. Perché nelle Chinatown sotto questa calma si vive nella paura di vedersi entrare nel negozio, o nel ristorante i sey kow jay, oppure i ragazzi dalla cintura rossa, o gli appartenenti a una qualsiasi delle tante bande. Ed è tale la ferocia con cui questi giovani si fanno largo nella società a colpi di daga, di pugnale, o di machete, che sono spuntati i primi pentiti: gente perbene che dopo essersi rivolta alle forze dell’ordine vive nel terrore di vedersi recapitare un mazzo di gladioli rossi, chiaro annuncio di morte secondo il codice antichissimo. Tutto questo avviene nelle nostre città dove, ogni giorno vengono scaricati tir di merci contraffatte, di paccottiglia importata senza dazio e di roba proibita nel silenzio e nell’indifferenza dei media che non si scompongono nemmeno quando vengono rinvenuti cadaveri di orientali  fatti a pezzi.

Questo libro inchiesta ricco di vicende ed episodi di vita quotidiana, che si legge come un romanzo nero, è un reportage rigoroso e documentatissimo, il primo a mostrare la faccia nascosta dei nostri coinquilini, quella che va molto oltre le piccole illegalità quotidiane delle vendite sottocosto e delle confezioni in laboratori clandestini. Una faccia che non ha nulla da invidiare ai nostri boss mafiosi più sanguinari, che fino a oggi è passata sotto traccia solo perché le vittime sono scelte esclusivamente fra i connazionali privi di potere e di voce: immigrati clandestini e loro familiari, prostitute, piccoli commercianti per bene che non vogliono o non possono sottostare ai diktat di chi li taglieggia.

Giampiero Rossi Simone Spina

I BOSS DI CHINATOWN

Melampo, 208 pagine, € 11,90 anziché 14,00 su internetbookshop.

L’INFILTRATO

Incipit. Capitolo 1. Estate 1978, casello autostradale di Settebagni, Roma. L’uomo appoggiato all’Alfasud, ferma sotto tettoie arroventate, aspirò una boccata profonda prima di lasciar cadere la sigaretta sull’asfalto. Da mezz’ora aspettava qualcuno. I mozziconi intorno ai suoi piedi lo confermavano. Mentre dall’autostrada giungevano zaffate infuocate, l’uomo si tolse la giacca e la gettò sul sedile. Guardò l’orologio. Finalmente un’Alfetta attraversò la barriera di Roma Nord. Lampeggiò mentre si avvicinava. Il finestrino posteriore incorniciava un volto conosciuto. «Senatore, entri in macchina, scusi il ritardo ma arrivo da Milano». «Generale, non si preoccupi. L’unico problema è che avevo finito le sigarette».

 Chi è ancora convinto che il Pci di Enrico Berlinguer fosse colluso con il terrorismo rosso è fuori strada. In realtà durante gli anni delle Brigate rosse, di Prima linea, della P38, quando i morti e i feriti gravi si contavano giornalmente, il partito comunista fu in prima linea contro coloro che avevano scelto la lotta armata. La loro linea di azione si articolava in due attività ben distinte: una, alla luce del sole, con la propaganda nelle sezioni; l’altra, segreta, fondata sul  metodo classico delle autorità che vogliono avere il controllo del territorio, cioè attraverso l’infiltrazione nelle file del nemico. Fu una vera e propria operazione di Intelligence quella  concordata fra il numero due del Pci, Ugo Pecchioli, braccio destro di Berlinguer, e il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e consistette nell’infiltrazione di un giovane militante comunista all’interno di un gruppo di fuoco allo scopo di individuare e denunciare non solo i brigatisti, ma anche i loro fiancheggiatori.

In questo libro, che ha ricostruito con i tratti del romanzo ma con il rigore del saggio informato,  il periodo fra il 1978 e 1979, è condensata l’attività del partito comunista messa in atto per salvare la democrazia più che mai in pericolo dopo il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro. Un’operazione mai venuta alla luce prima e che negli anni è rimasta il segreto politico meglio custodito dal dopoguerra a oggi. E, naturalmente, a fare da sfondo alla vicenda dell’infiltrato, c’è la rievocazione precisa dell’aria che si respirava in quei mesi; c’è la paura, il senso di precarietà che provavano i cittadini nei confronti dei politici e delle istituzioni; c’è la voglia di voltare pagina ma anche il timore dell’ignoto. Tutto questo è il frutto di un’accurata documentazione sulle carte riservate del Partito, sulle trascrizioni delle riunioni riservate. E naturalmente anche attraverso la rilettura delle attività di controllo e denuncia all’interno delle fabbriche, operate in “quei giorni”, mentre nelle strade gli “obiettivi” cadevano a decine , vittime di una guerra dichiarata ma poco percepita.

Vindice Lecis, sardo, marxista convinto, in questo libro s’impone come “romanziere storico”, semplicemente coniugando le due attività: quella di romanziere e quella di giornalista, perché il suo obiettivo è quello di narrare storie tanto importanti e vere quanto poco conosciute  divulgandole il più possibile per sottrarle all’oblio.

Vindice Lecis

L’INFILTRATO

Nutrimenti, 190 pagine, € 12,75 anziché 15,00 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 7,99

NOME IN CODICE SIEGFIRIED. Un reduce delle SS protagonista di una storia ai confini della realtà

Incipit. Giù la maschera. Rieti. Maggio 2005. Il telefono nel salotto sembra impazzito, ha iniziato a squillare quando ero nella vasca da bagno e continua a farlo mentre mi passo il pennello con la schiuma da barba sulle guance. Chiunque sia a quest’ora deve avere una gran fretta di parlarmi. Aspetterà. Vado avanti a radermi con calma. La mia immagine riflessa mi restituisce uno sguardo vivo, i miei occhi verdi hanno la stessa intensità di quando ero ragazzo. È tutto ciò che sta intorno che è cambiato: a settantacinque anni la vita comincia ad assumere sfumature contrastanti. Il trillo torna a distogliermi dai pensieri. Guardo l’orologio che porto al polso, le otto in punto: se sono ancora quelli delle compagnie telefoniche con le loro dannatissime offerte questa volta mi sentono. Per sbrigarmi mi taglio in due punti. Entro in salotto nel momento esatto in cui l’apparecchio ricomincia a squillare. Alzo la cornetta: «Pronto?». Dall’altra parte qualcuno si schiarisce la voce: «Sì, pronto, dottor Monti?». «Sono io. Chi parla?». È una donna dal marcato accento dell’Est Europa. «Salve dottore, sono Olga, la figlia di Katia». Resto in silenzio per alcuni secondi cercando di fare mente locale. «Katia, la signora delle pulizie …» L’interlocutrice deve aver intuito la mia perplessità. D’improvviso mi torna in mente quel faccione simpatico dalle gote incandescenti. «Buongiorno Olga, non l’avevo riconosciuta, mi perdoni. Immagino avesse bisogno di mia moglie, ma è uscita di casa pres…» «No no, cercavo lei, dottor Monti» mi interrompe. Il suo tono non mi piace. Una strana sensazione, un vecchio presentimento, mi si risveglia dentro. Sto volando con la fantasia? La donna mi avrà chiamato per prenotare una visita medica, sarà stata Katia a darle il numero. «Mi dica, Olga, come posso aiutarla?» Adesso è lei a restare in silenzio, all’altro capo della linea sento il suo respiro pesante. «Ecco, dottor Monti, prima al bar parlavano di lei … del suo nome sul giornale. Io ho visto la pagina, c’erano alcune foto ma non ho capito bene … con mia madre ci siamo preoccupate e quindi …»

 Metti che ti svegli una mattina e scopri, da un articolo su La Repubblica, che tuo marito, o tuo padre, o tuo fratello non è l’uomo che credevi di conoscere, quello con cui hai condiviso una vita familiare lunga, ricca e piena. Metti che il giornale, con tanto di nome, cognome e fotografia dica che quell’uomo, il dottor Adriano Monti, uno stimato ginecologo, sia stato per tutta la sua vita, dai quindici anni in poi, prima un nazista arruolato volontario nelle SS internazionali, poi un agente di intelligence (lui rifiuta il titolo di spia) col nome in codice Siegfried al servizio di tutte le agenzie nazionali e internazionali, dei partiti politici di estrema destra e dei movimenti che dal dopoguerra in poi si sono attivati per contrastare una possibile anche se improbabile invasione sovietica dell’Occidente e, dopo la disgregazione dell’impero sovietico, l’avanzata dei partiti di sinistra. La verità su chi fosse realmente quel ginecologo è venuta a galla nel 2005, quando gli americani hanno aperto gli archivi e desecretato una mole imponente di documenti da noi ancora sottoposti al segreto di Stato, compresi quelli della Cia. E’ capitato, in quel frangente, che un corrispondente del quotidiano di Scalfari  individuasse in quelle carte il nome di un italiano piuttosto noto: il dottor Monti, appunto.

Impossibile che quel personaggio non attirasse l’attenzione: era collocato fra coloro che negli anni della guerra fredda e dopo la disgregazione dell’URSS hanno lavorato attivamente, sotto copertura, per favorire l’ascesa delle destre nel nostro Paese. Una volta venuto alla luce il suo ruolo, il “dottore” ormai ottuagenario, ha deciso di parlare svelando non certo tutto quello che negli anni è venuto a sua conoscenza,  ma molti retroscena e dettagli inediti di episodi oscuri, a cominciare dalla famigerata operazione Odessa che, nell’immediato dopoguerra, col favore dei servizi segreti di molti Paesi che evidentemente temevano più Stalin di quanto detestassero il macellaio della storia, Hitler, si era attivata per sottrarre i nazisti, colpevoli di  atrocità, alla giustizia del tribunale di Norimberga. Da allora in poi il dottore è stato instancabile: come agente operativo in servizio effettivo non ha solo servito la rete Gehlen voluta dalla Cia, ma ha partecipato in Italia e all’estero a numerose operazioni sotto copertura, compreso il fallito Golpe Borghese. Balcani, Golan, Palestina, Sudamerica, Africa… Ovunque ci fosse odore di comunismo o servisse destabilizzare un governo, là c’era Siegfried, sempre convinto di servire gli interessi Atlantici e, particolarmente, quelli italiani.

Questo libro, scritto col giornalista Alessandro Zardetto, non è una confessione. Non c’è l’ombra del pentimento nelle parole del dottore. E nemmeno dubbi o ripensamenti. Però merita di essere letto perché aiuta capire quali sentimenti, o quale assenza di sentimenti, pervadesse i personaggi che avrebbero voluto cambiare la nostra storia.

Adriano Monti con Alessandro Zardetto

NOME IN CODICE SIEGFIRIED. Un reduce delle SS protagonista di una storia ai confini della realtà

Chiarelettere, 326 pagine, € 15,30 anziché 18,00 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 9,99

ORFANI BIANCHI

Incipit. Sulla lama del rasoio Da: mirta.mitea@gmail.com. A: ilie-mitea@list.ru.  Perché non mi scrivi, Ilie? Nonna mi ha detto che hai tre voti insufficienti. Dice che stai sempre in giro con Andrea Monteanu e lo sai che a me quello non piace. Tu devi andare a scuola e studiare ogni giorno, non solo quando fanno le interrogazioni o ci sono i compiti in classe. Sempre. E se spendi tutti i soldi per andare in giro con Monteanu, come mi ha detto nonna, non mi piace, anzi, mi fai piangere il cuore. Sai quanto costano quei soldi? Promettimi che non succede più, che obbedisci a nonna Tatiana e che non fai stare in pensiero tua madre. E scrivimi. 

Tua madre

 Da: mirta.mitea@gmail.com. A: boris_noica@list.ru. Padre, ho bisogno di parlare con mamma. Le può chiedere perché Ilie non mi risponde? Provo anche sul cellulare ma ce l’ha sempre staccato. Ha già finito i soldi che gli avevo caricato? Quando lo vede per favore gli dica di scrivermi. Poi dovrebbe dire a mamma che fra tre giorni mando la roba con Pavel. Arriverà al paese il 25. Le dica di controllare sempre bene dentro le tasche laterali, mi raccomando. I soldi li metto lì. Mi avverta se c’è bisogno di qualcosa.

                               Sua, Mirta Mitea

 Da: boris_noica@list.ru. A: mirta.mitea@gmail.com. Cara Mirta, tua madre è qui con me. Ti chiede se puoi comprarle una medicina che qui non si trova, si chiama Almarytm, e se per favore la puoi spedire con Pavel. Tua madre dice: Ilie sta bene, ma va a scuola un giorno sì e altri tre no. È stanco, non può più fare tutti quei chilometri ogni mattina con la neve.  Si gelano i piedi e la scuola è fredda. Tua madre dice: Forse dovresti tornare, anche solo due giorni. Lei non ce la fa, ormai è anziana. Ha una tosse da giorni che con questo freddo non le passa. Sempre tua madre dice: L’elettricità ora costa più di duecento lei al mese e le medicine si portano via la pensione del compianto tuo padre.  Poi c’è il problema della stufa. Questo te lo dico sinceramente è una brutta cosa. È troppo vecchia e fa fumo. Potremo risolvere la cosa? Che il signore illumini la tua via.

 Padre Boris

 Mirta fa la badante a Roma. Suo figlio Ile ha dodici anni e vive in uno sperduto paesino della Moldavia con la nonna malata che fatica a controllarlo. L’unico filo che li lega è rappresentato dalle e-mail che i due si scrivono. Anzi, che la madre scrive al figlio perché il ragazzino, che pure si beve tutti i messaggi della mamma, è molto restio a dare notizie di sé. Fortunatamente c’è padre Boris, il prete del villaggio, che fa da tramite. Mirta, a Roma, bada a una signora anziana. Si chiama Olivia e non ci sta sempre con la testa ma non è un grosso problema accudirla. Lei lavora serena, risparmiando ogni centesimo per mandare i soldi a casa ed è quasi felice finché un giorno, come capita spesso alle badanti, tutto finisce. Il figlio di Olivia decide di far ricoverare la madre in una casa di riposo per poter vendere l’appartamento e davanti a Mirta si spalanca un baratro. Dove andrà a dormire? Come farà a trovare un altro lavoro? E come manderà i soldi a casa per Ile e la mamma che ha sempre bisogno di medicine? Le badanti sono un bene prezioso del quale non siamo del tutto consapevoli. Eppure ci consentono di vivere nel nostro confortevole limbo anche quando la presenza di anziani malati in famiglia ci obbligherebbe a menage disagiati perché loro ci risolvono problemi sgradevoli, ci confortano quando abbiamo dispiaceri, ci aiutano in ogni modo, come nessun parente, per quanto prossimo, per quanto affezionato, farebbe.  Donne giovani ma non giovanissime, che vengono dalla Romania, dalla Moldavia, dall’Ucraina: Paesi dell’Est che, dopo la disgregazione dell’arcipelago sovietico, hanno visto cadere tutte le certezze: quella del lavoro e del salario sicuro, anzitutto. Poi tutte le garanzie sociali che il comunismo bene o male assicurava: assistenza sanitaria, scuole, leggi che tutelassero le persone più deboli come anziani, donne e bambini, sottraendole alle violenze dei maschi lasciati in balia dell’alcol e di una tolleranza delle autorità spesso letale. Questo libro, che nella sostanza è un romanzo ma in realtà è pura e semplice denuncia, è dedicato a loro, madri costrette a lasciare i figli piccoli, spesso neonati, nei paesi di origine, accuditi da nonne anziane, spesso incapaci di seguirli nella crescita quando diventano ragazzi e adolescenti. Ed è dedicato ai figli che conoscono le carezze di madri, per loro poco più che estranee, solo una volta all’anno, quando anche per le badanti, le più fortunate che sono state regolarmente assunte, arrivano le ferie.

Antonio Manzini, autore della fortunata serie tivù Rocco Schiavone, ha affrontato il tema di questi ragazzi, definiti “orfani bianchi” dalla direttrice di un miserando orfanotrofio statale, con rara sensibilità. La sua scrittura asciutta, efficace e priva di sentimentalismi ci trasporta nella quotidianità di queste donne delle quali troppo spesso diamo per scontata la disponibilità. Mirta manda a Ile pacchi di vestiti, scarponcini, giochi elettronici che non possono sostituire gli abbracci. Si rende conto che il ragazzino soffre e, lasciato a se stesso, rischia di perdersi. Lo incita a studiare perché sogna per lui un futuro in Europa, ma non può fare altro, per tenerlo legato a sé, che scrivergli ogni giorno e-mail nelle quali gli racconta le sue giornate. Lettere che, nella loro tranquilla lucidità risultano struggenti.

Antonio Manzini

ORFANI BIANCHI

Chiarelettere, 256 pagine, € 13,60 anziché 16,00 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 9,99

LE BESTIE DI SATANA. Delitti e castigo

Incipit. Introduzione.  Ricordate il diavolo della nostra infanzia? Di pelame rosso, rosso come il fuoco della dannazione eterna, rosso come le pareti dell’inferno, sua residenza anagrafica. Avvolto in un mantello nero come le anime che aveva perduto inducendole in tentazione. Codino attorcigliato. Piede caprino. Tridernte in pugno. Tutto sommato un buon diavolo che poteva anche non sfigurare nell’iconografia infantile accanto a Cenerentola e Tex Willer, a Pinocchio e Capitan Miki. Com’è cambiato il vecchi Belzebù! Oggi indossa jeans e t-shirt. E’ subdolo e insinuante, poliglotta e interclassista.

 I fatti e i protagonisti. La cronologia. 17 gennaio 1998. Chiara Marino, 19 anni, impiegata e Fabio Tollis, 16 anni, studente, spariscono dopo una serata trascorsa al pub Midnight di via Altaguardia a Milano, nella zona di Porta Romana. Entrambi risiedono con le famiglie nell’hinterland milanese. Chiara, a Corsico. Fabio, a Cologno Monzese. Questo libro si legge come un romanzo nerissimo ma purtroppo non lo è. E’ il frutto dell’inchiesta rigorosa di un giornalista testardo e meticoloso. Uno abituato da anni di cronaca nera a raccontare i fatti come sono, senza lasciarsi andare a giudizi sottotraccia che si possono esprimere anche soltanto attraverso la scelta di aggettivi o di sostantivi. Le bestie di Satana sono state (e forse in giro ce ne sono ancora) un gruppo di scioperati col cervello gonfio di alcol e droga, accomunati dalla smania di emozioni forti : Andrea Volpe, Nicola Sapone, Marco Zampollo, Eros Monterosso, Mario Maccione, Pietro Guerrieri, Paolo Leoni, Elisabetta Ballarin e Massimiliano Magni. All’inizio si incontravano solo per ascoltare e suonare musica satanica, quella nata dal rock duro heavy metal e suonata dai gruppi americani, ma presto il loro ritrovarsi in una discoteca milanese si è trasformato in un escalation di violenze. Dal 1998 al 2004 a loro sono stati addebitati con certezza tre omicidi: quelli di Fabio Tollis, Chiara Marino, Mariangela Pezzotta, più il suicidio indotto di Andrea Bontade, ma ci sarebbero forti sospetti su altre scomparse di ragazzi e su altri suicidi.

L’intera vicenda è venuta alla luce grazie alla tenacia del padre del giovanissimo Fabio Tollis, massacrato, insieme alla fidanzata Chiara Marino,  secondo un aberrante rituale, nel folto di un bosco di castagni fra Somma Lombardo e Arsago Seprio. I due ragazzi, quasi fatti a pezzi, erano stati sepolti in una fossa scavata in precedenza. Michele Tollis, papà di Fabio, che dopo la scomparsa del figlio e di Chiara non si rassegnava all’idea della fuga romantica dei due fidanzati, per riuscire a incastrare gli assassini sui quali aveva cominciato a nutrire da subito forti dubbi, era arrivato a infiltrarsi nella setta e a partecipare alle riunioni. Una volta avuta la certezza del duplice delitto e scoperta la fossa, non è stato difficile per i carabinieri catturare il gruppo al completo. Le deposizioni in tribunale vanno oltre ogni immaginazione e tuttavia, nonostante i racconti da brivido, gli adepti della congrega, che si sono denunciati l’un l’altro, non sono riusciti a scacciare ogni dubbio sulla reale portata della vicenda, sulla pericolosità della setta e sulla possibilità che qualcuno, “più in alto” possa essersi sottratto alle indagini. E che continui, indisturbato, i macabri rituali.

Perché riparlare di un capitolo tanto spaventoso risalente a più di dieci anni fa? Semplice, perché diversi fatti avvenuti negli ultimi anni farebbero temere che il pericolo del satanismo sia ancora reale. E che non si può abbassare la guardia. Dai racconti dei ragazzi riportati fedelmente nel libro, emergono precise responsabilità di genitori distratti e troppo permissivi. Genitori di adolescenti che avevano sottovalutato certi altarini con croci capovolte e tutta la paccottiglia del satanismo, che non si erano mai posti domande su camerette con le pareti tinteggiate di nero, che non avevano mai badato alle condizioni in cui rincasavano i figli.  Basato sui racconti autentici dei protagonisti e sulle rivelazioni di Michele Tollis che Gabriele Moroni aveva seguito passo passo nel corso delle sue indagini alla ricerca del figlio fino alla scoperta della fossa, questo libro è la spaventosa fotografia del baratro a cui possono condurre la noia, la mancanza di istruzione, la droga e un’eccessiva tolleranza da parte degli adulti.

Gabriele Moroni

LE BESTIE DI SATANA. Delitti e castigo

Mursia, 240 pagine, € 11,05 anziché 13,00 su internetbookshop.  

I MEDICI. Un grande romanzo storico

Incipit. 1. Santa Maria del Fiore. Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell’Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, calcinacci. A oltre cento braccia dal suolo. Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.

Chi ha visto la fiction I Medici alla tivù avrà certamente ammirato la sontuosità degli interni, i costumi, le ricostruzioni passabilmente fedeli delle città, prima fra tutte quella di Firenze all’epoca della dinastia medicea, anni 1400-1500. Tutto sommato una fiction molto suggestiva, con un difetto però: i telespettatori privi di una solida preparazione storica con ogni probabilità avranno faticato a seguire gli intrecci, le dinamiche fra i vari personaggi, i rapporti di parentela dei protagonisti, i

passaggi storici. Quella fiction, continuamente giocata su salti temporali, al di là del puro piacere di una visione sontuosa non ha dato nulla sul piano della conoscenza, se non, ai più attenti, il desiderio di approfondire. Questo perché non ripercorreva in modo chiaro e coerente una delle epoche più sontuose della nostra storia: l’epopea medicea fatta di intrighi, intrecci rapporti fra i potenti e con il papa, guerre,  matrimoni politici e tutto ciò che preluse e seguì all’instaurazione della Signoria. Altra cosa è questo libro o, meglio, questa trilogia, perché i volumi sono tre: in tutto più di millecento pagine, pubblicati solo per una fortunata coincidenza in concomitanza con la fiction televisiva, nei nei quali è narrata con lo stile accattivante del romanzo ma con il rigore dell’indagine storica l’intera epopea medicea, dal febbraio 1429, anno della morte del banchiere Giovanni de’ Medici, padre di Lorenzo e Cosimo, al gennaio 1589 anno della morte di Caterina de’ medici. Non ci sono salti temporali se non perfettamente delineati in questi libri. Ma solo storia, costume e buona narrazione. La capacità evocativa dell’autore è pari solo alla sua preparazione. E da queste pagine, sia pure con molte concessioni al romanzo che non disturbano, ma anzi arricchiscono l’opera, emerge con decise pennellate e in sequenze narrative assolutamente coerenti e facili da seguire, godibilissime, tutto lo splendore, la magnificenza, l’efferatezza e l’orrore di un’epoca tanto affascinante quanto terribile, sontuosa e crudele. In questa trilogia che parte con il primo volume: Una dinastia al potere  (febbraio 1429 – settembre 1453); prosegue con Un uomo al potere (febbraio 1469 – settembre 1479) e si conclude con Una regina al potere (giugno 1525 – agosto 1572) c’è tutto: vite, contrasti, guerre, amori, omicidi, intrighi della dinastia che, spazzando via con un inusitato stile di vita, le ragnatele del basso Medioevo, ci ha lasciato in eredità un patrimonio di inestimabili capolavori d’arte, a cominciare dalla cupola di Santa Maria del fiore. Da leggere e da gustare dalla prima all’ultima pagina.

 

                                       

                                                                                                                                        

 

Matteo Stukul

I MEDICI. Un grande romanzo storico 

Vol. 1 – Una dinastia al potere, 382 pagine

Vol. 2 – Un uomo al potere, 382 pagine

Vol. 3 – Una regina al potere, 374 pagine

Newton Compton, € 8,82 anziché 9,90 (ciascun volume) su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 2,99

IL CANTO DELLA LIBERTA’. Una favola vera

Incipit: premessa. «Più sono solo e solitario, più sono diventato amante delle favole» diceva Aristotele. Il nostro mondo non ci permette di essere soli, ha costruito un lungo elenco di impedimenti alla solitudine, alcuni graditi altri insostenibili. Preso atto che oggi la situazione è questa, sono andata in cerca dei soccorritori di un tempo, che aiutassero a non perdersi d’animo nelle sabbie mobili del presente. E li ho trovati, ritrovati, nelle passioni dei vent’anni, prima che il destino mi facesse arrivare a raccontare, per le pagine di giornali, cronache altrui, storie che non sono mai state le mie.

«Una favola, soltanto una favola», tiene a spiegare, minimizzando, l’autrice Sandra Bonsanti. Ma si potrebbe chiosare che le favole sono l’unico genere letterario veramente immortale. Questo libro, che si legge d’un fiato ma per essere gustato a fondo presuppone da parte dei lettori una certa conoscenza dei classici, è un viaggio a ritroso attraverso parole di saggezza e di poesia di antichi pensatori, di filosofi e poeti. Il protagonista è un anziano professore che tiene un ciclo di dieci lezioni in una libreria. Titolo, alquanto affascinante e immaginifico, del corso: “Saffo e la scoperta della libertà nell’antica Grecia”. Lo stesso corso, come il professore ha spiegato, che il docente aveva tenuto agli studenti iscritti al primo anno della facoltà di lettere dell’Università di Roma, anno accademico 1945-46. E certamente non è un caso se quel corso, che si rifà al pensiero degli antichi sul concetto di libertà e democrazia, risale al primo anno di pura ed effettiva libertà dopo la sconfitta definitiva del fascismo.

«Una favola, soltanto una favola», ma non solo piena di poesia, anche  straordinariamente viva e attuale, come può esserlo il pensiero dei grandi, che non conosce età. Le citazioni a cui il professore-protagonista  si rifà, sono tratte dai classici. Anzitutto il Fedro di Platone, terzo libro dei Dialoghi, contenente l’unica descrizione dei luoghi mai fatta dal filosofo. E che descrizione! Platone immagina il maestro, Socrate, camminare con Fedro lungo la riva dell’Ilisso, alla ricerca del luogo ideale in cui sostare all’ombra per discorrere di filosofia. I due trovano il posto vicino a una fonte di acqua freschissima, all’ombra di un grande agnocasto dai fiori blu-violetto. «E senti quest’aria, com’è amabile e soave, lieve sussurro che si accorda sommesso al coro delle cicale», fa notare Socrate al discepolo. «Ma la cosa più gentile è quest’erba, così in tranquillo pendio da sostenere magnificamente la testa di chi si sdrai.»

Potrebbe mai esserci una descrizione più lirica ed efficace di questa? Così, di citazione in citazione, saltando da un classico all’altro, dalla poesia alla filosofia, fra versi immortali e divagazioni, il professore arriva a Saffo, alla poesia d’amore e di libertà e alla vicenda umana dell’infelice poetessa. Inevitabile, leggendo queste pagine, individuare ponti che collegano l’ieri all’oggi, come se il passato fosse soltanto pura astrazione e non invece un incessante concatenarsi di eventi. Questo libro è una vera chicca da gustare pagina dopo  pagina.

Sandra Bonsanti

IL CANTO DELLA LIBERTA’. Una favola vera

Chiarelettere, 109 pagine, € 10,20 anziché 12,00 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 7,99 

MORTE DI UN PRESIDENTE. Quello che né lo Stato. né le Br hanno mai raccontato sulla prigionia e l’assassinio di Aldo Moro

Morte di un presidente

Incipit: “Premessa. L’essenziale che manca nel “caso Moro”. In questa inchiesta non si affronterà il «caso Moro» nel suo ormai sterminato complesso, ma ci si concentrerà sulle dinamiche connesse alla morte del presidente della DC, il 9 maggio 1978. Si tratta infatti dell’elemento più importante e al contempo meno studiato dell’intera vicenda. Rimangono di conseguenza esclusi o solo accennati temi anche rilevanti, per i quali si rinvia alla miglior bibliografia sul tema. Il caso Moro appare come un mare sconfinato che lascia sgomenti, perché mancano le mappe che indichino la rotta da seguire per riuscire ad attraversarlo per intero, dal rapimento in via Fani, al ritrovamento della Renault 4 in via Caetani. Sembra mancare ancora oggi l’elemento essenziale in grado di dare nome e significato ai tanti «misteri» che legano, in un «gomitolo di concause», il comportamento dello Stato, delle Brigate Rosse e del presidente Aldo Moro durante i cinquantacinque giorni di prigionia”.

 Introduzione. Un delitto che ci riguarda tutti. Quella di Aldo Moro è una morte che ci riguarda collettivamente perché, altrimenti, tutte le citazioni ancora oggi ricorrenti, i discorsi e le cerimonie commemorative non avrebbero alcun senso. I giovani, giustamente, non riescono a comprendere perché chi parla ancora oggi di quel 9 maggio del 1978 cerchi di trasmettere la consapevolezza di un accadimento unico, di un taglio nel tempo; un omicidio politico che segna la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra. 

 Per le investigazioni nei casi di omicidio esistono particolari protocolli che contemplano l’indagine sul territorio e l’indagine scientifica che tiene conto di ogni minimo dettaglio presente sulla scena del crimine. Se questo protocollo, che per la verità non sempre viene osservato, fosse stato applicato anche solo parzialmente al padre di tutti gli omicidi, quello del presidente Aldo Moro, oggi forse non saremmo ancora così lontani da tutte (non da una soltanto) le verità. Trascurando la risposta alla domanda di rito ‘chi ha ucciso materialmente’ Moro, domanda per la quale forse non ci sarà mai la risposta certa, a tutt’oggi ignoriamo ancora troppo: dove è avvenuto l’omicidio, quando esattamente, come e soprattutto perché. Ma fortunatamente ci sono i giornalisti investigativi coraggiosi e soprattutto pazienti, come l’autore di questo libro, che pur non avendo accesso agli strumenti in dotazione alle forze dell’ordine, si prefiggono di arrivare alla verità e spesso ci si avvicinano di molto, se non addirittura la raggiungono. Il metodo investigativo adottato da Paolo Cucchiarelli è quello del confronto e dell’incrocio dei dati reperiti attraverso gli atti di indagine dei vari procedimenti arrivati in tribunale, le testimonianze dei brigatisti e di chiunque, a qualsiasi titolo, fosse al corrente dei fatti, gli scritti e i documenti di chi c’era: politici, soprattutto, ma anche testimoni. A questo lavoro da formichina va aggiunto il supporto della documentazione fotografica, in molti casi assolutamente inedita.

I cinquantacinque giorni intercorsi fra la strage di via Fani e il rinvenimento del cadavere di Moro nel bagagliaio della Renault rossa in via Caetani furono uno dei momenti più pericolosi per la tenuta della democrazia. E, in questo, il lavoro di Paolo Cucchiarelli è tanto più prezioso in quanto lascia intravedere un morbo che ha appestato il nostro ordinamento. Un morbo che potrebbe ripresentarsi e che quindi deve essere riconoscibile. Sul caso Moro si è scritto molto. Molti dettagli – sempre grazie ai giornalisti che si sono impegnati per la ricerca della verità, fra cui meritano di essere citati Stefania Limiti e Sandro Provvisionato, autori del saggio Complici: il patto segreto fra DC e BR – sono venuti alla luce malgrado l’ostinata determinazione a impedire il raggiungimento della verità da parte di certi apparati dello Stato. Eppure a oggi mancano ancora molti collegamenti fra i vari elementi che diano una visione d’insieme all’intera vicenda.  Collegare il maggior numero possibile di punti, per dare una spiegazione convincente sul come Aldo Moro è stato ucciso, sul dove e sul quando, è ciò che si è prefisso l’Autore a cui si devono nuove scoperte, libere finalmente dai depistaggi e dalle convinzioni maturate nel Paese sulla base di quanto veniva fatto trapelare nei giorni del sequestro, attraverso le griglie di quella poderosa diga di sbarramento contro  la verità che fu il Comitato di Crisi. Voluto dal trio Andreotti, Cossiga, Lettieri,  che agirono sotto il controllo di Steve Pieczenik, “l’Amerikano” a cui si deve  l’allestimento della trappola che portò al tragico epilogo,  in cui alla fine caddero tutti, anche le stesse Brigate Rosse, il Comitato ebbe un solo compito: impedire che Aldo Moro sopravvivesse al sequestro.

Proprio all’”Amerikano” questo libro dedica un corposo capitolo che apre una finestra sui nostri rapporti con gli Usa e sulla pericolosità della condizione di  “sudditanza” verso cui vorrebbe spingerci anche oggi chi ci governa. E poiché la memoria del passato è fondamentale per una nazione che vorrebbe crescere libera e mantenersi compiutamente democratica, la lettura di questo saggio dovrebbe diventare materia fondamentale di studio. Ma a parte le considerazioni di carattere politico, sono molte le novità introdotte da questa inchiesta. Anzitutto le condizioni in cui fu rinvenuto il cadavere di Moro dentro la Renault: posizione del tronco e degli arti; condizione degli abiti; sabbia rinvenuta nei risvolti dei pantaloni e assenza di fori nella coperta posata sopra il cadavere; testimonianza dell’artificiere Vitantonio Raso che alle, alle 11 del mattino del 9 maggio aprì la Renault rossa e, spostato il cadavere di Moro, scoprì che il sangue sottostante era ancora fresco: tutti dettagli che smentiscono le versioni fornite dai brigatisti e messe agli atti. E poi: i retroscena del falso comunicato n.7 e delle ricerche al lago della Duchessa; i fori, il sangue sul tettuccio;  il pollice destro di Moro trapassato da un proiettile; le menzogne istituzionali circa l’orario del rinvenimento del cadavere e moltissimi altri dettagli, fin qui trascurati se non addirittura negati, che concorrono a una ricostruzione logica degli eventi.  Ma perché si volle a tutti i costi la morte di Aldo Moro, anche contro la volontà del papa, all’epoca Paolo VI, che si era attivato per ottenerne il riscatto?

Una spiegazione l’ha data lo stesso Steve Pieczenik, il consulente della CIA inviato in Italia per pilotare la crisi, nel corso di una lunga intervista televisiva rilasciata al giornalista Giovanni Minoli. Vale la pena di riportarla per intero perché è, allo stesso tempo, illuminante e agghiacciante. «No non ero favorevole all’iniziativa del Vaticano volta a trarre fuori dal sequestro Aldo Moro attraverso il riscatto; fui proprio io a bocciarla. In quel momento stavamo chiudendo tutti i possibili canali attraverso cui Moro avrebbe potuto essere rilasciato. Le ripeto il punto non era Moro in quanto uomo: la posta in gioco erano le Brigate Rosse e la destabilizzazione delle BR in Italia. L’obiettivo di Moro era restare vivo e a questo scopo era pronto a minacciare lo Stato il suo stesso partito e i suoi stessi amici. Quando mi resi conto, dissi: “nel quadro di questa crisi quest’uomo si sta trasformando in un peso.  […] Si ho detto io a Cossiga di screditare la posta in gioco e cioè l’ostaggio.»

Un gioco che riuscì benissimo passando ai media notizie secondo le quali l’uomo che traspariva dalle lettere non era più Aldo Moro. Che l’ostaggio non era in sé. «D’altronde erano tutti convinti che se i comunisti fossero arrivati al potere e la Dc avesse perso si sarebbe verificato un effetto valanga. Gli italiani non avrebbero più controllato la situazione; gli USA avevano un preciso interesse per quanto riguardava la sicurezza nazionale soprattutto nell’Europa del Sud. Mi dicevo “di cosa ho bisogno”? Qual è il centro di gravità che al di là di tutto sarebbe stato necessario per evitare di destabilizzare l’Italia? A mio giudizio quel centro di gravità si sarebbe creato sacrificando Aldo Moro“».

E così Moro fu sacrificato. Non tanto per timore dell’avvento dei comunisti al potere come è stato fatto credere ai cittadini, ma perché  una volta che fossero arrivati al governo dopo aver vinto le elezioni, Aldo Moro avrebbe preteso per loro, da tutto il parlamento,  il pieno rispetto pieno delle regole democratiche. Una grande inchiesta, questa, che non solo mette in fila tutti gli indizi ma che analizza le dichiarazioni rilasciate nel corso di 38 anni da tutti i protagonisti e dai personaggi a vario titolo coinvolti. Il tutto legato da uno stile semplice e asciutto che fa di questo poderoso saggio  un romanzo. Il romanzo nerissimo della Prima Repubblica.

Paolo Cucchiarelli

MORTE DI UN PRESIDENTE. Quello che né lo Stato né le BR hanno mai raccontato sulla prigionia e l’assassinio di Aldo Moro

Ponte alle Grazie, 430 pagine, € 15,30 anziché 18,00 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 9,99

IN MISSIONE. Agente Kasper. Una vita sotto copertura

02-in-missioneIncipit: “Once a spy, always a spy. Roma, oggi. Sono sul posto con largo anticipo, come sempre. Un’auto viene verso di me, accosta, io osservo prima il guidatore e poi l’uomo accanto a lui. Faccio un passo indietro, scendono, continuo a studiarli, nessun pericolo, abbasso la guardia. Controllo l’ora un’altra volta, è ancora presto e mi torna in mente una scena di Eyes wide shut. Tom Cruise, medico, incontra un suo vecchio compagno di università che ha lasciato la facoltà di Medicina e ora fa il cantante di pianobar. «Ma tu invece cosa fai?» chiede a Cruise. «Once a doctor, always a doctor» è la sua risposta. Io, mio malgrado, potrei rispondere la stessa cosa: «Once a spy, always a spy». Per tre decenni non ho fatto altro che analizzare preventivamente il terreno di gioco, pianificare le mie mosse, studiare e anticipare quelle dell’avversario, da sempre pronto ad affrontare un potenziale nemico forse meglio armato ma difficilmente più addestrato. Il mio fuoristrada e il mio kit standard sono li a ricordarmelo: la speciale mazza sempre a portata di mano per sfondare il vetro e mettersi in salvo in caso di emergenza, il ‘tiro’ di corda con l’attrezzatura da arrampicata, il paracadute ellittico Katana da 180 piedi nella borsa (capsula barometrica spenta e spinotti al loro posto) e altri strumenti del mestiere infilati in un vecchio zaino israeliano. Questo sono io. Con la mia abitudine a controllare continuamente gli specchietti, a stare allerta quando una moto con due passeggeri nascosti dal casco mi affianca per superarmi, a individuare una possibile via di fuga da un negozio anche se sto entrando per comprare il regalo di anniversario per mia moglie o quello di compleanno per la mia bambina: sono il prodotto di quello che mi hanno insegnato. Anche il mio è un mestiere, benché sia più difficile da spiegare, seduti a cena, in compagnia di amici. Mentre aspetto, seziono con lo sguardo il marciapiede in cerca di qualcosa fuori posto: visi e movimenti sospetti, scooter col motore acceso. Mi chiedo se sono troppo paranoico ma, contemporaneamente, mi scorrono in sequenza davanti agli occhi le facce dei nemici che mi sono fatto negli anni”.

Torna in libreria l’agente Kasper, al secolo Vincenzo Fenili, ex carabiniere dei Ros, ex pilota dell’Ata, ex agente del Sismi e uomo dell’intelligence italiana, impegnato in missioni internazionali in tutti i punti caldi del pianeta.Dopo il successo di Supernotes, il best seller scritto a quattro mani con il giornalista Luigi Carletti di “Repubblica” e “l’Espresso”, in cui ha riversato il resoconto di una missione in Cambogia degna di Urla del silenzio, propone in questo libro un ampio florilegio di avventure spionistiche, questa volta però raccontate in prima persona, con nome e cognome anche se lo stile fluido da vero professionista della narrazione lascia sospettare che dietro alle pagine si nasconda un ghost writer di valore. Fenili è stato indubitabilmente quello che si definisce ‘un infiltrato’ e le cose che racconta, i luoghi che descrive, le situazioni, i personaggi appartengono alla realtà e meritano approfondimenti da parte di chi si legge. Di quasi tutte le  sue operazioni, come, per esempio, quella fra i narcos sudamericani dal nome in codice ‘Pilota’, esistono fascicoli sia negli archivi di Forte Braschi sia presso le procure.

Ma è davvero come narra lui che si comportano gli 007 di casa nostra? La domanda non banale perché se la risposta è sì, gli italiani hanno più di un motivo per preoccuparsi. E la motivazione la dà lo stesso Fenili: «E se a forza di stare con loro fossi diventato anch’io un criminale? Dov’è il confine? Non te lo spiega nessuno, lo devi scoprire da solo. Poi un giorno può arrivare un magistrato a decidere che quel limite l’hai oltrepassato.» Parole che riecheggiano quelle di Joseph Pistone, ex agente dell’F.B.I. che nel 1976 riuscì a infiltrarsi all’interno di una cosca newyorkese di Cosa nostra, pronunciate nel film ‘Donnie Brasco’, imperniato sulla sua figura. Alla moglie Maggie che lo accusava di essere sul punto di diventare tale e quale ai mafiosi che doveva spiare, Donnie rispose: «Darling, io non sto diventando come loro. Io sono uno di loro.»

Già, dov’è il confine di cui parla Kasper? Terroristi fra i terroristi? Narcotrafficanti nella Jungla colombiana? Gladiatori per le forze Nato, con tutto l’ambaradam di fantasmi feroci che quest’etichetta evoca?  Dove sta la verità vera su chi siano davvero i nostri agenti operativi e dove, invece, la voglia di stupire di Carletti? Per farsi un’idea non resta che leggere questo docu-romanzo che, al di là del valore storico dei fatti che narra, ha un grandissimo pregio: quello di far realmente viaggiare i lettori in luoghi lontanissimi, descritti in modo così efficace che le parole arrivano a tutti e cinque i sensi.

Vincenzo Fenili

IN MISSIONE. Agente Kasper. Una vita sotto copertura

Chiarelettere, 292 pagine, € 14,36 anziché 16,90 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 9.99 

IL CALIFFATO NERO. Le origini dell’Isis, il nuovo Medio Oriente, i rischi per l’Occidente

03-il-califfato-neroIncipit: Introduzione. L’Isis e il grande mosaico del medio Oriente. “Questo libro è costruito per vari tasselli, che compongono un unico e complesso mosaico che si chiama Medio Oriente. Abbiamo cercato di completare questo intricatissimo puzzle per comprendere non solo la nascita e le origini del cosiddetto califfato Nero, che è l’argomento centrale di questo libro, ma anche per andare oltre l’universo jihadista. Solo così si può inquadrare questa nuova forza del terrore, che si fa chiamare Stato e sta travolgendo l’Islam, e che costituisce una seria minaccia per tutto il mondo occidentale. Bisogna farlo guardando lo scacchiere mediorientale nella sua interezza. Esiste oggi una galassia jihadista in continua evoluzione, che si trasforma non solo per ridisegnare la geografia mediorientale, ma che soprattutto vuole assoggettare, in nome di una versione violenta e intollerante della Sharia (la legge islamica) tutti gli infedeli. Al centro di questa galassia c’è oggi l’Isis, un gruppo estremista armato, fino al 2014 poco noto al mondo, che si sta muovendo velocemente fra l’Iraq e la Siria, e che controlla, anche per vie indirette e con efficienza e violenza estrema , vaste zone geografiche”.

L’argomento è di quelli che tolgono il sonno.  Anche se, grazie a un’azione militare congiunta, le forze dell’Isis hanno cominciato a ripiegare, liberando vaste aree prima occupate, la forza distruttiva del califfato fa ancora paura e non deve essere sottovalutata. Il ricordo del sangue sulla spiaggia dopo le esecuzioni capitali di 21 copti e le urla del pilota arso vivo sono un ricordo troppo recente, un ricordo che fa male perché riporta alla memoria una barbarie che credevamo lontana nei secoli e lontana nello spazio. E invece è arrivata a pochissimi chilometri da noi. Anzi, è fra noi e di tanto in tanto si manifesta con atti di terrorismo, come quelli parigini, che colpiscono persone inermi nelle città mentre sono intente alle loro faccende. Maestri nella messa in scena del terrore che poi diffondono capillarmente attraverso video ripresi dai media e fatti rimbalzare in tutto il mondo tramite i social, i combattenti dell’Isis sembrano invincibili, impotenti, capaci di riprodursi e diffondersi come le cellule maligne di un cancro. Ma forse non è esattamente così. Perché se Dio o, meglio, Allah, fornisce loro la giustificazione aberrante della ferocia, è il web a farli potenti, sicuramente più di quanto non siano e quindi a moltiplicarne le possibilità di proselitismo per conquistare le coscienze e trasformare giovani delusi dall’Occidente, spesso arrabbiati, in potenziali jihadisti.

Ma dove affondano le radici dell’odio? Che cos’è in realtà il califfato? Qual è la sua struttura di base? Quali sono i suoi obiettivi? Perché l’idea di farsi esplodere per ammazzare persone inermi è tanto seducente per i giovani islamici, maschi e femmine? E poi, da dove è partita l’idea di assoggettare l’Occidente a un’intransigenza mortale? A rispondere in modo preciso e compiuto a queste domande sono due grandi esperti del fenomeno: Jack Caravelli , ex agente della Cia oggi analista esperto in questioni mediorientali e Jordan Foresi, corrispondente da New York di Sky TG 24. Dalla loro collaborazione sono scaturite pagine davvero illuminanti che tracciano la storia del califfato partendo da qualche decennio fa: Siria, Libia, Egitto, Iran …di ogni paese tracciano mappe geopolitiche precise mettendo in luce i conflitti religiosi, sociali e tribali sfociati nella costruzione di Daesh: il sedicente Stato islamico. In questo quadro trova posto la valutazione davvero obiettiva e cruda delle vulnerabilità dell’Occidente, soprattutto l’Europa e gli Usa, gli sforzi fin qui compiuti per contrastare il terrorismo, le manchevolezze, i tentennamenti delle potenze di tutto il mondo e le possibilità di trovare soluzioni condivise che siano davvero efficaci. Una lettura davvero molto interessante, anche se a tratti non facile per le troppe nozioni concentrate, per i fatti incalzanti e riportati quasi senza respiro.

Jack Caravelli, Jordan Foresi

IL CALIFFATO NERO. Le origini dell’Isis, il nuovo Medio Oriente, i rischi per l’Occidente

Nutrimenti, 190 pagine, € 13,60 anziché 16,00 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 7,99 

AL POSTO SBAGLIATO. Storie di bambini vittime di mafia

04-al-posto-sbagliatoIncipit: dalla prefazione di Luigi Ciotti: Senza parole. Così restiamo quando la realtà è tanto terribile da non poter essere commentata o anche solo raccontata. Quando i fatti sembrano indicibili, e inesprimibile l’orrore che suscitano. Invece mai, come in quei momenti, di fronte a quel disorientamento, abbiamo il dovere di trovarle, le parole. Non parole al vento però, ma quelle dell’indignazione facile, della commozione senza conseguenze. Ci servono invece parole autentiche: misurate ma ferme, inequivocabili, capaci di mordere le coscienze, e di esprimere a un tempo il dolore, la compassione, la condanna, ma sempre anche la speranza. Sono le parole che ha cercato Bruno Palermo, per questo libro così difficile da scrivere e persino da immaginare. Un libro che raccoglie 108 storie di bambini e adolescenti uccisi dalla violenza mafiosa, in Italia, dalla fine dell’Ottocento a oggi. L’autore ha saputo raccontarcele senza fare sconti al dramma, eppure con grande delicatezza, nel rispetto del dolore delle famiglie e del ricordo delle giovanissime vittime, di cui – è questo a mio avviso uno dei pregi del libro – apprendiamo non solo le circostanze tragiche della morte, ma anche i dettagli che ne hanno reso unica la vita: una passione, un’aspirazione, un tratto speciale del carattere, per quanto acerbo”.

 Introduzione: «Non c’è un posto sbagliato, non c’è un momento sbagliato, semplicemente perché non esiste un luogo sbagliato per una vittima innocente. Al posto sbagliato, al momento sbagliato ci sono sempre e comunque gli assassini, i mafiosi, i criminali». È questa la grande lezione di vita di Francesca Anastasio e Giovanni Gabriele, genitori di Domenico «Dodò», ferito a morte da colpi di lupara alla periferia di Crotone il 25 giugno 2009 e morto il 20 settembre successivo, senza aver mai ripreso conoscenza. Da qui prende le mosse questo lavoro, da Crotone, da una delle tante periferie del mondo, da una storia che diventa simbolo e assume i connotati di universalità proprio perché a essere colpito è un bambino di undici anni in uno degli atti per lui più naturali, giocare al pallone. Giovanni Gabriele queste parole le pronuncia ai coetanei di Domenico, gli alunni delle scuole di tutta Italia, ogni volta che ne ha l’occasione. E sono tutti lì, con gli occhi spalancati, attenti ad ascoltarlo. E mentre anch’io ascolto Giovanni, mi vengono in mente  i numerosi articoli, i servizi televisivi e i libri che ho letto sulle vittime innocenti di tutte le mafie. Ripenso a quante volte ho letto: «Colpevole solo di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato». Una frase sovente usata sia per gli adulti che per i bambini rimasti uccisi in agguati di mafia. Spesso non riflettiamo abbastanza, per fretta o perché sembra sia normale scrivere «al posto sbagliato nel momento sbagliato», e negli articoli di cronaca noi giornalisti finiamo col ripetere parole e luoghi comuni. A chi scrive appaiono innocue righe di un giornale, aiuto alla descrizione del pezzo di cronaca, ma, come dimostrano i familiari delle vittime innocenti di mafia, non è così.

La mafia non tocca le donne e non ammazza le creature.” Bugia! Le mafie non hanno mai badato ai dati anagrafici quando si è trattato di ammazzare, anzi! Basta pensare alla fine orrenda di Giuseppe Di Matteo, figlio del mafioso Santino Di Matteo. Giuseppe fu rapito per ordine di Giovanni Brusca quando aveva dodici anni e poi fu strangolato e sciolto nell’acido nitrico per una sorta di vendetta trasversale nei confronti di suo padre divenuto collaborante di giustizia. Dunque, siamo davanti a uno dei tanti falsi miti che vorrebbero intingere nell’acqua santa le mafie, tutte, non solo Cosa nostra.  In questo libro del giornalista crotonese Bruno Palermo ci sono le storie agghiaccianti di 108 creature massacrate, non importa se volutamente o per errore, dai gruppi di fuoco, dalle paranze della criminalità. Piccole vite che raramente hanno avuto più di poche righe in cronaca e il cui ricordo si è perso quasi subito. In questo Spoon river fitto di croci, le vittime più grandi hanno diciassette anni. Le più piccole sono in fasce. L’elenco parte dal lontano 1896 con Emanuela Sansone, 17 anni,  uccisa da una scarica di pallettoni dentro al negozio dei genitori mentre intrattiene i fratellini. A seguire, in ordine cronologico, Calcedonio Catalano, 13 anni e Angela Talluto, un anno: sono stati massacrati nel secondo dopoguerra dagli uomini di Salvatore Giuliano. E, via via, Vincenza La Fata 8 anni, Serafino Lascari 15 anni, Giuseppe Letizia, 13 anni avvelenato nel 1948 per aver assistito all’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto. Poi, Vito Guarino, 3 anni, assassinato nel 1948, nel corso di un assalto alla sua casa, insieme al padre e a un amico di famiglia; Domenica Zucco, assassinata a 3 anni nel corso di un agguato mafioso contro il padre.  Anna Prestigiacomo, 13 anni, assassinata dal vicino di casa per una ritorsione contro il padre sospettato di essere confidente dei carabinieri. Il libro prosegue il suo atroce elenco di vite estirpare arrivando fino ai giorni nostri con le storie di Nicola (Cocò) Campolongo, Nicola Petruzzelli e Ida Castelluccio.

A Cocò, nei suoi tre anni di vita, «è stato fatto passare davanti agli occhi di tutto.» scrive l’autore. «La droga, i tossici, le forze dell’ordine che portano via in piena notte mamma e papà, le toghe dei giudici e degli avvocati e persino le sbarre del carcere e quelle della cella di sicurezza dell’aula bunker. Anzi Cocò c’è pure cresciuto per un breve periodo in carcere.» A Cocò è stata riservata la sorte dei mafiosi traditori. Usato come scudo dal nonno che sapeva di essere nel mirino di una cosca per una partita di droga non pagata, è stato assassinato a colpi di pistola insieme alla giovane fidanzata dell’uomo, a sua volta vittima innocente, e poi bruciato. Nicola Petruzzelli, due anni, muore ‘mitragliato’ dentro l’auto con sua madre e il compagno di lei. Ida Castelluccio è invece la madre di una bimba non nata che muore con lei nel corso dell’agguato contro il padre Nino D’Agostino, un poliziotto molto speciale, colpevole di sapere troppo sull’attentato dell’Addaura contro il giudice Giovanni Falcone. Sono pagine scritte con la prosa asciutta ed essenziale del giornalista, che va dritto ai fatti, e proprio per questo risultano strazianti.

Bruno Palermo

AL POSTO SBAGLIATO. Storie di bambini vittime di mafia

Rubbettino, 191 pagine, € 11,90  anziché 14,00 su internetbookshop

MAI AVERE PAURA. Vita di un legionario non pentito

05-mai-avere-pauraIncipit: “Questo libro: Nome in codice Pedro Perrini. Sono un legionario e il mio mestiere è fare la guerra. Sono entrato nella Legione straniera nel 1994. Avevo trentasette anni ed ero arrivato a un punto di non ritorno. La faccenda è stata piuttosto rapida. Si è svolta nel giro di pochi minuti, in una stanzetta spoglia, due sedie e una scrivania. Il caporal-chef ha scribacchiato qualcosa su un modulo, poi ha alzato lo sguardo, mi ha fissato negli occhi e ha annunciato la mia nuova identità: «Perrini Pedro, nato a Roma, classe 1957, stato civile celibe». I vecchi documenti ormai non servivano più. Me li hanno tolti e li hanno messi sottochiave. Poco importava che fossi sposato, avessi una casa e due figli: improvvisamente risultavo libero, la mia vita precedente era stata completamente annullata. Era bastato un colpo di penna. Ciò che ero non esisteva più, ciò che possedevo aveva smesso di appartenermi. Ero un legionario, un uomo senza nome, questo doveva bastare. Negli anni successivi ho inseguito a lungo l’idea della morte. L’ho corteggiata dal Camerun a Gibuti, alla Repubblica Centrafricana. Non tutto quello che ho visto potrà essere raccontato, ci sono cose che non devono essere dette, per rispetto, per pudore e per scelta. Quelle, statene certi, le terrò per me. Per ora vi basti sapere questo: Perrini Pedro non era un romantico in cerca d’avventura, Perrini Pedro era un aspirante suicida. Aveva le sue ragioni, ovviamente, ma di queste parleremo più avanti. In questo libro vi racconterò cosa significa essere un legionario. Cosa significa oggi e cosa significava quando ho avuto l’onore di diventarlo. È una storia lunga e movimentata. Ma prima di cominciare devo fare una fondamentale premessa: portare il képi blanc, il tipico copricapo del Corpo, non è come indossare un berretto da baseball”.

 Ecco la guerra vista dalla parte dei cattivi, di chi la fa per scelta, non per dovere, ma per scappare dalla vita dei ‘buoni’ che lo ha tradito. Una scelta che significa vivere sospesi, talvolta precipitando fino nel fondo dell’inferno, rispettando le regole del male, che sono spesso più dure e più rigide di quelle del bene. Una fuga, una nuova esistenza, una rinascita che spesso significa morire di nuovo e per davvero: tutto quello che viene narrato in queste pagine è vita vissuta. Una vita spericolata, con la morte sempre appollaiata sulle spalle, e, contrariamente a quello che si crede, del tutto priva di quel romanticismo fasullo spacciato dalla letteratura e dai film. Messa a nudo in queste pagine, questa vita fa però capire oggi, mentre divampano un po’ dovunque focolai, cosa sia veramente la guerra fatta dai professionisti: legionari o contractor, fatta per conto di una potenza straniera che paga lauti stipendi ma per la quale si è solo nomi e numeri. E cosa voglia dire uccidere e morire senza uno straccio di ideale.

Danilo Pagliaro, il legionario che si è arruolato nella Legione straniera, protagonista e autore di questo libro, ha deciso di raccontare  in prima persona, con l’aiuto di un grande giornalista come Andrea Sceresini, la sua avventura col kepì. La sua non è però la storia di un soldato pentito o di un killer alla ricerca di un nuovo perdono. E’ l’approdo a una scelta estrema e sofferta fatta da un uomo, sposato con figli, che a un certo punto della vita ha deciso di buttarsi in un’avventura estrema per dare un nuovo senso alla propria esistenza. Dopo l’arruolamento presso la sede di Aubagne, nella Francia meridionale, e l’addio alla propria identità, per il legionario Perrini è l’inizio di un percorso che lo porterà a combattere soprattutto in Africa, là dove rivoluzioni e crisi internazionali richiedono l’impiego di forze militari perfettamente  addestrate. Pagliaro alias Perrini, dopo l’addestramento viene impiegato in operazioni di assalto e di difesa, in corpo a corpo, in cecchinaggio di medio e lungo raggio. Impara a conoscere e a usare ogni tipo di arma, dalle mitragliatrici ai fucili d’assalto. Impara a rispettare le regole e a ubbidire senza fiatare agli ordini dei superiori. Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, in queste pagine non c’è traccia di fanatismo. Non ci sono momenti eroici e sacrifici inutili: la vita del legionario non ammette protagonismi ed esibizionismi ed è ben diversa dall’immaginario di coloro che amano la guerra per sé stessa e credono al mito romantico dell’eroe pronto a tutto. Il valore del racconto sta, oltre che nella godibilità della narrazione, nel fatto che apre una finestra su un mondo sconosciuto a chi non ne ha fatto parte. Infatti è la prima testimonianza di un legionario in servizio che sfata molti miti e lascia intuire cosa si provi a trovarsi di fronte un uomo a cui bisogna sparare per non essere uccisi. Naturalmente la lettura è sconsigliata ai pacifisti.

Danilo Pagliaro con Andrea Sceresini

MAI AVERE PAURA. Vita di un legionario non pentito

Chiarelettere, 218 pagine, € 13,60 anziché 16,00 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 9,99 

BUCHENWALD. Una storia da scoprire

06-buchenwaldIncipit: dalla prefazione di Dario Venegoni: “Gilberto Salmoni, deportato da ragazzo a Buchenwald insieme al fratello maggiore, torna sulla sua esperienza nel lager a distanza di dieci anni dal suo precedente libro di memorie ”Una storia nella storia” a cura di Anna Maria Ori. In questo nuovo lavoro, accanto ai ricordi personali si trovano – chiaramente distinguibili nel testo ­- documenti e informazioni su Buchenwald, di cui l’autore ha preso contezza solo in seguito, raccolti in un capitolo dal titolo significativo: luoghi che non avevo visto, fatti che non conoscevo. Il campo era immenso, popolato in certi periodi da decine di migliaia di prigionieri deportati da ogni angolo d’Europa, e necessariamente ciascuno aveva una visione della vita nel lager limitata al proprio ambiente, alla propria baracca, al proprio “commando” di lavoro”.

 Premessa personale: “Dal 17 aprile 1944 all’11 aprile 1945 ho trascorso un periodo di prigionia in quattro carceri italiane, poi nel campo di smistamento (Durchgangslager) di Fossoli e, infine, insieme a mio fratello maggiore Renato, nel canpo di concentramento di Buchenwald, presso Weimar. La mia famiglia, composta da mio padre Gino, mia madre Vittorina, mio fratello maggiore Renato, mia sorella Dora e me, era stata catturata al confine svizzero in alta montagna, assieme a due montanari del posto che ci avevano guidato in un lungo cammino notturno, ostacolato da una forte nevicata. Era il 17 aprile 1944″.

Arrivato in libreria proprio il 27 gennaio, giorno della memoria, quest’opera non è il solito libro del ricordo scritto in modo accattivante per coinvolgere, commuovere, incuriosire chi oggi pensa a quella immensa tragedia che fu il nazifascismo, con le deportazioni e i lager, come a qualcosa di molto lontano nel tempo: una storia che appartiene solo agli ebrei, gli unici interessati a custodire la memoria della Shoah. Niente di più sbagliato. Furono più di sei milioni gli ebrei sterminati per conto dell’ometto con i baffi in preda a deliri paranoidi. Ma al numero bisogna aggiungere qualche altro milione di individui fra cui gli italiani antifascisti, gli oppositori provenienti da tutti i paesi occupati, gli omosessuali, i malati di mente, i disabili, gli zingari. Un vero genocidio che riguarda e riguarderà per sempre l’umanità intera, a cominciare dalle popolazioni che subirono le deportazioni.

«In epoca ormai lontana (1944-45) ho passato diversi mesi di prigionia a Buchenwald, assieme a mio fratello maggiore Renato. Un’esperienza che ho raccontato in Una storia nella storia (Fratelli Frilli Editori, 2012).» scrive l’autore. «Dietro insistente invito della Fondazione che cura la memoria di quel Lager sono tornato due volte a Buchenwald e nella vicina Weimar, e mi si è destata la curiosità di approfondirne la storia. Occupandomi, negli ultimi quindici anni dell’Associazione Ex Deportati italiani (ANED), visitando altri lager nazisti e chiacchierando con gli ormai pochi sopravvissuti, mi sono reso conto che il campo di Buchenwald, pur avendo non pochi aspetti comuni con gli altri lager, presentava molte particolarità che hanno destato il mio interesse. Questo mi ha incuriosito e mi ha portato ad approfondire. Ne è risultato che, a parte episodi singoli, la particolarità attraversava tutto il periodo di vita e l’intera storia del lager. Si tratta appunto di una storia tutta da scoprire.»

E questa storia è così sorprendente che preferiamo non anticipare nulla. L’autore aveva sedici anni quando venne catturato e internato. Era  sano e forte, abile al lavoro, cosa che gi permise di sopravvivere fino ad accogliere i liberatori americani entrati nel campo l’11 aprile 1945. Meno di 150 pagine, ma dense e pesanti, scritte con distacco e senza alcun tentativo di mitigarne l’orrore. Gilberto Salmoni, riga dopo riga, parla con lucida freddezza di tutto quello che ha vissuto in un anno per lui, allora adolescente, lungo come un’intera esistenza. E lo fa, a differenza di suo fratello Renato, morto nel 1993 senza mai rompere il silenzio su quei giorni, con il proposito di rivelare un segreto del quale solo pochi erano a conoscenza ma che, in quell’inferno, per moltissimi ha fatto la differenza fra la vita e la morte.

Gilberto Salmoni

BUCHENWALD. Una storia da scoprire

Fratelli Frilli editori, 144 pagine, € 8,92 anziché 10,50 su internetbookshop

LA TEMPESTA DI SASA’

07-la-tempesta-di-sasaIncipit. Prologo: “E adesso? È stata Monica a vederli arrivare dalla finestra. Adesso cosa succede? Che cosa mi aspetta? «Uscite! Mani in alto!» Dove si va, da qui? Da questa sala d’aspetto enorme, piena di gente che va avanti e indietro? Ho fatto appena in tempo a togliere la carta d’identità dalla sua custodia di plastica, strappare la foto, e ingoiare il resto. Sì, ingoiare. In Spagna se ti beccano con i documenti falsi sono anni di carcere in più. Meglio mangiare un po’ di cellulosa. Questo posto ha un’aria così familiare. Un luogo di attesa, dove le vite passano in fretta. Mi guardo intorno e quasi mi sembra di poter sentire gli annunci: arrivi, partenze. Come se stessi aspettando l’ennesimo treno, per l’ennesima fuga. Sono uscito di casa con le mani in alto. Ho percepito l’angoscia di Monica alle mie spalle. Era tutto finito. Sembra la sala d’aspetto di una stazione, invece è quella di un carcere. La matricola. «Salvatore Striano, lei è in arresto.» E ora eccomi qui seduto, ad aspettare il mio destino. Dove mi porterà? Da quale terra di errori arriva, e verso quale altro buio va? Verso quale altro Male?”.

Chi ha visto e apprezzato il bellissimo film del 2012 Cesare deve morire, diretto dai fratelli Taviani, vincitore dell’Orso d’oro di Berlino e di molti altri premi fra cui il David di Donatello e il Nastro d’argento, si berrà letteralmente questo libro che per molti versi ne costituisce il backstage anche se narra le operazioni di allestimento dietro le sbarre, con i carcerati come attori, di un’opera di Shakespeare diversa: non La tempesta di cui tratta il libro, bensì il  Giulio Cesare. Il cast del film è costituito dagli stessi personaggi che sono protagonisti di queste pagine: tutti i detenuti della sezione di ‘alta pericolosità’ del carcere di Rebibbia che avevano accettato di entrare a far parte del gruppo teatrale, mostrando di possedere un minimo di talento per la recitazione: assassini, mafiosi, camorristi… vite a perdere, alle quali un giorno viene offerto un motivo per tornare a sentirsi uomini e  protagonisti della propria esistenza, sia pure nella bolla di un sogno: quella della recitazione. Fra quegli uomini, che compaiono nel cast con nomi e cognomi veri, gli stessi di cui narra l’autore in questa pagine, c’è anche l’autore del libro: Salvatore ‘Sasà’ Striano, l’ex leader delle Teste Matte, la banda di ragazzini killer che per anni hanno imperversato nei vicoli dei Quartieri spagnoli, a Napoli, spacciando, assaltando negozi, rapinando, scippando Rolex e ammazzando. Il libro, che dà seguito al primo, intitolato appunto Teste matte (Chiarelettere), prende il via dall’arrivo a Rebibbia di Sasà, estradato dalla Spagna che vanta un sistema carcerario più morbido e umano del nostro, ma anche più inflessibile. Quando viene estradato Sasà ha quattordici anni da scontare in Italia con uomini più pericolosi di lui, fra cui ci sono gli stessi camorristi a cui le Teste matte avevano fatto la guerra. Quattordici anni senza più cielo da guardare, né telefonate frequenti alla famiglia. Quattordici anni senza alcun contatto umano con i carcerieri e soprattutto senza le ore d’intimità con la moglie che gli erano state concesse dagli spagnoli. Tutto finito. Il detenuto Striano sta per affogare in una botte di psicofarmaci quando gli viene offerta la possibilità di tornare a vivere dentro altre vite e altri spazi: quelli senza sbarre del palcoscenico.

A Rebibbia, grazie all’iniziativa di un ergastolano, prende vita un gruppo di recitazione eterogeneo e stravagante. Una specie di ‘armata Brancaleone’  formata da uomini duri. Tutti hanno alle spalle storie di sangue. Tutti, dopo molte resistenze, trovano gusto a entrare nei panni dei personaggi, a ridere e a piangere con loro. E Sasà è bravissimo. Un attore nato. Si comincia con qualcosa di molto sentito da tutti, specialmente dai napoletani: L’oro di Napoli, di Eduardo: un successo che suscita l’entusiasmo perfino di Luca De Filippo, che regala alla ‘compagnia’ la sceneggiatura originale di suo padre e gli arredi di scena. Sempre più motivato, il gruppo decide di proseguirei con un’altra commedia, ma questa volta sotto la direzione di un regista vero: Fabio Cavalli, lo stesso a cui si dovrà, anni dopo, la regia teatrale del Giulio Cesare da cui i Taviani hanno tratto il film. Cavalli decide di affrontare  La tempesta di Shakespeare, una delle ultime opere del Bardo, la commedia del tradimento, del perdono e della libertà, piena di allegorie e di riferimenti che ciascuno può adattare a sé, fare propri. Mettere in scena La tempesta è una sfida anche per le compagnie di attori professionisti, figuriamoci per un gruppo di detenuti che non ne vogliono sapere di tradire il loro mito Eduardo. Ma un po’ con le buone e un po’ con le cattive, Cavalli li convince e comincia così, fra gli sfottò a quel ‘Scespìr’, la nuova, grande avventura.

Dovendo scrivere di questo libro ho sentito il bisogno di citare il film perché offre ai lettori la possibilità di vedere in faccia i protagonisti, di entrare a Rebibbia a visitare i luoghi in cui provano, recitano, vivono e poi, quando le luci della ribalta si spengono, si ritrovano soli con la moka, il barattolo del caffè, i pensieri, i rimpianti e le malinconie che non abbandonano mai chi è stato privato della libertà“. Salvatore Sasà Striano, che dal 2006, grazie all’indulto,è un uomo libero, ha riversato il suo invincibile bisogno di riscatto nella recitazione per cui  sembra possedere un grande talento. Oggi è un attore professionista ed è entrato nel cast dello sceneggiato Gomorra. In questo libro, il secondo dopo Le teste matte scritto con lo sceneggiatore napoletano, Guido Lombardi, si rivela  anche un narratore straordinario, capace di tenere il lettore avvinto non solo ai fatti, che si snodano nella quotidianità di Rebibbia, fra copioni da mandare a memoria, viste delle mogli, perquisizioni delle celle, contrasti e ore d’aria,  ma anche alle parole, alle sensazioni, ai pensieri. Un libro assolutamente da leggere.

Salvatore Striano

LA TEMPESTA DI SASA’

Rubbettino, 221 pagine, € 13,60 anziché 16,00 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 9,99

LA CONFRATERNITA DELLE OSSA. La prima indagine di Enrico Radeschi

08-la-confraternita-delle-ossaIncipit: 30 dicembre 2001. “La mano lascia un’impronta rossa sulla pietra nuda. Sangue. L’avvocato Giovanni Sommese, membro di uno degli studi più prestigiosi di Milano, si appoggia a una colonna per non cadere. Gli gira la testa e il dolore è indicibile per via del pugnale conficcato nel ventre. Da piazza del Duomo gli giungono le voci delle persone, ma lui non ha sufficiente fiato in gola per chiedere aiuto. Il grande abete addobbato scintilla nella notte; i turisti lo fotografano e passeggiano estasiati in Galleria Vittorio Emanuele II col naso rivolto all’insù per ammirare gli addobbi della cupola. Il freddo è intenso ma Sommese, ormai, non lo avverte più. Sente la vita correre via”.

Milano è una città antichissima la cui fondazione, a opera degli insubri, risale su per giù al VI secolo avanti Cristo. Logico che sia piena di vestigia del passato remoto e che queste vestigia siano avvolte in un’aura di mistero. Fra le tante, c’è la ‘scrofa lanuta’ o, meglio, semilanuta, l’animale leggendario che sarebbe all’origine del nome stesso della città: Mediolanum, cioè mezza lana. Ma cos’ha a che vedere questa premessa con il romanzo di Paolo Roversi? Molto, moltissimo, perché proprio nell’effige della scrofa semilanuta, raffigurata in un bassorilievo incastonato in cima al capitello di una delle colonne che reggono la volta del porticato in piazza dei Mercanti, si trova la chiave di volta di questo noir che si apre con l’omicidio di un notabile: l’uomo, pugnalato a morte che, non per caso, raccoglie le ultime forze per andare a morire proprio ai piedi di quella colonna.

Ma i luoghi inquietanti di Milano inseriti nel romanzo non finiscono qui. L’apoteosi è costituita dalla chiesetta di San Bernardino alle ossa, situata in Piazza Santo Stefano a due passi da Duomo, un tempo fulcro della devozione di un ordine laico: quello dei Disciplini (o Disciplinati) risalente al 1100 – 1200. I Disciplini erano strani personaggi che giravano coperti da un saio di lana grezza sormontato da un cappuccio chiuso con le sole fessure per gli occhi in stile boia. Portavano un teschio appeso alla cintura e un flagello a tre code con cui facevano penitenza scarnificandosi la schiena durante le processioni mal tollerate, per la verità, dai vescovi di Milano da Sant’Ambrogio in poi. La particolarità della chiesetta di San Bernardino, che oggi chiunque può visitare, è costituita dalla grande cappella sulla destra le cui pareti, gli stipiti e perfino le colonne sono interamente rivestite da ossa umane disposte in modo da formare decorazioni, mentre una folla di teschi, collocati dietro una grata, sembrano accogliere lo sbalordimento dei visitatori con sinistre risate. E poi c’è l’artistica griglia posta sul pavimento davanti all’altare della cappella, che cela dieci gradini al termine dei quali si accede a una cripta che ospita i loculi in cui venivano sistemati i monaci defunti: un luogo dal nome evocativo: putridarium. E qui la storia antica si fonde perfettamente con il romanzo grazie alla magica tastiera di Roversi, che rende tutto credibile nella trasposizione dall’ieri all’oggi.

E’ meglio non anticipare nulla della trama di questo delizioso romanzo che amalgama, con una perfetta alchimia, gli elementi macabri con le vicende quotidiane del protagonista, sempre permeate di una leggera ironia. Per chi ha letto i libri della serie che ha per protagonista il giornalista hacker Enrico Radeschi e i suoi comprimari, dal vicequestore Loris Sebastiani al cane Buk, aggiungeremo soltanto che si tratta della prima avventura, quella che sta a monte e che apre la strada a tutto il filone. Se si è preferito mettere l’accento sulle parti storico-artistiche del romanzo, che, va detto, non hanno mai il sapore della  lezioncina, ma scivolano fra le pagine con incredibile leggerezza, dando preziose e gustose informazioni ai lettori senza quasi farsi notare, è perché costituiscono un grande valore aggiunto a un noir pieno di suspence, di colpi di scena, di mistero ma anche di divertimento. E sfido i non milanesi che lo leggeranno a resistere alla tentazione di un tour deliziosamente macabro nei luoghi descritti.

Paolo Roversi

LA CONFRATERNITA DELLE OSSA. La prima indagine di Enrico Radeschi

Marsilio, 394 pagine, €  15,72 anziché 18,50 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 9,99

STORIE DI ROCK ITALIANO. Dal boom dei consumi alla crisi economica internazionale

09-storie-di-rock-italianoIncipit: Tra palco e realtà (dalla prefazione di Gaetano Liguori): “Daniele Biacchessi è un giornalista radiofonico, storica la sua presenza a Radio 24. E questo lo sappiamo. E’ un autore di libri-inchiesta sui grandi misteri degli Settanta: Seveso, Ustica, Piazza Fontana, Stazione di Bologna. E questo lo sappiamo. E’ autore e interprete di reading che scavano nella memoria di tanti di noi: da Peppino Impastato alle stragi nazifasciste di S.Anna di Stazzema e Marzabotto. E anche questo si sa. E’ cantore di Fausto e Iaio, due ragazzi dei centri sociali uccisi dai fascisti;  dei partigiani Giovanni Pesce e della moglie Norina e di tanti personaggi che se non fosse per Daniele, e molti altri come lui, passerebbero nel dimenticatoio, cancellati dalla retorica dell’ufficialità perché scomodi. E tutto questo è noto. Ma allora qual è l’aspetto di questo onnivoro e istrionico, ma sempre documentato, giornalista-scrittore-teatrante?”

Storie di rock italiano

“La storia d’Italia, dal boom economico degli anni Sessanta fino ai giorni della crisi economica e finanziaria globale degli anni Duemila, narrata attraverso i linguaggi del rock e della musica di impegno civile. Mi sono detto più volte: manca proprio un libro così nel nostro paese”.

 Storia e musica hanno sempre proceduto insieme. Ogni epoca ha avuto il proprio genere musicale, i propri menestrelli a raccontarla non tanto e non soltanto attraverso gli eventi che più hanno colpito, coinvolto o travolto le masse, ma soprattutto a scandire, con i ritmi e le melodie, l’ésprit du temps, quel sentire collettivo che è proprio di ogni momento e solo di quello. Valga per tutti l’esempio delle canzoni marziali e cupe, chiaramente mascoline accostate alle melense arie frivole e bamboleggianti, studiate per il pubblico femminile che erano in voga nel ventennio fascista. Volendo spiegare il rapporto fra la musica e i comportamenti umani scaturiti dai valori, dagli usi e dalle credenze dei popoli in determinati periodi storici, bisogna risalire alle radici dell’antropologia musicale secondo cui la musica non ne sarebbe altro che il prodotto. Dunque studiando la storia non si può prescindere da quello che si suonava e cantava anzi, è stato proprio quello che si suonava e si cantava a scandirne i vari passaggi. Ne è convinto l’autore, Daniele Biacchessi, critico musicale negli anni che contavano, quelli in cui si sono avvicendati fenomeni di che hanno graffiato veramente la memoria collettiva. Diventato successivamente un grande giornalista e uno scrittore per il quale oggi la musica rimane una passione immensa, ha aperto, con questo libro, «lo scrigno della memoria» tessendo un racconto storico musicale che racconta l’Italia dagli anni del boom,  beatamente felici sotto il profilo artistico, fino ai nostri giorni, piuttosto grigi e tristi non per mancanza di genialità musicale, ma per la scarsa attenzione che il pubblico riserva alla vera qualità.

C’è tutto in queste 191 pagine fitte fitte. C’è, come si è detto «L’Italia del boom economico, dove, dopo la ricostruzione del dopoguerra, tutto riparte, si riproduce, si consuma, corre in fretta». E’ un’Italia, quella, che ha voglia di vivere e di sperimentare, ma anche di ribellarsi agli schemi ingessati e bigotti del decennio precedente: i primi capelloni, i beat, il giornale “La Zanzara” del liceo milanese Parini i cui redattori furono incriminati e rinviati a giudizio per un’innocente inchiesta sulla sessualità delle ragazze minorenni. E ci sono i juke box  in tutti i bar che vomitano canzoni che fanno ballare, mentre ai primi concerti le ragazzine si strappano i capelli e svengono per gli artisti che si avvicendano sul palco. I Beatles, anzitutto.

Ma la musica scorre su un Paese per nulla tranquillo e pacificato. L’incubo della guerra è finito ma l’Italia è in macerie e il sogno di ripartire si scontra, nel delicato passaggio dal regime alla democrazia, con i fascisti riciclati nel nuovo ordinamento e inseriti nelle istituzioni. Inevitabili i conflitti, soprattutto là dove sono maggiori i bisogni di liberarsi dall’oppressione di latifondisti o ‘padroni’ refrattari alle nuove istanze. Si reclamano le riforme e, mentre i governi su muovono lenti, si verificano le prime stragi, le prime uccisioni, i primi scontri con le forze dell’ordine, i primi attentati. La strage di Portella della Ginestra è stata la prima e, a seguire, tutte le altre. I Beatles, i Rolling Stones sono ancora molto lontani ma il cammino è iniziato. I braccianti siciliani non si arrendono. I sindacalisti come Placido Rizzotto continuano a battersi fino alla morte, gli operai si radunano, organizzano picchetti davanti alle fabbriche e cortei sui quali si accaniscono i celerini di Scelba che nel 1960 fecero quattro morti. Gli studenti di scuotono dal torpore dei loro privilegi e si arrabbiano fino a esplodere in quello che si ricorda come il ’68.

Il racconto antropo-storico- musicale di Biacchessi prosegue passando dai moti studenteschi ai fatti degli anni di piombo, e poi tocca il desolato riflusso degli anni ottanta, scandito dai festival nazionalpopolari ma fortunatamente punteggiato da artisti geniali, registra la nascita dei movimenti musical scavalca di continuo l’oceano, Italia Usa e viceversa, nel fluire incessante dall’una all’atra sponda degli artisti, delle loro storie, della loro musica che declina il rock in tutte le sue possibili variazioni. Questo è un libro fatto di parole, di fatti e di musica che non si può ignorare se si ha a cuore la conservazione della memoria del passato. Una vera e propria scatola magica dalle cui pagine escono ricordi ed emozioni.

Daniele Biacchessi

STORIE DI ROCK ITALIANO. Dal boom dei consumi alla crisi economica internazionale

Jaka book, 191 pagine, € 15,30 anziché 18,00 su internetbookshop

L’AFFAIRE BRIATORE. Una storia molto italiana

10-laffaire-briatoreIncipit: Premessa. La storia di questo libro.: “Sei fuori!”. Il tormentone di Flavio Briatore in The Apprentice. Questo libro ha avuto una storia piuttosto tormentata. La sua prima versione è stata pubblicata nel novembre 2010, per l’editore Aliberti, con il titolo Il signor Billionaire. Avevamo trascorso l’estate gironzolando tra il cuneese e la Liguria, spesso dormendo in macchina, a caccia di potenziali testimoni, carte giudiziarie e altro materiale interessante. Eravamo persino stati a New York, dove avevamo rintracciato Marcy Schlobohm, la ‘moglie segreta’ di Flavio Briatore, e lei era venuta a prenderci in decappottabile –come si confà a una ex modella di grido – risalendo poi a tutta velocità la Settima strada fino a Central Park, fumando gran pacchetti di Marlboro e raccontandoci di quella volta, nei primi anni Ottanta, che era finita a cena con Bettino Craxi. Insomma, ci eravamo parecchio divertiti”.

Altro che sogno americano! Nell’Italia da sgranocchiare è capitato che un oscuro e spericolato geometra con diploma preso a calci nel sedere, figlio di due brave persone, maestri elementari, nato in piccolo paese della provincia cuneese, diventasse star della Formula Uno, manager di fama internazionale, creatore di club per miliardari e comunque personaggio da copertina di Forbes. Il tipo in questione è Flavio Briatore, l’uomo dalle mille attività: assicuratore, immobiliarista, passeur, imprenditore, giusto per citare solo le più note, diventato griffe di se stesso, multimiliardario primula rossa del fisco. Un vero maestro di vita per una certa parte, non la più illuminata, del nostro Paese. Uno ‘che non deve chiedere mai’, perché prende e basta. E non deve fare la fila alle biglietterie delle stazioni o degli aeroporti, perché per spostarsi ha a disposizione un aereo personale mentre in vacanza ci va con un mastodontico yacht. Simbolo vivente del suo stesso motto: “se vuoi puoi”, Briatore attraversa con la falcata di un Mennea e la delicatezza di Hulk la storia italiana dagli anni ’50 a oggi. Sempre in compagnia di donne bellissime fra le quali ne sceglie due, che sposa. Sempre ricchissimo dai vent’anni in poi, sempre fortunato. Sempre a piede libero nonostante le accuse di evasione e il sequestro temporaneo della ‘barca’.

Chi è veramente il re dei Grand Prix di Montecarlo, il talent scout dal fiuto inimitabile e l’affarista col tocco di re Mida? E come ha fatto a diventare Mister Billionaire partendo da Verzuolo? Forse la sua storia, quella vera, comprende particolari che non entrano nella leggenda dei rotocalchi. Forse, anche lui, come molti altri protagonisti del secolo scorso, ha gettato le basi della propria fortuna senza badare troppo a quisquilie come le tasse da pagare, l’imponibile da dichiarare, i capitali da investire. Briatore è stato, ed è tutt’ora, un grande, a proprio modo. Forse mai del tutto fuori legge ma, solo in certe circostanze, un  tantino al limite della legalità. Forse non più spregiudicato di tanti altri. Forse non esageratamente avido. Certamente, a proprio modo, sempre geniale. E se la sua vicenda non è proprio trasparente, se le sue gesta in ogni campo appaiono talvolta esagerate, la colpa in fondo non è sua, ma del clima e delle grandi contraddizioni dell’ultimo trentennio, che hanno dato straordinarie opportunità a chi era abbastanza veloce, astuto e spregiudicato da saperle cogliere.

In questa biografia non autorizzata, che speriamo resti in libreria un po’ più a lungo della precedente, rastrellata da un sedicente nipote di Briatore, c’è un pezzo della nostra Italia furbetta e arraffona che nasconde sotto traccia  una trama nella quale si intrecciano vecchie indagini giudiziarie, bische, casinò, faccendieri dell’economia, politici, latitanti e imprenditori molto sfortunati,  come il socio in affari di Briatore, saltato per aria con la propria auto imbottita di tritolo.

Andrea Sceresini, Maria Elena Scadaliato

L’AFFAIRE BRIATORE. Una storia molto italiana

Melampo, 307 pagine, € 13,60 anziché 16,00 su internetbookshop. Disponibile in Ebook a 4,99

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PRONTO, QUI PRIMA LINEA

1 Pronto qui Prima lineaIncipit.
Capitolo 1. Le origini.
È il 29 aprile 1976. Milano si è svegliata imbozzolata in una di quelle giornate che non ne vogliono sapere di sciogliersi nella primavera. L’aria è ancora pungente. L’avvocato Enrico Pedenovi, 50 anni, sposato, padre di due figlie, sta per uscire dalla sua casa di viale Lombardia: è un dirigente del Movimento sociale italiano, l’Msi, il partito che raccoglie dal dopoguerra il reducismo della Repubblica di Salò. Dal 1970 Pedenovi siede sui banchi del consiglio provinciale di Milano ed è membro del Comitato centrale del partito. Non è un personaggio anonimo per l’estrema sinistra: il suo nome è sinonimo di schedature e di spionaggio. Le Brigate rosse lo hanno segnalato in un opuscolo ripreso dal quotidiano “Lotta Continua” con un titolo eloquente: “Pagherete tutto”. In quelle pagine vi è indicata una nutrita rosa di persone che orbita nell’estrema destra e nel sindacato di matrice fascista Cisnal: avversari pericolosi.

E’ innegabile che in questo Paese, a dispetto delle rassicurazioni date periodicamente dai membri del governo e dal premier, si stiano vivendo momenti difficili. Dovunque il malessere dei cittadini è palpabile. Per spiegarne le cause potremmo tirare in ballo il sistema capitalistico che domina la società a tutti i livelli; il ‘sistema Europa’ che non sembra mantenere le promesse iniziali; la crescente disaffezione dei cittadini nei confronti di uno Stato che pare assente e, quel che è peggio, indifferente; i partiti politici sempre più simili a ‘comitati di affari’, popolati da troppi personaggi preoccupati esclusivamente del proprio tornaconto e di non specchiata virtù; lo strapotere delle mafie che, oggi più che mai, nonostante l’efficace azione di contrasto delle forze dell’ordine, sembrano spadroneggiare in tutti i settori dell’economia strozzandone la crescita; il malaffare ormai ‘strutturato’ ed elevato a sistema; l’immigrazione biblica dai Paesi africani in guerra; la precarietà del lavoro a tutti i livelli eccetera eccetera.
Questi e mille altri affanni che affliggono la nostra società, non solo rendono la vita dei cittadini sempre più difficoltosa e incerta ma aprono un interrogativo inquietante: fino a quando si potrà continuare così?
E’ stato per trovare risposte convincenti che gli autori di questo saggio hanno ripercorso ed esplorato gli anni di piombo a partire dalla metà degli anni ’70, seguendo passo passo, dalla genesi alla simbolica ‘consegna delle armi’, la formazione terroristica più spietata dopo le Brigate Rosse, quella meno conosciuta e più impenetrabile: Prima Linea.
Il gruppo armato Prima Linea, un po’ vivace e disomogeneo movimento extraparlamentare di sinistra e un po’ organizzazione clandestina, è stato espressione del ‘terrorismo rosso’ per sei anni durante i quali ha firmato e rivendicato almeno 258 episodi di terrorismo, venti dei quali mortali.
A differenza delle Br è durata relativamente poco e questo si è dovuto probabilmente alla sua struttura ‘bipolare’ come l’hanno definita i fondatori, ovvero strutturata su due livelli: quello pubblico di partito ‘extraparlamentare’ e quello clandestino di gruppo terroristico. L’obiettivo che ha tentato di raggiungere non è facile da sintetizzare a causa del continuo dibattito interno alla formazione che lo rendeva ‘liquido’, ma va analizzato e compreso. Semplificando molto si può affermare che attraverso la lotta armata si tendesse a modificare i rapporti di forza all’interno di una società ritenuta iniqua e che il nemico da piegare fosse sostanzialmente la borghesia capitalistica.
Cosa impedisce di pensare che in un’epoca come quella che stiamo vivendo, dall’esasperazione dei cittadini possa nascere qualcosa di simile e forse di ancora più devastante? Che la precarietà, la paura del futuro, la mancanza di prospettive possano generare mostri simili a quelli del passato?

Michele Ruggiero, Mario Renoiso
PRONTO, QUI PRIMA LINEA
Edizioni Anordest, 590 pagine, € 11,92 anziché 15,90 su internetbookshop.

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RAZZA DI ZINGARO

Libro del giorno - Dario Fo

Incipit.
Nel 1914, nella Germania del Nord, ad Hannover, un ragazzino di otto anni di nome Johann Trollmann accompagna un amico di un anno più grande di lui all’allenamento di boxe nella palestra della scuola secondaria del loro rione. È la prima volta che gli capita di assistere a un’esibizione del genere. Aveva fatto sì a pugni qualche volta con ragazzini della sua età, e in verità non si era assolutamente divertito, anche perché gli era arrivato un pugno proprio sotto l’occhio e un altro all’altezza dell’orecchio, per cui, per tutta una giornata, aveva continuato a lamentare strani fischi e vertigini.
In occasione della visita alla palestra osserva i ragazzi salire su una pedana molto grande e affrontarsi con le mani coperte da guantoni, nel tentativo di colpirsi dalla testa a tutto il tronco. Si schivano, roteano uno intorno all’altro, e poi all’improvviso tempestano il rivale di pugni. I ragazzi della palestra che assistono incitano e commentano spesso con applausi e anche con risate, mentre il maestro di pugilato, muovendosi a ridosso dei due allievi, lancia ordini su come comportarsi: «Prendete fiato! Respirate col naso, non con la bocca! Muoversi con le gambe! Le gambe fanno la differenza fra un buon pugile e una schiappa! Stop, da capo! Non restate sempre col braccio sinistro teso, cambiate l’appoggio e la posizione! Indietreggiate, ma subito tornate all’attacco! No, no, senza foga, leggeri, come in un gioco!».

Dario Fo non ha mai scelto i protagonisti delle sue storie in funzione del loro fascino sul pubblico, o della curiosità che le vicende potessero stimolare.
Non lo ha mai fatto e mai lo farà.
Quello che sta a cuore al grande Dario, autore e interprete di teatro, satirista, scrittore e pittore di grande espressività, è sempre stato fustigare il potere costituito, mordere le chiappe a chi governa o si propone di farlo, usando, al posto dei denti il passato, arma potentissima perché solo tenendo desta la memoria si può sperare che sia mantenuta un’efficace vigilanza sui valori della democrazia.
Questo libro, che altro non è se non la splendida biografia di un grande e sfortunato campione del passato, non fa eccezione e arriva, come sempre, al momento giusto. Parla infatti dei diritti negati a Johann Trollmann, eroe del ring che ebbe la sfortuna di distinguersi nello sport, lui zingaro di etnia sinti, nella Germania hitleriana al culmine della sbornia nazista.
Prime avvisaglie: siamo nel giugno 1933. Da gennaio Adolf Hitler è cancelliere del Reich. Johann Trollmann, cognome che nella lingua romanì suona Rukeli, che significa albero, è conosciuto come ‘il pugile danzante’ per la leggiadria con cui si muove sul ring, vince il campionato dei mediomassimi ma viene ingiustamente privato del titolo. E’ troppo bravo e troppo famoso perché lo si possa escludere, allora gli viene proposto un altro incontro per il mese successivo a patto però che combatta ‘come un ariano’, che diventi cioè una granitica presenza sul ring, capace solo di picchiare e incassare senza i suoi celebri saltelli da ballerino. Non potendo combattere col proprio stile, lui fa di più: per protesta si tinge i capelli di biondo e schiarisce la pelle con la cipria. Naturalmente viene sconfitto, ma la sua immagine così grottesca è uno sberleffo al potere che alla fine si prende la sua micidiale rivincita.
Naturalmente il Maestro Fo non si limita a riportare alla memoria un eroe dimenticato dello sport, vittima di un razzismo bieco, cieco, e assoluto che a fatto molti milioni di morti. Attraverso la storia di ‘Rukeli lo Zingaro’ racconta quella che prima dell’avvento al potere di Hitler era la quotidianità per il popolo Sinti: la musica, le giornate all’aperto a lavorare con i cavalli insieme agli zii e ai cugini artisti del circo, i riti e le danze, i fortissimi legami familiari. Tutto quello, cioè, che la brutalità nazista ha cercato di cancellare.
Inutile dire che questo libro, impreziosito dai bellissimi disegni di Dario Fo, va letto e fatto leggere ai ragazzi.

Dario Fo
RAZZA DI ZINGARO
Chiarelettere, 160 pagine, € 14,36 anziché 16,90 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 4,99

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AVARIZIA. Le carte che svelano ricchezza, scandali e segreti della Chiesa di Francesco

3 avariziaIncipit
Prologo. I due monsignori cominciano a parlare subito dopo che il cameriere ha portato il carpaccio di tonno e il battuto di gamberi rossi. Prima se n’erano stati zitti. Scorrendo la lista dei vini bianchi per cercare quello giusto da abbinare alle pietanze, sbocconcellando il pane alle noci, guardandosi annoiati in giro, alla ricerca di un volto noto da salutare nel giardino del ristorante ai Parioli. Inforchettato il primo gambero, il sacerdote più anziano, quello che non avevo mai incontrato prima, va al sodo.
“Devi scrivere un libro. Devi scriverlo anche per Francesco. Che deve sapere. Deve sapere che la Fondazione del Bambin Gesù, nata per raccogliere le offerte per i piccoli malati, ha pagato parte dei lavori fatti nella nuova casa del cardinale Tarcisio Bertone. Deve sapere che il Vaticano possiede case, a Roma, che valgono quattro miliardi di euro. Ecco. Dentro non ci sono rifugiati, come vorrebbe il papa, ma un sacco di raccomandati e vip che pagano affitti ridicoli. “Francesco deve sapere che le fondazioni intitolate a Ratzinger e a Wojtyla hanno incassato talmente tanti soldi che ormai conservano in banca oltre 15 milioni. Deve sapere che le offerte che i suoi fedeli gli regalano ogni anno attraverso l’Obolo di San Pietro non vengono spese per i più poveri, ma ammucchiate su conti e investimenti che oggi valgono quasi 400 milioni di euro. Deve sapere che quando prendono qualcosa dall’Obolo, i monsignori lo fanno per le esigenze della curia romana.”

Uscito quasi contemporaneamente al saggio Via Crucis di Gianluigi Nuzzi (presentato nella pagina di gennaio), imperniato sullo stesso argomento: ovvero la cupidigia che alligna come un miasma dentro le stanze vaticane, questo libro a torto ne è considerato il ‘gemello’ perché ha come fonti le medesime indiscrezioni. In realtà non è così. Anzitutto perché non tutti i documenti sono gli stessi, poi perché è molto distante il punto di vista dei due autori essendo le genesi delle due opere all’opposto. In Via Crucis, infatti, è stato il giornalista Nuzzi a cercare fatti e prove attraverso un’inchiesta, mentre in Avarizia sono stati i fatti e le prov, nella persona di due alti prelati, a cercare il giornalista.
Ecco cosa scrive su l’Espresso a questo proposito lo stesso autore, che era ben conosciuto negli ambienti vaticani per essersi occupato a suo tempo del caso noto come Wikileaks 1 (quello che ha portato in carcere il maggiordomo di sua santità, Paolo Gabriele, condannato per aver trafugato documenti riservati di Benedetto XVI).
«Nel giugno del 2014 un giovane sacerdote che avevo conosciuto qualche anno prima e che aveva fatto carriera sotto il Cupolone disse che qualcuno “molto in alto” voleva conoscermi», scrive Emiliano Fittipaldi sul l’Espresso del 6 novembre 2015.
«L’incontro si fa, dopo una settimana. […] in un ristorante dei Parioli. Il monsignore è alto e magro, vestito in abiti borghesi, e comincia a parlare subito dopo che il cameriere ha servito carpaccio di tonno e battuto di gamberi rossi, innaffiati con un Sacrisassi delle Due Terre. «Francesco vuole cambiare tutto, vuole rovesciare la Chiesa come un calzino. La vuole povera e per i poveri. Tu non sai quanti sono i cardinali che sono terrorizzati dall’idea di perdere tutto quello che hanno sempre avuto. Privilegi, potere, ricchezze. Per bloccare Bergoglio faranno di tutto. Ora, tu sai bene che la Chiesa da duemila anni è abituata a lavare i panni sporchi dietro le mura d’Oltretevere. È arrivato il momento di raccontare davvero che c’è dentro il Vaticano, i suoi possedimenti immobiliari e finanziari, i suoi investimenti all’estero, gli sprechi della curia, gli affari e i business. Ora, o mai più».
La sera stessa dell’incontro il prelato consegna a Fittipaldi pesanti faldoni contenenti le fotocopie di carte provenienti dall’Apsa (l’ente che amministra gran parte del patrimonio della Santa Sede), dallo Ior e dalla Cosea, la commissione pontificia voluta dal papa per fare luce sulle finanze vaticane.
Tornato in redazione, il giornalista comincia a esaminare il materiale. Elenchi di ragioni sociali, cifre, trasferimenti, depositi… Tutto chiaro per chi si intende di finanza. Anzi, di mala finanza, perché quei dati spiegano che gran parte delle ‘elemosine’, il cosiddetto ‘obolo di san Pietro, provenienti dai fedeli di tutto il mondo, vengono utilizzati per arricchimenti personali e speculazioni non trasparenti e decisamente poco opportuni.
Fittipaldi è un professionista serio e si guarda bene dall’utilizzare quelle carte per i suoi articoli senza fare controlli approfonditi. Potrebbero essere una polpetta avvelenata. Quindi inizia una propria indagine che si rivela molto difficile perché al di là del Tevere sembra che nessuno abbia voglia di parlare. Però quegli elenchi, quei numeri e quei dati sono un buon punto di partenza. Tutti da verificare ma…
Dagli articoli al libro il passo è stato del tutto naturale. Fittipaldi ha approfondito le informazioni e le ha trasferite in Avarizia dando il via al caso Vatilileaks 2 che, com’è noto, lo ha portato sul banco degli accusati a condividere la sorte del collega Gianluigi Nuzzi e di coloro che, ‘per far sapere a Bergoglio’ come girano i soldi sotto il tetto di san Pietro, gli avevano fornito i documenti e rilasciato preziose testimonianze: Lucio Vallejo Balda, il cardinale nominato da papa Francesco divenuto segretario della Cosea, la commissione referente che ha condotto l’indagine sulle finanze vaticane; la giovane pierre Francesca Immacolata Chaouqui: membro della stessa commissione e Nicola Maio, ex collaboratore della commissione referente sulle strutture economiche e amministrative della Santa Sede.
Questo libro, che si avvale di uno stile semplice e molto gradevole, è un pezzo di storia.
Emiliano Fittipaldi
AVARIZIA. Le carte che svelano ricchezza, scandali e segreti della Chiesa di Francesco
Feltrinelli, 231 pagine, € 11,90 anziché 14,00 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 9,99

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L’ULTIMO VOLO PER PUNTA RAISI

4 L'ultimo volo per Punta RaisiIncipit.
Prefazione di Giosuè Calaciura. Il silenzio parla.
In Sicilia si viene al mondo muti. È nel silenzio che la diversità dei siciliani diventa cultura. Mafiosi, ma anche cittadini – materializzazione
ectoplasmatica di un’illusione di cittadinanza – perdono la bocca all’atto di nascita, simbolicamente e antropologicamente. I palermitani mai l’hanno
aperta per confermare la verità semplice dell’esistenza in vita, e ancora meno l’hanno socchiusa in un sussurro che ne rivendicasse la dignità. Il silenzio è la qualità più sottile e spesso apprezzata dei morti e della morte. Della morte civile e della solitudine, dei morti ammazzati, dei morti di strage, dei morti di disastri aerei. Sono stati tre a Palermo, per un totale di 297 morti: 5 maggio 1972 Montagna Longa; 23 dicembre 1978, Punta Raisi; 27 giugno 1980, strage di Ustica. Senza contare le sedici vittime del tentato ammaraggio a poche miglia da Palermo di un Atr 72 della compagnia tunisina Tuninter, in volo il 6 agosto 2005 da Bari a Djerba. Non c’è un’altra città italiana che possa contare tutte queste croci, tutti questi silenzi.
Parte Prima. Capitolo I. La linea d’ombra
È andata così: 115 morti in una calma sera di maggio e nessuno con cui prendersela, se non i due piloti, morti anche loro. Il 5 maggio 1972, tra le 22.23 e le 22.24 un Dc 8 dell’Alitalia, il volo AZ 112 proveniente da Roma, si
schianta contro una parete rocciosa a circa 935 metri d’altezza: Montagna Longa, un brullo costone calcareo messo lì ad ascoltare i venti, a ridosso dell’aeroporto palermitano di Punta Raisi.
L’aereo, con 108 passeggeri a bordo e sette membri d’equipaggio, aveva iniziato il rullaggio a Fiumicino alle 21.35 (20.35 secondo l’orario del meridiano di Greenwich, che è il riferimento per il traffico dell’aria) con venticinque minuti di ritardo e aveva staccato le ruote da terra alle 21.46. In quaranta minuti sarebbe giunto a Palermo attraversando due aerovie, l’Ambra 1 e l’Ambra 13,
passando per Ponza e Ustica.
Decollo perfetto. Il registratore di Roma Controllo fino alle 21.10/Z1, cioè le 22.10 locali, segue l’aereo e a quel punto lo autorizza a cambiare con Palermo Avvicinamento sulla frequenza 120,2 della torre di controllo di Punta Raisi. Da questo momento, il concetto del tempo acquista la sua dimensione meridionale, approssimata: Palermo, infatti, non ha il marcatempo nel registratore.

Una vicenda troppo rapidamente e troppo a lungo dimenticata quella del Dc 8 dell’Alitalia che la notte del 5 maggio 1972 si è schiantato contro la parete rocciosa di Montagna Longa, a pochi chilometri dall’aeroporto palermitano di Punta Raisi.
Partito da Fiumicino alle 21.30 ora legale, aveva a bordo 115 persone fra passeggeri e membri dell’equipaggio. Dal disastro, subito archiviato come incidente dovuto all’errore del pilota, non si è salvato nessuno.
Ma fu veramente un incidente? Perché l’inchiesta fu chiusa con tanta fretta? E perché stanno emergendo dubbi sulla natura di quello schianto?
Ci sono voluti quarantaquattro anni ma finalmente di Montagna Longa si sta cautamente cominciando a parlare come di uno dei tanti misteri che costellano la nostra storia repubblicana. Dalla rilettura delle poche carte messe insieme nel corso della frettolosa inchiesta condotta dopo il disastro, sarebbero emerse infatti numerose contraddizioni senza contare le molte manovre di insabbiamento. Ecco un brano significativo quanto inquietante, estrapolato da questo libro che altro non è se non un’accurata controinchiesta giornalistica condotta da un cronista di valore come Francesco Terracina dell’Ansa di Palermo, ex redattore del quotidiano L’Ora e direttore del Mediterraneo.
«Se i piloti non hanno visto lo scalo, considerato che l’avevano superato – è la tesi portata avanti nelle indagini – e si erano diretti più a sud, sulle montagne, perché avevano comunicato di trovarsi sulla verticale dell’aeroporto? E soprattutto, perché avrebbero dovuto lasciare la quota di sicurezza di 5000 piedi? Ancora: è possibile superare la linea di costa, a cui è quasi attaccata la pista, senza accorgersene? Certo, era buio. Ma quella era una sera calma, con visibilità di cinque chilometri e cinque nodi di vento.»
«L’ipotesi che si fece a caldo fu che avessero scambiato le luci dei vicini paesi per quelle dell’aeroporto. Ma i periti del tribunale di Catania, dove si svolse il processo, esclusero decisamente questa possibilità, giudicandola ‘incredibile’: troppo fioche le luci di quei luoghi per poter essere confuse con quelle di uno scalo, la cui disposizione e colorazione non può tradire nessun pilota, soprattutto un comandante esperto come Bartoli che vola da diciassette anni. Interrogati su questa ipotesi, alcuni piloti la ritengono anche loro inammissibile: se un professionista può scambiare le luci di una città per quelle di uno scalo, allora a New York rischierebbero tutti di atterrare sulla Quinta Strada.»
E ancora:
«Il pubblico ministero di Catania conclude la sua requisitoria imputando ai piloti una serie di errori. Il più macroscopico sarebbe stato proprio quello di spingersi fino a Monte Gradara, credendo che l’aeroporto fosse tra quelle rocce buie, e lì cominciarono la manovra di discesa con virata a destra, scambiarono l’oscurità delle montagne con quella del mare e cozzarono contro Montagna Longa».
Dunque fu presto liquidato come incidente, il disastro Montagna Longa. L’inchiesta ministeriale, chiusa in meno di due settimane, addossò la colpa ai piloti, incolpati di aver scambiato le luci dei paesi vicini per quelle dell’aeroporto in una notte chiara e quasi senza vento. Lo stesso fece la magistratura. Eppure sarebbe bastato fare qualche riflessione sulla lista dei passeggeri per avere dubbi. Tanto per dire: a bordo c’erano un magistrato antimafia, un comandante della Guardia di Finanza che aveva messo gli occhi sul patrimonio di Cosa Nostra. E c’era anche Letterio Maggiore, medico personale del bandito Salvatore Giuliano e depositario delle sue verità.
Costato quasi cinque anni di lavoro: tre per l’indagine e due per la stesura, questo libro si propone di mettere a fuoco le gravi omissioni e le conclusioni ad hoc di un’indagine di comodo, una delle tante nell’Italia dei misteri. Non bisogna dimenticare infatti che da Piazza Fontana in poi nel nostro paese era in atto una guerra nel corso della quale terroristi neri e boss mafiosi contribuirono insieme alla strategia della tensione da cui sarebbe dovuto scaturire un nuovo ordine sociale e politico.
Come sempre accade, non tutte le voci furono concordi nell’attribuire il disastro all’imperizia dei piloti. Giuseppe Peri, vicequestore di Trapani, scrisse, mentre il processo era in pieno svolgimento, un rapporto nel quale spiegava che in realtà lo schianto dell’aereo contro la parete rocciosa doveva essere considerato una strage, adducendo, ovviamente motivazioni frutto di indagine. Una voce fuori dal coro che fu subito fatta tacere. Peri fu pesantemente intimidito con minacce e il sabotaggio della sua auto di servizio poi, secondo un copione destinato a fare scuola per le stragi successive, fu trasferito a un ufficio della questura di Palermo da dove non avrebbe più potuto nuocere.

Francesco Terracina
L’ULTIMO VOLO PER PUNTA RAISI
Prefazione di Giuseppe Calaciura
Stampa alternativa, 168 pagine, € 11,90 anziché 14,00 su internetbookshop. Disponibile anche usato a 7,00

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LA BANDA D’ITALIA. La prima vera inchiesta su bankitalia. La supercasta di intoccabili che governa i nostri soldi

5 La banda d'ItaliaIncipit.
Nella polvere e nel fango
Bankitalia, la più importante e antica istituzione della Repubblica, fondata subito dopo l’Unità d’Italia, ha disonorato il proprio nome. L’istituto di via Nazionale, che si era guadagnato un prestigio indiscutibile offrendo alla Repubblica italiana e al governo dirigenti stimati poi diventati capi di Stato (Luigi Einaudi e Carlo Azeglio Ciampi), presidenti del Consiglio (Lamberto Dini) e ministri del Tesoro (Guido Carli, Tommaso Padoa Schioppa, Fabrizio Saccomanni), è caduta nella polvere e nel fango.
Questo libro, grazie a ricerche e documenti inoppugnabili, tenta di descrivere il mutamento genetico della Banca d’Italia, passata in pochi anni da guardiana della moneta e del mercato bancario a un simulacro della vigilanza, incapace di prevenire crac e dissesti, arrivando sempre dopo la magistratura e accampando come ridicola giustificazione il meschino ritornello: «Noi non siamo poliziotti!».
Bankitalia addio. Il primo scandalo.
La Banca d’Italia viene costituita nel 1893 dalla fusione di quattro banche: la Banca Nazionale del Regno d’Italia (già Banca Nazionale
degli Stati Sardi), la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di Credito per le Industrie e il Commercio d’Italia e dalla liquidazione della Banca Romana, con ruolo di emissione della moneta e servizio di tesoreria per conto dello Stato. L’ultima delle banche citate ha un primato assoluto: al suo nome è legato infatti il primo scandalo bancario del Belpaese. Nel gennaio 1893 la commissione di vigilanza parlamentare appurò che la banca aveva abusato della concessione assegnatale e che invece di stampare 60 milioni di lire il governatore Bernardo Tanlongo ne aveva stampati e messi in circolazione 113.
Per foraggiare (oltre che se stesso e le sue ambizioni) faccendieri, politici, giornalisti compiacenti. Quando si dice storia magistra vitae!

Banche, banchieri, bancarottieri… Proprio in questo periodo, dopo il fallimento di quattro banche: Banca delle Marche, Banca Etruria, Carife e CariChieti, non si parla che dei risparmi di ignari risparmiatori bruciati da speculazioni azzardate; dei titoli bancari che vanno su e giù come yo-yo; dei titoli tossici; del mancato controllo sulle banche da parte dei due organismi di garanzia: la Consob e la Banca d’Italia. A fronte di tutto ciò, sulle tivù si alternano economisti e giornalisti che pontificano sulla disinformazione dei cittadini in materia di economia e di investimenti quasi che l’affidarsi a broker di professione, banchieri e istituti finanziari sia una colpa.
Che nel nostro paese si ignori tutto della finanza e che perfino i rudimenti delle operazioni più semplici siano sconosciuti ai più, è un dato di fatto.
I risparmiatori portano in banca i risparmi di una vita, li affidano a giovani manager dalla parlantina sciolta che promettono utili mirabolanti e senza rischi, firmano pile di moduli senza leggerli sia perché si fidano, sia perché anche se li leggessero capirebbero poco o nulla delle clausole astruse che compongono i contratti di acquisto di tutti i prodotti finanziari. Fatto questo, come il contadino che ha arato, seminato e concimato attendono fiduciosi l’arrivo dei primi utili per scoprire che il capitale investito (sementi) in buona parte è svanito. Di chi è la colpa ? Di chi ha firmato fidandosi sulla parola della propria banca oppure dei manager che hanno spacciato per operazioni sicure e redditizie quelli che invece erano investimenti ad alto rischio legati alle fluttuazioni di borsa e quindi privi di garanzie?
Per chi non si intende di operazioni finanziarie e non è quindi in grado di difendersi dai tranelli di broker disinvolti questo saggio arriva come una benedizione.
“La Banda d’Italia”, libro-inchiesta del presidente dell’Adusbef, Elio Lannutti, accende finalmente un riflettore su un sistema impenetrabile e per nulla trasparente. Protagonista assoluta è la Banca d’Italia, alla quale, nell’immaginario collettivo, si associano i nomi di galantuomini del passato come Paolo Baffi, Mario Sarcinelli, Guido Carli, di Giorgio Ambrosoli, l’eroico commissario liquidatore della Banca Privata di Michele Sindona, assassinato per la sua integrità morale. Purtroppo pare che l’Istituto abbia abdicato da tempo al suo compito di vigilare, lasciando spazio ai corsari della finanza. Da qui, il via libera alle collusioni con gli istituti di credito che dovrebbe controllare: collusioni che, stando alla cronaca degli ultimi mesi, sono state elevate a sistema attraverso i meccanismi dei travasi di ispettori e funzionari, sempre compensati della loro compiacente distrazione con mazzette se non con poltrone prestigiose e ben remunerate.
Quello che Lannutti mette in luce con la forza dei dati e con la sua esperienza di presidente di Adusbef ( Associazione per la difesa dei consumatori ed utenti bancari, finanziari ed assicurativi), maturata in quasi trent’anni di battaglie a fianco dei correntisti e dei risparmiatori, è un sistema impenetrabile e omertoso dove la vigilanza viene usata quasi esclusivamente contro i risparmiatori e i correntisti.
Ecco un assaggio delle ‘distrazioni: la sciagurata acquisizione di Antonveneta da parte del Monte dei Paschi di Siena.
«La Banca d’Italia guidata da Mario Draghi nel 2007 sapeva che Antonveneta era un cattivo affare», scrive Lannutti. «ma non trasmise le sue informazioni al Monte dei Paschi che la strapagò 9 miliardi».
Quel che è successo dopo è cronaca: a luglio il Tesoro diventa azionista di MPS, il terzo gruppo bancario italiano, tecnicamente ‘fallito’ anche grazie a quell’acquisizione, perché i bilanci sono ancora in perdita e l’Istituto non ha potuto onorare gli interessi sui cosiddetti Monti-bond, i prestiti miliardari gentilmente offerti dallo Stato a spese dei contribuenti. L’affare si è quindi risolto in una truffa allo Stato. Cioè ai cittadini.
L’elenco dei disastri è lungo ed è costato miliardi ai risparmiatori, ma chi pensa che questo sia l’unico prezzo pagato, è un illuso: il costo sistemico è enorme perché le banche italiane sono tre volte più care delle concorrenti europee, ma la Banca d’Italia non se ne preoccupa. Anzi, fornisce dati che sottostimano i costi effettivi delle banche misurati non solo dall’Adusbef, l’associazione degli utenti bancari di cui Lannutti è presidente, ma anche dall’Università Bocconi e da altre prestigiose istituzioni. Peggio ancora: La Banda d’Italia denuncia responsabilità precise di Via Nazionale nel mancato contrasto all’usura e nell’applicazione dell’anatocismo (cioè il pagamento di interessi sugli interessi) e aggiunge il carico pesante dei privilegi della casta di Via Nazionale che gode non solo di stipendi al di fuori di ogni logica (il governatore della Banca d’Italia, ormai quasi privo di poteri, guadagna molto di più del presidente della Bce e di quello della Fed), ma anche di benefit più consoni a sceicchi che a funzionari pubblici, come l’uso della carta di credito per spese personali fino a 10mila euro al mese e case di lusso a prezzi calmierati. Per non parlare della banca interna riservata ai dipendenti.
Un libro per tutti, scritto in modo semplice, chiaro e scorrevole, che dovrebbero leggere coloro che tengono i risparmi di una vita investiti in obbligazioni.

Elio Lanutti
LA BANDA D’ITALIA. La prima vera inchiesta su bankitalia. La supercasta di intoccabili che governa i nostri soldi
Postfazione di Luca Ciarrocca
Chiarelettere, 146 pagine, € 11,05 anziché 13,00 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 7,99

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LA BAMBINA E IL SOGNATORE

6 La bambina e il sognatoreIncipit.
Cammino rapido in mezzo a una strada quasi cancellata dalla nebbia. Un vento secco e cattivo mi fa socchiudere le palpebre, mi toglie il respiro. Mi chiedo dove sono e dove sto andando. Dal muretto di mattoni sbreccati, carico di rampicanti, che scorgo alla mia sinistra, mi sembra di riconoscere la strada che porta alla scuola in cui insegno. Non vedo a due metri di distanza. Avanzo a fatica, forzando quella parete di vento e nebbia. Improvvisamente quasi inciampo in una bambina che cammina lesta, avvolta in un cappottino rosso da cui esce un collo bianco e lungo. Faccio per dire: mi scusi, e scavalcarla, ma qualcosa in quella bambina mi blocca in mezzo alla strada, stupito. Il cappottino rosso, i capelli castani raccolti in una coda dietro la nuca, con qualche ricciolo biondo che sguscia disordinato, la camminata ciondolante, un poco sghemba. Ma è mia figlia, mi dico e grido: «Martina!». La vedo fermarsi in mezzo al marciapiede e voltarsi frettolosa come se le avessi gettato un sasso.
Ci sono romanzi di cui si deve assolutamente parlare perché non cadano nell’oblio e quest’ultima fatica di Dacia Maraini ne è un esempio.
Una vicenda atroce che appartiene al nostro tempo è incastonata dentro una grossa pepita scintillante fatta di sogni, pensieri, racconti, desideri espressi e inconsapevoli, momenti di gioia assoluta e di disperata apatia.
La vicenda riguarda una bambina scomparsa sulla strada che la portava a scuola in una mattina piena di freddo e di nebbia. Una bambina di otto anni, con il cappottino rosso, i capelli raccolti in una coda e l’andatura buffa, un po’ da papera di nome Lucia: nessuno l’ha più vista dal momento in cui è uscita da casa con la cartella dopo il saluto distratto della madre.
La ‘pepita’ è costituita invece dal conglomerato roccioso che costituisce l’inconscio del ‘sognatore’.
In realtà non sarebbe esatto dire che ‘nessuno ha più visto’ la bambina svanita nel nulla sulla strada per la scuola. Il maestro Nani Sapienza la vede in sogno poche ore prima che venga risucchiata nel buco nero e senza tempo della ferocia umana. O, meglio, Nani vede in sogno una bambina che indossa un cappottino rosso e ha una coda di capelli saltellante sul collo, proprio la notte prima che venga data dalla radio la notizia della scomparsa.
Una coincidenza?
Nani Sapienza è malato e ha la febbre alta la notte del sogno. Anni prima ha perso la figlia Martina, portata via dalla leucemia quando aveva su per giù la stessa età della piccola scomparsa. Ha un carattere schivo e, da quando la moglie lo ha lasciato perché incapace di stargli accanto dopo la morte della figlia, vive come un eremita, perennemente sperso in intimi colloqui sul significato dell’esistenza, sui troppi perché della sua solitudine, sul dolore mai del tutto metabolizzato che non cessa di opprimerlo.
Lo strano sogno della bambina col cappottino rosso è un effetto dell’alterazione dovuta alla febbre? E’ una proiezione dell’inconscio malato di disperazione?
La bambina vista nel sogno di spalle è simile a Martina e cammina come lei tanto da ingannarlo. Ma poi, sempre nel sogno, si volta e Nani vede bene che non è lei. E’ una sconosciuta. Una scolara come tante.
Possono i sogni cambiarci la vita? Guidarci? Darci risposte? Nani non se lo domanda. Semplicemente lo accetta. L’irruzione nella sua vita della piccola, che, come scopre accendendo la radio, non un fantasma ma una creatura in carne e ossa, scatena in lui un terremoto di emozioni che fa franare tutti gli strati rocciosi che si era costruito negli anni per sopravvivere al dolore.
Nani sente che ritrovare Lucia è la sua occasione di riscatto dalla colpa di non aver salvato Martina.
Inizia così per il maestro sognatore un lungo viaggio dentro e fuori se stesso. Un viaggio costellato delle storie meravigliose e un poco anarchiche con cui incanta i suoi alunni. Un viaggio che muta sempre più in una vera e propria indagine non autorizzata il cui traguardo è, ovviamente, ritrovare la scolara scomparsa prima che il suo destino si compia.

Dacia Maraini
LA BAMBINA E IL SOGNATORE
Rizzoli, 411 pagine, € 17,00 anziché 20,00 su internetbookshop. Disponibile anche in Ebook a 9,99

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