L’AFFONDAMENTO DELLA KATER I RADES

 

Lo speronamento della Sibilla ai danni della Kater I rades visto all'infrarosso
Lo speronamento della Sibilla ai danni della Kater I rades visto all’infrarosso

E’ stata archiviata come una fatalità, una tragedia del mare causata dall’imperizia di chi era al timone di un piccolo naviglio stracarico di albanesi che cercava di aggiungere le coste pugliesi.

L’affondamento della Kater I Rades resterà invece impressa, non solo nelle coscienze dei parenti delle vittime (81 i corpi senza vita recuperati), come un’altra strage di Stato, attuata con cinismo e determinazione da una nave della Marina militare, la Sibilla, in ossequio ad una regola folle e deprecata dalla stessa Unione europea, una norma voluta dall’allora governo di centro-sinistra (premier Romano Prodi) per arginare l’immigrazione clandestina di migliaia di albanesi, oltretutto in fuga da una guerra civile. Una norma che stabiliva il blocco militare dell’Adriatico, in aperta violazione di qualsiasi convenzione internazionale.

Tutto ha inizio alle tre del pomeriggio del 28 marzo 1997, quando salpano dal porto albanese di Valona più di 140 persone, intere famiglie – molte le donne, moltissimi i bambini – a bordo della Kater I Rades, una piccola motovedetta militare (poteva trasportare solo nove marinai), allestita 35 anni prima.

Da una settimana l’Italia ha schierato diverse navi nel Canale d’Otranto con il compito di bloccare le “carrette albanesi”. La Kater I Rades ha da poco doppiato il capo dell’isola Karaburun, quando viene intercettata dalla fregata italiana Zeffiro che naviga in acque albanesi e che le intima di invertire la rotta.

Attorno alle 17.30, la Kater – che continua a navigare verso l’Italia – viene “presa in consegna” da un’altra grande nave italiana, la Sibilla, che comincia ad avvicinarsi pericolosamente al naviglio albanese.

Alle 18.45 la tragedia: la prua della nave Sibilla colpisce la Kater. L’urto sbalza molte persone in acqua. Un nuovo colpo e la Kater I Rades si capovolge, prima di affondare alle 19.03. Solo pochi, e soprattutto uomini, riescono a nuotare al buio, nelle acque gelide, fino a raggiungere la Sibilla. Alla fine saranno almeno 108 le persone a mancare all’appello.

L’anno dopo, al termine della sua inchiesta, il sostituto procuratore di Brindisi, Leonardo Leone De Castris, sarà costretto a rinviare a giudizio solo i comandanti delle due imbarcazioni, l’albanese Namik Xhaferi e l’Italiano Fabrizio Laudadio.

Accadrà, insomma, quanto già accaduto per  la strage di Ustica. Per il fitto cordone di coperture creato attorno a loro, usciranno indenni dalla vicenda i presunti veri responsabili della sciagurata operazione, gli ammiragli Alfeo Battelli e Umberto Guarino che da terra erano in stretto collegamento con le navi al largo dell’Albania.

Il muro di gomma dell’Aeronautica si alzerà questa volta anche per la Marina militare.

C’ERA UNA VOLTA UN PICCOLO NAVIGLIO
di Maria Pace Ottieri

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