1994: L’OMICIDIO DI VEROLI: LA COMMERCIALISTA NELL’ARMADIO

 

Antonella Di Veroli
Antonella Di Veroli

Un altro caso irrisolto, un altro delitto senza colpevole, l’ennesimo omicidio avvenuto negli anni ’90 a Roma che per magistrati ed investigatori della capitale rappresenta un’altra cocente sconfitta.

L’omicidio di Antonella Di Veroli è la dimostrazione lampante di quanto siano opinabili le perizie scientifiche e del pressapochismo con cui spesso vengono condotte le indagini. Nonché del fatto che – per fortuna – i processi unicamente indiziari, i processi senza prove, basati su astratti teoremi o fallaci intuizioni pseudo-investigative, non paghino. Almeno quasi mai.

I fatti: il cadavere della commercialista 47/enne, Antonella Di Veroli, nubile, consulente del lavoro, viene trovato nel pomeriggio del 12 aprile 1994 chiuso in un armadio con le ante sigillate da un collante, nella sua abitazione nel quartiere Montesacro, a Roma. E’ stata uccisa con due colpi di pistola calibro 7,65 sparati a bruciapelo in fronte. L’assassino, prima di aprire il fuoco – anche allo scopo di attutire lo sparo – le ha premuto un cuscino sulla faccia. Poi il cadavere, che indossava solo un pigiama azzurro, avvolto in lenzuola e coperte, è stato chiuso in un armadio della stanza da letto, le cui ante sono state bloccate con della colla. La porta dell’appartamento non risulta forzata: o la Di Veroli ha aperto al suo assassino oppure l’assassino aveva le chiavi.

Le prime perizie non riescono neppure a stabilire l’ora esatta della morte della donna, ma parlano, genericamente, della notte tra il 10 e l’11 aprile.

Chi era Antonella Di Veroli? Una tranquilla signora, bionda, ancora piacente, che da sette anni viveva da sola. Un ottimo lavoro, una buona situazione patrimoniale e un paio di relazioni sentimentali: una con un uomo più anziano di lei. Una relazione di vecchia data, ormai logora, che di tanto in tanto, però, viveva qualche ritorno di fiamma e l’altra – con un suo quasi coetaneo – molto più recente, tormentata, tempestosa, ufficialmente conclusa.

Con un vero guizzo di fantasia investigativa sono proprio loro, i due ex amanti di Antonella, a finire sotto torchio. Il primo è il ragioniere che lavorava nel suo studio di commercialista, Umberto Nardinocchi, 62 anni. Il secondo un fotografo, Vittorio Biffani, 52 anni, sposato e titolare di un laboratorio. Un’unica “intuizione” investigativa. Nessuna pista alternativa. L’insuccesso dell’inchiesta – coordinata dal pm Nicola Moirano – sta già nelle premesse.

Entrambi i sospettati vengono sottoposti all’esame dello stub, teso a rilevare tracce di polvere da sparo sulle loro mani. Entrambe le analisi risulteranno positive, ma – come vedremo – quelle tracce di polvere da sparo sono assolutamente giustificabili per entrambi gli uomini.

Intanto si scopre che la Di Veroli aveva prestato a Biffani 42 milioni di lire e si ipotizza che la vittima abbia usato la restituzione di quei soldi – che il fotografo non poteva restituire – per riprendere la relazione interrotta. Ma si uccide per 42 milioni? Nel prosieguo delle indagini si scoprono altri particolari: la Di Veroli frequentava diversi cartomanti. Le impronte digitali trovate sull’armadio in cui il cadvaere è stato sigillato non appartengono ai due principali indagati, così come non sono riconducibili a loro neppure le impronte rilevate su una tazzina da caffè trovata nella casa della vittima. Molti ancora i lati oscuri del delitto. C’è da chiarire, ad esempio, perché l’ assassino abbia chiuso nell’armadio il cadavere della donna solo dieci ore dopo averla uccisa. Inoltre la presenza di graffi sulle braccia e sulle caviglie della commercialista farebbero poi pensare che il corpo sia stato trascinato da almeno due persone.

Entra in scena anche la moglie di Biffani. Un’informazione di garanzia viene emessa nei confronti di Aleandra Sarrocco, moglie di Biffani: tentata estorsione e minacce i reati ipotizzati dal magistrato. Ma la donna nega ogni addebito, sostenendo di non aver mai conosciuto la Di Veroli, ma di averle parlato una sola volta al telefono dopo aver scoperto la relazione tra suo marito e la commercialista.

Saltano fuori anche particolari intriganti: Biffani, in quanto fotografo, aveva l’abilitazione preventiva al nullaosta di sicurezza, una speciale autorizzazione dei servizi segreti.

Il 1 dicembre 1995 è proprio Biffani a venire rinviato a giudizio per il delitto Di Veroli, un vero azzardo processuale, dal momento che contro il fotografo non esistono che indizi labilissimi. La tesi accusatoria è puerile: Biffani, che della Di Veroli era stato l’amante, l’avrebbe uccisa e, con il concorso della moglie, avrebbe falsificato i testi di conversazioni telefoniche incise nella segreteria della commercialista. Un’accusa tanto semplicistica che il 10 giugno 1997 Biffani viene assolto per non avere commesso il fatto. Assolta, ovviamente, anche la moglie, Aleandra Sarrocco. Assoluzione per entrambi ribadita in appello il 3 dicembre 1999.

Il processo di secondo grado ha però il pregio di mettere in risalto errori e contraddizioni compiuti nel corso delle indagini.

Ma sta di fatto che, dopo l’Olgiata via Poma, anche l’omicidio Di Veroli è un delitto insoluto.

UN DELITTO PIENO DI MISTERI
di Enzo Catania