1993-1994: GIANFRANCO STEVANIN, IL MOSTRO DI TERRAZZO

Gianfranco Stevanin al processo di primo grado. Si nota nella parte destra della testa la lunga cicatrice lasciata dall'incidente avuto con la moto (Giacomino foto)
Gianfranco Stevanin al processo di primo grado. Si nota nella parte destra della testa la lunga cicatrice lasciata dall’incidente avuto con la moto (Giacomino foto)

Il primo capitolo del giallo di Terrazzo, un comune della provincia di Verona, comincia nella notte del 16 novembre 1994, nei pressi del casello autostradale di Vicenza Ovest, dove la polizia vede buttarsi giù da una Lancia Dedra una donna che, indicando il conducente, comincia a gridare “è armato, è armato”.

L’automobilista, subito identificato e trovato in possesso di una pistola giocattolo, è Gianfranco Stevanin, 35 anni, agricoltore. La donna, una prostituta austriaca, denuncia di essere stata sequestrata e violentata da Stevanin, che l’avrebbe avvicinata offrendole un milione di lire per farsi fotografare. Scatta una prima perquisizione della polizia che nello scantinato dell’abitazione dell’agricoltore trova migliaia di foto pornografiche, oggetti sadomaso, ma anche una busta con peli pubici, oltre ai documenti di due ragazze scomparse: Claudia Pulejo, una tossicodipendente di 29 anni, di Legnago (Verona), e una cameriera serba, Biljana Pavlovic, 25 anni.

Gli investigatori cominciano a sospettare che Stevanin possa essere coinvolto nelle sparizioni delle due ragazze, ma per oltre sette mesi non emerge alcun indizio utile.

Il 19 giugno 1995 Stevanin viene condannato a tre anni di prigione per la violenza alla prostituta austriaca e finisce in carcere.

Il giallo di Terrazzo, dopo la perquisizione in casa dell’agricoltore, subisce una prima svolta due settimane dopo la condanna: il 3 luglio 1995, a un chilometro e mezzo dal suo casale, un contadino trova un sacco di juta nel greto di un canale, con all’interno un tronco di scheletro di donna senza testa, né arti. Una vittima destinata ad essere la prima sconosciuta.

Gli scavi nel podere della morte continuano e il 12 novembre viene rinvenuto nei terreni di Stevanin un altro scheletro, avvolto in un telo di plastica e in stato di quasi saponificazione. Gli accertamenti medico-scientifici, basati principalmente sull’esame del Dna, escludono che il primo cadavere ritrovato sia quello di Claudia Pulejo – scomparsa dal 15 gennaio del ’94 – ma danno un volto al secondo, con il test sul codice genetico rivelatosi compatibile con quello della slava Pavlovic.

Stevanin, pur negando di essere un assassino, ha cominciato a collaborare con inquirenti ed investigatori. Dei flash – così lui stesso li definisce – cominciano ad uscire dalla sua memoria. Tra questi c’è quello di un cadavere di donna che lui stesso ha fatto a pezzi con un taglierino. Una donna – racconta Stevanin – che si era trovato già morta tra le braccia dopo avere avuto con lei un rapporto sessuale. Sulla base delle sue indicazioni, il 1 dicembre – sempre nel podere di Stevanin – viene trovato un terzo cadavere, una donna nuda, avvolta nel domopak. Gli esami medici scopriranno un piccolo cuore tatuato sul polso sinistro del cadavere che permetteranno di identificare la terza vittima del mostro di terrazzo: è proprio lei, Claudia Pulejo.

Ma chi è Gianfranco Stevanin? Basette lunghe, camicie anni Settanta dal collo sollevato, un’aria allampanata che riesce simpatica alle ragazze, Stevanin, figlio unico di una coppia di ricchi agricoltori, soprannominato Elvis dai ragazzi di Terrazzo, è stato sempre un ragazzo distaccato, quasi ombroso. A 16 anni un incidente che potrebbe avergli segnato la vita: una caduta dalla motocicletta gli procura una frattura cranica e lunghe settimane di coma.

Durante i lunghi interrogatori cui sarà sottoposto, Stevanin – accusato dal sostituto procuratore Maria Grazia Omboni di aver assassinato almeno altre tre donne, Blazenca Smoljo, Roswita Adlasnig ed una seconda donna mai identificata- negherà sempre di aver ucciso, sosterrà sempre che le donne gli sono morte tra le braccia mentre faceva l’amore con loro, ma riferirà come si è sbarazzato dei loro corpi: alcuni seppelliti nei campi, altri smembrati e gettati nell’Adige e nei fossi.

Il 20 settembre 1997, a quasi tre anni dal suo arresto, Stevanin compie un sopralluogo assieme al magistrato che lo accusa sugli argini della bassa veronese e padovana. Indicherà i punti in cui avrebbe gettato in acqua le membra dei cadaveri.

Il 4 novembre 1997 un incidente probatorio con i periti psichiatrici stabilisce che Gianfranco Stevanin al momento di smembrare i corpi era capace di intendere e di volere. Condannato all’ergastolo in primo grado (1998) per l’omicidio di sei donne (due mai identificate), con una sentenza a sorpresa, in Appello (1999), Stevanin viene riconosciuto incapace di intendere e volere al momento degli omicidi e condannato a dieci anni e sei mesi di reclusione ma solo per il reato di occultamento e vilipendio di cadavere. Oltre alla pena detentiva, la corte, presieduta da Silvio Giorgio, ordina il ricovero di Stevanin in un ospedale psichiatrico giudiziario per la durata minima di 10 anni. Ma nel 2000 la Cassazione annulla questa sentenza e rinvia il processo ad un’altra corte d’Appello che gli infligge la condanna all’ergastolo.

Il 7 febbraio 2002 Stevanin è stato condannato all’ergastolo in via definitiva.

LA VICENDA GIUDIZIARIA

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