1990: IL DELITTO DI BALSORANO

Una storia trucida, di quelle che lasciano il nodo alla gola.

Comincia in una calda sera di agosto in una piccola frazione, di un piccolo comune abruzzese: Case Castella, frazione di Balsorano, provincia dell’Aquila dove tutti si conoscono e tutti sono parenti tra loro.

Cristina Capoccitti, 7 anni, viene butalmente assassinata, strangolata e poi finita a pietrate. Il suo corpicino viene scoperto alle prime luci dell’alba del 24 agosto 1990. Poche ore e il giallo sembra risolto. Ad autoaccusarsi del delitto è Mauro Perruzza, 13 anni, cuginetto della vittima. Un gioco un po’ ardito finito male.

Ancora qualche ora e nelcommissariato di Avezzano, in clima di urla, strepiti e minacce (ma questo lo si saprà solo anni dopo) Mauro cambia versione: Cristina non l’ha uccisa lui, ma suo padre Michele, muratore, zio della piccola. Le accuse di Mauro contro suo padre sono circostanziate “ti ho visto, mentre lo facevi”.

Contro Michele Perruzza anche alcune prove scientifiche, come il sangue di Cristina sui suoi slip.

Insomma caso chiuso. Così almeno la pensa la Giustizia che in tre, a dir poco superificiali processi, mette il masso di piombo del carcere vita sull’esistenza di Michele Perruzza. Il mostro è lui.

Sono un paio di processi paralleli a permettere alla verità di cominciare  a farsi strada. Nuove perizie scintifiche dimostrano due cose in maniera inoppugnabile: Mauro ha mentito quando ha detto di aver visto il padre uccidere Cristina. Dalla posizione in cui si trovava non era possibile. Secondo: gli slip con il sangue di Cristina quella sera non erano stati indossati da Michele, ma da suo figlio Mauro. Lo provano tracce di urina presenti sull’indumento.

Ma c’è di più. Viene fuori anche tutto il marcio del commissariato di Avezzano che per primo “gestì” la confessione di Mauro Perruzza. Un’audiocassetta contenente le grida e le minacce dei poliziotti contro il giovane Perruzza è sparita. Ad un giornalista che difende Micheloe Perruzza e accusa gli investigatori di comportamento scorretto, viene infilata droga nell’auto, per farlo arrestare.

Verità, queste, che verranno a galla quando è ormai troppo tardi. E quando la giustizia (questa volta con la g minuscola), sorda, oltre che bendata, avrà rifiutato a Michele Perruzza un doveroso processo di revisione.

Il sipario su questa tragica vicenda calerà il 23 gennaio 2003 quando, dopo 13 anni di galera, Michele Perruzza morirà stroncato da un infarto.

La piccola Cristina Capoccitti, con ogni probabilità, non ha avuto giusitizia.

 LA VICENDA GIUDIZIARIA

LO SPREGIUDICATO COMMISSARIATO DI AVEZZANO