L’ASSASSINO CONFESSA Le deposizioni di Giuseppe Pelosi

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Dal momento del suo arresto, che avviene sul lungomare di Ostia subito dopo il delitto, fino al processo, nell’arco di poco più di un mese, Giuseppe Pelosi viene interrogato cinque volte. Si tratta di cinque deposizioni diverse tra di loro per contenuto, nelle quali, di volta in volta, “Pino la rana” cerca di aggiustare il suo racconto fino a sfumare il più possibile le sue responsabilità. Le incongruenze non sono poche, né di poco conto. Gli investigatori (tra loro c’è l’allora capo della squadra mobile Ferdinando Masone, futuro questore di Roma e poi capo della polizia), il magistrato e i legali della famiglia Pasolini (sono Guido Calvi, già avvocato di Valpreda per la strage di piazza Fontana e Nino Marazzita) cercano di stabilire diversi particolari che non quadrano, come, ad esempio, perché il corpo di Pasolini, ancor prima che l’auto guidata da Pelosi lo investisse, fosse così mal ridotto, mentre Pelosi aveva soltanto piccole escoriazioni.
C’è poi da chiarire se Pelosi è passato volontariamente o meno con le ruote della vettura sul corpo di Pasolini e ancora se il giovane conoscesse già Pasolini. A quest’ultimo proposito, sorprende che nel primo  verbale   d’interrogatorio – stilato a poche ore dal fatto – l’imputato parli di Pasolini, chiamandolo Paolo, come ad ammettere una certa confidenza che non avrebbe dovuto esserci se è vero che lo scrittore aveva “rimorchiato” il giovane, per la prima volta, solo poche ore prima di essere da lui ucciso. Resta singolare la dinamica della colluttazione, così almeno come la racconta Pelosi, il quale sembra non tener conto del fatto che Pasolini era un uomo fisicamente molto in forma. Il linguaggio di Pelosi in questi interrogatori è molto crudo, così come lo sono i particolari sessuali narrati dall’imputato.

LE DEPOSIZIONI DI PELOSI