ATTO II: I “COMPAGNI DI MERENDE” L’accusa? Associazione per delinquere di stampo merendistico

compagni
Il superpoliziotto (con il giaccone di renna) Michele Giuttari, l’oligofrenico Giancarlo Lotti (riquadro in basso) e il postino Mario Vanni (riquadro in alto)

La storia dell’inchiesta bis sui delitti del mostro di Firenze, quella che prenderà il nome di “compagni di merende”, nasce a ridosso di un evento tanto indesiderato quanto temuto dalla procura di Firenze, all’epoca diretta dal futuro procuratore nazionale antimafia Piero Luigi Vigna: la possibile, anzi più che probabile, assoluzione nel processo d’Appello di Pietro Pacciani, il contadino di Mercatale sulla cui colpevolezza, per quasi sei anni, la procura stessa aveva giocato tutte le sue energie, sostenendo una tesi, quella del serial killer unico, che poi sarà costretta a contraddire, appunto, con i “compagni di merende”…

Sono le date a parlare chiaro, a non lasciare ombre al dubbio. Proviamo a ripercorrerle:

Giovedì 25 gennaio 1996: a quattro giorni dall’inizio del processo di secondo grado contro Pietro Pacciani, la procura di Firenze invia un avviso di garanzia per i delitti del mostro a Mario Vanni, “compagno di merende” del contadino.

Lunedì 29 febbraio: inizia il processo d’appello.

Martedì 6 febbraio: Il Pg Piero Tony tiene la sua requisitoria finale in cui chiede una nuova perizia sul proiettile trovato nell’orto di Pacciani oppure l’assoluzione del contadino di Mercatale.

Lunedì 12 febbraio: la procura di Firenze ordina l’arresto di Mario Vanni.

Martedì 13 febbraio: la corte d’assise d’Appello di Firenze assolve Pietro Pacciani.

Le giornate di lunedì 12 e martedì 13 febbraio sono giornate quanto mai frenetiche. Al Pg Piero Tony, subito dopo l’arresto di Vanni, la procura fa arrivare un voluminoso fascicolo. Esso contiene nuove prove raccolte a carico di Pietro Pacciani che nel frattempo, nelle carte dei magistrati, si è trasformato: non è più, come Vigna e Canessa hanno sostenuto per anni ed anni, un serial killer solitario. E’ diventato il coequipier di un vero gruppo di mostri. E il fascicolo contiene anche una grande novità: sono spuntati all’improvviso, anche in questo caso dopo anni e anni di silenzio, ben quattro testimoni, di cui due addirittura oculari. I loro nomi sono segreti, per tutti, persino per Tony e i giudici della corte d’assise d’appello. Nel fascicolo sono indicati con le lettere dell’alfabeto greco: alfa, beta, gamma e delta. La procura chiede che la corte li ascolti. Ma la corte si rifiuta di bloccare un processo di fronte a delle lettere dell’alfabeto, puranche greco. E quindi si ritira e delibera l’assoluzione di Pacciani.

Il gioco qui si fa doppio: perché una procura arriva a proporre ad una corte d’assise d’Appello di fermare un processo per ascoltare dei testimoni di cui non si conosce nulla, neppure il vero nome? Per farsi dire di no, anche perché se la corte avesse detto sì, li ascoltiamo, i quattro “nuovi” testimoni, prostitute e alcolisti, sarebbero divenuti impresentabili e bruciati per il futuro.

Il gioco è quindi molto sottile: per la procura di Firenze Pacciani è il vero mostro di Firenze. Su questo non si discute. Di fronte alla sua assoluzione, non resta che alzare il tiro: trsformare il mostro di Firenze in mostri di Firenze, tirare in ballo la “cooperativa di mostri”, cioè, appunto, i “compagni di merende”.

La vulgata vuole che l’inchiesta bis sui delitti del mostro cominci il 15 ottobre 1995, quattro mesi prima della strannunciata assoluzione di Pacciani (nessuno che si intenda un po’ di giustizia, visto l’andamento del processo di primo grado, poteva negare l’assoluzione di Pacciani in appello): quel giorno arriva al vertice della squadra mobile di Firenze Michele Giuttari. Il suo compito è uno solo: riesaminare tutto l’immenso incartamento sui 16 delitti del mostro allo scopo di trovare qualcosa per meglio incastrare Pacciani.

Giuttari si mette alla scrivania e “scopre” alcuni testimoni “dimenticati” dell’inchiesta, testi non verbalizzati all’epoca dei delitti che riemergono a nove, dieci anni dai fatti con una memoria lucidissima, capaci di riconoscere il Pacciani, di cui vedono a ripetizione, proprio a ridosso delle loro nuove tesimonianze, foto e immagini televisive.

Da Pacciani a quelli che vengono considerati i suoi amici il passo è breve. Sotto la lente d’ingrandimento di Giuttari finiscono Mario Vanni e Giancarlo Lotti, il primo già ascoltato nel processo di primo gardo, entrambi alcolisti, deboli di mente, soprattutto il secondo, detto Katanga, un po’ lo scemo del paese di San Casciano, facilmente suggestionabile.

Giuttari segue un suo personalissimo filo di Arianna e dai “compagni di merende” di Pacciani arriva alle donne, quasi tutte prostitute, che i due frequentavano. Entrano così in scena le “donne di vita” Filippa NicolettiGabriella GhiribelliMaria Antonietta Sperduto, personaggi dalla vita grama e tormentata, alcoliste all’ultimo stadio e una non prostituta, la nipote di Vanni, Alessandra Bartalesi, in qualche modo legata a Lotti. Sullo sfondo fanno la loro apparizione anche un sedicente mago, Salvatore Indovino, e un protettore, Norberto Galli.

Questa corte dei miracoli, impresentabile in qualsiasi seria aula di giustizia, rappresenta le fondamenta su cui il superinvestigatore Giuttari finisce con il poggiare la sua inchiesta, fino a quando lo stesso Lotti comincerà a raccontare la “sua” storia dei delitti dei mostri di Firenze, Pacciani e Vanni, che massacravano le coppiette (non tutte però perché il racconto di Lotti comincia dal quarto duplice omicidio, trascurando i precedenti tre), mentre lui, “Katanga” guardava o al più vi partecipava attivamente perché ricattato dai segreti omosessuali condivisi con Pacciani.

Per Giuttari, la quadratura del cerchio diventa perfetta quando Lotti comincia a raccontare i particolari dei vari delitti proprio come sono raccontati nei verbali di questura. Il bello è che Lotti non aggiungerà mai un particolare in più che poteva conoscere solo lui. Se “a” è uguale ad “a” poco importa che “a” si conosca già.

La parte incredibile di questo immenso errore giudiziario è che in ben tre gradi di giudizio – nonostante le perplessità della pubblica accusa nel processo di Appello ai “compagni di merende” che arriva a chiedere l’assoluzione di Mario Vanni – gli imputati Vanni e Lotti vengano sempre condannati, anche Lotti che dopo anni ed anni di vita fatta di stenti ora, da “collaboratore di giustizia”, si gode i suoi ultimi anni di vita (morirà nel 2004) con una casa, pranzo e cena assicurati e anche un ruolo da protagonista.

LA FANTASIOSA INCHIESTA
DEL POLIZIOTTO-“SCRITTORE” MICHELE GIUTTARI
di Nino Filastò

LA CONSULENZA TECNICA SU GIANCARLO LOTTI