1962: IL DELITTO DEL BITTER

fiction

Immaginate di ricevere per posta un pacchetto proveniente da Milano con dentro una vecchia scatola di biscotti piena di segatura che protegge una bottiglietta di vetro chiusa con un tappo di sughero. Incollata sul vetro un’etichetta con la marca di un analcolico. Dentro la scatola c’è anche una lettera di accompagnamento senza intestazione che dice: “Caro signore, poiché avremmo intenzione di lanciare sul mercato questo nuovo aperitivo, offrendole la rappresentanza nella sua zona, ci permettiamo di disturbarla con l’invio di un campione. Provi ad assaggiarlo. Un nostro incaricato verrà a trovarla per conoscere il suo parere. Vogliamo sapere se è di suo gusto e se lo ha trovato gradevole al palato”. Segue, come firma, uno scarabocchio.

Bene. Immaginate che questo accada a voi. Cosa fareste? Gettereste il tutto nel secchio della spazzatura? Oppure, incautamente, assaggereste il contenuto della bottihglietta?

Sappiamo ciò che accadde, molti anni fa, a Tranquillo Allevi, commerciante di formaggi, allettato dalla promessa rappresentanza di quel misterioso prodotto. Tranquillo, forse in preda ad una certa eccitazione, lo assaggiò assieme a due amici. Lui morì avvelenato. Gli altri, a stento, si salvarono.

Per i giornali dell’epoca quello fu il delitto del bitter. Avvenne ad Arma di Taggia (Imperia), il 25 agosto 1962. Traquillo Allevi morì alle 22.40 di quello stesso giorno in preda ad atroci dolori. Assieme a quell’analcolico aveva ingerito anche una buona dose di stricnina. Ma chi poteva avergli spedito quella micidiale bottiglietta?

Se Tranquillo Allevi è la vittima, il colpevole va cercato nell’ambiente che gli ruota attorno, ma che, soprattutto, ruota attorno a sua moglie, Renata Lualdi, molto più giovane di lui, una biondina graziosa, piccola e snella che, quanto mai vivace, non aveva mai disdegnato le attenzioni di altri uomini.

La storia che culminerà nel delitto del bitter comincia qualche anno prima a Morghengo, in provincia di Novara. E’ lì che Tranquillo e Renata vivono. Lui, originario di Pavia, fin da ragazzo si era trasferito nel comune piemontese dove a lungo aveva gestito una tenuta con 150 capi di bestiame. Renata, che aveva giù come amante un uomo sposato, era la fidanzata del fratello a cui Tranquillo, per così dire, l’aveva “soffiata”. Ai dissapori familiari erano subentrati, ben presto, tracolli finanziari. E così, da poco tempo, Tranquillo e Renata avevano cambiato aria: meglio la riviera ligure di ponente dove Tranquillo aveva ricominiato da capo, con il commercio di burro e latticini.

A Tranquillo l’idea di lasciare Morghengo era venuta anche per allontanare Renata da uno dei suoi tanti amori: Renzo Ferrari, medico veterinario di un paese vicino, Barengo, un benestante, scapolo d’oro, amante delle belle auto e della bella vita.

Del legame che esiste tra Renata e Renzo, in paese, sono a conoscenza. Un amore nato in cascina, quando lui, il dott. Ferrari, va a visitare le bestie dell’allevamento di Traquillo. Anche lui sa delle scappatelle della moglie, ma quella con il “dutur” non è una scappatella è una vera relazione e questo lo infastidisce. Renata e Renzo, d’altronde, sono travolti da una passione bollente: si amano ovunque, nel fienile, sul greto del fiume, a casa di lui, ma anche a casa di lei. Minacce, dispetti di Tranquillo all’amante della moglie, fino alla fuga da Morghengo.

Renata segue il marito e ad Arma di Taggia e in quattro e quattro otto si fa un altro amante, un amico del marito. Ed ecco che il bel Renzo, il dottore, dopo vari tentativi per tornare con la sua amata Renata, escogita il delitto perfetto: un pacchetto con dentro una bottiglietta avvelenata indirizzato a Tranquillo.

Per il tenente dei carabinieri di Sanremo Teobaldi scoprire l’assassino è un gioco da ragazzi. Sono tante le tracce che il dott. Ferrari ha lasciato dietro di sé. Intanto il timbro postale su quel pacchetto che corrisponde al giorno in cui Ferrari è stato a Milano. Poi le fiale di stricnina che il veterinario ha comprato nella farmacia di un paese vicino. Ed infine la macchina da scrivere con la quale è stata scritta la letterina di accompagnamento, cioè la trappola in cui Tranquillo Allevi è caduto.

Nonostante la di indizi che lo accusa, Ferrari negherà sempre di aver commesso quel delitto.

Processato in primo grado nel marzo del 1964 per omicidio e duplice tentato omicidio ebbe una pena di 30 anni di reclusione. I giudici derubricarono il duplice tentato omicidio in lesioni colpose. Lei, Renata, al dibattimento partecipò come fosse una sfinge, non mostrando mai la minima emozione.

Ferrari negherà ancora le sue colpe anche in Appello e perfino in Cassazione (maggio 1967), giudizi che trasformeranno nell’ergastolo la sua condanna definitiva.

Nel 1986, quando Ferrari avrà compiuto 65 anni, arriverà per lui la grazia presidenziale. Morirà due anni dopo di ictus cerebrale nella sua Barengo. E Renata? Rimarrà a vivere ad Arma di Taggia. Per vivere, a lungo farà la baby sitter.

L’INDIFFERENTE
(Oriana Fallaci)