IL TESTIMONE Le due versioni di un testimone oculare

testimonefoto

Il nome del contadino Mario RONCHI compare per la prima volta nei dispacci delle agenzie ANSA e AGI, poche ore dopo la caduta dell’I-SNAP, ma l’intervista completa all’agricoltore viene pubblicata sul Corriere della Sera del mattino successivo, domenica 28 ottobre, in un articolo firmato dal capo servizio di cronaca Franco DI BELLA.

DI BELLA riferisce ai lettori del Corriere che “… l’agricoltore Mario RONCHI, abitante alla cascina Albaredo, aveva terminato da poco la cena quando unrumore, come di tuono l’aveva richiamato sull’aia. “Mi era parso strano quel tuono – ha detto il RONCHI -, perché anche se pioveva non mi pareva tempo da nubifragio. Così son corso sull’aia e ci sono rimasto, con una paura tremenda. Il cielo era rosso, bruciava come un grande falò, e le fiammelle scendevano tutte attorno. Sulle prime ho pensato ad uno incendio, poi ho capito che doveva trattarsi di un aeroplano. Si era incendiato e i pezzi stavano cadendo ora sui prati, sotto l’acqua. Mi sono infilati gli stivaloni, ho afferrato una lampada e sono corso verso il luogo in cui il fuoco era più grande e faceva più paura. Pensavo di poter soccorrere qualcuno, ma mi sbagliavo. I passeggeri erano bruciati, dovevano essere tre o quattro, non si capiva bene. sono corso subito ad avvertire i carabinieri di Landriano e ho guidato sul posto il brigadiere con i suoi uomini …”.

Franco DI BELLA, sentito quale persona informata sui fatti l’11 gennaio 1995, ricorda di non essersi recato personalmente a Bascapè, ma di aver scritto il pezzo sulla base delle indicazioni fornitegli dal collaboratore Fabio MANTICA, inviato sul posto insieme ad Arnaldo GIULIANI.

Fabio MANTICA e Arnaldo GIULIANI confermano al pubblico ministero quanto riferito da Franco DI BELLA.

Il primo precisa di aver effettivamente, “sentito delle persone che raccontavano di aver udito o visto qualcosa”, ma di non avere specifica memoria del RONCHI. Egli aggiunge, peraltro, che “… è molto probabile che l’intervista … sia stata fornita [a DI BELLA] proprio da me, ma in ogni caso non ne ricordo il tenore. Devo peraltro rilevare che se fui io a raccogliere l’intervista a Mario RONCHI e se io non feci osservazioni in merito all’articolo del mio caposervizio DI BELLA – e ricordo di non averne fatte – ciò sta a significare che il testo della mia intervista era stato riportato fedelmente …”.

Arnaldo GIULIANI (v. infra il 2.1.6), ricordando di essersi recato a Bascapè con Fabio MANTICA, rammenta che in redazione si era discusso a lungo del contadino Mario RONCHI, il quale aveva riferito “di aver visto una palla di fuoco in cielo e, comunque, delle fiamme per aria”.

Mario RONCHI viene formalmente sentito per la prima volta il 29 ottobre 1962, dal maresciallo Augusto PELOSI, comandante della stazione carabinieri di Landriano. Non ha visto e sentito nulla di quanto aveva invece riferito solo due giorni prima a Fabio MANTICA del Corriere della Sera, anzi non era nemmeno in cascina, ma in paese o per strada e, comunque, a bordo di un rumoroso trattore che, neanche volendo, gli avrebbe consentito di sentire “… quel tuono …”: ” Verso le ore 19,15 del 27 andante, a bordo di trattore agricolo, facevo ritorno da Bascapè alla cascina Albaredo, tra le cui località intercorre circa un chilometro. Preciso che a Bascapè, prima di riprendere la via di ritorno ho atteso mia figlia che rincasava da Melegnano con autocorriera proveniente da Melegnano ed è in arrivo alle ore 19,00 in Bascapè.
A circa 300 metri prima di giungere alla mia abitazione notavo che nelle vicinanze di essa, nell’aperta campagna, si era sviluppato un incendio con proporzioni gigantesche. Mia madre mi raccontava del rumore prima udito e quindi tentavo di avvicinarmi al luogo della sciagura, impossibilitato dalle fiamme, buio intenso e dalla pioggia. A prima vista nei pressi non notavo vittime dell’apparecchio e quindi ho deciso di recarmi a Bascapè in bicicletta per chiedere aiuto e sincerarmi di che cosa effettivamente si trattasse, e ciò anche perché temevo che l’incendio prima notato si poteva attribuire a cataste di legna molto frequenti in questa campagna.
Ritornavo da Bascapè in compagnia di varie persone e dopo qualche ricerca potevamo effettivamente constatare che si trattava di un apparecchio caduto. Mentre altre persone si accingevano alla ricerca nei pressi della caduta dell’apparecchio, io mi recavo nuovamente a Bascapè a telefonare ai carabinieri di Landriano. Dalla cascina Albaredo a Bascapè vi è circa 1 km di strada a fondo naturale e in pessime condizioni di viabilità.

A.D.R. Prima dei fatti sopra riportati forse anche a causa del rumore prodotto dal trattore agricolo su cui viaggiavo, e forse anche a causa dell’abitualità a cui sono sottoposto ai rumori dei motori di aerei che transitano in elevato numero sulla mia abitazione, non ho udito rumori di motori aerei in forma eccezionale …”.

Il giorno successivo Mario RONCHI sottoscrive per la Commissione Ministeriale di Inchiesta una dichiarazione in cui ribadisce le stesse circostanze riferite al maresciallo PELOSI, avendo cura di precisare che “… a causa delle condizioni atmosferiche avverse (pioggia) intensa oscurità e del rumore prodotto dal trattore sul quale viaggiavo, pur essendo stato il primo ad accorrere sul luogo dell’incidente nulla ha attirato la mia attenzione prima del momento in cui scorsi le fiamme…”.

Nel marzo 1963 il settimanale SECOLO XX, diretto da Giorgio PISAN, inizia la pubblicazione di un servizio in tre puntate a cura di Fulvio BELLINI, dal titolo “Enrico MATTEI è stato assassinato”. In tale servizio si sostiene che l’aereo di MATTEI è esploso in aria e a conferma di tale tesi – tra l’altro – vengono riprese le dichiarazioni rilasciate dal RONCHI al cronista del Corriere della Sera. Rileva peraltro l’articolista che “oggi” il RONCHI “… se interrogato, … sostiene addirittura di non essersi trovato in casa al momento della tragedia, ma di aver saputo tutto solo più tardi, tornando alla cascina da Bascapè. E’ lecito o no domandarsi per quali motivi e per conto di chi il RONCHI evita di raccontare la verità su quanto vide la sera del 27 ottobre? …”.

Lo stridente contrasto, evidenziato da Fulvio BELLINI, induce i Carabinieri di Pavia ad inviare al magistrato una nota titolata “notizie allarmistiche diffuse dalla stampa circa la morte dell’on. Enrico MATTEI” nella quale, dopo avere – tra l’altro – sottolineato che il RONCHI “non aveva nemmeno udito il rumore dell’esplosione [sic] in quanto trovavasi alla guida di un trattore agricolo”, invitano l’autorità giudiziaria ad “adottare” i provvedimenti opportuni “nei confronti del redattore del periodico in questione”, assicurando contemporaneamente che “non sono emersi altri dati che possano avvalorare l’ipotesi di un fatto doloso”.

Tale documento potrebbe forse solo far sorridere se l’ufficiale che l’ha firmato, il tenente Benito Antonio D’ERRICO, non avesse successivamente dichiarato al magistrato di ricordare “bene che c’era stata una persona che aveva riferito di aver udito un botto prima dello schianto di un aereo” e che “della questione se ne interessò il maresciallo PELOSI”.

Pur con versioni spesso diverse, Mario RONCHI ribadisce comunque, nella sostanza, di non aver visto e sentito nulla, anche davanti al pubblico ministero il 4 maggio 1963, il 16 gennaio 1995, il 16 gennaio 1997 e davanti alla polizia giudiziaria delegata il 1 settembre 1997.

Che Mario RONCHI non abbia visto e sentito nulla e che non fosse neanche nei pressi della cascina al momento della caduta dell’aereo, è comunque smentito da numerose e consistenti fonti di prova.

LE MENZOGNE DI Mario RONCHI

Mario RONCHI, dopo aver rilasciato interviste alla RAI, ai cronisti del Corriere della Sera e del Giornale di Pavia, all’inviato de L’Ora, e dopo aver raccontato ciò che ha visto e sentito agli amici e informalmente ai carabinieri, nella giornata del 28 ottobre 1962 “decide” di raccontare cose diverse e mantiene fermo tale proposito sino a oggi. Analogo comportamento viene tenuto dai familiari del contadino.

Il contrasto viene colto nel 1963 dal settimanale Secolo XX diretto da Giorgio PISAN, ma viene presto dimenticato.

Solo nel 1970 Salvatore D’AGATA ripropone su Il Messaggero la inspiegabile vicenda del colono della cascina Albaredo: “Pavia, 12 novembre – … l’agricoltore Mario RONCHI quella drammatica sera non esitò a raccontare di aver visto l’aereo scoppiare in aria e Franco DI BELLA, sul Corriere della Sera, scrisse senza titubanza che l’uomo gli aveva raccontato: <<Il cielo era rosso, bruciava come un grande falò, le fiammelle scendevano tutto attorno. Sulle prime ho pensato a un incendio, poi ho capito che doveva trattarsi di un aeroplano. Si era incendiato e i pezzi stavano cadendo ora sui prati sotto l’acqua>>.
Ma il tre ottobre in un ufficio dell’aeroporto di Milano Linate dove si era installata la commissione d’inchiesta presieduta dal gen. Ercole SAVI, Mario RONCHI fece tutte altre dichiarazioni, disse che verso le 19, quando l’aereo precipitò stava tornando alla cascina Albaredo, col suo trattore agricolo. Veniva da Bascapè distante circa un chilometro.
E cominciò: <<Circa 300 metri prima di giungere alla mia abitazione notavo nelle sue vicinanze un incendio di forti proporzioni. Mia madre mi raccontava di aver sentito poco prima un forte rumore, quasi un sibilo. Ritenuto che si trattasse di un incidente aereo ho deciso di recarmi a Bascapè in bicicletta in cerca di aiuto allo scopo di poter accertare di che cosa si trattasse>>. E poi, per non lasciare dubbi: <<Ritengo di dover far presente che a causa delle condizioni atmosferiche avverse (pioggia intensa, oscurità) e del rumore prodotto dal trattore sul quale viaggiavo, pur essendo stato il primo ad accorrere sul luogo dell’incidente nulla ha attirato la mia attenzione prima del momento in cui scorsi le fiamme>>.
Insomma, niente più nel cielo rosso, niente più grande falò, niente più fiammelle che scivolavano verso terra. Il giorno 28 ottobre 1962, cioè 2 giorni prima che l’agricoltore fosse ascoltato dalla commissione SAVI, un altro servizio del Giornale di Pavia … diceva fra l’altro: <<I coniugi RONCHI che abitano il cascinale vicino al luogo della disgrazia affermano che prima di precipitare il bireattore ha compiuto diversi giri sulla zona>>. E’ evidente che anche questa affermazione, fatta la sera della tragedia, non si concilia in alcun modo con le successive dichiarazioni rese alla commissione d’inchiesta.
Se i coniugi RONCHI avevano visto l’aereo compiere <<diversi giri sulla zona>>, come mai l’agricoltore aveva poi finito per dichiarare davanti alla commissione d’inchiesta che niente aveva attirato la sua attenzione prima che scorgesse le fiamme? E come mai una così radicale divergenza con il racconto raccolto dall’inviato del Corriere della Sera? Mario RONCHI risponde a questi interrogativi in piedi davanti alla cascina Albaredo che non ha mai abbandonato.
Dice che quando l’aereo di MATTEI precipitò, lui era a Bascapè, in piazza, vicino a un negozio di macellaio. E che seppe solo a casa, dalla moglie e dalla sorella <<che era caduto un aereo dove si vedevano le fiamme>>. Ma alla commissione d’inchiesta non dichiarò di aver visto l’incendio 300 metri prima di arrivare alla sua cascina? <<Ma che contraddizione!>>, replica duro. E come mai raccontò ben altro al giornalista del Corriere? L’agricoltore rievoca: <<Lui mi chiese se ero stato in guerra, io gli risposi che ero stato in Russia. E allora lui mi chiese se, quando l’aereo era caduto, era avvenuto come quando vedevo scoppiare le bombe in Russia. Io senza pensarci troppo dissi sì, niente altro, solo questo>>. Resta da capire come abbia fatto Mario RONCHI a dire che era stato come se fosse scoppiata una bomba, quando adesso sostiene di non aver visto nulla, solo l’aereo già a terra, a pezzi …”.

2.1.25 Mario RONCHI VIENE PRELEVATO E ACCOMPAGNATO NELLA SEDE DELLA SNAM

È dunque assolutamente evidente che dopo il 27 ottobre 1962 avviene qualcosa che induce Mario RONCHI e la sua famiglia a negare ciò che essi hanno realmente percepito e già raccontato a diverse persone, tra le quali i cronisti del telegiornale RAI, del Corriere della Sera, del Giornale di Pavia, l’inviato de L’ORA e i carabinieri che cercano testimoni oculari.

È altrettanto evidente che la decisione di mentire è motivata da ragioni talmente convincenti da indurre Mario RONCHI e la sua famiglia a persistere ancora oggi nella menzogna, nonostante la irrilevanza penale di falsità ormai prescritte e il concreto rischio di sanzioni penali per le dichiarazioni non veritiere confermate oggi al magistrato.

Un episodio sconcertante, ma che spiega tale pervicacia, è stato solo recentemente raccontato dallo stesso contadino di Bascapè: “… il giorno successivo all’incidente aereo, alcuni dipendenti della SNAM mi hanno accompagnato a San Donato Milanese, in un ufficio che credo fosse la sede della SNAM. In tale ufficio sono stato interrogato su quanto avevo visto la sera precedente … Ribadisco di essere stato interrogato da questi signori della SNAM, ma non posso dire con chi ho parlato e quali qualifiche rivestissero all’interno della SNAM, perché non me lo ricordo … Non ricordo chi è venuto a prendermi, so solo che era della SNAM … non ricordo su quale mezzo sono salito per raggiungere San Donato e nemmeno ricordo quanto è durato il colloquio nell’ufficio di cui sopra …”.

Pur tra le evidenti reticenze, si tratta dell’unico fatto – del tutto anomalo, mai emerso e assolutamente inquietante – verificatosi nel breve lasso di tempo tra le prime dichiarazioni rilasciate da Mario RONCHI, la stessa sera del 27 ottobre e le menzogne che il contadino ha iniziato a raccontare dal pomeriggio del 28 ottobre, in tempo per essere pubblicate sui giornali del mattino successivo.

2.1.26 IL PREZZO DEL SILENZIO: LE IPOTESI DI Fulvio BELLINI

C’è chi ha ipotizzato quale abbia potuto essere il prezzo del silenzio del RONCHI e chi possa avere pagato tale prezzo. Fulvio BELLINI, riprendendo e ampliando l’inchiesta pubblicata in tre puntate nel 1963 su Secolo XX, nel 1970, scrive: “Intorno alla testimonianza di Mario RONCHI si creò ben presto una sconcertante atmosfera da romanzo giallo. Interrogato da noi, alcuni mesi dopo la tragedia, il RONCHI negò decisamente di essere stato testimone della fine dell’”I-SNAP”.
Non solo: per meglio dimostrare il suo asserto, dichiarò che nel momento in cui l’aereo di MATTEI si disintegrava (ore 19 del 27 ottobre 1962) egli non si trovava neppure alla cascina Albaredo, essendo andato a Bascapè col trattore. Con ciò smentiva anche il rapporto dei carabinieri di Landriano nel quale si specificava che era stato proprio lui, Mario RONCHI, ad avvertirli dell’avvenuta catastrofe. Cosa può essere successo tra il novembre ‘62 e il febbraio ‘63, per spingere un uomo equilibrato come il RONCHI a negare dei fatti irrevocabilmente fissati in un numero del Corriere della Sera e in un rapporto dell’Arma? Non lo sappiamo. Sappiamo soltanto che in quel periodo la SNAM (nuovo presidente Eugenio CEFIS) costruì GRATIS sul terreno del RONCHI una strada. Perché?”.

Ancora nel 1995, davanti al magistrato, Fulvio BELLINI ribadisce quanto aveva scritto nel 1970, e di ciò dà conferma Giorgio PISAN.

2.1.26.1 LE AMMISSIONI DI Mario RONCHI

Lo stesso Mario RONCHI sostanzialmente ammette di aver ricevuto dei benefici dalla SNAM, pur cercando di minimizzarne l’entità: “… Dopo che avevo chiesto per anni l’allaccio della corrente elettrica al proprietario del fondo che io conduco, la corrente mi è stata portata qualche tempo dopo dalla morte di MATTEI … Non ho mai ricevuto alcun vantaggio o denaro, né io né i miei parenti. Anzi, devo dirle che la SNAM ha realizzato la strada che porta al sacrario. La strada peraltro non è la mia, anche se io ne traggo un vantaggio in quanto prima la strada non era sempre carrozzabile.
Devo anche dirle che la SNAM mi dava 100.000 lire all’anno come mancia o come retribuzione in cambio della sorveglianza che io offrivo al sacrario. Io tagliavo anche l’erba. Successivamente abbiamo stipulato un regolare contratto per cui mi davano circa 800.000 lire l’anno per la pulizia e il taglio dell’erba nel recinto SNAM.
Ricordo che la proposta di fare qualcosa in cambio di queste somme mi era stata fatta da alcuni geometri della SNAM. Ne ricordo alcuni nomi: RAIA, BONFIGLIOLI e altri di cui non ricordo il nome. Ho costruito la nuova casa in quattro cinque anni. I lavori hanno avuto inizio molti anni addietro. E’ vero quello che lei mi dice che io avevo acquistato il terreno ove io ho costruito la casa: l’acquisto avvenne circa 30 anni fa … Avevo delle case a Cesano Boscone che ho venduto. Prima avevo acquistato un terreno non fabbricabile da tale DEPONTE di Bascapè poi trasferitosi a Melegnano, gli avevo già dato un assegno di lire 500.000 ma il suolo non era edificabile e il DEPONTE mi ha quindi restituito l’assegno. Quindi mi sono rivolto al signor GRASSI che era il proprietario del fondo condotto da PREDA per una somma che non arrivava un milione pagato con un assegno”.

2.1.26.2 Giuseppe CATTANEO, CONTABILE DELLA SNAM

Giuseppe CATTANEO, all’epoca responsabile dell’ufficio contabilità della SNAM, conferma anche egli l’interessamento della SNAM in favore del contadino di Bascapè: “… ero a conoscenza del pagamento annuale al contadino di Bascapè, del quale non ricordo il nome, per la sorveglianza dell’area commemorativa realizzata in onore di Enrico MATTEI …
Io avevo il compito di provvedere ad autorizzare i pagamenti, in qualità di responsabile dell’ufficio contabilità e questo sino al 1968. Dal 1968 in poi, sono diventato responsabile della manutenzione edile degli immobili di San Donato e quindi dell’area di Bascapè. Infatti, provvedevo a disporre le opere necessarie alla manutenzione dell’area: taglio dell’erba, potatura e sistemazione degli arbusti e delle piante. Per quanto mi risulti, il contadino di Bascapè non effettuava alcun lavoro manutentivo, poiché come ho detto, aveva un compito di pura vigilanza”.

2.1.26.3 Marco RAJA

Marco RAJA, geometra della SNAM: “… Ho conosciuto Mario RONCHI perché ho a lungo frequentato Bascapè e la Cascina Albaredo in occasione dei lavori. Il RONCHI non mi ha mai spiegato cosa aveva visto, egli cercava di essere evasivo e, comunque, mi sembrava impaurito. Non voleva andare sul discorso della caduta dell’aereo. Non so se fosse a causa della timidezza tipica della gente di campagna. Non so dirle di risarcimenti SNAM a favore del RONCHI, le posso solo dire che la SNAM inghiaiò la strada del RONCHI, che era peraltro consorziale, e versava allo stesso RONCHI un piccolo compenso per il taglio d’erba e dell’irrigazione del memoriale. Alcuni anni dopo il RONCHI chiese alla SNAM di far assumere la figlia; la SNAM non vi provvide”.

2.1.26.4 Giovanna RONCHI VIENE ASSUNTA DALLA “PRO.DE S.P.A.”

Ma vi provvide la “PRO.DE s.p.a” (poi GE.DA s.p.a), direttamente riconducibile al presidente della SNAM Eugenio CEFIS, anche attraverso il fratello Adolfo. Nel febbraio 1969 la PRO.DE assume Giovanna RONCHI e la mantiene alle dipendenze per sedici anni, nonostante che le sue assenze dal lavoro avessero superato il tetto di 180 giorni e che, per tale ragione, il 31 maggio 1982 fosse stata predisposta, e firmata da Adolfo CEFIS, una lettera di licenziamento che non fu mai inviata.
Successivamente, Giovanna RONCHI si dimise. Dice Giovanna RONCHI: “…Successivamente la SNAM ha realizzato la strada e sistemato l’area ove è caduto l’aereo. Quelli della SNAM hanno dato a mio papà il compito di tenere pulito il giardino in cambio di un importo che io non conosco”. “… Ho iniziato a lavorare per la ditta GEDA di Milano all’età di vent’anni e cioè nel 1969 circa. Sono rimasta per sedici anni e mi sono licenziata a seguito di un esaurimento. … Il lavoro presso la GEDA me lo ha trovato mia mamma tramite la sorella del Sindaco credo di Bascapè … Non ricordo assolutamente chi erano i miei capi, né chi era il padrone dell’azienda … Ora che me lo dice effettivamente ricordo che CEFIS era uno dei capi, con il quale non ho mai avuto contatti diretti. … i capi erano molto buoni e comprensivi perché nel periodo iniziale del mio esaurimento più volte mi sono assentata dal lavoro in malattia e più volte sono stata ripresa fino alla mia ultima decisione di licenziarmi … perché mi sembrava di approfittare troppo della disponibilità dei capi perché ero sempre in malattia. Mi sembra di ricordare Alberto MAFFEI come uno dei dirigenti della PRODE, se non ricordo male, dalla quale poi è nata la GEDA S.p.A.. Tale MAFFEI mi sembra che mi avesse fatto il colloquio per l’assunzione …”.