SERGIO CASTELLARI un omicidio che parla.

Castellari

A volte la morte di un uomo può raccontare molto di più della sua stessa vita.

Il cadavere di Sergio Castellari, 61 anni, consulente di grandi imprese, ex direttore generale del ministero delle Partecipazioni Statali, trovato il 25 febbraio 1993 sulle colline di Sacrofano, vicino a Roma è un cadavere che parla, che racconta, addirittura che ammonisce.

Per capire la morte di Castellari e soprattutto i messaggi che quella morte indirizzava a chi quei messaggi poteva chiaramente recepire bisogna calarsi nel clima di quel lontano 1993, lontano, soprattutto, per l’aria che tirava in quell’anno: l’ansia purificatrice di un’inchiesta giudiziaria denominata “mani pulite” nello sfacelo della corruzione generalizzata chiamata Tangentopoli.

Cominciamo dalla fine: dal momento in cui il cadavere di Sergio Castellariviene trovato al termine di una battuta a tappeto condotta, nei dintorni della parte settentrionale della capitale, da un vasto dispiegamento di forze. A cercarlo – su segnalazione del figlio che non ne ha notizie da cinque giorni – sono agenti di polizia a piedi, reparti cinofili, reparti a cavallo, perfino l’equipaggio di un elicottero, tutti agli ordini del capo della squadra mobile di Roma, Rodolfo Ronconi.

Castellari è scomparso. L’ultima volta è stato visto il 18 febbraio: il pranzo in un ristorante, la consegna di alcune lettere ad un amico e poi più nulla. Il vuoto.

Il corpo senza vita dell’uomo viene trovato su una collinetta, in una zona isolata tra le campagne che circondano Roma. E’ sdraiato sulla schiena in una posizione innaturale: le gambe, distese, sono incrociate; il braccio sinistro piegato sul petto, dalla mano mancano due dita; quello destro è allungato sul terreno, con la mano aperta e le dita leggermente flesse. Tra le gambe ha il mozzicone di un sigaro. Accanto al cadavere una bottiglia di whisky semivuota. In testa il buco di una pallottola. Una parte del volto non c’è più.

Ma il particolare più curioso è che l’arma che lo ha ucciso – una Smith & Wesson cal. 38 con la canna da due pollici, una pistola a tamburo – è infilata nella cintura dei suoi pantaloni con il cane rialzato e dal tamburo manca un bossolo. Una morte ordinata la sua: come se Castellari, dopo essersi sparato al cervello, provocandosi una fine fulminante ed istantanea, abbia avuto tutto il tempo di rialzare il cane e riporre l’arma alla cintola.

Ma i particolari sensazionali non sono finiti: sulla bottiglia di whisky non c’è la minima traccia di impronte, il vetro è stato accuratamente ripulito e, inoltre, sul mozzicone del sigaro ci sono tracce di saliva femminile. Nell’auto dell’uomo, trovata poco distante, c’è, però, un biglietto autografo con scritto. “Non desidero che nessuno, tranne i imiei familiari, sia presente al mio funerale. Voglio essere tumulato a Sacrofano”.

Insomma, gli elementi per un’indagine approfondita sulla morte di Castellari ci sono tutti. Eppure, in quattro e quattro otto, il caso viene archiaviato come suicidio.

Sergio Castellari è il primo di tre cadaveri di cui è disseminata un’inchiesta giudiziaria, nata a Milano ed in parte, solo una piccola parte, finita a Roma. L’inchiesta è stata chiamata dai giornali: la “madre di tutte le tangenti”. E’ l’inchiesta sulle maxi-tangenti dell’Enimont nell’ambito della quale, nell’estate di quello stesso anno, si verificheranno altri due “suicidi” eccellenti e piuttosto misteriosi: quello dell’ex presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari e quello di Raul Gardini, patron del gruppo Ferruzzi, anima e cuore delgruppo Montedison.

Ma che c’entra Castellari con l’inchiesta Enimont?

La storia è piuttosto lunga, complicata ed intricata e per questo la raccontiamo qui sotto. Per ora basti sapere che un troncone dell’inchiesta sui soldi dell’Enimont, finita a quasi tutti i partiti politici italiani (per l’esattezza tutti, tranne Alleanza nazionale a destra e Rifondazione comunista a sinistra) è di competenza della procura di Roma, il cosidetto “porto delle nebbie” della magistratura italiana dove ogni inchiesta che riguardi il potere si arena e dove ilsostituto procuratore Orazio Savia ha messo nel mirino proprio Castellari.

Il 15 febbraio 1993Savia ha fatto perquisire dalla Guardia di Finanza la sua abitazione e quella della moglie ed ha trovato carte che avrebbero dovuto essere nel suo ex ufficio al ministero. L’accusa è di “violazione di custodia delle pubbliche cose”. Castellari si difende, sostenendo che quelle sono solo fotocopie di documenti utili al suo lavoro di consulente e mette in moto il suo legale, l’avvocato Luigi Di Maio, che ottiene che il suo assisito venga ascoltato dal procuratore aggiunto Torri. La vicenda sembra chiusa:Castellari, interrogato da Torri, dà ampie spiegazioni. Ma non è così.Castellari, nonostante le rassicurazoni del suo avvocato, teme di essere arrestato.

La mattina del 18 febbraio, giorno in cui Castellari scompare, per l’ex direttore delle Partecipazioni statali comincia una giornata piena di impegni: alle sette ha un appuntamento con Giulio Andreotti, già ministro, proprio, dellePartecipazioni; alle 13 deve incontrare il suo avvocato e alle 15.30, assieme, sono attesi da Savia per ulteriori spiegazioni.

Castellari incontra Andreotti al quale – riferirà l’avv. Di Maio – intendeva chiedere consiglio poi, attorno alle 11, viene visto nelle vicinanze del palazzo di giustizia dove, pare, incontri qualcuno, un personaggio misterioso. La notte prima, sempre temendo di essere arrestato, non ha dormito a casa, ma da un amico. Poco prima di mezzogiorno Castellari torna nella sua villa di Formello, poi si ferma al ristorante Il Castagneto dove scrive alcune lettere, alle 14 pranza, poi imbuca le lettere: ha disertato sia l’incontro con il suo legale, dicendogli di essere convinto di un arresto imminente, sia l’appuntamento con Savia. Quindi scompare.

Questa storia ha un colpo di scena. Un colpo di scena ritardato. Il 30 maggio 1997 – Castellari è morto “suicida” o “suicidato” da più di quattro anni – ilsostituto procuratore di Roma Orazio Savia, assieme al costruttore Domenico Bonifaci e al commercialista Sergio Melpignano, finiscono in manette. Le accuse delle procura di Perugia sono gravissime: corruzione in atti giudiziari, appropriazione indebita, false comunicazioni sociali e reati fiscali. L’ipotesi è che il magistrato Orazio Savia abbia ricevuto soldi e favori pe sottrarre al pool di Milano l’inchiesta sulla super tangente Enimont, portarla a Roma e farle avere una conclusione favorevole agli imputati. In questo quadro l’arresto di Castellari sarebbe servito a convincere l’allora procuratore Vittorio Mele a prentendere che l’inchiesta milanese finisse nella capitale, per approdare proprio nel “porto delle nebbie”. Savia chiederà il patteggiamento e sarà condannato ad un anno e quattro mesi di reclusione, con sospensione della pena e non mezione della condanna.

E il “suicidio” di Castellari? L’inchiesta sulla sua morte è ormai da tempo archiviata.

Castellari si sarebbe tolto la vita perché disperato, perché terrorizzato, colpevole o innocente che fosse, dall’eventualità di finire in carcere. A convincerlo di questa eventualità è stato forse il misterioso personaggio incontrato il 18 febbraio vicino al palazzo di Giustizia?

E la pistola magica che il morto riesce a infilarsi nella cintola, dopo aver armato il cane? Qualcuno che riesca a spiegare l’inspiegabile lo si trova sempre. Anche di questo diamo conto qui sotto.

E’ il volto sfigurato di Castellari e le due dita della mano sinistra mancanti? Per alcuni investigatori tutto è semplice (vedi un altro “non omicidio”, quello delperito Landi): sono stati animali che si sono nutriti di un cadavere rimasto per cinque giorni in campagna.

E la bottiglia di whiski senza impronte? Una spiegazione, anche in questo caso, si trova sempre: qualcuno ha visto il cadavere e ha toccato la bottiglia, poi spaventato, ha cancellato tutte le impronte.

E il sigaro con saliva femnminile? Forse, chissà, una donna è passata e ha provato a dare un tiro al sigaro mezzo fumato da un cadavere. Siamo al ridocolo. Ma così è. Tutto è possibile? O no?

Secondo noi no.

La fine di Castellari non è affatto misteriosa. Le lettere scritte prima di morire dimostrano che l’ex direttore delle Partecipazioni statali voleva uccidersi.

E’ molto probabile che qualcuno lo abbia intuito e abbia creato una messa in scena tesa ad ingenerare il dubbio (suicidio o omicidio?) proprio per lanciare un messaggio  di terrore a chi – implicato in quella maxi tangente – poteva parlare e non avrebbe dovuto farlo per nulla al mondo: altri grand comis di Stato? Uomini politici? Imprenditori? Magistrati?

Ecco perché il cadavere di Castellari è un cadavere parlante, un cadavere che manda messaggi. Lui si è ucciso, ma poteva essere ucciso, se avesse parlato.

Nella zona grigia, tra gli uomini abituati a mestare nel torbido, qualcuno disposto a scarnificare un volto, tagliare due dita, pulire una bottiglia, infilare una pistola nella cintura di un morto e insalivare un sigaro lo si trova sempre. L’importante è che la macchia dell’inchiesta Enimont non si allarghi più del dovuto.

Altri due tempestivi “suicidi”, quelli di Cagliari e Gardini, provvederanno a che la macchia rimanga ristretta. O quasi.

LA CONTRAZIONE DELL’ULTIMO ISTANTE
Come spiegare l’inspiegabile