L’AFFARE TELEKOM SERBIA Solo un affare di Stato sbagliato?

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L’unica cosa certa è che l’acquisto da parte italiana di quasi un terzo delle telefonia serba – acquisto avvenuto nel giugno del 1997 – fu un affare di Stato sbagliato o, per meglio dire, disastroso.
A testimoniarlo basterebbero le cifre: per il 29 per cento di Telekom Serbia, l’Italia versava nelle casse di Milosevic, prosciugate da sei anni di guerra, 878 miliardi di lire. Basti pensare che appena nel dicembre 2002, la nuova Telecom Italia, ormai privatizzata, restituiva la quota alla Serbia – che nel frattempo di Milosevic si era liberata – per l’equivalente di 377 miliardi e mezzo delle vecchie lire, in parte rateizzate fino alla primavera del 2008. Come dire che per ogni euro speso in Serbia ne ritorneranno in patria solo 43 centesimi. Meno della metà.
Ma l’operazione era stata ancora più complessa: per favorire l’ingresso inTelekom Serbia della compagnia telefonica greca OTE, la STET – società italiana che controllava tuttala telefonia nazionale – aveva anticipato l’intera quota di un altro 20 per cento, pari ad altri 675 miliardi di lire.
In totale, in un giorno solo, l’Italia aveva investito a Belgrado più di 1.500 miliardi. Perché?
C’era poi l’aspetto, diciamo così, politico dell’affare. Ma anche di quello, all’epoca, in pochi fecero caso: a metà del ’97, la pace di Dayton, che metteva fine alla guerra in Bosnia, era stata da poco firmata. Milosevic passava per un amico dell’Occidente, ma in seno alla società serba già maturava quello spirito nazionalistico che avrebbe portato ad un no deciso – ed armato – alle richieste indipententistiche – ed armate – del Kosovo prima. E alla guerra della NATOpoi.
Per tre anni e mezzo quell’affare misterioso – assolutamente disastroso sotto il profilo economico e certamente poco spiegabile sotto il profilo politico – rimane tenacemente nell’ombra: qualche denuncia dei radicali; poche righe sulle pagine dei giornali italiani; un ampio risalto, invece, sulla stampa serba, specie di quella più legata all’opposizione a Milosevic.
E’ solo nel febbraio del 2001 che la bomba Telekom Serbia esplode. E anche questa volta c’è una stranezza da registrare. Non è un inchiesta della magistratura a fare da detonatore, ma un’inchiesta giornalistica. Il quotidiano La Repubblicaspara in prima pagina: “Le tangenti di Milosevic – Telecom in Serbia: il protocolo segreto tra Roma e Milano”. Dentro due pagine documentatissime, fitte di nomi di intermediari, cifre, ma soprattutto conti esteri su cui finisce una tangente di quell’affare, il 3 per cento per l’esattezza, pari a 26 miliardi di lire che lascia Belgrado e torna indietro per finire su due conti esteri. Ma a vantaggio di chi?
Stranezza delle stranezze l’operazione finale, quella che prevede l’effettivo pagamento italiano alla Serbia, non avviene tramite normali movimenti bancari, ma in contanti, con sacchi di juta pieni di marchi e sterline che per arrivare a Belgrado, fanno scalo all’aeroporto di Atene. Il gioco è fatto: forse il senso di quell’affare sta proprio in quei 26 miliardi che tornano a casa.
Anche negli affari, anche nel business più spinto e spregiudicato, quello che conta è la memoria delle cose, il ricordo dei fatti, la loro contestualizzione. E se le domande bastassero a fornire delle risposte, ecco allora una tra le tante domande:
Come mai la STET, chiede al proprio advisor – ossia alla banca svizzera incaricata di stabilire il valore delle quote da comprare – di aumentare la stima del prezzo? Non è come se l’acquirente di una casa suggerisca all’agenzia immobiliare di aumentare il prezzo di vendita dell’appartamento?
Oggi quell’affare di Stato – svoltosi all’ombra del Governo di centro-sinistraguidato da Prodi, con Ciampi al Tesoro, Dini agli Esteri, Fassinosottosegretario allo stesso dicastero con delega sui Balcani e Maccanico alle Poste e Telecomunicazioni – è oggetto di un’inchiesta giudiziaria, anche se virtualmente conclusa, ma soprattutto di una commissione parlamentare d’inchiesta ancora in attività.
Per gli esponenti di quel governo chiamati in causa e più in generale per loschieramento di centro-sinistra – oggi all’opposizione – lo scandalo Telekom Serbia, semplicemente, non esiste: l’attuale maggioranza lo terrebbe in piedi, attraverso la commissione parlamentare, per screditare i propri avversari politici e per tenere sotto ricatto una parte oggi divenuta super partes, ma all’epoca della vicenda con un ruolo preminente nel Governo: l’attuale capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi che dal dicastero del Tesoro – dicono in molti – era in grado di controllare tutte le attività degli Enti di Stato e quindi anche della STET e della telefonia nazionale, ma che invece – dicono altri – nulla sapeva di un’operazione finanziaria condotta dalla STET all’insaputa di tutti.
Ribattono dal versante opposto: nessuno strumento di discredito o di ricatto politico. Telekom Serbia è stato uno dei tanti affari di Tangentopoli, passato però – stranamente – sotto silenzio. La commissione serve a vederci chiaro.
Sta di fatto che se l’inchiesta giudiziaria condotta dalla magistratura di Torino si è quasi arenata (scaduti i termini di indagine la procura ha chiesto l’archiviazione per i manager della STET), anche quella parlamentare ha esaurito il suo mandato di un anno e ora la commissione ha chiesto ed ottenuto una proroga di un altro anno. Ma proprio in “zona Cesarini” ecco entrare in scena uno strano personaggio: è Igor Marini, un faccendiere, per alcuni un vero supertestimone, per altri solo un mitomane, un millantatore o un depistatore.
La sensazione generale è che l’affare Telekom Serbia sia una vicenda tutt’altro che conclusa. E che merita, in ogni caso, di essere capita.

CRONOLOGIA (down)
La vicenda telekom Serbia giorno per giorno

L’INCHIESTA PARLAMENTARE

LE DEPOSIZIONI DI IGOR MARINI