L’AFFARE LOCKHEED: IL PRIMO GRANDE SCANDALO DELLA PRIMA REPUBBLICA

Aldo Moro tra due protagonisti dello scandalo: Mariano Rumor (innocente) e Camillo Crociani (colpevole)
Aldo Moro tra due protagonisti dello scandalo:
Mariano Rumor (innocente) e Camillo Crociani (colpevole)

Ci avete preannunciato il processo sulle piazze, vi diciamo che non ci faremo processare…”

Di fronte al Parlamento riunito in seduta comune, Aldo Moro, a nome della Democrazia Cristiana, pronuncia un celebre discorso. Moro difende l’intero partito finito ormai da tempo nel tritacarne di un’inchiesta, a metà giudiziaria, a metà mediatica, che riguarda l’affare Lockheed: un vorticoso giro di mazzette miliardarie che sta coinvolgendo ex presidenti del consiglio scudocrociati, ex ministri di governi di centro-sinistra, uno stuolo di affaristi e maneggioni di area DC e sta lambendo, pericolosamente, il Quirinale per l’acquisto – avvenuto sei anni prima – di 14 aerei Hercules C130 dalla società americana.

È l’11 marzo 1977. Un anno e cinque giorni dopo, Moro sarà sequestrato dalle Brigate rosse e dell’affare Lockheed tornerà a parlare nel suo “memoriale” scritto nel “carcere del popolo”. Toni diversi, naturalmente, ma anche di questo scandalo ai suoi carcerieri il presidente della DC dirà poco o nulla.

Tutto era cominciato un anno prima di quel discorso di Moro, il 5 febbraio 1976.

Avvenimenti accaduti tra il 1968 e il 1971 deflagrano sulle prime pagine dei quotidiani con forza devastante. Tangentopoli e l’inchiesta “mani pulite” sono ancora in mens dei e fa scandalo scoprire che un ex ministro della Difesa, l’on. Luigi Guidemocristiano, avrebbe incassato una tangente di 78 mila dollari per favorire una fornitura destinata all’Aeronautica militare di aerei da trasporto americani di fabbricazione Lockheed. La cifra – non eccessivamente rilevante neppure per quei tempi – è indicata in un rapporto firmato dal senatore democratico americano Frank Church, a capo di una commissione d’inchiesta su alcune irregolarità amministrative nei bilanci della Lockheed. Il rapporto indica che molti governi – GiapponeGermaniaOlandaTurchiaSvezia – non hanno saputo resistere al potere corruttivo del dollaro. Anche l’Italia – riferisce il rapporto Church – è stato per la Lockheed un facile approdo.

Il guaio del rapporto Church è che il documento – in gran parte segretato – giunge in Italia nella sua quasi interezza (mancheranno sempre quattro pagine) diverso tempo dopo la sua parziale diffusione sui giornali e soprattutto pieno di omissis e cancellature fatte di proprio pugno dallo stesso sen. Church, preoccupato di non turbare i rapporti di Washington con i paesi amici. Gui è così chiamato in causa da un appunto, scritto a mano, che dice testualmente: “Payment for team of previous Def. Min. Gui”, cioè: “Pagamento per collaboratori del precedente ministro della Difesa Gui”. Un’accusa indiretta, quindi, e quanto mai vaga. Certamente meno sostanziosa di quella indirizzata al suo successore nello stesso dicastero, il socialdemocratico Mario Tanassi che, nell’estate del 1970, per aver perfezionato il contratto di acquisto di quei 14 Hercules, avrebbe ricevuto – scrivono i giornali – una somma assai più importante: un milione e 457 mila dollari.

Ma l’affare Lockheed – diventato soprattutto uno scandalo politico, anche se la magistratura indaga – è destinato a gonfiarsi a dismisura.

A emergere da dietro le quinte sono una molteplicità di società di intermediazione, un aggrovigliato reticolo dell’imbroglio e della corruzione che si intreccia tra l’Italia e Panama e che ha come capofila uno studio legale con sede a Roma, intestato a due fratelli: Antonio e Ovidio Lefebvre a loro volta legati a un altro faccendiere romano, Camillo Crociani, già presidente di Finmeccanica… E se i fratelli Lefebvre portano al cuore della DC (su su fino al capo dello Stato in carica, Giovanni Leone, cui Antonio è assai legato), Crociani, fatalmente, porta all’ex ministro della Difesa Tanassi.

Il cerchio è chiuso? Neppure per sogno. Verrà a galla, in fase di istruttoria giudiziaria prima e davanti alla commissione inquirente poi, che la pletora di maneggioni che si muovono nell’affare Lockheed spesso usano l’inganno anche verso i loro padroni americani.

Accade, ad esempio, che il 27 marzo 1969, agli albori dell’affare, i massimi dirigenti della Lockheed siano ricevuti a palazzo Chigi dall’allora presidente del consiglio Mariano Rumor. L’incontro è degno di un film comico. Cerimonioso come spesso lo sono i veneti, Rumor accoglie con gentilezza e affabilità i visitatori, accompagnati da Ovidio Lefebvre, sapendo solo che si tratta di americani molto importanti che bisogna accogliere con molta simpatia, almeno questo gli aveva raccomandato chi aveva predisposto quell’incontro: i fratelli Lefebvre, appunto. Il presidente è sorridente e pieno di convenevoli per ArchibaId Carl Kotchian, presidente della Lockheed e Clarence Roha, funzionario della società, che gli espongono i dettagli della vendita di Hercules all’Italia.

Rumor assente con il capo, ma non capisce. Non conosce l’inglese e si fida di quanto traduce Ovidio Lefebvre. Inchini e strette di mano. Poi Rumor torna alla sua quotidianità di primo ministro e gli americani se ne vanno esultanti: l’uno convinto solo di aver ricevuto una delegazione di americani, gli altri di aver gettato le basi per un buon affare. Che i fratelli Lefebvre dovranno portare a compimento.

Il guaio è che il nome di Rumor – che uscirà indenne dallo scandalo, ma la cui carriera politica sarà per sempre segnata proprio dall’affare Lockheed – finisce in un libricino. È il “libricino nero” su cui Roger Bixby Smith, ex rappresentante della Lockheed, ha meticolosamente registrato, con nomi in codice, i politici e i  funzionari italiani coinvolti nel giro di tangenti.

Interrogato a Parigi dal giudice istruttore Mario MartellaSmith fa alcuni nomi, nomi in codice, ovviamente, tra cui quello di Antelope Cobbler che per lui è un primo ministro italiano. Per Smith – così come per tutti i dirigenti della Lockheed – dopo la “sceneggiata” di palazzo Chigi non ci sono dubbi: Antelope Cobbler è lui, è Mariano Rumor.

Ma chi è, veramente, Antelope Cobbler, letteralmente il Calzolaio dell’Antilope? Nei circoli diplomatici americani nasce una leggenda capace di screditare un altro politico DC: il presidente della Repubblica dell’epoca Giovanni Leone. Nei suoi frequenti viaggi negli USA, specie quand’era ancora presidente del Consiglio, Leone è  stato sempre accompagnato dalla sua bella consorte, Donna Vittoria, che piace molto agli americani – si dice – per i suoi occhi da cerbiatta, ossia da antilope. E in  ogni suo viaggio Leone è solito acquistare per la moglie scarpe da un lussuoso calzolaio della Fifth Avenue. Uno più uno fa due: Antelope Cobbler è lui.

Ma forse la parola Cobbler nel libricino di Smith è scritta male. Forse Cobbler sta  per Gobbler (ghiottone, trangugiatore). Bene: non è forse il Leone l’animale tanto  ghiotto di antilopi da trangugiarle?

Il sipario sull’affare Lockheed, forse il  primo vero, grande malaffare della Prima  Repubblica, certamente il primo scandalo mediatico degno di questo nome, cala il 1° marzo 1979 davanti alla corte costituzionale. Le condanne per il reato di corruzione sono tali da stroncare diverse carriere: due anni e quattro mesi di reclusione per Mario Tanassi che decade dall’ufficio di parlamentare; due anni e rotti ai fratelli Lefebvre e a Camillo Crociani. Assolto Gui. Neppure processato Rumor.

Leone? Nel giugno del 1978 – primo capo dello Stato dell’Italia repubblicana   costretto alle dimissioni – ha lasciato il Quirinale. I media lo hanno crocifisso, il suo partito, la DC, non lo ha difeso. Antelope Cobbler non era lui. Forse un politico con questo nome in codice non è mai esistito.