“GUERRA NON ORTODOSSA” IN ALTO ADIGE

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L’Alto Adige rappresentò il primo esempio di applicazione sul campo delle teorie della “guerra non orto- dossa”: attentati, bombe, infiltrati, doppiogiochisti, fascisti e neonazisti assoldati dai servizi segreti. E anche Gladio. Nel 1962 il generale De Lorenzo convocò infatti il colonnello Manlio Capriata per chiedere l’utilizzo nella regione dei sabotatori addestrati a Capo Marrargiu che avrebbero dovuto aiutare i carabinieri nella repressione degli estremisti sudtirolesi; lo stesso Sifar assoldò gruppi di neofascisti per compiere attentati in territorio austriaco e anche il capo del Sid, Eugenio Henke ordinò ai suoi sottoposti di individuare una serie di obiettivi austriaci poco distanti dal confine da colpire per rappresaglia. La dura repressione, se non addirit- tura la provocazione, furono “impor- tati” in Alto Adige dagli uomini della guerra non ortodossa. Nel 1964 a Montelissone, dopo un attentato che era costato la vita a un carabiniere, tutti gli abitanti del paese furono costretti a uscire dalle loro case, mentre le loro abitazioni venivano devastate. Nei suoi diari il generale Manes scrisse che un ufficiale dei carabinieri aveva ricevuto da De Lorenzo l’ordine di uccidere cinque altoatesini per ogni italiano assas- sinato. Ma l’episodio più oscuro della vicenda altoatesina è rappresentato dall’omicidio di Alois Amplatz, estremista sudtirolese. Un assassinio organizzato dai servizi segreti italiani e per il quale sono emerse pesanti responsabilità istituzionali. Amplatz fu ucciso il 6 settembre del 1964, ufficialmente da Christian Kerbler, collaboratore dell’ufficio Affari riservati che, stranamente, riuscì a sfuggire dopo l’arresto e a riparare all’estero. Solo dopo 27 anni su quell’episodio “sospetto”  si  è  cominciato a far luce. Infatti sempre il generale Manes annotava nei suoi diari resi pubblici nel 1991: “Pistola usata per uccidere Amplatz era del maresciallo della compagnia di Bressanone>>. Una versione confermata da Giovanni Peternel, capo dell’ufficio politico della Questura di Bolzano, che ha riferito al giudice veneziano Carlo Mastelloni che l’imboscata era stata decisa dal Questore Ferruccio Allitto Bonanno insieme con il capo del contro- spionaggio Renzo Monico. L’uso dei servizi segreti nella vertenza alto- atesina è continuato anche negli anni Settanta e Ottanta. Tra gli agenti che hanno operato in quel periodo c’era anche un missino, figlio di un avvocato romano amico del capo del Sismi Giuseppe Santovito: Francesco Stoppani. Stoppani, inserito nell’elen- co dei “segnalati” per entrare in Gladio, sosteneva di aver ricevuto l’incarico di compiere per conto del servizio segreto attività “non orto- dosse” contro gli estremisti sudtirolesi. Tra queste attività anche quella di andare oltreconfine e uccidere un irredentista che per un periodo aveva accettato di fare il confidente per i servizi segreti.

(G. Cipriani e G. De Lutiis – I servizi segreti – in Storia dell’Italia dei misteri, 1992)

CRONOLOGIA 1972 – 2012

I SERVIZI SEGRETI, GLADIO E I NEOFASCISTI
NEGLI ATTENTATI IN ALTO ADIGE