I MISTERI DELLA FALANGE ARMATA

ruggieri

Sono ricomparsi, improvvisamente, dopo anni di silenzio nell’agosto del 2001 a ridosso dell’attentato al palazzo di Giustizia di Venezia. Ma tra il 1990 e la fine del 1994 avevano fatto più di 500 telefonate. Una presenza continua e angosciante. Dopo quasi ogni grave fatto di sangue accaduto in Italia, a partire dalla primavera dei 1990, eccoli formare il numero delle redazioni delle agenzie di stampa o dei quotidiani per dettare la loro rivendicazione di morte, spesso con la voce artefatta, a volte parlando un italiano con falso accento tedesco. Sono loro. Sono i telefonisti della Falange armata. “Terroristi della disinformazione che lavorano in orario di ufficio“, come li definì Nicola Mancino quando era ministro dell’Interno.
Gente che ha la piena disponibilità di una rete informativa all’interno dell’apparato pubblico“, come ritiene la magistratura.
Fantasmi che sanno far udire solo la loro voce. Entità sconosciute che, come avvoltoi, si lanciano sulla loro preda per minacciare, depistare, lanciare oscuri segnali.
Nonostante un’approfondita inchiesta aperta dal sostituto procuratore di Roma Pietro Saviotti, ancora oggi gli elementi certi sulla Falange armata sono pochi, pochissimi.
Si sa per certo che non è gruppo terroristico nel senso stretto. Non predilige un particolare evento criminoso ma, di volta in volta, chiama per attribuirsi la paternità anche di delitti di mafia, come avvenuto dopo l’assassinio di Salvo Lima o dopo la strage di Capaci in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e tre uomini della sua scorta.
Nella lunga vicenda della banda della Uno bianca la presenza della Falange armata è stata asfissiante.

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