L’ECCIDIO DI CASTEL MAGGIORE (1988)

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Un massacro in piena regola, senza ragioni e senza movente. Due giovanissimi carabinieri, Cataldo Stasi ed Umberto Erriu, trucidati senza pietà. A freddo.
I Terminator della banda della Uno bianca agiscono il 20 aprile 1988 con una ferocia bestiale. L’avvicinarsi di una pattuglia dell’Arma, la possibilità di un controllo bastano a scatenare la loro rabbia da Rambo di periferia.
Per comprendere la violenza di questo agguato (se avete lo stomaco forte) vi consigliamo di leggere la deposizione al processo dei medici legali che esaminarono i cadaveri dei due poveri militari.
Ma in questo tragico episodio – avvenuto in una località vicinissima a Bologna – non c’è solo l’orrore dell’agguato. Attorno a questo duplice omicidio spuntano come funghi, strani e velenosi, i depistaggi di un altro appartenente alla benemerita, il brigadiere Domenico Macauda, vera figura misteriosa che ci riporta al ruolo sempre oscuro dei servizi segreti militari (il SISMI). Macauda semina false prove per incastrare degli innocenti e sembra che agisca proprio per coprire le azioni dei criminali assassini, i fratelli Roberto e Fabio Savi.
C’è in questa storia anche l’opera completamente fuorviante ed errata della magistratura bolognese, non solo tratta in inganno da Macauda, ma scioccamente lanciata ad inseguire fantasiose piste mafiose che la condurranno in un vicolo cieco, fino a che non saranno proprio i banditi della Uno bianca a confessare i loro delitti. Un copione questo che – in sette anni e mezzo – si ripeterà troppo spesso.
Sull’eccidio di Castel Maggiore restano ancora oggi molti dubbi. A cominciare dal numero dei partecipanti all’azione. La corte d’Assise di Bologna (della quale pubblichiamo la sentenza relativa a questo evento luttuoso) per l’eccidio di Castel Maggiore ha condannato solo Roberto e Fabio Savi. Ma resta il dubbio che allo stesso abbia partecipato anche l’altro fratello poliziotto, Alberto.

UN MASSACRO TRA ERRORI E DEPISTAGGI
I fatti di Castel Maggiore e gli inganni del brigadiere

LA SENTENZA DEL PROCESSO DI BOLOGNA

LA DEPOSIZIONE DEI MEDICI LEGALI