I MISTERI DELLA CATTURA

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Il primo grande mistero della banda della Uno bianca riguarda le modalità della cattura dei poliziotti assassini, rimasti liberi di uccidere per oltre sette anni e mezzo.
Ancora oggi, a distanza di anni, non è possibile affermare con certezza chi abbia operato per far scattare le manette attorno ai polsi dei tre fratelli Savi e degli altri agenti.
Delle fasi che hanno portato al loro arresto, avvenuto in momenti distinti dello stesso periodo, esistono al momento due versioni, entrambe ufficiali. Due versioni distinte, una favorevole alla polizia e alla magistratura di Rimini, l’altra che mette in luce il lavoro della polizia e della magistratura di Bologna.
Due versioni contrastanti, ciascuna conveniente ad una parte.
Due versioni tese, entrambe, ad attenuare le responsabilità di quella istituzione dello Stato (la polizia) che ha coltivato al suo interno simili terrificanti semi di violenza e di quell’altra istituzione (la magistratura) che per un tempo di periodo lunghissimo ha impostato inchieste cieche, sbagliate, devianti, che hanno finito per “incastrare” – portandoli fino a pesanti condanne – un’infinità di innocenti.
Come sempre, anche nel caso della banda della Uno bianca, è probabile che la verità stia nel mezzo.
Non è escluso che sia stata una “soffiata” a far cadere in trappola il capo della banda, Roberto Savi, poliziotto a Bologna. E che dal suo arresto sia stato poi facile arrivare agli altri componenti del mucchio selvaggio.
Ma se così è stato, allora c’è un altro interrogativo senza risposta. Chi ha favorito la cattura di questa accolita di pazzi sanguinari? Qualcuno che dopo aver usato la banda ai propri oscuri fini decise di scaricarla?

DUE VERSIONI PER UNA CATTURA

LE MENZOGNE DI ALBERTO SAVI