UN ALTRO ERRORE DELLE PROCURE. La sentenza di primo grado (Perugia 24 settembre 1999)

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Il 23 settembre 1999, al termine di un lungo processo, la Corte di Assise di Perugia demolisce l’ennesimo teorema giudiziario costruito da una procura italiana, assolvendo, con la formula più ampia, un’assortita congrega di imputati composta da un uomo politico, un ex magistrato, tre mafiosi e un neofascista, tutti assieme appassionatamente accusati di aver assassinato il giornalista Carmine “Mino” Pecorelli. I sei (Giulio Andreotti, Claudio Vitalone,Gaetano Badalamenti, Pippo Calò,Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati, il primo ed il terzo come mandanti, il secondo ed il quarto come intermediari ed il quinto ed il sesto in quanto esecutori materiali), avrebbero agito – secondo l’accusa – assieme ai malavitosi della Banda della Magliana, Danilo Abbrucciati e Franco Giuseppucci, ai capi mafia Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo e ai cugini Ignazio e Nino Salvo, tranne l’ultimo tutti morti di morte violenta.
Il teorema accusatorio era quanto di più cervellotico si potesse immaginare. Così lo riassume nella motivazione della sentenza la stessa Corte di Assise:

“Il delitto sarebbe stato deciso da Giulio Andreotti, per la tutela della sua posizione politica, il quale, attraverso Claudio Vitalone, avrebbe chiesto ai cugini Ignazio e Nino Salvo l’eliminazione dello scomodo giornalista. Questi a loro volta si sarebbero rivolti a Stefano Bontade e Gaetano Badalamenti. Bontade e Gaetano Badalamenti, attraverso Giuseppe Calò, che aveva conoscenze con esponenti della banda della Magliana ed in particolare con Danilo Abbruciati e Franco Giuseppucci, avrebbero incaricato costoro di organizzare il delitto, utilizzando persone del luogo (Massimo Carminati) e associati alla mafia (Angiolino il biondo. Michelangelo La Barbera. Ndr)”.

La prima obiezione è addirittura banale: che bisogno avrebbe avuto la mafia siciliana – che dispone di più killer che di capelli sulla testa dei suoi boss – di coinvolgere una banda di malavitosi imbottita di informatori dei servizi segreti e addirittura di un neofascista?
E’ proprio la Corte di Assise di Perugia che, con una puntigliosa e documentatissima sentenza, smantella pezzo per pezzo l’impianto accusatorio.
L’assunto da cui la Corte (Presidente: Giancarlo Orzella; giudice a latere: Nicola Rotunno) prende l’avvio è elementare. E’ la stessa sentenza a spiegarlo:

“…tutti coloro che hanno reso dichiarazioni inerenti l’omicidio del giornalista Carmine Pecorelli hanno fornito solo frammenti di notizie che possono incastrarsi l’uno con l’altro per collocare al loro giusto posto i vari personaggi che si sono mossi sulla scena del delitto (…). La conseguenza, qualora uno dei frammenti, che devono formare il quadro di insieme, non collima con gli altri, è una frattura che, se non colmabile con deduzioni logiche, fa venire meno la collocazione dei vari personaggi nel quadro di insieme che sopra si è delineato”.

E dal momento che nel castello accusatorio costruito dalla parte pubblica (i pm Fausto Cardella e Alessandro Cannevale) sono molti i pezzi del puzzle che non combaciano, ecco, inevitabile, scaturire la sentenza di completa assoluzione.
Pubblichiamo di seguito ampi stralci della sentenza. Ricordando ai nostri lettori che chi desidera ricevere la sentenza stessa in versione integrale può farne richiesta alla redazione di Misteri d’Italia.

LE CONCLUSIONI DELLA SENTENZA

CHI ERA CARMINE “MINO” PECORELLI

CINQUE MOVENTI PER UCCIDERE PECORELLI

GLI AMBIENTI IN CUI PUO’ ESSERE MATURATO L’OMICIDIO

I FATTI PIU’ RILEVANTI INTRODOTTI NELL’INCHIESTA

I “PENTITI” DELLA MAGLIANA SONO ATTENDIBILI