IL MEMORIALE MORO scritto nella prigione delle Brigate rosse (16 marzo-9 maggio 1978)

Corsera

Durante i 55 giorni della prigionia che lo condurrà alla morte, Aldo Moro, detenuto dalle Brigate Rosse, oltre a scrivere lettere redasse con molta attenzione quello che viene impropriamente chiamato il suomemoriale.

In realtà di tratta di un dattiloscritto che può essere la trascrizione a macchina per scrivere di un manoscritto vergato di pugno dal presidente della Dc oppure della sbobinatura di una registrazione contenente la voce stessa dell’uomo politico. Quelle bobine, però, non sono mai state trovate.

Tutto comincia con il ritrovamento in via Monte Nevoso a Milano, dentro una base delle BR – abitata daFranco BonisoliLauro Azzolini e Nadia Mantovani – di un dattiloscritto, appunto, di 51 pagine. Materiale che attrae a tal punto l’attezione dei carabinieri agli ordini del gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa che gli stessi non hanno alcuna remora a portare quei documenti fuori dal covo per fotocopiarli, commettendo così, quanto meno, un gravissimo atto illegale.

Quei documenti sono a prima vista largamente incompleti. Essi contengono solo brani e frammenti relativi ad alcuni temi oggetto dell’interrogatorio di Moro da parte dei suoi rapitori.

Il primo a far notare la stranezza di quel documento incompleto è il giornalista Mino Pecorelli che sulla sua rivista OP fa intendere di essere al corrente del fatto che ben altro è il materiale nelle mani dei carabinieri. Mino Pecorelli, detto non per inciso, sarà assassinato cinque mesi e 20 giorni dopo la scoperta del covo di via Monte Nevoso.

Sull’incompletezza di quel ritrovamento (o di quanto i carabinieri avevano consegnato alla magistratura) subito dopo insistono anche alcuni brigatisti come Mario Moretti, oltre a due degli occupanti della base brigatista, Lauro Azzolini e Franco Bonisoli.

In tempi più recenti è la madre della seconda moglie del gen. Dalla Chiesa, Maria Antonietta Setti Carraro, a testimoniare di un ruolo autonomo dello stesso generale rispetto all’autorità politica. In altre parole Dalla Chiesa (anche se per qualcuno è difficile crederlo) si sarebbe tenuto gran parte del cosidetto memoriale Moro. A quale scopo è facile capirlo.

Perché un ritrovamento (quasi) effettivo avvenga bisognerà attendere 12 anni, fino a quando, il 9 ottobre 1990, sempre nell’appartamento di via Monte Nevoso, durante lavori di ristrutturazione, emerge un fascio di fotocopie che riproduce il testo originale scritto di pugno da Moro. Difficile credere che un muratore riesca a trovare ciò che carabinieri e magistrati (in particolare il dott. Ferdinando Pomarici, oggi procuratore aggiunto a Milano) hanno sempre negato ci fosse.

Questo secondo rtirovamento compendeva un plico di 421 fotocopie, il cui contenuto erà solo in parte già noto. Tra le novità la rivelazione, da parte di Moro, dell’esistenza di una struttura armata segreta, ossia Gladio

Senza addentraci nel modo in cui il memoriale Moro, che appare ancora monco, sia stato ricomposto dal lavoro della commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi, presieduta dal sen. Libero Gualtieri, quello che presentiamo è quanto Moro disse alle Brigate Rosse durante i suoi 55 giorni di prigionia.

O meglio quanto emerso ufficialmente di quello che effettivamente disse.

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