LA SCOMPARSA DI EMANUELA ORLANDI

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Il manifesto con la foto di Emanuela affisso a Roma nei giorni della sua scomparsa

Le ultime ore che conosciamo di Emanuela Orlandi sembrano spiegare poco se non nulla dei motivi della sua scomparsa.

Sono le 16.30 di un mercoledì, quando Emanuela esce di casa. Abita, con mamma, papà, tre sorelle, Natalina, Federica e Maria Cristina e un fratello, Pietro, in una palazzina di tre piani in Vaticano, in largo S.Egidio, la piazza su cui si affacciano le finestre della redazione dell’Osservatore romano. In quella casa Emanuela, che ha 15 anni e frequenta il liceo scientifico, è nata. Come ogni mercoledì, Emanuela si reca in piazza S.Apollinare dove c’è la scuola di musica Tommaso Ludovico da Victoria. Lì, da anni, prende lezioni di flauto. Per arrivarci, come d’abitudine, è salita sul bus 64 che, percorrendo corso Vittorio Emanuele, la lascia alla fermata della Chiesa di S.Andrea della Valle. Per raggiungere la scuola di musica non le restano che trecento metri da percorrere a piedi lungo corso Rinascimento. L’ipotesi più probabile è che proprio in questa via maturi il suo sequestro, cominci la storia infinita della sua scomparsa.

Si può dire, con quasi assoluta certezza, che qualcuno, forse un uomo, avvicini Emanuela in corso Rinascimento. Lo deduciamo da una telefonata che la ragazza fa a casa, ma anche da un paio di testimonianze. Alla telefonata risponde la sorella Federica. Emanuela vuole sapere se la mamma la potrà accompagnare, il sabato successivo, ad una sfilata di moda a palazzo Borromini. Un signore molto elegante e gentile le ha appena offerto 350 mila lire per propagandare, in quell’occasione, dei prodotti di una nota ditta di cosmetici, la Avon. Federica è evasiva: la mamma non c’è, le risponde, e tu non dar retta a nessuno, sono tutte chiacchere.

Ragazzina graziosa, alta 1.60, occhi castani, capelli scuri lunghi sulle spalle, possiamo immaginare Emanuela felice di quella proposta di lavoro. Ne parla con entusiasmo alla sua amica Raffaella Mozzi, anche lei iscritta alla scuola di musica. Alla lezione di flauto Emanuela arriva un po’ in ritardo. Poi, sempre assieme a Raffaella, lascia la scuola ed accompagna l’amica per pochi metri fino alla fermata del bus 70, ancora in corso Rinascimento. E’ qui che Raffaella vede per l’ultima volta Emanuela, proprio mentre una donna con i capelli ricci neri le si avvicina. Poi più nulla. Se qualcuno preleverà Emanuela, portandola via, al suo rapimento mancano solo pochi istanti.

Tra le 19 e le 19.30 in casa Orlandi scatta l’allarme: Emanuela non è tornata a casa. Non lo farà mai più.

L’inchiesta ufficiale sulla scomparsa di Emanuela Orlandi comincia 48 ore dopo. Accanto alla polizia – ma a sua insaputa – comincia un’indagine anche il SISDE, il servizio segreto civile, all’epoca diretto da Vincenzo Parisi, futuro capo della polizia per molti anni. Ed è Parisi in persona ad inviare a casa Orlandi due agenti, Giulio Gangi e Mario Vulpiani. I due sembrano distratti, insistono molto sull’ipotesi di un rapimento organizzato da una banda specializzata nella tratta delle bianche e si limitano a raccogliere le testimonianze degli Orlandi su due telefonate giunte sul telefono di casa di due personaggi anonimi che si presentano come “Pierluigi” e “Mario”. Le telefonate dei due sono un groviglio di bugie e verità, ma contengono particolari che solo chi conosce bene Emanuela e la sua famiglia può conoscere: l’astigmatismo della giovane, l’imminente matrimonio della sorella Natalina, il particolare dei cosmetici Avon ed altro ancora.

La polizia scova invece due testimonianze importanti: il vigile urbano Alfredo Sambuco, di servizio davanti al Senato, a metà di corso Rinascimento, e l’appuntato di polizia Bruno Bosco, che quel 22 giugno era in sua compagnia, hanno ben impressa nella mente una scena alla quale entrambi hanno assistito: attorno alle 17 di quel 22 giugno 1983 una ragazza dalle sembianze simili a quelle di Emanuela si è intrattenuta a parlare con un uomo di carnagione scura, capelli castani molto radi. L’uomo era vicino ad una BMW di vecchio tipo, di colore verde scuro, stava mostrando alla ragazza una borsa con la scritta Avon. Quando il vigile si avvicina all’uomo, invitandolo a spostare l’auto perché in divieto di fermata, l’uomo risponde “Vado via subito” e scompare. Allo stesso vigile, circa un’ora dopo, si avvicina un altro uomo che chiede indicazioni per raggiungere la Sala Borromini, guarda caso lo stesso luogo citato da Emanuela nella telefonata alla sorella Federica, il luogo dove il sabato successivo avrebbe dovuto fare la presentatrice di prodotti Avon durante una sfilata di moda.

Intanto i rapitori di Emanuela non sembrano voler uscire allo scoperto. Il sequestro della ragazza non viene rivendicato da alcuna sigla.

Venerdì 1 luglio Roma è tappezzata da manifesti con il volto sorridente di Emanuela. Chi l’ha vista deve chiamare un certo numero telefonico.

Domenica 3 luglio arriva il primo appello del papa a favore di Emanuela:

Condivido le ansie e l’angosciosa trepidazione dei genitori di Emanuela Orlandi non perdendo la speranza nel senso di umanità di chi abbia la responsabilità in questo caso. Elevo al Signore la mia preghiera perché Emanuela possa presto ritornare incolume ad abbracciare i suoi cari che l’attendono con strazio indicibile”.

Martedì 5 luglio comincia un’estenuante sequela di telefonate. La prima arriva alle 12.50 alla sala stampa del Vaticano. Un uomo, dal forte accento slavo, afferma di tenere prigioniera Emanuela e sollecita l’intervento di Giovanni Paolo II affinché, entro il 20 luglio, Alì Agca, il turco che ha sparato al Papa il 13 maggio 1981, sia liberato. Solo così sarà possibile la restituzione di Emanuela alla sua famiglia. Ma questa telefonata rimane riservata. Così come resterà a lungo segreta un seconda telefonata che arriva, lo stesso giorno, in casa Orlandi.

Risponde Mario Meneguzzi, funzionario della Camera dei Deputati, cognato (ha sposato la sorella) di Ercole Olandi, padre di Emanuela.

Questo il dialogo telefonico registrato tra lo zio acquisito di Emanuela ed uno dei rapitori che parla con accento americano, forse artefatto:

Telefonista: “Allora, lei ascolta bene questa registrazione”.

Meneguzzi: “Sì, ma me la faccia sentire bene, però”.

T: “Ascolti bene, abbiamo pochi momenti. Questa essere (la voce, NDR) della sua figlia”.

M: “sì, ma me la faccia sentire bene”.

T: “Okay, one moment… All right, okay, let’go, let’s go”.

Si sente la voce registrata di Emanuela Orlandi: “Scuola convitto nazionale Vittorio Emanuele secondo. Scuola convitto nazionale Vittorio Emanuele secondo. Dovrei fare il terzo liceo quest’altr’anno. …Scuola Vittorio Emanuele secondo. Dovrei fare il terzo liceo quest’altr’anno…(Le due frasi vengono ripetute sette volte)”.

T: “All right, Frank”.

M: “Pronto? Pronto?”.

T: “You heard this? Questo per la sua soddisfazione”.

M: “Sì, ma mi faccia una proposta almeno, no?”.

T: “Allora mi ascolti: funzionari del Vaticano non mancheranno di mettersi in contatto con lei. Io le faccio i miei personali auguri che questo, ehm one moment, Okay (rumori di fondo). Allora…”.

M: “Sì, ma chi si mette in contatto con me, scusi?”.

T: “Non si preoccupi, non si preoccupi di questo, personaggi del Vaticano non mancheranno di avere contatti con lei. Lei può aver constatato l’okay di questo messaggio”.

M: “Si, ma la bambina sta bene, mi dica almeno, no?”.

T: “Non preoccupi. Io non potere ora. Non avere autorizzazione al parlare. La bambina… One moment please (altri ruomori di fondo). Ripeto, funzionari del Vaticano non mancheranno di avere contatto con lei… Io le faccio i miei personali auguri che la questione si risolverà bene … (il fischio di un treno copre le parole)”.

M: “Ma io devo intervenire? Mi dica che devo…”.

T: “Non si preoccupi di questo. Funzionari avranno molto presto contatti con lei. Ora io le faccio i miei auguri… Io non potere più avere il tempo…”.

M: “Ma mi faccia sapere qualcosa, almeno…”.

T: “I am sorry…”.

Gli elementi che emergono da questa telefonata mantenuta a lungo segreta sono evidenti:

  • Emanuela è nelle mani dell’anonimo interlocutore (Mario Meneguzzi ne riconosce la voce).

  • Quella registrazione, però, non è una prova in vita della ragazza.

  • I veri referenti dei rapitori non sono i familiari di Emanuela (che nulla possono fare), ma la segreteria di Stato del Vaticano.

  • E’ evidente che tra i rapitori e la segreteria di Stato una trattativa è già in corso.

E’ solo il giorno dopo, il 6 luglio 1983, che il rapimento diventa ufficiale. Un uomo dalla voce giovanile, senza alcuna inflessione dialettale, telefona all’Ansa. Sono le 16.30. Ecco il dialogo tra l’anonimo telefonista e un giornalista dell’agenzia:

Stammi bene a sentire. Noi abbiamo Emanuela Orlandi, la studentessa di musica. La libereremo soltanto quando sarà scarcerato Agca, l’attentore del papa”.

Ma a che gruppo appartenete?

Non importa a quale gruppo apparteniamo. Ti posso dire soltanto che giorni fa abbiamo avuto un contatto con la segretria di Stato del vaticano. Un messaggio che il Vaticano ha nascosto. Nel messaggio si chiedeva l’intervento del pontefice presso il governo italiano affinché desse disposizioni per la liberazione di Alì Agca che deve avvenire entro venti giorni

E che succederà se entro venti giorni non avviene quanto chiedete?

Io non lo so. Sono soltanto colui che è stato incaricato di telefonare. Andate in piazza del Parlamento e in un cestino dei rifiuti troverete la prova che la ragazza è nelle nostre mani”.

Nel cestino di piazza del Parlamento viene trovata una busta gialla che contiene la fotocopia della tessera d’iscrizione di Emanuela al Conservatorio pontificio, la ricevuta di un versamento, il suo numero di telefono di casa, una cassetta con la voce registratta della ragazza e un foglietto con una frase scritta di suo pugno che dice: “Con tanto affetto. La vostra Emanuela”.

Il giorno dopo il Santo Padre riceve il padre di Emanuela – che, non va dimenticato, è un impiegato della Santa Sede con la qualifica di commesso e l’incarico di distribuire la posta del papa, gli inviti alle cerimonie in S.Pietro e alle visite del papa nelle parrochie di Roma – promettendogli il suo intervento per una soluzione positiva della vicenda.

Da questo momento in poi le telefonate si moltiplicano: all’Ansa, ai familiari di Emanuela, perfino ad una sua amica e alla madre di un’altra compagna di scuola. La richiesta è sempre la stessa: la liberazione di Alì Agca in cambio della vita di Emanuela.

La famiglia Orlandi affida l’incarico di rappresentarla all’avv. Gennaro Egidio che riceverà numerose telefonate farneticanti da uno stesso uomo che il legale chiamerà “l’americano”. Le telefonate non sembrano sortire alcun effetto, se non l’offerta di denaro (rifiutato) da parte del rappresentante legale degli Orlandi ed una strana reazione da parte del personaggio al centro di questa storia: Alì Agca, l’attentatore del papa.

Già condannato all’ergastolo per la sparatoria di piazza S. Pietro del 3 maggio 1981 in cui il papa è rimasto ferito, dietro alle sbarre senza speranze di uscire perché, non avendo voluto presentare appello contro la sentenza, la sua condanna è diventata definitiva, Alì Agca da tempo sta collaborando con la magistratura, dopo aver ribaltato l’ipotesi dell’attentatore solitario ed indicando una pista che porta ai mandanti, una pista che coinvolgerebbe uomini dell’ambasciata bulgara in Italia ed in paricolare il caposcalo della compagnia di bandiera di Sofia, la Balkan air, Sergey Antonov.

Il 28 giugno 1983, appena cinque giorni dopo la scomparsa di Emanuela, prima ancora che il sequestro diventi ufficiale ed in assenza di qualsivoglia rivendicazione, Agca, fino a quel momento decisamente collaborativo con le autorità italiane, cambia atteggiamento e comincia a demolire la stessa pista bulgara da lui costruita.

Dopo tre appelli pubblici del papa (in tutto, per la liberazione di Emanuela, di appelli Giovanni Paolo II ne lancerà ben otto), la sera di domenica 17 luglio accade un fatto sconvolgente. I sequestratori di Emanuela fanno trovare ad un redattore dell’ANSA un nastro. E’ la copia di uno stesso nastro, lasciato giorni prima in piazza S.Pietro e sequestrato e nascosto da funzionari del Vaticano. Su un lato della cassetta registrata i rapitori ribadiscono la loro richiesta: lo scambio di Emanuela con Agca. Sull’altro lato è inciso il dramma di Emanuela: urla, strilla, grida di aiuto della ragazza, come se la stessa fosse sotto tortura o sotto stupro.

E’ questo l’atto più drammatico nella misteriosa vicenda di Emanuela Orlandi.

Le trattative – se di trattative si può parlare – si protrarranno ancora per molti giorni. Il Vaticano arriverà ad abilitare una linea telefonica esclusiva e coperta, riservata ai terroristi, che da un certo momento in poi vogliono parlare solo ed esclusivamente con il segretario di Stato vaticano, il cardinale Casaroli. Tentativi degli inquirenti italiani di intromettersi in queste telefonate riservate saranno immediatamente sventati da talpe indubbiamente presenti tra le sacre mura che avvertono i sequestratori.

La sordida partita sembra, ad un certo punto, non avere fine.

E’ in agosto, un mese e mezzo dopo la scomparsa di Emanuela, che compare per la prima volta la sigla di un’organizzazione dietro al suo rapimento. La sigla è quella del Fronte di liberazione turco anticristiano Turkesh. Con un comunicato, pieno di riferimenti alla persona di Emanuela, tesi ad avvalorare l’ipotesi che siano loro i sequestratori della ragazza, quelli del Fronte cominciano a giocare una lunga partita fatta anche di segni indecifrabili e misteriosi riferimenti, come quello della scomparsa di un’altra ragazza, Mirella Gregori, le cui tracce si sono perse, sempre a Roma, più di un mese prima di quelle di Emanuela Orlandi.

Ecco il testo del primo comunicato del Fronte Turkesh, giunto all’Ansa il 4 agosto 1983:

Komunicato 1. Emnuela Orlandi nostra prigioniera passerà all’esecuzione immediata il giorno cristiano 30 ottobre. (…) Condizioni per liberarla sono queste: liberazione immediata di Alì Agca – XXX – Mirella Gregari. Vogliamo infomazioni. A queste condizioni la libereremo. Per dare prova di questo comunicato diamo le seguenti informazioni su Emanuela che ha dato: nel 1974 ebbe crisi di repulsione per latte. Suoi amici sono tre e giovani, capelli neri. At età di 13 anni e mezzo, crisi nervosa, andata in Chiesa giorno 22 aprile, sei nei sulla schiena. Fronte di liberazione turco anticristiano Turkesh”.

La caratterizzazione politico-etnico-religiosa della sigla che firma il comunicato appare un tentativo di accreditare i sequestratori di Emanuela Orlandi come assolutamente contigui all’area a cui è subito sembrato – almeno ufficialmente – appartenere Alì Agca: un’organizzazione turca di estrema destra, come quella dei Lupi Grigi, di tendenza fascista, se non nazista, con una componente islamica o para islamica identificabile in quella connotazione “anticristiano”. E’ forse un ulteriore tentativo, dopo che Agca ha demolito la pista bulgara da lui stesso creata, per dimostrare che l’attentato al papa non ha una matrice filo-sovietica e che i servizi segreti dell’Est non c’entrano nulla?

Con l’apparizione del Fronte Turkesh, la vicenda Orlandi – che ormai coinvolge anche un’altra ragazza – se possibile si complica. Da questo momento tutto sembra aggrovigliarsi in un disegno oscuro all’interno del quale le fisionomie degli attori appaiono sempre più delineate. Oltre ai soliti comunicati sgrammaticati, spesso incomprensibili e farneticanti, cominciano ad arrivare messaggi addirittura forbiti ed eleganti che fanno dire all’avv. Egidio: “I terroristi hanno qualcuno molto in alto nelle gerarchie vaticane”.

Comincia a prendere piede il sospetto che, dietro i sequestratori di Emanuela e Mirella, ci sia una strategia che riguarda una lotta di potere tutta interna al Vaticano dove da sempre si scontrano due fazioni, entrambe di tipo massonico, la prima legata alla massoneria bianca dell’Opus Dei, l’altra alla componente più laica ed affarista (ammesso che quella dell’Opus Dei non abbia, soprattutto, connotati affaristici).

Poi un buio fitto scende, come una coperta, sull’intera vicenda. E’ come se un misterioso regista abbia ordinato, all’improvviso, di far calare il sipario su un dramma ancora in pieno svolgimento.

Il giorno di Natale del 1983, a sorpresa, Giovanni Paolo II si reca in visita privata dalla famiglia di Emanuela Orlandi. Sembrerebbe una semplice visita di cortesia ma, giunto nell’appartamento degli Orlandi, il papa manda via tutte le persone del suo seguito e si intrattiene solo con i genitori di Emanuela, alla presenza degli altri quattro figli. A loro il papa dice: “Quello di Emanuela è un caso di terrorismo internazionale”. Null’altro.

Due giorni dopo, il 27 dicembre 1983, l’ultimo atto: il papa si reca nel carcere romano di Rebibbia. Alle 12.10 entra nella cella del braccio G7 in cui è detenuto il suo attentatore, Alì Agca, con cui rimane a colloquio per venti minuti. Al termine dell’incontro a chi vuole sapere qualcosa, Giovanni Paolo II risponde. “Quello che ci siamo detti è un segreto tra me e lui ed i segreti bisogna rispettarli”. Prima di lasciare il carcere di Rebibbia, il papa aggiunge: “Faremo quanto è umanamente possibile perché la ragazza torni a casa”.

Dal canto suo Agca, in un’udienza del processo, dice che la ragazza “è stata rapita da agenti bulgari e dai Lupi Grigi” e che la calligrafia di uno dei messaggi é di Oral Celik. Nel corso di un’altra udienza il turco dice di essere stato costretto a “continue invenzioni sul caso dell’attentato al papa per salvare la vita di Emanuela”.

Quattro anni dopo, nel 1987, la famiglia Orlandi – alla quale si è aggiunta la famiglia di un’altra ragazza scomparsa, Mirella Gregori – offrono una taglia sostanziosa, ma anche questo tentativo si rivela infruttuoso.

Nel 1995 Agca aggiunge qualche particolare: “Emanuela Orlandi è libera in un convento di clausura”.

Senza elementi di indagine, l’inchiesta viene chiusa nel luglio 1997. Per il giudice vi è “il fondato convincimento che il movente politico-terroristico costituisca in realtà un’abile operazione di dissimulazione dell’effettivo movente del rapimento”.

A metà del 2000, il giudice Ferdinando Imposimato dichiara: “Per quanto mi risulta da alcuni contatti avuti assieme a Rosario Priore con esponenti dei Lupi Grigi in Svizzera, Emanuela Orlandi, che è ormai una donna, vive perfettamente integrata in una comunità islamica. Sicuramente è vissuta a lungo a Parigi”.

Nel 2008 la testimonianza di una donna sembra riaprire il caso. E’ Sabrina Minardi, ex moglie del calciatore della Lazio e della nazionale Bruno Giordano. Sostiene di essere stata l’amante di Enrico De Pedis, detto “Renatino”, uno dei boss della Banda della Magliana. La donna, una tossicomane angustiata dalle vicende della figlia, tossicomane anche lei, fornisce ai magistrati della procura di Roma una ricostruzione che trova pochi riscontri: Emanuela sarebbe stata rapita da uomini di De Pedis per un ricatto rivolto a monsignor Paul Marcinkus, il deus ex machina dello IOR, l’Istituto per le Opere Religiose, la banca del Papa, il forziere del Vaticano. Marcinkus avrebbe investito in affari sballati soldi della Banda della Magliana e la Banda li rivorrebbe indietro.

Nelle sue prime dichiarazioni le contraddizioni temporali della Minardi sono talmente evidenti che la nuova pista sembra arenarsi. Sostiene che il corpo della ragazza sarebbe stato gettato in un cantiere di abitazioni in costruzione a Torvajanica, sul litorale romano. La Minardi parla anche di un cena a casa di Andreotti, presenti De Pedis e la moglie del più volte presidente del Consiglio. E poi di ragazzine portate “in dono” proprio a Marcinkus. La sua testimonianza appare confusa. Ma la sua collaborazione viene rispolverata l’anno dopo. La procura romana sembra aver trovato qualche elemento di conforto in un ex adepto della Banda, legato a De Pedis, che potrebbe essere uno dei primi telefonisti del sequestro. A tutt’oggi l’inchiesta langue e nessun provvedimento è mai stato emesso.

QUEL TESCHIO TROVATO IN UNA CHIESA ROMANA

EMANUELA E’ VIVA, CERCATELA IN TURCHIA
Intervista a Ferdinando Imposimato