LA TRATTATIVA STATO-MAFIA

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Vito e Massimo Ciancimino, tra i protagonisti della Trattativa

La prima volta che si parla in maniera ufficiale della Trattativa tra Stato e mafia siciliana è il 6 giugno 1998. Quel giorno vengono emesse le motivazioni della sentenza di Firenze per le stragi della primavera-estate 1993. In esse viene affermata l’esistenza di una trattativa Stato-Cosa nostra la cui idea – viene specificato – “fu assunta da rappresentanti dello Stato e non dagli uomini di mafia”.
La Trattativa sarebbe avvenuta – sempre secondo questa sentenza – all’indomani o forse addirittura durante la   stagione delle stragi del 1992-93 in cui persero la vita i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Oggetto della trattativa, un accordo per fare cessare l’attacco di Cosa nostra in cambio di un’attenuazione delle misure detentive previste dall’art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario.
15 anni dopo, il 7 marzo 2013, il Gip di Palermo Piergiorgio Morosini rinvia a giudizio 10 persone: gli ufficiali dei carabinieri del Ros Antonio SubranniMario Mori e Giuseppe De Donno; l’ex senatore del Pdl Marcello Dell’Utri; i capimafiaTotò RiinaAntonino Cinà e Leoluca Bagarella; il “pentito” di mafia Giovanni Brusca. Per tutti l’accusa è di violenza o minaccia a Corpo politico dello Stato. Di concorso in associazione mafiosa e calunnia è imputato invece Massimo Ciancimino che, nel procedimento, è anche teste dell’accusa. Falsa testimonianza, infine, è l’imputazione per l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino. Stralciata per motivi di salute la posizione del boss Bernardo Provenzano, mentre l’ex ministroCalogero Mannino sceglie il rito abbreviato. Anche per questi ultimi l’accusa è di violenza o minaccia a Corpo politico dello Stato.
Finora i riscontri delle indagini hanno permesso di stabilire che la trattativa avvenne nel periodo intercorso tra la morte di Giovanni Falcone e quella di Paolo Borsellino, quindi tra il 23 maggio e il 19 luglio 1992. Quest’ultimo sarebbe stato eliminato anche perché considerato un ostacolo alla trattativa stessa.
L’inchiesta della procura di Palermo stabilisce che, subito dopo la strage di Capaci, alcuni ufficiali del Ros dei carabinieri avrebbero preso contatti con i vertici di Cosa nostra, attraverso l’ex sindaco del capoluogo siciliano Vito Ciancimino, con l’intenzione di arrestare l’ondata di attentati e, grazie allo stesso Ciancimino, gli ufficiali dei carabinieri del Ros avrebbero ottenuto il cosiddetto Papello, cioè il documento, scritto di pugno dal boss Totò Riina, con l’elenco delle richieste di Cosa nostra per far cessare le stragi.
Punto centrale dell’elenco è l’annullamento del 41 bis, ossia dell’artcilo di legge che ha introdotto il carcere duro per alcuni reati, tra cui quelli della criminalità organizzata. Dall’inchiesta della procura di Palermo emerge che nel solo 1993 circa trecento provvedimenti di carcere duro sono stati fatti decadere dall’allora ministro della Giustizia Giovanni Conso il quale però sostiene di non sapere nulla della Trattativa e che in realtà si trattò di una sua iniziativa personale.
I riscontri all’inchiesta della magistratura sono diversi, tra questi il fatto che per primo parlò di contatti del Ros con Vito Ciancimino è stato l’allora capitano Giuseppe De Donno. Quest’ultimo, infatti, ammette che all’indomani della strage di Capaci si incontrò con Liliana Ferraro, direttore generale del ministero di Grazia e Giustizia ala quale riferì dei contatti esistenti. La Ferraro ne parlò con Claudio Martelli, ministro della Giustizia dell’epoca che a sua volta chiese spiegazioni all’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino, ricevendone però risposte vaghe.
Secondo Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo, la trattativa sarebbe proseguita a lungo, almeno fino al 2000. Il 16 luglio 2012 esplode il caso Quirinale: nell’intercettare le telefonate di Nicola Mancino (ministro dell’interno tra il 1992 ed il 1994) ne emergono alcune che riguardano comunicazioni tra lo stesso ex ministro ed il capo dello Stato Giorgio Napolitano (anche lui ex ministro dell’Interno tra il 1996 ed il 1998). Napolitano ha una reazione sproporzionata ed incredibile: per evitare che il contenuto delle stesse venga reso pubblico, solleva un conflitto senza precedenti con la procura di Palermo davanti alla Corte costituzionale la quale alla fine dà ragione (e come avrebbe potuto fare il contrario?) al capo dello Stato: le cose dette in quelle telefonate vanno distrutte. Ma perché il contenuto di quelle telefonate deve restare così riservato?

IL RINVIO A GIUDIZIO
Del giudice Piergiorgio Morosini

ECCO LE CARTE DELLA TRATTATIVA

CHE COS’E’ IL “PAPELLO”

CHE COS’E’ IL 41 BIS

QUEL DIALOGO TRA COSA NOSTRA E LO STATO
Intervista a Maurzio Torrealta

COME SI ESTENDE L’IDEA DELLA TRATTATIVA
di Gianni Barbacetto

LE INTERCETTAZIONI DEL PRESIDENTE
Perché distruggerle?

DA GARIBALDI A TOTO’ RIINA
di Attilio Bolzoni

UNA LETTERA ANONIMA MOLTO ATTENDIBILE