IL PROCESSO DEL SECOLO Giulio Andreotti e la sconfitta dell’antimafia

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Un procedimento penale lungo sette anni. Le accuse di 27 “pentiti”.
260 testimoni ascoltati dal tribunale di Palermo.
800 mila pagine di atti processuali.
15 anni di reclusione chiesti dalla pubblica accusa.
Un’assoluzione che chiude la partita aperta dalla procura di Palermo guidata da Giancarlo Caselli, cieca- mente lanciata alla caccia del livello politico di Cosa nostra. E’ racchiuso in queste cifre quello che in molti, con eccessiva enfasi, hanno voluto definire il processo del secolo che vedeva alla sbarra uno dei più potenti uomini politici italiani, il Belzebù del potere: Giulio Andreotti. I giudici del tribunale di Palermo hanno bocciato l’impianto accusatorio della procura, non hanno creduto ai cosiddetti collaboratori di giustizia, hanno respinto in toto l’ipotesi che lo stesso Andreotti avesse aiutato (concorso in associa- zione mafiosa era l’accusa) gli uomini di Cosa nostra. Risultato: una verginità politica restituita al maggior deposi- tario dei segreti della Repubblica, all’uomo che più a lungo e per più volte è stato ai vertici non di Cosa nostra, ma della ben più importante Cosa pubblica.
Alla figura che più di ogni altra ha condizionato, gestito, interpretato lo sviluppo di un paese come l’Italia. E che – questo sì è un giudizio storico e politico – con una fredda concezione della realpolitik ha tollerato i legami pericolosi avuti con Cosa nostra da uomini a lui vicinissimi come Lima eCiancimino. Come non definire infatti politico,   prima    che     penale,     unprocesso tutto basato su teorema indimostrabile dal punto di vista giudiziario e che semmai andava affidato al tribunale della politica, appunto, e della storia? Perché volere a tutti i cosi utilizzare la scorciatoia giudiziaria per vincere un confronto con le vecchie strutture del paese che si sarebbe dovuto svolgere solo e soltanto sul terreno della dialettica e del confronto, anche duro? La risposta a queste domande è semplice e ci riporta, fatte le debite distinzioni, alle vicende di Tangentopoli e dell’inchiesta mani pulite: una parte politica, con forti agganci nella magistratura, a partire dal 1992, ha cercato di percorrere la scorciatoia giudiziaria per  eliminare  dalla scena politica alcuni vecchi ma potentissimi arnesi che ancora la condizionavano. Se il risultato è stato in parte raggiunto a Milano (distruzione del PSI, scompaginamento nella DC), lo stesso gioco – vista anche la maggior gravità delle accuse – non ha funzio- nato a Palermo. Ma nel frattempo un obiettivo era stato comunque raggiunto: dal 1993 l’imputato Andreotti era stato politicamente disattivato. Quella che non è arrivata è stata invece la condanna penale che – viste le prove portate al processo – non poteva proprio arrivare. Il risultato oggi è purtroppo sotto gli occhi di tutti: la drammatica fine delle inchieste di mafia. Dopo l’assoluzione di Andreotti e quella di poco successiva del giudice Carnevale (a lui le accuse erano rivolte da ben 39 “collaboratori di giustizia”, 12 più di Andreotti), sarà infatti difficile per i magistrati di Palermo rendere ancora credibile una qualsivoglia iniziativa giudiziaria, ancora tutta e soltanto fondata sulle “confessioni” dei “pentiti”, che miri a smantellare i legami politici di Cosa nostra. Lontani dagli insegnamenti e dalle preziose esperienze condotte da magistrati del livello di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino, i loro colleghi del pool di Palermo hanno così finito per chiudere in perdita la partita con Cosa nostra. Non resta che dolercene.