LA STRAGE DI PIZZOLUNGO 2 aprile 1985: l’attentato al giudice Carlo Palermo

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L’auto del giudice Carlo Palermo dopo l’attentato

Sono le 8.35 del 2 aprile 1985. Sulla strada statale che da Palermo porta a Trapani, in località Pizzolungo, praticamente alle porte della città, un’auto imbottita di esplosivo posteggiata sul ciglio della carreggiata, azionata da un telecomando, si trasforma in una trappola mortale al passaggio del piccolo corteo di vetture che scorta il sostituto procuratore Carlo Palermo, appena trasferitosi dalla procura di Trento. Palermo si sta recando al palazzo di Giustizia di Trapani a bordo di una 132 blindata con a bordo due poliziotti, seguita da una Fiat Ritmo di scorta non blindata con altri due agenti. Al momento dell’esplosione la 132 del magistrato sta superando una Volkswagen Scirocco guidata da Barbara Rizzo, 30 anni, che accompagna a scuola i figliSalvatore e Giuseppe Asta, gemelli di 6 anni. L’utilitaria si viene a trovare tra l’autobomba e la 132 e fa da scudo all’auto del sostituto procuratore che rimane solo ferito. Nella Scirocco muoiono dilaniati la donna e i due bambini.

Dei quattro agenti della scorta, quelli sulla 132, l’autista Rosario Di Maggio eRaffaele Mercurio, rimangono leggermente feriti mentre gli altri due a bordo della Fiat Ritmo vengono gravemente colpiti dalle schegge: Antonio Ruggirelloa un occhio e Salvatore La Porta alla testa e in diverse parti del corpo. Entrambi verranno dichiarati inabili al servizio.

Il magistrato Carlo Palermo lascerà la magistratura nel gennaio del 1990. Tra i sopravvissuti, Raffaele Di Mercurio, 36 anni all’epoca della strage, morirà nel 1993 per una malattia cardiaca. Nello stesso anno morirà anche Nunzio Asta, marito di Barbara Rizzo e padre dei gemellini.

Anche per questa strage la verità è ancora oggi alquanto lontana. Gli imputati del primo processo, componenti di una cosca trapanese, condannati in primo grado, sono stati tutti assolti in Appello, sentenza poi confermata dalla Cassazione. Nel 2004, 19 anni dopo la strage, sono stati condannati soltanto tre mafiosi: l’ex “pentito” Balduccio Di Maggio, il “grande accusatore, non creduto, di Giulio Andreotti”, come esecutore materiale; Totò Riina, ed il bossPietro Virga, come mandanti.

CINQUANTA CHILI DI PLASTICO
La Repubblica, 3 aprile 1985

LA VICENDA GIUDIZIARIA
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