4 aprile 1992: Giuliano Guazzelli

Lo chiamavano «mastino», un soprannome che stava a testimoniare la sua abilità di investigatore.

In vent’anni di marciapiede, tra Palermo e Agrigento, il maresciallo Giuliano Guazzelli, 59 anni, aveva acquisito una conoscenza tale del fenomeno mafioso, dei mafiosi e dei loro rapporti con politici ed imprenditori da rappresentare un vero e proprio archivio vivente.

Toscano d’origine, il maresciallo era riuscito a comprendere in poco tempo la mentalità dei mafiosi, i loro comportamenti, sapeva insomma con chi aveva a che fare. E probabilmente fu questa sua sicurezza a tradirlo, a non fargli sospettare neanche per un momento che qualcuno aveva deciso la sua morte.

Lo ammazzano il 4 aprile del 1992. Con la sua vecchia Ritmo sta tornando a casa, a Menfi, dopo avere lasciato la caserma di Agrigento. Mentre percorre la strada Agrigento-Porto Empedocle, si aprono i portelli posteriori di un Fiat Fiorino che lo precede. Quattro banditi armati di mitra e fucili a pompa scaricano centinaia di colpi sull’automobile del sottufficiale che non ha neppure il tempo di reagire. Guazzelli viene trucidato. L’ultimo colpo di fucile a pallettoni glielo sparano in faccia, quando ormai il maresciallo è già morto.

Negli ultimi mesi Guazzelli era impegnato nelle indagini relative al nuovo organigramma delle famiglie mafiose e della Stidda, un’organizzazione criminale parallela e qualche volta contrapposta a Cosa Nostra nell’agrigentino. E ad uccidere Guazzelli sarebbero stati proprio killer della Stidda, alcuni dei quali catturati in Germania.

Nel processo di primo grado vengono condannati all’ergastolo Gaetano PuzzangaroDiego ProvenzaniGioacchino Di Rocco e Ignazio Alotto.

Guazzelli aveva lavorato, appena assegnato a Palermo, al fianco delcolonnello Giuseppe Russo. Nell’agrigentino era stato attivamente impegnato nelle indagini successive alla strage di Porto Empedocle ed aveva indagato anche sui rapporti tra alcuni esponenti politici e Cosa Nostra. Era stato incaricato dal procuratore di Agrigento di svolgere indagini sulla partecipazione dell’onorevole Calogero Mannino al matrimonio del figlio del boss di Siculiana, Gerlando Caruana. Questo rapporto si rivelerà anni dopo un vero e proprio rebus: il primo che Guazzelli aveva sottoposto al procuratore Vaiolaera stato «cassato». Il sottufficiale, invitato a riscriverlo, aveva conservato l’originale, ritrovato, dopo la sua morte, in un armadio della caserma di Agrigento. La posizione di Mannino sarà archiviata dai giudici di Sciacca.

A proposito di questa decisione, Riccardo Guazzelli, figlio del maresciallo assassinato, riferirà ai magistrati una confidenza del padre, secondo cui «le carte del Mannino erano state messe a posto dal Messana». Quest’ultimo, procuratore di Sciacca, morto alcuni anni fa, secondo i magistrati di Palermo era «amico» di Calogero Mannino. E di questa vicenda, scriveranno i magistrati che coordinano l’inchiesta sul leader democristiano, se ne era occupato, «pur non avendo alcuna competenza specifica, l’ex procuratore di Agrigento Giuseppe Vaiola che aveva delegato le indagini ad un ufficiale dei carabinieri».

Il figlio di Guazzelli riferirà anche che Mannino, all’inizio del ’92, aveva manifestato al maresciallo timori per la sua incolumità, esclamando «o ammazzano me o ammazzano Lima». Ed è proprio nel marzo di quell’anno, scrivono i giudici, che Cosa Nostra deciderà di uccidere Salvo Lima.

 

Fonte: Giuseppe Lo Bianco e Francesco Viviano – La strage degli eroi. Vita e storia dei caduti nella lotta contro la mafia – Edizioni Arbor, Palermo, 1996.