5 maggio 1990: Rosario Livatino

livatino

Lo avevano inseguito lungo una scarpata al km 10 della strada statale Caltanissetta – Agrigento dove il giudice Rosario Livatino, 38 anni, aveva abbandonato la sua vecchia Ford Fiesta per sfuggire ai sicari. Una fuga disperata e inutile perché i killer lo inseguono per oltre cento metri, sparando da lontano, ferendolo ad un braccio e ad una gamba. E quando cade in mezzo alla sterpaglia, lo finiscono con un colpo in bocca.

La sua colpa? Essere stato un magistrato integerrimo, tutto d’un pezzo, che applicava la legge, soltanto quella.

«Un eroe? Un eroe nazionale? No, Rosario era soltanto un uomo che faceva il suo dovere. E se oggi, in Sicilia e in Italia, fare il proprio dovere per lo Stato significa essere un eroe, allora si, che lo scrivano, che lo dica Cossiga: il mio ragazzo, Rosario Angelo Livatino, è un eroe». Sono le parole del padre del magistrato, Vincenzo, pronunciate subito dopo avere appreso che il figlio era stato assassinato in un agguato mafioso e il riferimento all’allora capo dello Stato Francesco Cossiga è dovuto al fatto che il primo cittadino italiano aveva definito Livatino “un giudice ragazzino”.

Schivo, solitario, Livatino era figlio unico di una coppia di possidenti di Canicattì. Era entrato in magistratura quando non aveva ancora compiuto 27 anni. Un vero ragazzo prodigio, si era laureato in giurisprudenza con centodieci e lode ed aveva subito superato il concorso per entrare in magistratura. I primi anni della sua carriera li trascorre a Caltanissetta, poi ottiene il trasferimento alla Procura della Repubblica di Agrigento. Credeva nel suo lavoro, i colleghi lo stimavano ed apprezzavano per la sua alta professionalità, il rigore e la conoscenza del problema mafioso nell’agrigentino. Non era fidanzato, si era buttato anima e corpo nella sua missione di magistrato.

Ad ucciderlo sono quattro «stiddari», killer delle cosche mafiose dell’agrigentino. Un testimone oculare assiste alle drammatiche fasi del massacro del giudice. E’ un rappresentante di commercio del nord Italia che in quel momento percorre quella strada. La sua collaborazione consente agli investigatori di individuare due dei quattro assassini. Si nascondevano inGermania, dove vengono arrestati. Sono Paolo Amico e Domenico Pace, sicari al soldo della cosca di Palma Montechiaro.

Processati, vengono entrambi condannati all’ergastolo con sentenza definitiva. Gli altri due killer, Gaetano Puzzangaro e Giovanni Avarello, successivamente, saranno anche loro condannati al carcere a vita. L’inchiesta sui mandanti è ancora aperta.

 

Fonte: Giuseppe Lo Bianco e Francesco Viviano – La strage degli eroi. Vita e storia dei caduti nella lotta contro la mafia – Edizioni Arbor, Palermo, 1996.