5 maggio 1990: Giovanni Bonsignore

Quella mattina di maggio un brivido corse lungo la schiena di tutti i dipendenti della Regione siciliana, la più grossa «industria» dell’Isola. Era caduto uno di loro, Giovanni Bonsignore, 59 anni, dirigente serio ed onesto.

La calibro 38 della mafia aveva colpito un altro livello mai sfiorato prima, a conferma degli intrecci perversi e ormai ramificati tra pubblica amministrazione e criminalità organizzata. Se a Cosa Nostra faceva gola un appalto, un affare concordato con la politica, miliardi spesi allegramente, un burocrate scrupoloso costituiva certamente un  ostacolo. E doveva essere eliminato.

Giovanni Bonsignore viene ucciso da un killer di mattina, attorno alle 8,30, appena uscito da casa, solo il tempo di acquistare un quotidiano.

Il funzionario paga con la vita la sua intransigenza e il profondo rigore applicato quotidianamente al suo lavoro. Dirigente amministrativo, Bonsignore si era trovato nel cuore dei centri di spesa e dei meccanismi gestionali di una Regione governata da una classe politica corrotta. Non si era mai voluto piegare a direttive che contrastavano con la legge e per questo era stato trasferito in un altro ramo dell’amministrazione.

Da dirigente dell’assessorato alla Cooperazione, Bonsignore aveva ostacolato la creazione del consorzio agroalimentare, un organismo costato miliardi, recuperati da capitoli di bilancio che egli sosteneva fossero destinati ad altre spese.

Con i suoi comportamenti amministrativi limpidi e lineari, si era creato numerosi nemici dentro e fuori un’amministrazione regionale in grado di gestire decine di miliardi che accendevano appetiti mafiosi.

L’inchiesta sul delitto non è finora approdata ad alcun risultato. Nessuno dei “pentiti” ha rivelato nulla sulle ragioni e gli autori dell’omicidio di un onesto funzionario.

 

Fonte: Giuseppe Lo Bianco e Francesco Viviano – La strage degli eroi. Vita e storia dei caduti nella lotta contro la mafia – Edizioni Arbor, Palermo, 1996.