4 maggio 1980: Emanuele Basile

basile

Era la festa del Santissimo Crocifisso, Monreale era piena di gente ed in mezzo a loro, con la bambina in braccio, Barbara di quattro anni, c’era anche ilcapitano Emanuele Basile, 30 anni, di Taranto, comandante della compagnia dei carabinieri del paese.

Passeggiava con la moglie Silvana Musanti. Stavano rientrando in caserma. Sei colpi di pistola lo uccidono. I killer gli sparano alle spalle e l’ultimo colpo glielo esplodono alla nuca. Gli assassini fuggono tra la folla a bordo di una A 112 targata Brescia.

La stessa notte, nelle campagne di Monreale, i carabinieri bloccano tre pregiudicati allora schedati come mafiosi. Sono Vincenzo PuccioArmando Bonanno e Giuseppe Madonia, indicati anni dopo da numerosi “pentiti” di mafia come «valorosi» uomini e killer di Cosa Nostra. Giustificano la loro presenza in quell’agrumeto, di notte, sostenendo di aver avuto un «appuntamento galante» con tre donne delle quali, per non «disonorarle», non faranno mai i nomi.

Il processo per l’assassinio di Basile ha un iter tormentato.

La responsabilità dei tre imputati sarà discussa ben nove volte in un’aula di giustizia dal momento che le condanne all’ergastolo saranno puntualmente annullate dalla Cassazione per vizi di forma. Fino all’ultimo verdetto di condanna, confermato invece dalla suprema Corte.

La prima Corte che celebrò il processo, presieduta da Carlo Aiello, invece della sentenza emette un’ordinanza con la quale, di fatto, rinuncia alla decisione.

Il 31 marzo 1982 i tre vengono assolti dalla Corte d’Assise presieduta daSalvatore Curti Giardina che in seguito diventerà procuratore di Palermo. Una sentenza considerata da più parti scandalosa: nelle motivazioni si legge, tra l’altro, che contro i tre imputati «c’erano troppe prove». PuccioMadonia eBonanno, scarcerati, finiscono al soggiorno obbligato in Sardegna da dove fuggono alcuni giorni dopo.

Processati nuovamente e condannati all’ergastolo, la sentenza viene annullata dalla prima sezione della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, che per aver ritenuto «vizio insanabile» un errore nell’avviso alla difesa della data di estrazione dei giudici popolari, finirà, anni dopo, crocifisso come colluso con la mafia, processato e – come quasi sempre accadrà nei processi istruiti dall procura di Palermo del dopo Falcone e Borsellino contro personaggi di rilievo – assolto.

Il processo ricomincia daccapo e gli ergastoli vengono nuovamente confermati dalla Corte presieduta da Antonio Saetta, poi ucciso in un agguato assieme al figlio. Ma anche questa volta la prima sezione della Cassazione – questa volta presieduta da Roberto Modigliani (lui, per sua fortuna, non finirà nell’elenco dei favoreggiatori di Cosa Nostra) annulla la sentenza. Motivo: «difetto di motivazione». Le risultanze processuali, in altre parole, sarebbero state «apprezzate superficialmente ed illogicamente».

Dopo quest’ultimo annullamento, il processo viene affidato ai giudici di una nuova Corte d’Assise d’Appello che confermano la condanna. Soltanto il 14 febbraio 1992, dopo dodici anni e  otto processi, viene pronunciata l’ultima sentenza di condanna contro Giuseppe Madonia (Puccio e Bonanno, nel frattempo, sono stati uccisi durante la guerra di mafia) ed i mandanti: il padre Francesco e Totò Riina. In seguito per l’omicidio Basile sarà condannato anche Michele Greco, anche lui in qualità di mandante.

Il capitano Basile era giunto a Palermo il 3 gennaio del 1977 ed era stato assegnato al nucleo investigativo, allora comandato dal colonnello Giuseppe Russo. Nominato comandante della Compagnia di Monreale, aveva indagato a fondo su diciassette delitti compiuti negli ultimi anni nel vicino paese di Altofonte e sul traffico degli stupefacenti gestito dalle famiglie dei corleonesi, approfondendo un’inchiesta avviata dal capo della mobile Boris Giuliano, ucciso un anno prima.

 

Fonte: Giuseppe Lo Bianco e Francesco Viviano – La strage degli eroi. Vita e storia dei caduti nella lotta contro la mafia – Edizioni Arbor, Palermo 1996.