La mancata perquisizione del covo di Totò Riina

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SALVATORE RIINA – FOTO: BALDELLI/CONTRASTO

La storia della mafia contemporanea è piena di angoli oscuri: patteggiamenti tra Stato e boss, accordi sottobanco, compromessi indecenti, orrendi giochi doppi se non tripli. Non mancano neppure le scorciatoie e gli intrallazzi che se non possono portare ad accusare importanti uomini dello Stato di complicità con la mafia danno spessore ad una zona grigia dove esponenti di quelli che, semplicisticamente, vengono identificati come lo Stato e l’Antistato spesso si incontrano.

Uno dei grandi punti interrogativi nella storia della lotta alla mafia riguarda l’arresto di Salvatore Riina, detto Totò u curtu, corleonese, fino all’inizio degli anni Novanta boss incontrastato di Cosa nostra.

Totò Riina viene arrestato il 15 gennaio 1993. Subito una stranissima coincidenza: è quello il giorno in cui Giancarlo Caselli, ritenuto uno dei magistrati di punta nella lotta al terrorismo, si insedia al vertice della procura di Palermo. Magistrato collocato nell’area di sinistra della corporazione, Caselli – pur impostando processi politici per mafia nella maggior parte dei casi finiti con l’assoluzione dell’imputato (vedi la vicenda Andreotti, ma non solo) – acquisterà fama straordinaria d procuratore antimafia.

L’arresto di Riina è preceduto da un crescendo di boatos e appare tanto puntuale da essere sospetta. La versione ufficiale vuole che alla cattura del superboss si giunga grazie alle indagini degli uomini del ROS, lo speciale reparto dei carabinieri, guidato dal col. Mario Mori (diventerà in seguito direttore del SISDE, il servizio segreto civile) e che ad ammanettarlo materialmente sia stato l’allora capitano Ultimo, alias Sergio De Caprio.

A questa operazione che nel racconto ufficiale sembrerebbe brillante ed intelligente segue però una defaillance dell’Arma dei carabinieri che costerà – 12 anni dopo – un rinvio a giudizio sia a Mori che a Di Caprio. Accade che i carabinieri per 19 giorni non attuano alcuna forma di sorveglianza attorno alla zona in cui sarebbe stato accertato che il boss ha vissuto, con la sua famiglia, la lunga latitanza (26 anni, sei mesi e sei giorni). Un’incuria che porterà ad un risultato allarmante: in tutta tranquillità i fedelissimi di Riina potranno letteralmente svuotare l’appartamento-covo in cui Riina ha abitato di ogni cosa, con ogni probabilità anche documenti certamente importanti nel prosieguo della lotta alla mafia o forse compromettenti per chi quella lotta ha fin lì condotto.

Le ipotesi sono molte. La più credibile è che, in realtà, Riina non sia stato arrestato al termine di una brillante operazione dei carabinieri, ma consegnato ai carabinieri stessi da qualcuno dentro Cosa nostra che intendeva liberarsi della figura ingombrante di Totò u curtu per prendere il suo posto. Se così fosse è pacifico che si sia realizzata una trattativa tra mafia e Stato, forse all’insaputa della magistratura palermitana o forse no.

Sullo sfondo di questo scenario tutto ipotetico e tutto da verificare si inquadrerebbero sia gli incontri (questi verificati e tutt’altro che ipotetici) tra l’allora col. Mori e l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, sia la figura (a tutt’oggi indecifrata) di un altro carabiniere: il maresciallo Antonino Lombardo che all’arresto di Riina avrebbe partecipato e che morì suicida nel marzo del 1995, mentre un altro boss dell’ala perdente di Cosa nostra, Tano Badalamenti, sta per rientrare in Italia, un rientro che ci riconduce al fallito processo a Giulio Andreotti.

In questa pagina proviamo a mettere insieme i pezzi di un mosaico che sembra un rompicapo, ma che può portare ad un’altra verità, molto scomoda per i carabinieri, in quella che è passata alla storia come una grande operazione dell’antimafia e forse è solo l’ennesima storia tutta italiana di scorciatoie e compromessi.

D’altronde un precedente esiste: quando nelle notte tra il 4 ed il 5 luglio 1950 il bandito Salvatore Giuliano cadde in trappola, fu vittima di un tradimento da parte di qualcuno dei suoi uomini. Anche allora i carabinieri, mentendo per lughi anni, si attribuirono l’operazione. Una delle ipotesi più accreditate è che fu la mafia di Luciano Liggio a cedere Giuliano in cambio di un ampio periodo – almeno 20 anni – di tranquillità operativa.

Con un altro Salvatore, di cognome Riina, la storia si è forse ripetuta?

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