L’attentato dell’Addaura Falcone nel mirino. Di chi?

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La scoglierea dell’Addaura

All’alba del 21 giugno 1989, quattro agenti – che fanno parte della ventina che 24 ore su 24 vigila attorno alla villetta che il giudice istruttoreGiovanni Falcone ha preso in affitto per l’estate – notano una borsa sospetta sulla scogliera dell’Addaura, a Palermo, prospiciente la residenza estiva del magistrato. Accanto alla borsa viene trovata anche una muta da subacqueo. L’artificiere dei carabinieri, il brigadiere Francesco Tumino, con una microcarica fa saltare l’apertura della borsa che contiene oltre ad una maschera da sub e ad un paio di pinne anche 58 candelotti di gelatina.

Secondo gli esperti della scientifica, l’esplosivo è dotato di un congegno radio-comandato che avrebbe dovuto innescare l’ordigno, ma probabilmente anche di un meccanismo che avrebbe potuto fare esplodere la carica aprendo o sollevando la borsa. Di questi due tipi di innesco, però, non si troverà mai traccia. Il brigadiere Tumino, in seguito incriminato, per due volte processato, ma ciononostante promosso, sosterrà di averne consegnati i resti ad un non meglio identificato funzionario di polizia. Poi per altre due volte cambierà versione. Condannato in entrambi i processi, Tumino non sarà mai sospeso dall’Arma ma anzi continuerà a a fare carriera.

Sempre secondo gli esperti, se la bomba fosse esplosa “gli effetti devastanti si sarebbero avuti almeno nel raggio di una cinquantina di metri”.

L’inchiesta sul fallito attentato viene affidata, per competenza territoriale, alla procura di Caltanissetta.

Il giudice Falcone in quei giorni sta conducendo una rogatoria assieme a due colleghi elvetici, Claudio Lehman e Carla Del Ponte, a proposito del riciclaggio in Svizzera di denaro proveniente dal traffico degli stupefacenti. Venti giorni dopo il fallito attentato in un’intervista dirà: “Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime, che tentano di orientare queste azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi”.

La singolarità del fallito attentato sta nel fatto che il giorno precedente, 20 giugno, Falcone sarebbe dovuto tornare a casa per il pranzo e per prendere un bagno assieme ai due colleghi d’oltralpe. Una decisione presa a cena la sera precedente ed evidentemente “intercettata” da qualcuno a lui vicino. Solo nella tarda mattinata del 20 il rientro alla villetta dell’Addaura era stato annullato causa il protrarsi di un interrogatorio.

Le indagini procedono in maniera riservatissima. Ma anche ambigua. Gli investigatori, infatti, sembrano far finta di non sapere che la gelatina è una sostanza refrattaria all’umidità e che di conseguenza quella borsa non può essere venuta dal mare, ma deve per forza di cose essere venuta da terra, il che include la necessaria complicità di qualcuno tra gli uomini della sicurezza più vicini a Falcone. Invece fin da subito gli investigatori vanno sempre più convincendosi del fatto che i due subacquei notati la mattina del 20 giugno dai poliziotti che sorvegliavano la villa stavano completando un’accurata ispezione del tratto di mare prospiciente la residenza estiva del magistrato. Si ipotizzerà invece molti anni dopo che i due sub sul gommone erano un poliziotto (Antonino Agostino) ed un collaboratore del Sisde (Emanuele Piazza). Sempre stando agli investigatori del momento – cosa che ha dell’incredibile – la borsa da subacqueo, particolarmente capiente, sarebbe stata sbarcata e collocata sulla scogliera, approfittando dell’oscurità, la notte del 19.

Il 5 agosto 1989 l’agente della Polizia di Stato Antonino Agostino viene assassinato con la moglie Ida Castellucci, a Villagrazia di Carini, nei pressi di Palermo, con numerosi colpi d’arma da fuoco. I killer arrivano su due motociclette di grossa cilindrata e sparano all’interno dell’abitazione delle vittime, una baracca sul mare, fuggendo subito dopo.

Il 10 settembre 1990 si apprende che il 15 marzo precedente, la procura di Palermo ha aperto un fascicolo sulla scomparsa di un altro ex agente della Polizia di Stato, Emanuele Piazza, di 30 anni. L’inchiesta, affidata al sostituto procuratore Alfredo Morvillo, è conseguente ad un esposto presentato dal padre dell’agente, Giustino Piazza, avvocato civilista. Emanuele Piazza, dopo due anni di servizio, si era dimesso dalla polizia, entrando in contatto con il Sisde, per conto del quale svolgeva indagini per propiziare la cattura dei boss latitanti della mafia. Anche la scomparsa di Piazza, come l’omicidio di Agostino, finiranno con il tempo con avere legami con l’Addaura.

Il 14 marzo 1992, quasi tre anni dopo il fallito attentato e appena due mesi prima della strage di Capaci in cui Falcone perderà la vita, la vicenda dell’Addaura viene archiviata.

Il 3 gennaio 1993 l’avv. Carlo Palermo, l’ex magistrato miracolosamente sfuggito all’attentato di Pizzolungo del 1985, presidente del Coordinamento antimafia, che nel frattempo ha lasciato la magistratura ed ora fa l’avvocato, in un comunicato rende noto di essersi opposto all’archiviazione del procedimento riguardante l’agente di polizia Antonino Agostino, ucciso insieme alla moglie Ida, il 5 agosto del 1989. Secondo il legale, che cura gli interessi della famiglia Agostino, “il poliziotto sarebbe stato ucciso per impedirgli di riferire quanto stava scoprendo sul fallito attentato alla villa del giudice Giovanni Falcone all’Addaura. Uno dei killer che lo uccise potrebbe essere lo stesso che partecipò alla preparazione dell’attentato all’Addaura e all’esecuzione della strage di Capaci”.

Il 5 gennaio 1993, in un’intervista al settimanale Europeo, l’avv. Giustino Piazza, padre di Emanuele, ipotizza che il figlio sia stato eliminato in circostanze misteriose durante le indagini sul fallito attentato sulla scogliera dell’Addaura. L’avvocato afferma che Falcone (che nel frattempo è stato ucciso con la moglie e tre agenti della scorta nella strage del 23 maggio a Capaci), dopo che i poliziotti avevano portato via per esaminarla la tuta da subacqueo di suo figlio, vedendolo sorpreso, gli disse: “Lei non se lo spiega, io sì”.

Il 4 agosto 1997 la procura di Caltanissetta chiede ed ottiene dal gipDaniela Tornesi un’ordinanza di custodia cautelare che incrimina Totò Riina per il fallito attentato dell’Addaura. Insieme con Riina vengono incriminati Salvatore BiondinoAntonino MadoniaVincenzo Galatolo e suo nipote Angelo Galatolo. L’accusa per tutti è di concorso in strage. Riina e Biondino sono già stati condannati all’ergastolo dalla corte di Assise di Caltanissetta per concorso nella strage di Capaci. Fondamentali ai fini delle indagini si sono rivelate le dichiarazioni di due “collaboratori di giustizia”, Giovambattista Ferrante, che avrebbe procurato l’esplosivo, e Francesco Onorato, che ammette di avere partecipato alla fase esecutiva, e del “dichiarante” Giovanni Brusca. Del movente avrebbero invece parlato i “pentiti” Francesco Di Carlo che, seppur detenuto a Londra, avrebbe raccolto le confidenze di uomini d’ onore, e Vito Lo Forte. Ma la mafia non avrebbe agito da sola: dall’inchiesta emergono dati che proverebbero un coinvolgimento di entità esterne a Cosa Nostra.

L’INCHIESTA INFINITA SULL’ADDAURA
giorno dopo giorno

IL VERBALE DELLE DEPOSIZIONI DI FALCONE
Caltanissetta, 12 luglio 1989

IL VERBALE DELLE DESPOSOZIONI DI FALCONE
Caltanissetta, 4 dicembre 1990

IL CONTESTO
un articolo dell’ex magistrato Carlo Palermo