L’AUTODIFESA DI ADRIANO SOFRI

Sofri
Adriano Sofri e la moglie Randi, scomparsa nel 2007

Dopo la prima sentenza che lo condannò assieme ai suoi due compagni (Marino, certamente non era più tale e poi subì una condanna soltanto nominale), Adriano Sofri sembrò assumere un atteggiamento che qualcuno definì sprezzante, se non addirittura arrogante: decise di non presentare appello contro la sentenza. Per lui la partita si chiudeva con quella condanna a 22 anni di carcere.
Quella decisione – tutti, anche i suoi più esacerbati avversari, lo capirono in ritardo – non era dettata da disprezzo, ma da una silenziosa protesta che tendeva a sottolineare – come poi, purtroppo, i fatti dimostreranno – che la sentenza contro di lui e contro ciò che aveva significato una organizzazione come Lotta continua, era già stata scritta quando i carabinieri avevano messo gli occhi su Leonardo Marino, quando ne raccoglievano riservatamente le “confessioni”, quando attribuivano a quel “pentito” che si contraddiceva su tutto la veste dell’oracolo.
Sofri aveva già capito che attorno a lui, simbolo di una stagione SCOMODA E diversa, si giostrava più che un’indagine giudiziaria una sorta di vendetta politica che non aveva come origine la morte di un povero commissario che era finito in una storia (quella sulla strage di piazza Fontana e sulla morte di Pinelli) certamente più grande di lui. Sulla sua condanna si giocava invece la resa dei conti con un gruppo politico che aveva osato “diffamare” le forze di polizia, costringendo Calabresi a sporgere querela e quindi, se fosse rimasto vivo, ad esporsi in un pubblico processo con accuse gravissime (anche se poi rivelatesi frettolose) e poi, ai tempi del memoriale Pisetta, smascherando i “giochi sporchi” dei carabinieri a Trento e denunciando il marcio che c’era nella Divisione Pastrengo, piena zeppa di piduisti con le stellette. Più di ogni altro gruppo politico o giornale, Lotta continua aveva saputo denunciare gli abusi di potere dei corpi dello Stato, la loro componente essenzialmente fascista, e anche la corruzione di una magistratura quanto mai prona ai voleri del Palazzo.
Sofri tutto questo lo aveva capito ed aveva capito che bisognava essere Titani per affrontare un simile scontro.
Poi il suo destino giudiziario dovette seguire quello di Bompressi e Pietrostefani, ed allora Adriano Sofri decise di tirare fuori le unghie e cominciò a scrivere, per smantellare, mattone dopo mattone, le accuse che gli piovevano addosso nel corso di un iter processuale a dir poco irregolare. Un processo basato solo e soltanto sulle parole confuse e mendaci di un “pentito”, lui si pieno di rancore verso i suoi ex compagni che, in qualche modo ce l’avevano fatta a continuare anche dopo la fine di Lc. Un processo dove le prove scompaiono una dopo l’altra: l’auto usata per l’agguato a Calabresi, mandata allo sfascio addirittura mentre sono ancora in corso le indagini preliminari. I resti del proiettile estratti dal corpo di Calabresi fatti distruggere “perché occupavano spazio”. Le false ricostruzioni di Marino che indica su una cartina di Milano all’incontrario l’itinerario che avrebbe percorso al volante dell’auto con a bordo Bompressi.
Sofri, durante e anche dopo, il suo calvario giudiziario ha scritto molto. Anche un libro.
Ma a molto non è servito.
In queste pagine collezioneremo le sue idee su uno dei più barbari comportamenti della giustizia italiana. Con la gi minuscola.

TRE SENTENZE DELLA CASSAZIONE
Note a margine del 1997