IL PARTITO COMUNISTA POLITICO-MILITARE

TERRORISMO: DAVANZO SI DICHIARA PRIGIONIERO POLITICO

Quasi nessuno dei vecchi militanti dei gruppi armati – questo è un dato provato – una volta uscito dal carcere è tornato alle antiche abitudini. Ma che l’idea della lotta armata, per alcuni soltanto un’idea, sia tutt’altro che morta lo dimostrano gli arresti del 12 febbraio 2007 quando 15 militanti dell’ala movimentista delle Brigate rosse, la cosiddetta “seconda posizione”, vengono arrestati in una retata organizzata dalle questure di Milano, Padova, Torino e Trieste. L’accusa riguarda solo fatti specifici minimi, ma ipotizza l’esistenza di una banda armata ed di un’associazione sovversiva per un nuovo gruppo “lottarmatista”: il Partito comunista politico-militare (Br-Pcpm). Le perquisizioni investono diversi Centri sociali collocati su quella sottile “linea di confine” che separa legalità e possibile ripresa della lotta armata: il “Gramigna” e il Comitato dei proletari per il comunismo di Padova, il Centro proletario “Ilic” e “La Fucina”, entrambi di Sesto San Giovanni.
La figura più singolare, tra i loro presunti leader, è Alfredo Davanzo, 50 anni, ex militante delle Br, condannato nel 1982 a dieci anni di reclusione per rapina a mano armata, riparato in Francia e fermato il 20 gennaio 1998 a Parigi, su richiesta delle autorità italiane, ma rimesso quasi subito in libertà da quelle francesi. Rientrato in Italia nell’ottobre 2006, al momento dell’arresto Davanzo vive come un monaco, a Raveo, un paesino fra le montagne della Carnia in provincia di Udine, in una casa senza riscaldamento né telefono, solo, in compagnia di un computer che non poteva usare neanche per collegarsi ad internet. Appena in manette Davanzo si dichiara “prigioniero politico”.
L’indagine è su un gruppo di militanti praticamente inattivi. Oltre a Davanzo finiscono in manette: Bruno Ghirardi, 50 anni, ex militante dei Colp, in pratica l’appendice finale di Prima lineaDavide Bortolato, 36; Massimiliano Gaeta, 31; Claudio Latino, 49; Alfredo Mazzamauro, 21; Valentino Rossin, 35;Davide Rotondi, 45; Federico Salotto, 22; Andrea Scantamburlo, 42;Vincenzo Sisi, 53; Alessandro Toschi, 24; Massimiliano Toschi, 26 eSalvatore Scivoli, 54. L’unica  donna è Amarilli Caprio, 26 anni. Sette di loro sono iscritti alla Cgil: quattro ai metalmeccanici della Fiom, uno ai chimici della Filcem, una alla Filt (Federazione italiana lavoratori trasporti) ed uno, dipendente delle Poste, è iscritto al Slc.
Tutto comincia da una strana bicicletta trovata per caso in una cantina nel pieno centro di Milano nell’agosto del 2004. Dentro il fanale quella bicicletta ha una telecamera, sotto il sedile un registratore, forse da utilizzare per i pedinamenti e le schedature di possibili obiettivi. Nella cantina non c’è solo la bici, ci sono anche centinaia di documenti: materiale di propaganda, piani d’azione, schede su personalità da colpire, possibili azioni dimostrative.
Davanzo è certamente tra i più anziani del gruppo in cui ci sono anche alcuni giovanissimi che ai tempi delle prime azioni delle Brigate rosse non erano neppure nati e che conducono una vita normalissima da sindacalisti, studenti, operai. Vengono trovate anche delle armi e seguono altri arresti come quelli di Andrea Tonello, detto “Zebb”, 52 anni, iscritto alla Cisl, e Giampietro Simonetto, 19.
Lo sviluppo dell’inchiesta è affidato ad un nome: Valentino Rossin, uno degli arrestati a febbraio che il 4 febbraio 2008 sarà condannato con rito abbreviato a tre anni e quattro mesi di carcere per associazione eversiva, banda armata e detenzione di armi. Una condanna mite dovuta alla “collaborazione” fornita dal giovane ai magistrati.
Nella disponibilità della nuova formazione, che poi, come vedremo, tanto nuova non è, vengono trovate molte armi, tra cui una Sieg Sauer e una carabina Winchester che provengono dall’arsenale della storica colonna milanese “Walter Alasia”. Armi ben conservate e ben funzionanti ma che assomigliano molto al testimone di una staffetta lunga almeno 30 anni.
Dalla descrizione che di loro fanno gli investigatori, più che un’organizzazione armata, sembrano una setta di cospiratori: quando si incontrano prendono ogni possibile cautela come scendere dal vagone della metropolitana mentre le porte si stanno chiudendo. Tra gli obiettivi possibili la casa milanese di Berlusconi, la sede del quotidiano “Libero”, le sedi di Mediaset e di Sky a Cologno, l’Eni a San Donato, una sede di Forza nuova. Obiettivi umani: il giuslavorista Pietro Ichino e un dirigente Eni da gambizzare.
L’esatta estrazione degli arrestati ci riporta al 1984 e alla scissione all’interno delleBr-Pcc tra “prima” e “seconda” posizione, cioè tra militaristi e movimentisti, questi ultimi confluiti poi nell’Unione dei comunisti combattenti (Ucc) che ferirono il consigliere di Bettino CraxiAntonio Da Empoli e uccisero il gen. Licio Giorgieri prima di essere disarticolati dagli arresti. Successivamente questa ennesima frazione delle Brigate rosse si era raccolta attorno al documento del novembre 1986 firmato dal Nucleo per la fondazione del Partito comunista combattente, un gruppo di brigatisti davvero anomalo che non ha mai firmato azioni, privilegiando la pura teoria e che tra la fine del 1988 e l’inizio del 1989 adotta una nuova sigla: Cellula per la costituzione del Partito comunista combattente, quasi un gruppo di studio armato che, a cavallo del 2000, produce tre documenti in cui si teorizza la costruzione di un Partito comunista fondato sull’unità del “politico” e del “militare”. Un progetto che poi prosegue con la rivistaAurora, dal nome della nave incrociatore che nell’Ottobre del 1917 sparò il colpo che diede il segnale per la conquista del Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo durante la rivoluzione russa. Un foglio clandestino uscito per la prima volta nel settembre del 2003. Il progetto é sempre lo stesso: costruire il Partito comunista politico-militare per una guerra di lunga durata che assuma i compiti propri di un’avanguardia e si impegni, da subito, sul terreno della lotta armata, laddove esiste una “concreta sostenibilità”. In pratica muoversi sul terreno della propaganda armata con azioni fondamentalmente dimostrative, per ottenere i massimi risultati con rischi di esposizione minima per i propri militanti. Una posizione molto diversa, quindi, da quella militarista delle Br-Pcc di Mario Galesi Nadia Lioce.
Lo sgombero del Centro sociale “Gramigna” di Padova nel luglio del 2007 è quindi  l’ennesimo tentativo di rimuovere un’area di solidarietà che si stringe attorno agli arrestati e che il 3 giugno precedente aveva provocato una clamorosa manifestazione all’Aquila: 200 manifestanti in corteo contro “il regime del carcere duro previsto dall’articolo 41 bis” fino al carcere dove era rinchiusa la brigatista Lioce. E, negli stessi giorni, la scritta “Terrorista è lo Stato” tracciata con vernice spray a Bologna su un muro davanti all’abitazione di Marco Biagi. E slogan contro Biagi erano stati urlati anche a L’Aquila, così come comparivano degli striscioni che chiedevano “Libertà per i prigionieri” e invocavano “Da Poggioreale all’Ucciardone, evasione”.

Nei giorni successivi un altro centinaio di dimostranti, ancora a Padova, riuniti in un sit-in di cinque ore nel piazzale della stazione ferroviaria, guardati a vista dal doppio di agenti delle forze dell’ordine. Tutti piccoli sintomi che con ogni probabilità il discorso delle armi non è ancora finito.

L’ORDINANZA DI ARRESTO

IL RESOCONTO DEL PROCESSO IN ASSISE