L’ANGOSCIA DI MARCO BIAGI Le lettere della paura

Il 28 giugno 2002 il quotidiano La Repubblica pubblica cinque lettere che tra il 2 luglio e il 23 settembre 2001 – meno di un anno prima di essere ucciso – Marco Biagi ha inviato a diversi indirizzi tra cui quelli di alcune personalità dello Stato.

Sono lettere cariche di angoscia, quasi delle invocazioni: Biagi ha paura, si sente minacciato, avverte che la revoca della sua protezione si sta estendendo e chiede aiuto.

Quando Appaiono sulla Repubblica, le lettere, in realtà, sono già state pubblicate in anteprima da un quindicinale bolognese di area no global, Zero in condotta, il cui direttore, Valerio Monteventi, afferma di averle ricevute da una “fonte anonima” che in un primo momento – per ammissione dello stesso Monteventi – sembra essere vicina alla famiglia Biagi (in seguito il direttore di Zero in condotta, smentirà).

La pubblicazione di quei messaggi inascoltati di aiuto scatenano una vera e propria bufera istituzionale. Per due motivi, essenzialmente:

1) dimostrano che in molti, in troppi, sapevano delle paure (più che fondate) del professor Biagi, ma che nessuno ha mosso un dito, a cominciare dal responsabile del Viminale, il ministro Claudio Scajola (che pure in parlamento, subito dopo l’omicidio, aveva negato di sapere alcunché) e dal capo della polizia di stato, Gianni De Gennaro, personalmente informato dei timori di Biagi dal presidente della Camera, Ferdinando Casini;

2) contengono espliciti riferimenti ad un ruolo – quantomeno intimidatorio – che sarebbe stato esercitato su Marco Biagi dal segretario della CGIL,Sergio Cofferati, certamente un avversario politico del consulente ministeriale, ma altrettanto certamente non un mandante politico e neppure morale del suo omicidio.

La pubblicazione di quelle lettere svela poi le oggettive carenze della procura di Bologna che sull’omicidio Biagi ha aperto anche un filone investigativo relativo alla sua mancata protezione.

Ebbene, da non crederci, di quelle lettere la procura bolognese – nelle persone dei pubblici ministeri Guastapane e Spinosa (quest’ultimo noto per le indagini errate da lui condotte sui delitti della banda della Uno bianca) – non conosceva quasi nulla. La procura aveva sì copiato l’hard disk dei tre computer a disposizione di Biagi (uno fisso nel suo ufficio all’università di Modena e gli altre due, uno fisso e l’altro portatile, nella sua abitazione bolognese), ma non li aveva mai sequestrati. Risultato – specie a Modena – chiunque conoscesse la password poteva entrare a piacimento nei file del professore.

Resta un mistero: chi e perché ha deciso di rendere note, consegnandole aMonteventi, le lettere della paura di Marco Biagi? Un attacco al sindacato in un delicato passaggio politico-sindacale? Un regolamento di conti interno alla polizia, teso a crocifiggere Scajola e De Gennaro? Oppure un allarme sicurezza, funzionale ad ampliare i poteri liberticidi dei nostri servizi segreti di cui in quei giorni è in discussione la nuova organizzazione?

I servizi segreti italiani, Ancora loro.

AL SOTTOSEGRETARIO MAURIZIO SACCONI

AL DIRETTORE DI CONFINDUSTRA STEFANO PARISI

AL PRESIDENTE DELLA CAMERA FERDINANDO CASINI

AL PREFETTO DI BOLOGNA SERGIO IOVINO

AL MINISTRO DEL WELFARE ROBERTO MARONI