IL VOLANTINO DI RIVENDICAZIONE. Le BR-PCC e la ripresa dell’iniziativa armata

volantino

Un linguaggio che ci riporta nel buio degli anni di piombo. E’ questa la prima caratteristica che salta all’occhio del volantino con cui, il 20 maggio 1999, le Brigate rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente (BR-PCC), hanno rivendicato l’assassinio di Massimo D’Antona, consigliere legislativo dell’allora ministro del Lavoro Antonio Bassolino.
Gli obiettivi dell’organizzazione – che per più di dieci anni sembrava aver riposto le armi – sono gli stessi di sempre: “lo sviluppo della guerra di classe di lunga durata per la conquista del potere politico e l’instaurazione della dittatura del proletariato“.
Anche l’obiettivo dell’azione destinata a riportare le BR-PCC all’attenzione dei mass media è scelto con cura: il mondo del lavoro e del sindacato che si sono fatti classe di governo, attraverso una figura non di primissimo piano, come poteva essere il consulente D’Antona, ma di grande spessore tecnico e politico, accusato di “tradimento” perché dedito “all’attuazione di un processo di complessiva ristrutturazione e riforma economico-sociale” destinato ad realizzare “un progetto neo-corporativo“.
Il tutto – secondo gli estensori della rivendicazione – avviene nel quadro del “consolidamento della borghesia imperialista” impegnata in una guerra nei Balcani “per assoggettare la Jugoslavia” (i bombardamenti “umanitari” cominciati il 24 marzo cesseranno il 10 giugno).
Questo, in estrema sintesi, il discorso contenuto nel volantino delle BR-PCC reso in maniera, ovviamente, molto più articolata, data soprattutto l’estrema lunghezza del testo.
Una lettura complessa e difficile, quella che proponiamo a fini di documentazione, ma che porta in superficie l’esistenza di un zoccolo duro marxista-leninista all’interno di quanto resta dello schieramento del partito armato italiano.

IL VOLANTINO DI RIVENDICAZIONE