IL RIVOLUZIONARIO SOTTO IL TRALICCIO. L’orrenda fine di Giangiacomo Feltrinelli

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Sul far della sera del 14 marzo 1972 due contadini scoprono ai piedi del traliccio dell’energia elettrica n.71, in località Cascina Nuova di Segrate, non distante da Milano, il cadavere dilaniato di un uomo che indossa un giaccone verde di foggia militare e che certamente è morto dissanguato. Il volto e le mani sono integre, ma dal cadavere è stata staccata di netto la gamba sinistra. Sul corpo dell’uomo viene trovato un documento falso intestato a Vittorio Maggioni. In meno di 24 ore gli investigatori riusciranno a dare un’identità a quel cadavere: appartiene a Giangiacomo Feltrinelli, 46 anni, nome di battagliaOsvaldo, ricco proprietario dell’omonima casa editrice.
Il traliccio è minato, cosi come lo è un altro traliccio dell’alta tensione che si trova poco distante, a San Vito di Gaggiano. Ma sono cariche inoffensive perché innescate male. Impossibile una loro esplosione. E comunque, se anche il lavoro fosse stato fatto a regola d’arte, tutt’al più il crollo dei tralicci avrebbe provocato qualche ora di black out, ma solo in Valtellina, non a Milano, dove è in corso il congresso del PCI.
Incidente sul lavoro o abile messa in scena per eliminare un personaggio scomodo?
La sinistra, schieramento ideologico al quale Feltrinelli da sempre aderiva, si divide.
Per L’Unità, organo del PCI, “l’episodio giunge nel momento più opportuno ed adatto per le forze reazionarie e conservatrici“. Meno sfumato il giudizio del Manifesto che parla di “assassinio” e di “servizi speciali organizzati su larga scala dentro o ai margini o anche fuori dall’apparato statale“.
Per Lotta Continua, Feltrinelli è “una vittima della borghesia coraggiosa e cosciente, ma non rivoluzionario da rivendicare alla lotta proletaria per il comunismo“, mentre Potere Operaio saluta in lui “un rivoluzionario caduto in questa prima fase della guerra di liberazione dallo sfruttamento“.

BIBLIOGRAFIA COMPLETA SUL CASO FELTRINELLI