IL MANIFESTO

Assemblea

Dell’esperienza critica del mensile Il manifesto e della sua trasformazione in partitino della nuova sinistra – con tutti i vizi classici di una piccola formazione politica – resta, dopo anni di vicissitudini, un unico patrimonio, per nulla disprezzabile: un quotidiano dallo stesso nome che esce ormai dal 1971.
Nato dal dissenso interno al PCI, il gruppo del manifesto può essere definito – senza tema di smentite – l’insieme più qualificato e intellettualmente capace di quella che un tempo fu l’intera sinistra extraparlamentare.
Privo di velleitarismi, restio all’avventurismo – e per questo continuamente tacciato di moderatismo – Il manifesto – inteso prima come collettivo redazionale della rivista, poi come redazione del quotidiano e al tempo stesso come gruppo politico e infine  come formazione politica (Il Pdup) – ha continuamente operato perché la stessa nuova sinistra non perdesse di vista come interlocutore, difficile quanto caparbio, quello che era il “più grande partito comunista d’occidente”.
Non alieno da errori di valutazione (vedi le sempre quasi tragiche esperienze elettorali), Il manifesto – qui inteso invece soltanto come organo d’informazione – ha cercato di tenere desto uno spirito critico interno alla sinistra rivoluzionaria, battendosi contro la scelta del terrorismo – ritenuto solo una mera scorciatoia politica – e tentando la via dell’unificazione con le altre forze, laddove questa era praticabile. Se l’esperienza del Pdup per il comunismo – che nasce proprio dal tentativo di trasformare in partito il gruppo del manifesto – oggi appare minimale e poco produttiva, non va dimenticata la fine autodistruttiva intrapresa da altre forze, come Lotta continua e Potere operaio. Una considerazione, questa, che certamente non salva nessuno e non può costituire un alibi, ma che lascia intendere come sia stato diversificato, composito e variegato l’insieme dei percorsi interni a quella che una volta si diceva fosse “la sinistra di classe”.

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DAL MANIFESTO AL PDUP PER IL COMUNISMO